sabato, 14 novembre 2009

PRESENTAZIONE "IL CLUB BILDERBERG"

bilderberg

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categoria: cultura, politica, economia, bologna, storia, attualità, libri e promozione libraria


martedì, 03 novembre 2009

LA POLITICA ECONOMICA DEL CHE

 

In questi anni, tanto si è detto e scritto sulla vita e le opere di Ernesto “Che” Guevara, fino a trasformarlo in ciò che odiava maggiormente in vita: un feticcio del mondo capitalista. Finora, però, poco si è studiato e analizzato su uno degli aspetti fondamentali, e forse più rivoluzionari, della sua vicenda storica e politica: la sua politica economica. Va ricordato che Guevara non fu solo uno dei più grandi rivoluzionari e guerriglieri della storia, ma fu anche un uomo di governo, seppur per poco tempo; infatti, il 26 novembre 1959 venne nominato direttore del Banco Nacional cubano, e il 23 febbraio 1961 divenne Ministro dell'Industria.

L'aspetto che però vorrei accennare, e per quanto possibile analizzare, è il suo contributo nel campo della politica economica, che presenta aspetti assolutamente originali e di grande stimolo per un lettore contemporaneo. I primi studi economici del Che risalgono ai tempi della guerriglia rivoluzionaria a Cuba, concentrandosi principalmente sull'organizzazione monopolistica delle grandi aziende statunitensi di zucchero che agiscono sull'isola ai tempi di Batista. Questo aspetto iniziale caratterizzerà il pensiero futuro del Comandante; infatti, la sua analisi sarà sempre dettata da un profondo pragmatismo, che si contrapporrà al tipico “manualismo” di stampo sovietico, inoltre, l'impostazione delle aziende monopolistiche sarà presa a modello, seppur riveduta e corretta, per il socialismo da lui pensato.

Il sistema ideato dal Che è definito come Sistema Budgetario di Finanziamento, e si differenzia nettamente dal sistema del Calcolo Economico, attuato prima da Lenin, e poi riveduto e corretto da Stalin, in Unione Sovietica.

Una delle differenze fondamentali risiede nel ruolo che viene assegnato alle categorie del capitalismo - legge del valore, denaro, libertà d'impresa, ecc - durante la fase di transizione verso la società comunista. Per i sovietici era necessario attuare una specie di “capitalismo di Stato”, nel quale, seppur all'interno di una pianificazione centrale, le singole imprese godessero di ampia libertà, prevedendo concreti incentivi materiali, per aumentare il loro profitto. Il Che era invece convinto che alla lunga gli strumenti del capitalismo avrebbero finito col corrompere lo spirito rivoluzionario della popolazione; infatti, lungi dall'essere una semplice gestione della distribuzione della ricchezza, il socialismo ha come scopo finale la nascita di un uomo nuovo, l' hombre nuevo, che viva in perfetta sintonia con gli altri membri della società. Nel sistema guevariano, le imprese non vengono considerate come unità a sé stanti; bensì, come parti del “sistema nazione”, che viene considerata come un unico sistema produttivo; tanto che le singole aziende non possiedono neppure una personalità giuridica autonoma.

Così come accadeva nei monopoli, il centro deve riuscire a pianificare e controllare l'attività di ogni singola unità del sistema; pertanto, Guevara ritiene centrale il ruolo del budget.
Attraverso accurate analisi dei costi, degli inventari e degli strumenti finanziari, l'organismo centrale è in grado di assegnare le giuste risorse alle singole unità produttive, che dovranno utilizzarle per realizzare gli obiettivi prefissati. Il denaro non viene concepito come mezzo di pagamento; poiché le merci vengono scambiate tra un'unità e un'altra, senza diventare beni di consumo, finché non arrivano sul mercato finale. Le singole imprese non hanno fondi finanziari propri, attraverso i quali gestire le risorse economiche in autonomia; bensì, esiste un unico fondo centrale nazionale, che, in base al budget stimato, assegna le risorse necessarie allo svolgimento del lavoro. Uno dei vantaggi previsti da tale sistema è che le aziende in difficoltà, o improduttive, possono ugualmente trovare risorse, attingendo al fondo nazionale, rimpinguato dai guadagni di quelle più fiorenti, cosa impossibile con gli altri sistemi macroeconomici. Al vertice del sistema è posta la Junta Central de Planificacion (JUCEPLAN), la quale stabilisce le direttive generali, sulla cui applicazione veglieranno i livelli intermedi. In quest'ottica, grande importanza viene assegnata alla burocrazia, in particolar modo ai quadri, che, al contrario della dottrina sovietica, non sono figure “asettiche”; anzi, sono fortemente politicizzate e in grado di fare da tramite tra il centro e la popolazione, trasmettendo a quest'ultima le direttive di governo, e riferendo ai vertici i sentimenti del popolo.

Questo sistema fornisce anche uno strumento di riequilibratura tra i poteri ed il controllo popolare dell'intero sistema, attraverso un sentimento solidaristico diffuso e profondamente radicato, che porta a un forte coinvolgimento di massa nelle scelte fondamentali della politica. Come si vede bene, nell'ottica del Che, per costruire una futura società socialista, è fondamentale che nel periodo di transizione dal capitalismo, scompaia ogni relazione mercantile, che spezzerebbe l'intento finale della rivoluzione, la creazione dell'hombre nuevo appunto. Sempre per spingere in questa direzione, Guevara punta l'indice contro quello che individua come un grave difetto della dottrina sovietica. Lenin riteneva che per la situazione russa dell'epoca, che presentava il paese più arretrato d'Europa, fosse decisivo, per far trionfare la rivoluzione, ricucire lo strappo con la borghesia, fortemente contraria al regime bolscevico; quindi, puntò decisamente sugli incentivi materiali, oltre che sull'autogestione aziendale. Al contrario, Guevara, che pur riconosceva l'intuizione di Lenin, che prevedeva diverse vie al socialismo (tesi negata da Stalin e dal manualismo sovietico), considerava fondamentale spezzare la «psicologia individualista» , tipica del capitalismo. Per ottenere tale risultato, vuole promuovere nuovi rapporti sociali, oltre che lo sviluppo economico; quindi, pur non cancellando gli incentivi materiali, pone fortemente l'accento su quelli morali. Per insegnare alla popolazione l'abnegazione verso la nazione e lo spirito di sacrificio, prevede l'istituzione del lavoro volontario, da svolgere di propria spontanea volontà, gratuitamente e fuori dall'orario di ufficio. Come abbiamo visto, il pensiero economico del Che si distanzia molto da quello sovietico, e anche da quello diffuso nei paesi dell'Europa Orientale, finiti sotto il giogo dell'URSS, il secolo scorso. Quello che penso sia rilevante evidenziare, è che non si tratta di qualche piccola divergenza su come gestire la pianificazione centralizzata dell'economia - più leggera, quasi di mercato, per Lenin e i suoi discendenti; molto rigida per Guevara - bensì di una radicale diversità di vedute sull'impostazione della società socialista.

Questo è un aspetto a mio avviso estremamente significativo, anche per capire l'evolversi della biografia del Comandante e delle sorti della rivoluzione cubana. Come lo stesso Guevara affermò, «la rivoluzione russa si appoggiò ai soldati di ritorno dal fronte, e fu socialista fin dalle sue origini; quella cubana lo diventa solo dopo la vittoria e più per cause internazionali, che interne». Va infatti ricordato che a Cuba il Partito Comunista non era assolutamente in grado di portare avanti da solo la lotta rivoluzionaria, e che a capo di essa si mise il Movimiento 26 de Julio, che aveva al suo interno diverse anime. Fu solamente in seguito alla reazione statunitense, concretizzatasi prima nell'embargo e poi nel tentativo di contro-insurrezione alla Baia dei Porci, che Cuba si spinse in orbita sovietica. Questo però ci porta a considerare un altro aspetto particolarmente significativo. Come abbiamo più volte ricordato, il socialismo pensato dal Che era molto lontano da quello in vigore in URSS, cosa che indispettiva non poco il Cremlino, tanto più se si considera che Mosca, il 13 febbraio 1960, aveva aperto una linea di credito per il regime di Fidel Castro, pari a 100 milioni di dollari, che rimase aperta fino al 1965. Che sia stata una scelta dettata dalle pressioni del potente “alleato” o meno, sta di fatto che progressivamente Castro si allontana dalle posizioni del Che, spostandosi sempre più verso le idee sovietiche. E' anche sospetto che il Comandante decida di abbandonare, in concomitanza di tale tendenza del regime cubano, ogni incarico governativo, ed entrare, il 14 settembre 1965, in clandestinità e decidere il 3 novembre 1966 di andare in Bolivia, per intraprendere una vera e propria missione suicida, e dove poi troverà la morte il 9 ottobre 1967. Tante sono state le voci circa dissidi tra Castro e Guevara, e che in fin dei conti al regime cubano, la morte eroica del Comandante abbia fatto più comodo di una voce polemica e dissidente sull'isola.

