mercoledì, 30 dicembre 2009

DA MARX A HEIDEGGER

 

A Karl Marx sono state rimproverate molte cose: il carattere sistematico del suo pensiero, l’economicismo (sensibile soprattutto nei suoi epigoni, giacché in lui il primato dell’economia si situa molto più nell’ordine delle cause che nell’ordine dei fini), la definizione quasi metafisica della classe sociale, l’incapacità di uscire dalla filosofia di Hegel, di cui pretende soltanto di “rimettere sui suoi piedi” l’interpretazione dialettica, la filosofia della storia nella quale il comunismo primitivo prende il posto del giardino dell’Eden e la società senza classi quello della Parusìa, l’atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia (da un lato nemico da combattere, dall’altro classe che ha svolto nella storia un ruolo “eminentemente rivoluzionario”), l’adesione all’ideologia del progresso – ideologia tipicamente borghese anch’essa, come ricorderà Georges Sorel –, che lo conduce a leggere la storia come Rivelazione progressiva e a vedere nella colonizzazione un “progresso della civiltà”, e via dicendo.
Alcuni di questi rimproveri erano senza alcun dubbio fondati. Sarebbe tuttavia perlomeno onesto non screditare il pensiero di Marx riducendolo all’uso che ne hanno fatto coloro che ad esso si sono richiamati (i “marxisti”): a rigore, nessuno sa come Marx avrebbe giudicato Lenin né quel che avrebbe detto del Gulag.
Ci sono almeno due buone ragioni per esaminare in una nuova luce l’opera di Marx. La prima è che il “marxismo” è ampiamente passato di moda, il che consente di parlarne senza passione. La seconda è che i rapporti sociali tipici del capitalismo sono oggi diventati dominanti nel mondo, cosicché le opinioni di Marx tornano in una certa misura ad essere attuali. Trionfando su scala planetaria, il capitalismo infatti non ha solo ritrovato la brutale aggressività che lo contraddistinse nel XIX secolo; sembra altresì avere esaurito i suoi effetti positivi – pur non avendo esaurito il suo ambito di sviluppo. Si è molto criticato quel che Marx ha potuto dire sulla caduta tendenziale del tasso di profitto, rimproverandogli di non avere tenuto conto del carattere produttivo del capitale costante. Ebbene: tutti gli studi disponibili confermano attualmente una caduta del tasso di profitto nei paesi capitalisti. Proprio per rimediare a questa erosione delle redditività del capitale, il capitalismo tende oggi a spezzare tutti gli equilibri sociali nati dal compromesso fordista, a liberalizzare totalmente i mercati finanziari, a integrare i paesi emergenti in una nuova divisione internazionale del lavoro, a scoprire incessantemente nuovi mercati. Da ciò la marcia accelerata verso una globalizzazione sotto l’egida della Forma-Capitale, vera riorganizzazione planetaria dei processi produttivi del valore, che va di pari passo con un ritorno dell’imperialismo (neo)coloniale.
Il vecchio capitalismo pretendeva di soddisfare bisogni espressi dalla domanda, quello nuovo mira a soddisfare desideri stimolati dall’offerta. In ogni caso, il capitalismo si definisce tramite una dinamica di accumulazione per via di espropriazione – una dinamica dell’illimitato –, e per questo motivo non può che estendersi all’intera terra distruggendo tutto ciò che rischia di ostacolare la logica del capitale. Orbene, Marx non ha solamente dimostrato che le leggi economiche, lungi dall’essere “naturali”, sono il prodotto di una storia sociale. Diciamolo chiaramente: sottolineando che il capitalismo mira per natura all’accumulazione infinita del valore, giacché il capitale non è altro che l’astrazione del valore in movimento, egli ha compreso meglio di chiunque altro la natura profonda del capitalismo, la sua essenza prometeica e la sua forza demiurgica. È quel che mostrano la sua analisi della merce e la sua teoria dell’alienazione.