Onestamente, non so se ciò sia vero o meno, quello che è storicamente certo è che Guevara decide di lasciare Cuba nel momento in cui il regime decide di abbandonare del tutto la sua “via al socialismo”, e che la Cuba che la storia ci ha consegnato è ben diversa da quella sognata dal Che. In conclusione, vorrei fare una piccola riflessione circa l' “attualità” di queste idee di Guevara, chiaramente appena accennate, e sulla loro importanza. Ritengo che alcuni spunti siano assolutamente illuminanti e denotino la grande intelligenza del loro autore. In tempi non sospetti, il Che capì che il socialismo imposto dall'alto, tipico del regime sovietico e dei suoi vassalli dell'Europa Orientale del secolo scorso, è destinato al fallimento di per sé. E' fondamentale concentrarsi sull' educazione e sul cambiamento dei legami sociali, poi si può pensare di arrivare alla società socialista, una volta creato l'hombre nuevo. Altra previsione assolutamente azzeccata è quella relativa alla possibilità di utilizzare strumenti capitalisti nella fase di transizione al socialismo. Come gli esempi del cosiddetto “socialismo reale”del '900 hanno dimostrato, la loro sopravvivenza finisce inevitabilmente col contaminare la rivoluzione, e presto o tardi ne determineranno la rovina- o per implosione interna (la rivolta dei nuovi ceti medi perfettamente analizzata dal Prof. Preve), come accaduto in Europa il secolo scorso, o per trionfo del capitalismo di Stato, accompagnato dalla dittatura borghese, come nella Cina attuale. Un ultimo pensiero vorrei esprimerlo circa la possibilità di attualizzare il pensiero del Che.

Penso che, con la contestualizzazione necessaria, tre siano gli spunti più interessanti a riguardo. Il primo, e più marginale, l'idea di creare un fondo unico nazionale che permetta alle attività in crisi, e come tutti sappiamo oggi non sono poche, di sopravvivere, spezzando la logica di concorrenza spietata da darwinismo sociale, tipica del capitalismo. Il secondo, il ruolo estremamente marginale che il denaro e le banche cosiddette commerciali giocano nel disegno guevariano; infatti, il credito non è più il motore dello sviluppo sociale, ma lo è il lavoro, cosa che lo porta ad affermare che non c'è spazio per i tecnici, quando c'è in gioco il destino dei popoli. Infine, aspetto più importante, è l'idea di comunità organica, che è posta alla base del disegno socialista di Guevara. Anticipando una corrente più recente di analisi marxista, il cui maggior esponente è a mio avviso il Prof. Preve, il sentimento solidale e comunitario tra i singoli è riconosciuto come la base per poter costruire una società nuova e migliore.

Manuel

Fonte: Opposta Direzione

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categoria: economia, storia


lunedì, 02 novembre 2009

DECRESCITA PER TUTTI. INTERVISTA A LATOUCHE

 

 

Intervista all economista francese Serge Latouche: segnali positivi dalla green economy di Obama
«La decrescita non è una teoria. Per essere corretti si dovrebbe dire a-crescita. È uno slogan che vuole contrapporsi a un altro slogan, quello di sviluppo sostenibile: un ossimoro. Per la prima volta nella storia siamo di fronte alla prospettiva imminente di una catastrofe globale. Era già stata anticipata dal Club di Roma nel 1972, ora ci siamo. Non si tratta di chiedersi se la decrescita è possibile, ma di comprendere che è necessaria. E ovviamente non si tratta di ritornare all'età della pietra. In questo senso non siamo né modernisti né antimodernisti, siamo atei: guardiamo alla realtà. Ogni italiano, per esempio, consuma 4,5 ettari di terra contro una media sostenibile di 1,8. Significa che se tutti vivessero come voi ci vorrebbero tre pianeti». Ora che il mondo sta rallentando di brutto, vale la pena fare quattro chiacchiere con il teorico della «decrescita», l'economista francese Serge Latouche.


Di chi è la colpa di tutto ciò?
Siamo tutti tossicodipendenti di consumo e lavoro. Si può dire che i trafficanti sono le multinazionali, il capitale, ma non va dimenticata la nostra responsabilità di tossici. La responsabilità e la libertà individuale sono l'unica possibilità per uscire dalla dittatura del pensiero unico.


Come? Un altro mondo è davvero possibile?
Cominciamo ad analizzare la parola «mondo». Il nostro mondo, questo mondo, è il mondo della crescita globale, il mondo occidentalizzato. Se preferite, il mondo del capitalismo e della società di mercato in cui la crescita all'infinito è di per sé un fine al di là dei bisogni reali. È dai tempi di Adam Smith che l'Occidente sogna e progetta questo tipo di mondo. Con la rivoluzione industriale si cominciò a distruggere piccoli contadini e artigiani e a puntare sull'industria meccanizzata. La povertà si trasformò in miseria. I poveri persero anche la possibilità di arrangiarsi, di ritagliarsi uno spazio al margine dei sistemi di potere, di produzione e di consumo di massa. Ma il vero balzo in avanti, la realizzazione del sogno, avvenne con l'enorme disponibilità di energia fornita dal petrolio. Ora pensiamo alla parola «uno». Non bisogna immaginare un altro mondo possibile ma tanti altri mondi possibili. La decrescita non rappresenta un'alternativa unica ma vuole essere una matrice di tante diverse alternative. Il mercato globale, la verità assoluta, un mondo unico anche se diverso, se dominato da un pensiero unico, è soggiogato da una forma di totalitarismo soft. Bisogna invece avere il coraggio di liberare e di diversificare tante culture, tante verità relative, funzionali, pragmatiche, etiche, piuttosto che dogmi teorici tipici, non solo delle forme di potere e produzione, ma anche della filosofia occidentale. Ci vuole biodiversità sia per le culture che per le colture. Sia su piccola che su grande scala. Pensiamo soltanto alle culture amerinde che stanno cambiando l'America del Sud, il culto della pachamama ha portato per la prima volta al riconoscimento della terra come soggetto di diritto.


Di quale teoria assoluta parla?
La società di marketing, verità unica e globale. È basata su tre cardini nel tentativo impossibile di mascherare continue crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo inevitabili in un mondo globale e in un mercato unico e finito. Dunque incompatibile con una crescita infinita. La pubblicità droga la domanda rendendoci drogati del consumo e convincendoci ad acquistare in modo compulsivo ciò di cui non abbiamo bisogno. L'obsolescenza programmata, ovvero il sistema «usa e getta», per cui un prodotto è subito vecchio, fuori moda o rotto, droga l'offerta, depaupera le risorse del pianeta, produce rifiuti e guerre. Il terzo espediente è il credito infinito, altro modo per drogare la domanda: consumare diventa un dovere civico, anche a costo di indebitarsi. Da qui ha origine la crisi che stiamo vivendo, partita dai subprime americani e dagli istituti finanziari. Il guaio è che questo potere è sempre più impersonale, non basta fare la rivoluzione e decapitare il re come abbiamo fatto noi francesi. Non illudetevi che questa crisi possa finire. La crisi è un fattore strutturale del mondo della crescita. La pagano tutti. Il presidente del Senegal ha detto di avere compassione per i banchieri bianchi, ma che in Africa sono in crisi da sempre e non possono neanche aiutare i banchieri perché non ne hanno.


Se non basta decapitare il re, concretamente come si cambia?
La questione del potere e della rappresentanza è un tema cruciale. Qualche segnale positivo c'è. Oltre alle culture amerinde, pensiamo alla green economy di Obama o ai verdi di Cohn Bendit e Bové che in Francia sono al 16%. Ma di fatto assistiamo a un paradosso: quanto più è necessario un cambiamento radicale globale, tanto più sono scomparse le forze politiche e i pensieri politici che possono agire questo cambiamento. La morte del comunismo ha lasciato come pensiero assoluto il liberismo. Manca una terza via. La sinistra è caduta nella trappola produttivista del mito della torta sempre più grande. Ha pensato possibile un accordo con il capitale per produrre sempre di più e spartirsi le fette della torta gigante, che ingrossandosi si avvelena e ci rende tutti tossicodipendenti. Si tratta di una forma di servitù volontaria al potere del consumo e del lavoro.


La sinistra è produttivista anche perché figlia del movimento operaio, che fa del lavoro e della fabbrica un archetipo. Anche i movimenti degli anni '60 hanno lottato contro l'ingiustizia economica del sistema, ma forse è mancata la coscienza della imminente catastrofe biologica del pianeta. Eppure l'ambientalismo è nato a sinistra, e fa parte della storia del movimento operaio la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro. Come si esce da questa dicotomia?
La spartizione della torta ovviamente non è solo una questione economica ma anche di potere politico. La decrescita è anche un modo di non prestarsi al gioco della spartizione del potere. La democrazia è la forma politica del liberismo: c'è un legame stretto tra crescita infinita in economia e democrazia in politica. In questo senso la sinistra in occidente è caduta nel miraggio del potere: propone sempre più spesso solo un'alternanza di dirigenza al governo, ma non di sistema. Per questo non basta votare, delegare, bisogna essere attori, scegliere e inventare in prima persona la propria via alla decrescita.


Non mi dirà che spera in una regressione a forme di autarchia individuale.
L'uomo ha una dimensione collettiva, dunque politica. Ma la politica politicante e rappresentativa è incoerente e ipocrita. Ci vuole pratica ed etica politica, non dimenticate l'importanza della responsabilità individuale dei tossici del consumo e del lavoro.


Sì, ma c'è un altro paradosso. Stati e individui poveri vogliono diventare ricchi, non decrescere. Per molti la sua è una teoria snob: decresce chi se lo può permettere, roba da ricchi, insomma...
È vero, i paesi del sud del mondo vogliono diventare ricchi e occidentali, ma questa scelta li sta distruggendo. La scelta di muoversi in direzioni diverse è l'unica che li può e ci può salvare. E tutti la possiamo fare.



Giorgio Salvetti

Fonte: Il Manifesto



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mercoledì, 21 ottobre 2009

ATTACCO AL LAVORO: IL NUOVO CONTRATTO DEI METALMECCANICI

 

Con l’accordo separato di ottobre fra i sindacati [ormai definibili a pieno titolo “gialli”] Fim-Cisl e Uilm-Uil e la Federmeccanica per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, l’attacco ai diritti e al potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti si precisa in termini di “profondità” e di gravità.

La questione, è meglio precisare subito, non riguarderà soltanto i lavoratori del settore metalmeccanico, il loro contratto, i loro diritti e le loro prospettive di tutela sul posto di lavoro, ma nel prossimo futuro riguarderà direttamente anche tutti gli altri lavoratori dipendenti, perché è chiaro che il Ccnl dei metalmeccanici funge da banco di prova per far pagare interamente il conto della crisi e il costo della cassa integrazione guadagni, non certo alla Grande Finanza e all’Industria Decotta – che hanno pesanti responsabilità in ordine alla crisi italiana –, ma ai già miseri e fiscalmente tartassati redditi da lavoro dipendente e rappresenterà una tappa importante, decisiva per giungere, alla fine della fiera, ad avere campo libero in materia di licenziamenti e di eventuali, nuove assunzioni.

Anzi, dopo le ondate di disoccupazione che è ragionevole aspettarsi anche nel 2010 – primo anno di vigenza di tale contratto – eventuali assunzioni, o riassunzioni, potranno avvenire a condizioni decisamente favorevoli per il Capitale e punitive per il Lavoro, consentendo una piena “ristrutturazione” di ciò che rimarrà in piedi del sistema produttivo italiano, ri-mercificando pienamente il lavoro senza più difese e procedendo sulla via della modificazione dell’ordine sociale, nel senso di una “brasilianizzazione” a piè sospinto della società italiana con la concentrazione di ricchezza, potere e “prestigio sociale” [i classici, maxweberiani differenziali di classe] interamente nelle mani di pochi.

Assieme ad una parte economica miserrima, che determinerà per i prossimi tre anni peggioramenti significativi nelle condizioni di vita materiali di tutti i lavoratori metalmeccanici, i sindacati “gialli” firmatari hanno permesso l’applicazione di una subdola tecnica dilatoria, grazie alla quale le tranches maggiori di aumento scatteranno a partire dal 2011 ed hanno sottoscritto l’introduzione e l’attivazione del così detto “Ente bilaterale”, o meglio dell’Organismo bilaterale nazionale per il settore metalmeccanico e della installazione d’impianti, finanziato sostanzialmente dai contributi [in parte consistente dei lavoratori] stabiliti dallo stesso Ccnl.

Entrando brevemente e da non “esperti” nel merito della parte economica, si nota che l’aumento medio – per la 5a categoria – è di 110 euro lordi, di cui soltanto 28 euro lordi corrisposti per il 2010 [a far data dal primo gennaio], mentre al primo gennaio 2011 arriveranno 40 euro e il primo gennaio 2012 42 euro.

Se pensiamo che una buona parte del milione e mezzo di lavoratori metalmeccanici è inquadrata in 3a categoria, per moltissimi gli aumenti lordi saranno ancora inferiori, rasentando cifre insignificanti, inferiori persino a quelle della social card tremontiana: 24,15 euro con la prima tranche, 34,50 con la seconda e 36,23 con l’ultima.

Una sorte migliore non avranno coloro che sono inquadrati nella 7a categoria, poiché del lordo totale pari a 144,38 euro per il prossimo triennio, nel 2010 vedranno soltanto 36,75 euro.

Con l’accordo separato per il Ccnl metalmeccanico si costituisce altresì un Fondo di sostegno al reddito ad adesione volontaria, che dovrebbe essere impiegato a favore di quei lavoratori che subiscono riduzioni di reddito per periodi prolungati, al quale oltre alle imprese contribuiranno con un euro mensile di prelievo [versamento a gennaio 2013] i lavoratori che vi avranno aderito.

Sullo sfondo si staglia l’ombra della [mitica] contrattazione di secondo livello, probabile ultima spiaggia per integrare con qualche spicciolo questo possibile, futuro e pessimo Ccnl, pensato per affossare più che sostenere il “potere d’acquisto” dei metalmeccanici.

Ipocritamente, nel testo dell’accordo-truffa si pone l’accento sugli agognati Premi di risultato e sui “sistemi incentivanti”, opportunamente defiscalizzati [ad evidente vantaggio del Capitale], perché in realtà si vuole favorire l’estensione delle voci variabili stipendiali, in progressiva sostituzione delle componenti fisse della retribuzione che sole possono garantire al lavoratore dipendente un reddito non soggetto ad incertezza.

Il nocciolo della questione – vista in prospettiva – è che si vuole “scardinare” la contrattazione di primo livello, fingendo di esaltare il merito, la produttività, l’introduzione generalizzata di sistemi incentivanti con la contrattazione aziendale, ma puntando subdolamente al terzo livello di contrattazione, quello che maggiormente esalta il potere e la forza del Capitale davanti al Lavoro, e che “lascia solo” il lavoratore, ormai atomizzato, nella condizione di in-dividuo con poca o nessuna tutela effettiva, davanti alla parte più forte.

I prossimi tre anni saranno dunque anni molto duri, e questo anche per gli stessi iscritti ai sindacati “gialli” firmatari, la Fim-Cisl e la Uilm-Uil.

Ma la cosa che risulta evidente a tutti coloro che sono in buona fede, è che questo accordo è stato fatto senza la Fiom-Cgil, presente alle trattative soltanto con un osservatore, e, di fatto, è stato siglato dalle “parti sociali” in perfetta concordia, contro il sindacato più rappresentativo dei lavoratori del settore, con il placet del governo Berlusconi e con il silenzio compiacente del cartello elettorale del Pd.

Se si trattasse soltanto di manovre per emarginare la Cgil ed in particolare la Fiom al suo interno, visti come avversari “politici” per la supremazia nel mondo del lavoro dipendente, la cosa sarebbe forse un po’ meno grave di quanto è in realtà, perché il vero scopo è quello di emarginare i lavoratori tutti, di ridurli a merce “muta”, di impedire che possano partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro.

Non a caso i vertici di Fim-Cisl e Uilm-Uil – gli auxiliares di Confindustria e quinta colonna in questo decisivo attacco al lavoro dipendente – faranno di tutto pur di impedire di far votare l’accordo a tutti i metalmeccanici, come dovrebbe essere e prescindendo dal fatto che siano iscritti o meno ad un sindacato.

Mi è stato fatto notare, da chi ha competenza in queste materie ed esperienza in campo sindacale, che il quadro generale dell’offensiva contro il lavoro dipendente [e gli stessi lavoratori] deve essere ricostruito “mettendo insieme”, come si fa con le tessere sparse di un mosaico da ricomporre, la legge finanziaria del governo, il libro verde di Sacconi, i protocolli di intesa fra i governi e le parti sociali [dal Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo e siglato dalle parti sociali nel lontano mese di luglio del 1993 all’Accordo Interconfederale del 15 di aprile 2009] fino ad arrivare al livello contrattuale, livello in cui l’attacco al lavoro si concretizza e si precisa nelle parti economica e normativa.