Secondo Marx, il lavoro non è la fonte, bensì la sostanza, del valore. Pertanto è opportuno interrogarsi sull’origine dei valori aggiunti ai valori esistenti. Marx ha assai ben compreso che il problema essenziale non è la proprietà, bensì la merce. In quanto valore, la merce non è che lavoro umano cristallizzato, ma in quanto merce il lavoro diventa qualitativamente un’altra cosa rispetto a quel che era in precedenza. Dietro il duplice aspetto di ogni merce (valore di scambio e valore d’uso) si esprimono da un lato il carattere differenziante del lavoro concreto e dall’altro il lavoro anonimo e astratto che rende eguali tutti i lavori. La forma monetaria rivestita dagli scambi sfocia allora nella reificazione o “cosificazione” (Verdinglichung) dei rapporti sociali, ciò che Marx chiama il “feticismo inerente al mondo mercantile”.
L’alienazione va dunque molto al di là di ciò che la semplice critica socialista denuncia come “sfruttamento sociale”. L’alienazione significa che, nel regno della merce, l’uomo diviene estraneo a se stesso. “Il denaro”, scrive Marx, “riduce l’uomo a non essere che un’astrazione”. Riduce l’essere all’avere, la qualità alla quantità. Quando il denaro, mediatore di tutte le cose, diventa l’unico criterio di potenza, il lavoratore e il padrone, malgrado tutto quel che li contrappone, sono entrambi alienati. Chi non ha denaro è prigioniero di questa mancanza, chi possiede del denaro ne è posseduto.
Ad avviso di Marx, ogni produzione è un’appropriazione della natura da parte dell’uomo in una determinata forma. Il motore della storia, da questo punto di vista, non è tanto l’economia in sé quanto la tecnica, la cui evoluzione modifica continuamente le forme di lavoro, di appropriazione e di produzione. Ma qui Marx resta a mezza strada, perché non si interroga sull’essenza della tecnica. Percepisce la tecnica esclusivamente in senso strumentale, come semplice modalità della praxis, intesa come “lavoro umano”, senza accorgersi che potrebbe ben darsi che la tecnica sia essa stessa il soggetto di cui “borghesia” e “proletariato” non sono altro che predicati. Per pensare veramente la tecnica, e capire che l’essenza della tecnica, in sé, non ha niente di tecnico, bisognerà attendere Heidegger.
Ma sono proprio il pensiero di Heidegger e quello di Marx che si potrebbero comparare. Perché ciò che Marx chiama “Capitale”, Heidegger lo chiama Ge-stell, impadronimento di tutti gli enti in vista della produzione generalizzata, ovvero dispiegamento planetario dell’inautentico. Allo stesso modo, quel che Marx dice del denaro evoca ciò che Heidegger ha scritto sul regno del “si”: da una parte la “falsa coscienza”, dall’altra la “fatticità” (Faktizität). Marx cerca di restituire all’uomo il suo “essere generico”, l’ermeneutica heideggeriana propone invece di far ritorno all’“ek-sistenza”, la quale designa “l’abitazione ek-statica nella prossimità dell’essere”. I due modi di procedere criticano il capitalismo partendo da premesse distinte, ma si raggiungono in uno stesso appello a liberarsi dell’inautentico (Selbstentfremdung).
“Quel che Marx, partendo da Hegel, ha riconosciuto in un certo senso importante ed essenziale, essendo l’alienazione dell’uomo, affonda le radici nell’assenza di patria dell’uomo moderno”, scrive Heidegger (Lettera sull’umanesimo), aggiungendo: “È perché Marx, facendo l’esperienza dell’alienazione, giunge a una dimensione essenziale della storia, che la concezione marxista della storia è superiore a ogni altra storiografia”. Il complimento non è striminzito. Ed è per questo che Heidegger cita come uno dei compiti del “pensiero di là da venire” quello che chiama un “dialogo produttivo con il marxismo”. Cerchiamo di iniziare questo dialogo.