Ma questo attacco, partito con la così detta “marcia dei quarantamila” quadri e impiegati della FIAT il 14 di ottobre del lontano 1980, guidata da Luigi Arisio e promossa dalla storica azienda, continuato con il blitz contro la scala mobile e l’adeguamento automatico delle retribuzioni all’inflazione nel giorno di San Valentino, il 14 febbraio del 1984 – in un processo ormai storico che ha determinato la “rotta di classe” della classe operaia, salariata e proletaria e che è giunto quasi a compimento – oggi è rivolto con decisione, approfittando della crisi sistemica, contro il livello contrattuale nazionale ed ancora una volta, nell’affondo finale e conclusivo, in primo luogo contro i diritti dei lavoratori metalmeccanici.

La cosa grave è che tale processo di ri-mercificazione del lavoro e di ri-plebeizzazione dei lavoratori ha trovato una sponda utile in un certo sindacalismo, pur minoritario, che assieme ai diritti dei lavoratori, alla così detta democrazia sindacale [per altro già di per sé insufficiente], sta vendendo, come si faceva nel mondo ellenistico-romano della “villa” con gli schiavi, le persone, le loro famiglie e il loro futuro.

Evidentemente questo frammento di sindacato [CISL e UIL], prono davanti ai voleri della Grande Finanza & Industria Decotta e della politica italiana sistemica che funge da supporto a tali interessi, sta cercando con ogni mezzo e a qualsiasi prezzo di sopravvivere alla “onda d’urto” della distruzione creatrice, scatenata dalla “tempesta perfetta” della crisi finanziaria globale, ed anzi di trarne vantaggio – quale centro di potere autoreferenziale e co-gestore degli “Enti bilaterali” – proponendosi come docile strumento al servizio dei soliti “poteri forti”.

Attraverso l’escamotage degli “Enti bilaterali” si decideranno in futuro assunzioni e licenziamenti, si farà formazione, si “flessibilizzerà” ulteriormente il lavoro e si aumenterà la dipendenza dei lavoratori dalle direzioni aziendali, diminuendo le tutele legali e rendendo il lavoro dipendente in modo sempre più pieno ed evidente una merce, mentre invece è parte, inscindibile dal tutto, dell’esperienza esistenziale delle persone e un loro carattere “istitutivo”.

Non è bastato, dunque, lo scudo fiscale concesso quale regalo e premio alla grande evasione, dalla mafia agli speculatori finanziari, da una certa Confindustria ai trafficanti di droga che muovono centinaia di milioni di euro … la distruzione creatice innescata dalla crisi prevede anche l’attacco al lavoro dipendente e, in ultima analisi, all’Etica stessa, se si concepisce l’Etica come Logos, cioè come razionalità ed equilibrata distribuzione della ricchezza e del potere.

Riflettano su questo brutto e insidioso accordo, dunque, tutti i lavoratori, siamo essi impiegati o operai, iscritti alla Fiom o non iscritti, aderenti ai sindacati “che hanno tradito” o non aderenti, perché il momento storico è grave e solenne, e fra tre anni – alla scadenza del contratto dei metalmeccanici in via di rinnovo – niente sarà più come prima.

Eugenio

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categoria: economia


martedì, 01 settembre 2009

O LA BANCA O LA VITA

 

“O la Banca o la Vita” è un libro scritto da Marco Saba e pubblicato da Arianna Editrice. Rappresenta un testo molto importante nel panorama editoriale italiano; infatti, fornisce un quadro dettagliato, ma di facile comprensione, del panorama bancario nazionale e internazionale.


Il volume è diviso in due parti: nella prima, vengono analizzati gli elementi principali del sistema bancario e finanziario (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Banca dei Regolamenti Internazionali,ecc,); mentre nella seconda, vengono presentati alcuni tentativi concreti di ridare ai popoli il potere di gestire il potere finanziario e monetario (monete complementari e locali).


Quello che emerge dall'analisi dei principali protagonisti mondiali, è che non sono soggetti a nessun vincolo popolare, e che perseguono unicamente gli interessi dei loro proprietari privati, e non a quelli degli individui che sono soggetti al loro potere. Lo si deduce analizzando, per esempio, la struttura della Banca Mondiale, le cui decisioni vengono prese con almeno la maggioranza dell'85% dei voti; ma, visto che gli Stati Uniti ne detengono il 16,4%, è matematico che il parere di Washington sia vincolante su ogni iniziativa finanziaria ed economica a livello mondiale. Lo stesso si può dire per il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l'organo incaricato di elargire prestiti ai paesi in difficoltà economica,o in via di sviluppo. Affinché una nazione possa usufruire di tali fondi, è obbligata ad adeguarsi ai Programmi di Aggiustamento Strutturale, i quali generalmente prevedono selvagge privatizzazioni di settori pubblici strategici, liberalizzazioni dei mercati, apertura alle multinazionali, ecc. E' interessante notare alcuni esempi di tale strategia: il Brasile, dove le banche americane hanno goduto dei soldi del FMI, per rientrare di investimenti pericolosi effettuati nel paese, ottenendo in aggiunta la liberalizzazione dei proficui mercati locali; oppure l'Argentina, dove per far fronte ai debiti con le banche estere, si sono applicate speculazioni finanziarie che hanno portato il paese al collasso, e dove si è assistito al primo fenomeno di privatizzazione delle risorse idriche pubbliche; ecc.


Anche l'analisi dei soggetti bancari non lascia impressioni più rosee. A cominciare dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (“la banca centrale delle banche centrali”), che gode di innumerevoli immunità internazionali per i propri dirigenti; è all'origine della creazione illimitata di denaro senza vincoli; fino ai progetti di “moneta unica mondiale”, attraverso l'unione tra Euro e il nascituro Amero. Altro esempio piuttosto significativo è fornito dalla Banca Centrale Europea (BCE), che pur decidendo le politiche economiche e monetarie dell'intera Unione Europea, è completamente svincolata da qualunque controllo pubblico, rispondendo unicamente ai propri padroni privati.


Fortunatamente, esistono anche esempi di esperimenti popolari, che cercano di riportare il potere economico e monetario nelle mani delle comunità che producono tali ricchezze. Tali esempi stanno prendendo vita in ogni angolo del mondo (dalla Cina, agli Stati Uniti e l'Europa, per finire al Brasile) e hanno ormai già qualche anno di vita e di successi. Quelli più interessanti per noi italiani, sono le monete locali e/o complementari all'Euro, che stanno già circolando nel territorio nazionale. E' giusto ricordare il progenitore di tali esperimenti: il SIMEC, ideato e realizzato dal compianto Prof. Giacinto Auriti, all'epoca perseguitato (stranamente!!!!) dalla magistratura. Oggi, sono numerose le monete locali in circolazione, il TAU a Lucca, il KRO a Krotone, l'ECOROMA in alcune circoscrizioni della capitale; e vi sono anche progetti che stanno assumendo dimensioni nazionali, come quello dello SCEC. I vantaggi che offrono tali sistemi alternativi sono due: evitano di far guadagnare enorme cifre alle banche centrali, tramite il signoraggio; e, dall'altra parte, ridanno alle comunità locali il controllo sulla propria vita economica e monetaria, lasciando la ricchezza là dove viene prodotta, senza che finisca nelle tasche delle multinazionali.


“O la Banca o la Vita” è un libro interessantissimo e da leggere assolutamente, sia per avere un quadro ben preciso di come funzionano i sistemi bancari e finanziari globali, sia per capire che le soluzioni per combattere lo strapotere dei grandi cartelli globali esistono, e che ognuno di noi, lavorando all'interno della propria comunità, può fare qualcosa di costruttivo a riguardo.


Manuel







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giovedì, 06 agosto 2009

LA INNSE E LA VIA DI USCITA DALLA CRISI

 

La situazione della INNSE è veramente assurda, ma esemplare della situazione del capitalismo italiano attuale; ma, al contempo, offre una via di fuga concreta dalla crisi economica, e sociale, del mondo occidentale.


Questa incredibile vicenda inizia il 31maggio dell'anno scorso, quando il neo-padrone della ditta, tale Silvano Genta, invia le raccomandate di licenziamento agli operai, aprendo la procedura di mobilità; ciononostante, i lavoratori forzano i cancelli aziendali chiusi e riavvino i macchinari, continuando a produrre. Sebbene la decisione del Sig. Genta di chiudere potrebbe far credere che l'azienda sia in crisi, gli operai non solo producono, ma incontrano i clienti e producono utili. Non solo gli operai autogestiscono l'azienda, ma sono anche costretti a presidiarla giorno e notte, per paura che venga loro nuovamente impedito l'accesso ai capannoni. Il 25 agosto, tutti gli operai vengono ufficialmente licenziati, e nonostante la volontà di un imprenditore bresciano di rilevarla, la INNSE viene messa in liquidazione; non solo, nonostante le rassicurazioni della proprietà, circa il pagamento del preavviso, il 10 settembre, giorno di paga, gli operai non ricevono un soldo. La risposta è il presidio e l'occupazione a oltranza dello stabilimento, per poter continuare a lavorare; questo dura fino al 17 dello stesso mese, quando arriva la polizia che caccia con la forza gli operai dal proprio posto di lavoro. Da quel momento è cominciato un tira e molla tra gli operai che si sono radunati stabilmente davanti ai cancelli della fabbrica e la proprietà, che agisce tramite la polizia in assetto anti-sommossa, che è arrivato alla crisi di questi giorni. Al momento, dato che Genta ha messo in liquidazione l'azienda, il tribunale di Milano ha ordinato il sequestro e la vendita dei macchinari; al contempo, gli operai, rivendicando il fatto che i clienti continuano a ordinare la merce, chiedono semplicemente di continuare a lavorare. Di fronte alla volontà della polizia di portare via tutti i macchinari, 5 operai si sono chiusi dentro il capannone, riuscendo, al momento, a bloccare l'operazione di smantellamento.