Alain de Benoist

Fonte: www.ariannaeditrice.it

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venerdì, 18 dicembre 2009

INTERVISTA A DE BENOIST

Stefano Vernole: Dr. De Benoist, sono passati 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, quale bilancio possiamo trarre oggi da quegli avvenimenti?

Alain de Benoist: La riunificazione delle due Germanie avrebbe potuto essere l’occasione per una sintesi e un superamento dei due sistemi ma purtroppo non è quello a cui abbiamo assistito. La Germania Est è stata assorbita dalla Germania Ovest e lo stesso si può dire per l’Europa orientale e centrale rispetto al resto del continente. Buona parte dei Paesi dell’Est ha aderito all’Unione Europea nonostante la mancanza di sentimenti europei, con l’obiettivo di mettersi sotto la “protezione” della NATO e ponendosi, quindi, sotto l’influenza statunitense. L’Unione Europea già in passato aveva commesso l’errore di voler costruirsi sull’ economia e sul commercio, anziché sulla base della volontà politica e della cultura. Si è costruita l’Europa partendo dall’alto, dall’apparato tecnocratico, piuttosto che dalla realtà delle regioni e dal principio di sussidiarietà.

Stefano Vernole: Dalla sua riposta mi pare di capire che l’allargamento dell’Europa e l’incontro tra i popoli dell’Est e dell’Ovest non abbia prodotto alcuna simbiosi. Può essere che ancora oggi, a causa della differente mentalità, l’Europa Orientale venga considerata una sorta di periferia dell’Unione Europea, riproponendo lo schema storico Nord-Sud del Pianeta (paesi sviluppati-paesi arretrati)?

Alain de Benoist: Sì, ancora nel secolo scorso le analisi che venivano prodotte tendevano a confondere i due piani e si basavano su due assi, quello Nord-Sud e quello Ovest-Est del Pianeta. Ovviamente non si può parlare di simbiosi, perché i popoli dell’Europa Orientale sono passati da un estremo all’altro. Finito il sistema d’influenza sovietico, essi sono stati pressati e poi inghiottiti dal sistema d’influenza nord-americano, assorbendo i lati più negativi dell’Occidente. Inoltre, l’arrivo massiccio dei Paesi dell’Est all’interno dell’Unione Europea ha avuto come risultato paradossale l’indebolimento e non il rafforzamento dell’Europa. Le istituzioni europee, già da tempo deficitarie, invece di creare le condizioni per arrivare ad una vera Europa politica attraverso l’approfondimento, hanno giocato la carta dell’allargamento. Ma l’allargamento ha impedito l’approfondimento. Il Trattato di Strasburgo mette insieme decine di Paesi che non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa idea d’Europa e non si pongono il problema della finalità della costruzione europea, con il risultato generale che l’Europa è a tutt’oggi più bloccata e paralizzata che mai. Bisognerebbe tornare alla storia della costruzione europea per capire che cosa non funziona, ma possiamo concludere che oggi l’Europa è una non-potenza.

Stefano Vernole: Cosa manca secondo lei all’Europa per rendersi autonoma dal controllo che gli Stati Uniti esercitano attraverso la NATO? Non sarebbe ora, approfittando della crisi economica statunitense e delle offerte russe di un nuovo assetto militare europeo, di sganciarsi definitivamente dalla tutela a stelle e strisce? Le difficoltà europee sono di tipo culturale o si può parlare di un vero e proprio tradimento delle sue classi dirigenti, come in occasione dell’aggressione della NATO alla Federazione Jugoslava?