Come mai il padrone ha venduto un'azienda che autogestita dagli operai produce utili? Semplice, i capannoni della INNSE sono gli ultimi rimasti della zona industriale in cui sorgono, una volta smantellati, il terreno può essere venduto per speculazioni edilizie, che in occasione del prossimo Expo si Milano, cominciano a moltiplicarsi. La situazione è veramente di una gravità inaudita; un momento di crisi economica, nel quale i lavoratori continuano a finire in cassa integrazione e a cadere nelle fauci della precarietà, nel silenzio totale della classe politica, che si presenta solo oggi al fianco degli operai, solo per finire in tv, un'operazione di speculazione edilizia sta cancellando il diritto al lavoro, e alla dignità, di decine di famiglie di lavoratori. Ancora una volta, andrebbe ricordato a tutti, che secondo la tanto sbandierata Costituzione, “l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, e che la proprietà privata va tutelata solo in quanto utilizzata per il bene sociale; da nessuna parte appare scritto che la speculazione edilizia a favore di un unico capitalista possa calpestare il dettato costituzionale, e i principi che lo ispirano.


Aldilà della tragicità della situazione contingente, gli operai della INNSE stanno fornendo al Paese l'unica soluzione possibile di uscita dalla crisi economica e finanziaria attuale: la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione delle imprese. Una volta che l'azienda è stata sottratta alla gestione, incapace o truffaldina non sappiamo, del padrone, si sono “miracolosamente” rivisti gli ordini da parte dei clienti, e con essi gli utili. La decisione di privilegiare la speculazione edilizia, rispetto al lavoro e alla dignità della classe lavoratrice, è l'ennesima dimostrazione di incapacità e malafede della classe imprenditoriale italiana. A questo punto, la soluzione non può passare da fondi pubblici che finiscono solo col premiare le banche e i capitalisti; cioè proprio coloro che hanno costruito l'attuale drammatico scenario. Bisogna portare i lavoratori all'interno delle “stanze dei bottoni” delle aziende, espropriando e socializzando- ovviamente senza alcun “risarcimento”- quelle a rischio di chiusura, o che hanno già avviato le procedure di mobilità o, addirittura, che si trovano in fase di liquidazione.


Nel frattempo, è fondamentale che ognuno di noi, con i mezzi che ha a disposizione, sostenga la lotta degli operai della INNSE, e che inciti tutti i lavoratori nella loro stessa situazione a non arrendersi e a lottare.


Per chi vuole contribuire alla lotta degli operai della INNSE, può consultare la loro pagina su Facebook, oppure visitare il loro blog: http://www.myspace.com/presidioinnse


Manuel

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giovedì, 25 giugno 2009

LA CRISI E LA CRITICA DELLA RAGIONE ECONOMICA- I PARTE

Questa instabile primavera porta con se la perturbabilità del clima e la cangiante opinione dei più sull'andamento della crisi economico-finanziaria internazionale. Tramite i media, ci si sforza di comunicare che il peggio sarebbe passato. Non siamo in grado di prevedere il futuro e non ci presteremo al gioco superficiale di confutare o corroborare questa tesi con un pregiudizio ideologico. Quello che è certo, è l'acquiescienza generale a proseguire sulla strada interrotta. Da sinistra a destra, non emerge il dubbio sulle cause, e quindi sul  modello stesso del primato economicista della modernità. Il sistema politico, economico e culturale si sta sbracciando per offrirci un'immagine benevola di sé. Per convincerci che, in fondo, l'unica possibilità che abbiamo non è immaginare un futuro diverso, ma seguitare ad affidarci alla sua forza intrinseca e a fare il tifo  per la risalita del PIL e delle Borse, collaborando di buon grado a uscire dalle secche, in cui questo modello di sviluppo si è incagliato. Insomma, pare che convenga proprio a tutti fare finta di nulla, fare finta che nulla sia successo e continuare daccapo come prima.

In controtendenza, lo spirito critico e non conformista deve invece protendere e oltrepassare ciò che è dato. Costituire “nuove sintesi” di pensiero capaci di interpretare un vero cambio di paradigma. E' palese, a ogni coscienza intellettualmente onesta, che le categorie date non reggono la transizione tardo-moderna e l'annesso deserto nichilistico: questa è la sostanza concettuale su cui confrontarsi per formulare ipotesi teoriche coerenti e rigorose e necessarie per risultare credibili nella critica all'egemone modello liberistico.

In tal senso, vorremmo porre una riflessione specifica sull'approccio antiutilitarista nel rapporto tra economia e ambiente. Questo, al fine di individuare quello che a noi appare contraddizione centrale del determinismo della modernità: la divaricazione tra cultura e natura. Tale antinomia permane, e anzi si espande con connotati drammatici e incalzanti, ponendosi come discrimine forte, in questo caso sostanzialmente ideologico, per chi intende scegliere la critica all'esistente quale posizione culturale, sociale ed esistenziale.

L'antiutilitarismo- si pensi a Serge Latouche- indagando sulla genealogia dell'economicismo non può che intrecciarsi con quella parte minoritaria e misconosciuta del pensiero ecologista. Il reinserimento dell'economia nel sociale, la risacralizzazione del vivente e il conseguente reincanto del mondo, sono punti di riferimento condivisi, che d'altra parte assumono un sano realismo antiutopistico nel negare sia la razionalizzazione dell'ambiente ridotto a risorsa econimca, che l'idilliaco rispetto dell'incontaminato. Solo un equilibrio è possibile, tra cultura e natura: lo sbilanciamento per una delle parti in causa rafforza la vettoriale dialettica progresso/reazione a scapito della ciclicità, del senso del limite dell'armonico, che si incarna nel valore della giustizia condiviso nel bene comune. La critica dell'esistente non può identificarsi con la negazione della realtà, patologia genetica e germinalmente totalitaria degli ideologismi positivi, sia idealistici che materialistici.

Nella produzione e nella soddisfazione dei nostri bisogni, “ovviamente” materiali, si inventa la felicità edonistica, la quale può rendersi collettiva solo nella concorrenza tra i soggetti che tentano di massimizzare i loro interessi. Ecco allora l'utopia di una “armonia naturale”, che in realtà della natura fa vedere quello che le conviene, vera “mano invisibile”, che concilia provvidenzialmente la conflittualità degli interessi. Questo è il più potente determinismo storico costituente la civilizzazione occidentale. La diffusione del mercato porta con sé la “mano invisibile” che elimina conflitti e antagonismi tra Occidente e Terzo Mondo, e via discorrendo; ma, ammesso e non concesso che le cose non stiano così, con la crisi verticale delle ideologie critiche fondate su una base economicista dell'esistente, può questa carismatica “mano invisibile” eliminare anche i conflitti d'interessi tra gli uomini e la natura?

Evidentemente no. I mutamenti climatici, piuttosto che la degenerazione immunitaria e lo sfaldamento dell'autonomia organizzativa dei sistemi naturali, indicano che la mercificazione dell'esistente può piegare tutto, tranne la compiutezza del vivente, l'omeostasi fisio-bilogica, il climax bioetico. La falsificazione economicista deve, quindi, essere smascherata e combattuta nelle sue conseguenze pratiche sull'ambiente naturale a partire dai suoi stessi principi fondativi, simbolico-culturali, ancor prima che concreti e razionali.

 

Una crescita senza fine

L'idea di una crescita senza fine e di un progressivo arricchimento delle condizioni di tutti i popoli della Terra, è stata introdotta ufficialmente nel mondo dal discorso d'insediamento del presidente statunitense Truman, il 20 gennaio 1949. Fu lui, al comando della più imponente potenza economica mai apparsa sul nostro Pianeta, a parlare per la prima volta di sviluppo come gioco globale a “somma positiva”, e in quel preciso istante tre miliardi di abitanti della Terra diventarono di colpo “sottosviluppati”. Cinquantatré anni dopo, la civiltà occidentale è ancora fondata su quell'assunzione, ma le condizioni oggettive in cui si trova il nostro Pianeta ne hanno già da tempo segnalato il fallimento. La fede nel progresso e nella tecnologia supporta il “culto dello sviluppo”, e gli economisti sono i grandi sacerdoti di questa nuova religione positiva e razionale, che accompagna l'espansione senza precedenti dell'Occidente. Il potere di autorigenerazione della natura è stato rimosso, distrutto a beneficio di quello del capitale e della tecnica. La natura è stata ridotta a un serbatoio di materia inerte, ad una pattumiera. La globalizzazione sta completando l'opera di distruzione dell' “oikos” planetario; infatti, la concorrenza spinge i Paesi industrializzati a manipolare la natura in modo incontrollato, e i Paesi in via di sviluppo, stretti nella morsa debitoria, a esaurire le risorse non rinnovabili. Con lo smantellamento delle regolamentazioni delle sovranità politiche, non c'è più limite all'abbassamento dei costi in un gioco al massacro tra i popoli e a detrimento della natura che li sostiene. Nell'agricoltura, l'uso intensivo dei concimi chimici e di pesticidi, l'irrigazione sistematica, il ricorso agli organismi geneticamente modificati, hanno per conseguenza l'impoverimento dei suoli, il prosciugamento e l'avvelenamento delle falde freatiche, la disertificazione, la diffusione dei parassiti indesiderabili, il rischio di devastazioni microbiche. Tutti i Paesi sono coinvolti in questa spirale suicida; ma, nel Terzo Mondo, essendo in gioco la sopravvivenza biologica immediata, la riproduzione degli ecosistemi è completamente sacrificata.  Si pensi che, per esportare il legname, la foresta tropicale sta sparendo (Camerun, Indonesia, Papuasia-Nuova Guinea) con l'annessa conseguenza di un'erosione accelerata dei suoli e di un aggravamento delle inondazioni (come quelle del Mekong e affini).

In pratica, ciò che viene comunemente inteso dalle economie occidentali come “sviluppo” è una ingannevole allucinazione, un drammatico fallimento. Due motivi di questo fallimento sono facili da intendere e riassuntivi della contraddizione del termine: l'insostenibilità sociale e quella ambientale. L'emergenza sociale è rappresentata dal cumulo di violenza compressa che sta montando nel mondo, spesso riconducibile alla reazione degli indigenti prodotti dall'occidentalizzazione del mondo, che, con un processo ineludibile, prima li cattura e poi li esclude; quella ambientale è determinata dalla limitatezza delle risorse della Terra, oggi egemonizzate da un 20% scarso dell'umanità. Se, per una sorta di miracolo, si riuscisse ad annullare la prima emergenza, cioè il libero mercato planetario riuscisse a distribuire a tutti gli abitanti della Terra l'accesso ai consumi, immediatamente la seconda emergenza si farebbe terminale e apocalittica. Si pensi ad esempio all'effetto serra: a meno che gli scienziati non vogliano smentirsi in nome delle “magnifiche sorti e progressive”, noi tutti viviamo grazie a una biosfera che è in grado di assorbire senza danni 2,3 tonnellate annue pro capite di emissioni di diossido di carbonio; ma, ogni cittadino americano ne produce 20 all'anno, ogni tedesco 12 e ogni italiano 10. A noi non risulta che nei programmi dell'OCSE sia prevista una riduzione del 900% dei consumi dei cittadini americani, oggi necessitati a ciò dalla crisi (né per i tedeschi del 500% e del 400% per gli italiani); risulta quindi evidente che la somma del gioco globale della globalizzazione, chiamato eufemisticamente “sviluppo”, è a somma zero, anzi continuerà limitatamente nel tempo fino a che verranno mantenute esclusi, in forme eminentemente violente, i quattro quinti dell'umanità dal modello occidentale, che viene loro imposto. Entrambe nascono dall' “oikos” (la casa, l'ambito comunitario, la nicchia), ma ne declinano interpretazioni opposte. Aristotelicamente, l'economico si limita a essere supporto dell'esistenza del comunitario, l'economico moderno ne ribalta il concetto e si rende autonomo, autoreferenziale, nell'accumulo di sé (crematistica). In tal senso, gli ecologisti coerenti risultano critici dell'economia come teoria e nemici nella sua pratica.

L'economia della modernità si poggia concettualmente sull'utilitarismo e sul mercantilismo. Sempre in nome del paradossale rapporto tra economia e natura, i Fisiocratici incentrano la teoria dello sviluppo economico sulla fertilità naturale, mutuandone il libero dispiegarsi. Malauguratamente, confondendo la fertilità naturale con la produttività dell'attività umana, i Fisiocratici, invece di mantenere l'economia iscritta nella biosfera e di accettarne e studiarne i limiti, formuleranno la definitiva autonomia della sfera economica mistificandola come “organismo naturale”.

Lo stesso liberismo degli economisti classici espone una natura limitata e avara, ma per disporre simbolicamente del vero grimaldello edonistico economicista: la scarsità. La natura ostile è spogliata di valore intrinseco. Strumento di emancipazione umana, la scarsità naturale non verte sui limiti delle materie prime e delle fonti energetiche, quanto sulla necessità della loro trasformazione con un lavoro che si fa morale e una tecnica strumentale, che si rende fine etico. In tal modo la natura è fuori dall'economia. Adottando il modello della meccanica classica newtoniana, l'economia esclude l'irreversibilità del tempo. I modelli economici si svolgono in un tempo meccanico e reversibile; essi ignorano l'entropia, vale a dire la non reversibilità delle trasformazioni dell'energia e della materia. Essendo sparito ogni riferimento a qualunque substrato biofisico, la produzione economica non si confronta con alcun limite ecologico. La conseguenza è uno sperpero incosciente delle risorse rare disponibili e una sottoutilizzazione del flusso energetico solare, in tutte le sue ricadute organolettiche. I rifiuti e l'inquinamento, pure prodotti dall'attività economica, non rientrano nelle funzioni della produzione, così nulla si oppone più alla realizzazione, da parte della tecno-scienza e dell'economia, del programma di dominio e di sfruttamento totale dell'universo. Su questo piano inclinato, le varianti redistrubitive, collettivistiche e autoritarie, mutano la forma, ma non la sostanza nichilistica della modernità.

Non da meno, le proposte “deboli”, che animano la parte maggioritaria dell'ambientalismo progressista, si concentrano sull'ossimoro dello “sviluppo sostenibile”, che ha obbligato gli economisti, sulla spinta dell'evidenza, ad un aggiornamento della loro disciplina e ad includere l'impatto sull'ambiente naturale dei loro modelli. In tal modo, l'economia “ecologica” è lungi dal rimettere in discussione la logica utilitaristica, che è la vera fonte della negazione della natura. La ciclicità del vivente, il debito nei confronti della natura e la misteriosa solidarietà della specie, sono ridotti a dispositivi tecnici, che trasformano l'ambiente naturale in un meccanismo materialistico energetico finalizzato dalla ragione strumentale della modernità. La stessa logica giunge alla tassazione dell'inquinamento per reindirizzare virtuosamente l'allocazione delle risorse. Su tale strada, i potentati economici hanno determinato il delirio dell'ultimo trattato internazionale sulle emissioni gassose, che consente di ridistribuire l'inquinamento, acquistando quote territoriali di discarica, indipendentemente dalle proprie produzioni (cioè il diritto di inquinare). Rimane però il problema nelle cause e non negli effetti, in un universo fisico comunque limitato. La credenza dell'inesauribilità delle risorse naturali, su cui poggia il modello industriale di sviluppo sostenuto dagli economisti, è crollato, mentre i sotto-prodotti deleteri della produzione minacciano la sopravvivenza stessa della nostra specie. Qualunque sia il grado di arbitrarietà apocalittica sulle attuali compatibilità ecologiche con la civilizzazione industriale, nessun interlocutore intellettualmente onesto può misconoscere che la devastazione della natura corrode definitivamente i benefici dello sviluppo. Questo si iscrive nell'idea che il capitale artificiale può sostituirsi a quello naturale, semplicemente conviene dargli un prezzo per assicurare la ricostituzione del suo equivalente. Già a Manhattan, nei caffè rumorosi si possono comprare tre minuti di silenzio acquistando una cassetta vergine. Analogamante, negli incroci di Città del Messico, si compra l'ossigeno delle maschere antigas. Una scansia del supermercato degli orrori, dove cerchiamo con raccapricciante scontatezza l'acqua in bottiglia, piuttosto che gli uteri in affitto o gli organi per sempre più eterogenirici trapiantati; tuttavia, la materia prima di tutte queste manipolazioni rimane ancora un insopportabile dono della natura, dotato di proprietà naturali non inventabili dalla tecnoscienza. La scomparsa di specie vegetali e animali selvagge non ferma la biopirateria, gli OGM, i comportamenti predatori. Questo è il paradosso col quale si scontrano i trust agro-alimentari e farmaceutici nella loro prometeica impresa di integrale colonizzazione e artificializzazione del vivente.  Distruggono la biodiversità propagandandone sul mercato solo i geni utili, ma hanno bisogno di accedere al patrimonio originario in esaurimento. La “sostenibilità” quindi è la mistificazione ultima del modello utilitaristico. Nulla ha a che fare con la natura in sé, ma corrisponde a un calcolo economico implacabile. Acquistare quote di inquinamento nel Terzo Mondo stimolerà il suo sviluppo. Meglio morire di cancro che morire di fame. In realtà, entrambi i fattori sono destinati a svilupparsi, questi sì senza limiti, per i motivi sopra esposti, a dimostrazione che razionalizzando l'ecologia si cede il dominio all'economico alimentando la contraddizione tra sviluppo e natura.