Alain de Benoist: Il realismo obbliga a riconoscere che non esiste attualmente alcuna volontà dell’Europa di rendersi autonoma. Se questa volontà esistesse, l’Europa probabilmente avrebbe i mezzi per raggiungerla. L’Europa potrebbe essere la prima potenza economica a livello mondiale, potrebbe rafforzare la complementarietà assolutamente naturale con la Russia, sia a livello industriale che tecnologico, con ovvie conseguenze sul piano geopolitico. Ma i dirigenti europei, visibilmente, non lo vogliono. Essi ripetono in continuazione che la questione della finalità della costruzione europea non è mai stata posta, perché non vi è accordo tra i vari governi nazionali dell’UE. La loro idea di Europa alternativa è molto semplice: un’Europa commerciale che costituisca un grande mercato transatlantico con gli Stati Uniti, con frontiere ed obiettivi geopolitici molto limitati a livello mondiale, mentre non vogliono un’Europa autonoma e potente che giochi un ruolo quale polo regolatore della globalizzazione. Si tratta di due finalità estremamente differenti e praticamente opposte. Un ruolo negativo nella mancanza di autonomia dell’Europa lo gioca l’ideologia dominante a livello mondiale, cioè la logica del profitto capitalista e sul piano civile l’ideologia dei “diritti umani”. La Francia, che pure manteneva qualche resistenza a queste influenze negative grazie all’eredità di De Gaulle, ha purtroppo cambiato registro in seguito all’ascesa di Nicholas Sarkozy, ed è divenuta grande alleata di Stati Uniti ed Israele, perciò la situazione è peggiore che mai. La Francia, con la Germania, ha giocato storicamente un ruolo motore nella costruzione dell’Europa, ma ora entrambe si trovano sotto l’influenza nordamericana. La Russia ha una posizione attendista, perché si trova in una situazione ambivalente, a causa della politica atlantista dei Paesi dell’Est, che sono un grande mercato per la Germania, mentre i Balcani si trovano sotto l’influenza francese. L’Europa, perciò, si trova oggi in una posizione detestabile.

Stefano Vernole: La caduta del Muro e il successivo crollo dell’Unione Sovietica hanno sicuramente aperto una profonda ferita nell’equilibrio delle relazioni internazionali, al punto che l’attuale capo del governo russo, Vladimir Putin, l’ha definita “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. Non ritiene che aldilà della legittima salvaguardia delle differenze culturali locali, solo una logica improntata ai grandi spazi geopolitici possa costituire una reale alternativa alla globalizzazione capitalistica e al caos geopolitico? A quale modello sociale dovrebbe ispirarsi una futura federazione o confederazione eurasiatica?

Alain de Benoist: Noi viviamo in un’epoca postmoderna. L’epoca moderna era l’epoca degli Stati-nazione, che corrispondeva a quella che Carl Schmitt chiamava il secondo nomos della terra, iniziato con la scoperta del “Nuovo Mondo” e con il Trattato di Westfalia e conclusosi con la Seconda Guerra Mondiale. Il terzo nomos ha riguardato il periodo della “Guerra Fredda”, cioè la rivalità americano-sovietica. Oggi, nell’epoca post-moderna, siamo entrati nel quarto nomos i cui protagonisti non sono più gli Stati-nazione, ma le comunità locali, le regioni e i grandi insiemi continentali. Tutto ciò che Carl Schmitt ha scritto sull’idea di Grossraum e dei grandi spazi, corrisponde in maniera considerevole a quanto sta accadendo. Bisogna allora riunire alcuni cardini tradizionali della geopolitica, l’opposizione tra la logica terrestre e quella marittima, l’opposizione tra le potenze continentali e le potenze di mare, abbandonando l’idea della comunanza d’interessi transatlantici e capendo che l’interesse naturale europeo risiede in un’intesa solidari sta continentale eurasiatica. Bisogna poi porre fine al dibattito se la Russia sia o no un nazione europea. Secondo me si tratta di un falso problema. La Russia non è Europa ma è una potenza eurasiatica. Perciò un’idea di grandi spazi non deve prevedere l’annessione della Russia all’Europa né l’annessione dell’Europa alla Russia, ma un’alleanza tra le due in una prospettiva eurasiatica e continentale. La globalizzazione è oggi, in effetti, il soggetto dominante; contrapporsi frontalmente alla globalizzazione non è evidentemente possibile, ma il contenuto della globalizzazione può essere cambiato. Oggi la globalizzazione di tipo finanziario e tecnologico corrisponde all’espansione planetaria dell’aggressività nordamericana e della sola logica del capitale, una logica che ha fatto sì che il mondo divenisse via via più uniforme, attraverso l’abbattimento di tutti gli ostacoli all’espansione del capitale. Che si tratti di frontiere, di culture, di popoli … la diversità viene distrutta e i valori indeboliti. Un’alternativa necessita della creazione di grandi spazi, uno spazio eurasiatico, uno spazio africano, uno spazio mediorientale, uno spazio latino-americano … Si tratta del solo modo di conservare la diversità del pianeta e il solo mezzo di ritornare all’essenza dell’Europa, cioè essere un soggetto che si appropria della propria storia, perché o si è soggetti della propria storia o si diviene oggetti della storia degli altri. Quanto al modello sociale, non si può ancora definire in modo teorico e idealista, è chiaro che quello attuale va cambiato, non nel senso di abolire l’economia ma dando all’economia il posto che merita. Bisogna decolonizzare l’immaginario, cioè bisogna uscire dall’ossessione consumistica e dalla logica della crescita infinita, in quanto non si può avere una crescita materiale infinita in un mondo finito, di conseguenza bisogna porre dei limiti e trovare un equilibrio.

 Fonte: www.ariannaeditrice.it

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sabato, 05 dicembre 2009

CONFERENZA DE BENOIST A MODENA

de benoist
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mercoledì, 25 novembre 2009

IL CLUB BILDERBERG. ESTULIN IN TOUR

Il Club Bilderberg
La Storia Segreta dei Padroni del Mondo

Daniel Estulin
in Italia
per quattro esclusivi appuntamenti

dal 26 al 29 Novembre 2009

Bologna, Milano, Cesena, Roma

 

Ingresso gratuito 

Il potere agisce nel buio. Lontano dagli occhi dei più.
Dal 1954 - e una sola volta l’anno - un gruppo ristretto di persone si ritrova per decidere segretamente il futuro politico ed economico dell’umanità: è il cosiddetto Club Bilderberg, il più potente e segreto organo decisionale del mondo.

Dal 26 al 29 novembre il giornalista investigativo Daniel Estulin - che da oltre quindici anni, indaga i misteri del Club Bilderberg – sarà in Italia per quattro imperdibili date:

BOLOGNA
Giovedì 26 novembre, alle 20,45
Sala del Baraccano
Via Santo Stefano, 119

MILANO
Venerdì 27 novembre, alle 20,30
Libreria Esoterica Galleria dell’Unione, 2

CESENA
Sabato 28 novembre, alle 21
Sede del Gruppo Editoriale Macro
Via Bachelet, 65

ROMA
Domenica 29 novembre, alle 17,30
Città dell'Altra Economia
Testaccio
Largo Dino Frisullo
(all'interno del Campo Boario dell'ex Mattatoio)

L’esplosivo scrittore renderà pubblico come il Club Bilderberg sia stato coinvolto nei maggiori misteri della storia recente: dal Piano Marshall allo scandalo Watergate e farà i nomi delle prestigiose cariche italiane che appartengono a questa élite, a partire da Romano Prodi fino ad arrivare a Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia.

Da questo Club emergono infatti le figure chiave dello scacchiere internazionale – presidenti USA, direttori di agenzie come CIA o FBI, vertici delle maggiori testate giornalistiche - e proprio da questi incontri nascono le linee guida della globalizzazione … Il pubblico non ha forse il diritto di sapere di che cosa parlano i loro capi politici quando incontrano i più ricchi leader del mondo degli affari delle loro rispettive nazioni?
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Arriva finalmente anche in Italia il libro che racconta la vera storia del più potente e segreto organo decisionale del mondo: " Il Club Bilderberg – La storia segreta dei padroni del mondo ", scritto dal giornalista investigativo spagnolo Daniel Estulin dopo 15 anni di indagini serrate e pericolose. Tradotto in 50 lingue e diffuso in oltre 70 Paesi, è diventato in poco tempo un bestseller internazionale, di cui è prevista a breve la versione cinematografica.

Il 29 maggio del 1954 presso l’Hotel Bilderberg, a Oosterbeek, una piccola cittadina dei Paesi Bassi, su iniziativa del principe olandese Bernhard e di David Rockefeller, si riunirono le maggiori personalità del mondo politico, economico, industriale e militare; da quel momento, ogni anno, per un fine settimana, questa conferenza si è riunita in gran segreto con lo scopo di dettare le linee guida della globalizzazione e, secondo alcuni, instaurare il Nuovo Ordine Mondiale. Il gruppo include i dirigenti delle istituzioni, delle aziende e delle organizzazioni più influenti del mondo; ne hanno fatto parte, tra gli altri, Bill Clinton, ex Presidente americano, Jean-Claude Trichet, governatore della Banca Centrale Europea, Juan Carlos di Spagna, Filippo del Belgio, Carlo d’Inghilterra, George Soros, Henry Kissinger, i Rothschild, tanto per citarne alcuni, ma la lista include centinaia di altri nomi conosciuti tra cui diverse personalità ; italiane.