 

Eduardo

Fonte: Italicum

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giovedì, 28 maggio 2009

TORNA IL PRIMATO DELLA POLITICA, TRAMONTA L'ERA DEI BANCHIERI

In tutto il mondo è recessione e c’è il rischio non ipotetico che si trasformi in depressione, non certo prolungata, perché gli interventi dei governi già in atto e quelli che sono in gestazione alla fine produrranno qualche effetto propulsivo.
Sugli uni e sugli altri, per ovvie ragioni, non è possibile in questa sede soffermarsi. Preme osservare però che senza dibattiti, senza piani programmatici e senza clamori, si è tornati ad applicare, sia pure in modo frammentario, la nazionalizzazione di alcuni colossi bancari e assicurativi, ma si è anche aperta la strada per interventi senza fine, perché ora è la volta dei colossi dell’automobile, poi toccherà al tessile e a tutte le altre classi di industria, alimentare compresa, per finire alla moda e al turismo.
Non si deve dimenticare infine l’agricoltura, tanto bistrattata e pur così utile, anzi indispensabile. Altrettanto occorrerà fare per l’edilizia residenziale, contraddistinta ormai dall’invenduto, che minaccia il fallimento di molte piccole imprese. Allargando il concetto espresso da Marchionne, a.d. della Fiat a proposito dell’auto, è il caso di dire" gli aiuti o a tutti, o a nessuno".

Tra inflazione e deflazione
Così dagli Stati Uniti all’Europa occidentale e poi a quella orientale per finire in Asia fino in Giappone, la crisi potrebbe involgersi in inflazione galoppante se occorrerà stampare moneta per salvare senza risanamento imprese decotte. Se poi gli intereventi saranno, come appare, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, non sarà possibile evitare la depressione con milioni e milioni di persone in piazza, dai disoccupati, alle casalinghe e ai pensionati, a reclamare giustamente la propria parte di aiuti.
Intanto oltre alla recessione, si notano i primi segni di deflazione, ovvero il ribasso dei prezzi dei beni, non perché è aumentata la produttività del lavoro, ma per poter smerciare l’invenduto che si accumula nei magazzini.
L’invenduto inizia ad affliggere non soltanto l’industria automobilistica, ma anche il settore delle abitazioni, i cui prezzi erano saliti alle stelle a causa della speculazione selvaggia.
La strada dell’aiuto pubblico, piccolo o grande che sia, chiama in causa la burocrazia, che salvo in pochi fortunati paesi, è lenta, occhiuta, senza elasticità e in Italia non ha rispetto per il cittadino. In Europa occorre inoltre sottostare alla burocrazia di Bruxelles, che per creare carte inutili, ma sempre costose, non ha concorrenti.

Invece degli aiuti, un ribasso fiscale

Anziché sotto forma di aiuti, l’intervento pubblico, nel quale il governo italiano non è stato secondo a nessuno, sarebbe più efficace se attuato sotto forma di un ribasso, sia pure graduato, della pressione fiscale che grava sui cittadini e sulle imprese. In Europa questa pressione è elevata e in Italia è punitiva, perché mancano adeguati servizi e nel suo impiego è fonte di sperperi.
L’intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l’effetto di rimettere in moto la spesa privata, ossia la domanda, dai cui sviluppi dipende l’andamento dell’offerta di beni e servizi. Tutti, lavoratori e imprese, potrebbero avere tramite la riduzione della pressione fiscale maggiore potere d’acquisto immediatamente spendibile.
In Europa si è avuto paura di detassare le tredicesime, perché sembra più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht di infausta memoria, che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
L’altra leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito, la cui efficacia inizia già dal loro annuncio. Nell’eurozona si ha il timore di incrementare il debito pubblico e di non rispettare il vincolo ragioneristico di Maastricht e quindi i governi sembrano condizionati da un Trattato che pochi mesi dopo la sua operatività molti Paesi non avrebbero più approvato.
Oggi i vincoli di Maastricht debbono essere radicalmente rivisti e lo statuto della Banca centrale europea deve essere modificato, se vogliamo salvarci da altri disastri. Non ci dobbiamo preoccupare di un aumento del debito pubblico e del disavanzo annuale, perché l’uno e l’altro possono essere ricondotti a valori accettabili in seguito all’aumento del gettito tributario, che a parità di aliquote fiscali, scaturisce dal maggior reddito prodotto dai lavori pubblici.
I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste, in barba agli stregoni della finanza, creativa di bolle speculative.
In Italia, ad esempio, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, che oggi sono solo fonte di spesa e non di guadagno, e di cui spesso è decaduta l’ originaria destinazione, come per tante caserme, oggi inutilizzate anche perché superate dalle moderne esigenze.
Il governo ha già detto che potrà recuperare molti fondi fino ad ora inutilizzati e quindi spenderli nel più breve tempo possibile per avviare i lavori pubblici. Però bisogna fare presto e bene.

La lezione del ‘29

Durante la crisi 1929-1932 l’immobilismo dei governi fu la norma, perché c’era cieca fiducia che le libere forze di mercato avrebbero aggiustare da sole i mali prodotti, e che si potesse così riprendere rapidamente la via della ripresa economica. Invece, contrariamente a quanto diceva il presidente repubblicano uscente Hoover, il libero mercato si avvitava su sé stesso, facendo lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile. Come è noto, le elezioni del novembre del 1932 furono vinte dal democratico Roosevelt, che promise un intervento pubblico massiccio per fermare la depressione e per instaurare un nuovo ordine economico che consentisse una più equa distribuzione della ricchezza nel contesto di una certa stabilità economica. Nel 1933 prese il via il new deal (nuovo metodo), il cui svolgimento fu un compito immane, perché richiese, tra l’altro, la svalutazione del 40,9 per cento del dollaro, effettuata nel 1934, conseguente alla fissazione del prezzo dell’oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino e la ricostituzione delle riserve delle banche in modo che potessero riprendere a erogare il credito commerciale.
Nel 1934 i valori di borsa erano scesi al livello del 1924, allorché era iniziata la folle bolla speculativa, scoppiata poi nel 1929.
L’opposizione alla politica di intervento statale portò nel 1936 al giudizio di incostituzionalità espresso dalla corte suprema degli Stati Uniti nei riguardi del National Industrial Recovery Act e dell’Agricolture Adjustment Act, ma intanto la ripresa era già in atto e produceva i suoi frutti.
In quell’anno, il 1936, l’economista John Maynard Keynes formulava nella sua opera Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, la tesi dell’intervento pubblico con investimenti onde aumentare il reddito nazionale. Non disse che aveva messo in teoria quello che concretamente avevano fatto Roosevelt, Hitler, Mussolini e Stalin, ognuno a suo modo, ma sempre tramite l’intervento pubblico, avevano vinto la depressione e la disoccupazione. Purtroppo molti interventi erano mirati alla politica degli armamenti, conseguenza diretta della grande crisi economica del 1929-1932. A far data dalla fine del 1935 si verificò la guerra in Etiopia, seguita dalla guerra civile in Spagna, dalla guerra cino-giapponese, dall’aggressione alla Polonia e infine dalla seconda guerra mondiale. Auguriamoci che la storia non si ripeta.

La strada delle nazionalizzazioni

Oggi, forti dell’esperienza, i governi hanno preso i primi provvedimenti per evitare l’avvitamento economico e altri ne dovranno prendere. Meglio essersi mossi anche in modo non molto felice, piuttosto che stare fermi a guardare lo snodarsi degli accadimenti.
Ma i governi hanno il dovere di guardare in avanti, ossia di programmare l’uscita dalla crisi e la ripresa economica. Presi quasi alla sprovvista, nonostante la crisi fosse stata annunciata da tempo, i governi non sono riusciti a escogitare manovre congiunte a livello internazionale. Così è stata imboccata la strada delle nazionalizzazioni e proprio nel paese, gli Stati Uniti, il più avverso all’intervento pubblico.
Si è iniziato con il settore bancario, che è stato indotto ad abbandonare la banca universale, una volta detta banca mista, lasciando al settore pubblico la cura del credito a medio e a lungo termine, come era accaduto in Italia con la riforma bancaria del 1936, e buttata anni fa nel cestino per seguire la moda del mercato, che lasciato libero a sé stesso è diventato speculativo e ha prodotto il disastro che è sotto gli occhi di tutti.
In modo confuso tutti i paesi hanno riscoperto il primato della politica sull’economia e anche e soprattutto sui banchieri centrali, che da tempo, almeno nell’eurozona, si erano sostituiti ai parlamenti e ai governi.

L’usurpazione fatta dai banchieri centrali

L’esempio più eclatante di questa usurpazione, verso la quale chi scrive è stato sempre contrario, è stato il Trattato di Maastricht e il sistema di banche centrali facente capo alla Banca centrale europea, dichiarata indipendente, dimenticando il disastro della Repubblica di Weimer.
Ma non si scordino poi le infelici esperienze dal 1971 a oggi dei Serpenti monetari europei e delllo Sme (Sistema monetario europeo). Poi i banchieri centrali ci hanno dato l’euro, l’unica moneta al mondo senza stato, che per questo motivo è stata rivestita di prestigio, con danni rilevanti per l’economia dei paesi dell’eurozona.
Come tante volte detto, la politica della Bce è stata deflazionistica e pertanto ha costretto l’economia a muoversi in un angusto sentiero, mentre il resto del mondo correva.
L’alto prezzo dell’euro ha ostacolato le esportazioni dell’eurozona e per contro ha favorito le importazioni dai paesi che altrimenti non sarebbero risultate convenienti. Inoltre, non ha fuso in unico sistema economico le economie dei vari paesi e per quanto concerne la crisi odierna, la Bce e il sistema di banche centrali non hanno vigilato contro la speculazione.
Un giorno la storia si domanderà se i banchieri centrali europei erano intenti, come dicevano i nostri bisnonni, "a passare le acque a Baden-Baden", centro tedesco di cura e di divertimenti fin dall’epoca romana, oppure a lucidare i lingotti d’oro, oppure ancora a passare il tempo al telefono con gli occhiuti commissari europei all’economia.
In altri tempi tutti questi signori, insieme a quelli d’oltre Atlantico, ivi compresi i burocrati del Fondo monetario internazionale, avrebbero dovuto avere il buon senso di dimettersi. Ma sembra che in questa crisi finanziaria ed economica, che come una valanga si precipiterà sui lavoratori e sulle loro famiglie, nessuno senta il dovere di rassegnare le dimissioni.
Nessuno chiede che seguano l’esempio dei magnati che nel 1929 si gettavano dall’alto dei grattacieli sulla strada sottostante, ma tra la gente è diffuso il desiderio di aiutare tanti banchieri, tanti commissari e tanti esperti a fare le valigie, lasciando ad altri il compito di riparare i danni prodotti dalla loro presunzione.

A quanto ammonta la carta straccia

Stime prudenti indicano che la finanza speculativa ha creato carta finanziaria, il cui valore si avvicina ormai allo zero, per un ammontare di almeno 10 volte il pil mondiale, che in PPA, ossia in parità di potere d’acquisto, è stimato per l’anno scorso in circa 66.000 miliardi di dollari. Una semplice moltiplicazione per 10 ci dà appunto la cifra di 660.000 miliardi dollari.
C’è però chi stima che la massa di carta speculativa sia 24 volte il pil mondiale, ossia in 1.600 bilioni di dollari, essendo il bilione il quadrato del milione, secondo la convenzione matematica internazionale. Si tratta di una cifra che scritta per intero e arrotondata è di difficile lettura a prima vista: 1.600.000.000.000.000 $.
Ma ormai, zero più o zero meno, poco importa. Il danno è stato fatto ed è immenso. I risparmi si sono volatilizzati e le imprese hanno perduto quote rilevanti di capitale.
Ora preme combattere la recessione per non cadere nella depressione e nel contempo occorre evitare che gli stati attraverso parlamenti e governi diventino azionisti di imprese decotte e pagate per buone, come sovente è accaduto in Italia e altrove.
Mentre scriviamo, la crisi dell’auto con il suo indotto è giunta a maturazione in tutto il mondo, fin nel Giappone, che nonostante il tasso ufficiale di sconto sia quasi allo zero, l’economia è da mesi in recessione.
Negli Stati Uniti si assiste agli appelli dei colossi di Chicago e di Detroit per non fallire. Fino al 31 dicembre prossimo comanderà l’amministrazione repubblicana e il suo ministro del tesoro non intende sacrificare i fondi a sua disposizione e destinati a salvare dal fallimento altre grosse banche, per darli all’industria automobilistica, come invece chiedono i democratici.

Obama:scelte  poco rassicuranti

Il nuovo presidente Barak Obama si potrà trovare al momento del suo insediamento di fronte a scelte, che forse non si sognava nemmeno di dover fare e che condizioneranno la sua politica economica e sociale, imperniata durante la campagna elettorale sulla redistribuzione del reddito a favore degli afro-americani e degli ispano-americani.
In attesa di conoscere il Discorso sullo stato dell’Unione di metà gennaio prossimo, si può intanto dire che i primi nomi della squadra di governo non sono molto rassicuranti. Sono le persone dell’amministrazione Clinton, compreso l’allora vicepresidente Al Gore e la signora Hillary Clinton, peraltro molto più intelligente del marito, e per quanto riguarda l’economia si tratta di uomini che inventarono la new economy, come se la old economy, che ci aveva fatto benestanti e grassi fosse da buttare nel cestino.
Non si dimentichi mai che la new economy si concluse con lo scoppio della gigantesca bolla speculativa di borsa, dalla quale prese l’avvio la speculazione sugli immobili, con tutto quello che ne è seguito fino ad oggi.
Forse non tutti ricordano che nei suoi otto anni di mandato il presidente Clinton illuse gli americani, e poi tutto il mondo, che si potesse prosperare con i guadagni speculativi di borsa. Allora ci fu gente che si giocò in borsa la liquidazione, ed altra che contrasse mutui, e con il ricavato comprò azioni e derivati vari.

La responsabilità  dei Paesi avanzati

Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale e anche sotto questo riguardo gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell’economia mondiale. Tutto il mondo è nelle mani di questi paesi, anche la Cina, l’India e la stessa Russia.
Merita rilevare che la popolazione di questi tre paesi è nove volte quella degli Stati Uniti, mentre il loro pil ne è soltanto un quinto.
In particolare, il rapporto tra il pil pro capite degli Usa e quello della Cina si pone come nei valori di 100 a 3 e quello delle rispettive popolazioni sta come 1 a 36.
In economia i divari tra USA e Cina sono ancora abissali, con tutto quello che ne segue per gli aspetti considerati dalla Cia, che fa il suo mestiere. I divari aumentano se si fa riferimento ai paesi del G7, da un lato, e Cina, India e Russia, dall’altro lato.
Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli.
È nell’interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale fondato sul sistema dei cambi valutari fissi.
Un ritorno a Bretton Woods, come si suole dire, per quanto auspicabile sia, non può essere improvvisato, ma richiede oltre alla volontà politica una serie di incontri a livello internazionale per definire le nuove parità monetarie in regime di moneta fiduciaria, essendo impossibile ritornare all’ancoraggio all’oro e le banche centrali farebbero bene a venderlo e con il ricavato ripagare i danni che hanno provocato.
Occorre altresì definire il vincolo del pareggio della bilancia dei pagamenti, includendo anche i movimenti di capitale, che, invece, a Bretton Woods rimasero esclusi. E come allora, il vincolo di bilancia dei pagamenti deve essere elastico, ossia basato sulle tendenze al pareggio delle bilance e non un parametro matematico rigido, come è quello del Trattato di Maastricht sul bilancio pubblico. L’economia non sopporta misure e pesi da farmacista, perché è una scienza sociale, che non può essere retta dalla matematica. In economia quasi sempre due più due fa meno di quattro.
Approfittiamo della crisi per iniziare a rifondare su base politica, coadiuvata dalla tecnica, un nuovo ordine monetario internazionale. Non si dimentichi che dall’abbandono degli Accordi di Bretton Woods nell’agosto del 1971 sono derivati i molti mali odierni, tra cui le ricorrenti crisi petrolifere e quello che è ben più grave l’emarginazione politica ed economica dell’Unione Europea nello scacchiere internazionale.

 

Angiolo Forzoni

www.finanzaitaliana.net

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lunedì, 18 maggio 2009

VIDEO SULLA CRISI ECONOMICA

Giro la segnalazione fattaci dagli amici dell' Arianna Editrice:

http://video.google.it/videoplay?docid=-8937498048104428030&hl=it

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venerdì, 10 aprile 2009

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