La dettagliata opera di Estulin dimostra come il Club Bilderberg sia stato coinvolto nei maggiori misteri della storia recente, dal Piano Marshall allo scandalo Watergate e come in questa élite emergano le figure chiave dello scacchiere internazionale, presidenti USA, direttori di agenzie come CIA o FBI, vertici delle maggiori testate giornalistiche. Estulin colpisce questa organizzazione proprio dove fa più male: la priva della segretezza, della discrezione e dell’ombra di cui si è sempre servita e di cui necessita per attuare i suoi piani.

La prova di ciò ce la fornisce lo stesso autore con la frase che fa da intestazione a "Il Club Bilderberg": « Nel 1996 cercarono di uccidermi, nel 1998 di sequestrarmi, nel 1999 di corrompermi, nel 2000 di arrestarmi e l’anno dopo mi offrirono un assegno in bianco se avessi taciuto una volta per tutte ». Per fortuna, Estulin non ha mai accettato questo assegno e ci svela tutta la verità su questo occulto gruppo di potere.

Indice

Prima parte: il “Bilderberg Group”– i padroni dell’universo
capitolo 1: discesa mortale
capitolo 2: l’immortale, 1992 – l’highlander (1992)
capitolo 3: la fondazione del Bilderberg
capitolo 4: i concubini del Bilderberg
capitolo 5: gli obiettivi del Bilderberg
capitolo 6: i pupazzi del Bilderberg
capitolo 7: il “Caso Watergate”
capitolo 8: il Bilderberg smascherato
Seconda parte: il “Council on foreign relations”
capitolo 9: un episodio del 1999
capitolo 10: incrocio partner
capitolo 11: giornalisti cortigiani?
capitolo 12: disarmo forzato
capitolo 13: l’ufficio di controllo del cfr
capitolo 14: il cfr e le operazioni psico-politiche
capitolo 15: il cfr e il “piano marshall”
capitolo 16: un esempio concreto
Terza parte: la Trilateral Commission
capitolo 17: il confronto (2003)
capitolo 18: ritorno al futuro
capitolo 19: una sofisticata sovversione
capitolo 20: scegliere un presidente
capitolo 21: il sistema del monopolio
capitolo 22: i benefattori dei bolscevichi
capitolo 23: tradimento per il profitto
capitolo 24: sacrificare una nazione
capitolo 25: la detenzione (2004)
Appendice: resoconti del Bilderberg
dietro le porte chiuse: documenti e immagini  
lista conferenze Bilderberg dal 1954
la “Trilateral Commission” febbraio 2006  
conferenza Bilderberg 31 maggio-3 giugno 2007 Istanbul (Turchia) (tematiche e lista dei partecipanti)
conferenza Bilderberg 14 - 17 maggio 2009 Vouliagmeni (Grecia)
(tematiche e lista dei partecipanti)
conclusione dell’autore
indice dei nomi

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lunedì, 23 novembre 2009

IL BILDERBERG SCEGLIE IL CAPO DELLA UE


Gli arcani rituali sono completi, e come in un conclave vaticano per eleggere un papa, il presidente della UE è stato eletto nella persona di Herman Van Rompuy. L'eletta e potente conventicola s’è riunita nel castello di Hertoginnedal presso Bruxelles per fare un ultimo esame al candidato. Questa nomina da Unione Sovietica da garantisce la continuazione della politica «atlantica» e della ferrea fedeltà a Washington.

Bilderberg ci ha scelto il capo UE
Maurizio Blondet    20 novembre 2009
 
Herman Van Rompuy, ex funzionario della Banca Centrale belga, è stato scelto per fare il primo presidente UE in una riunione del Bilderberg.

Il gruppo segreto di politici, banchieri e imprenditori «atlantisti» seguiva da vicino le manovre e trattative in corso, a porte chiuse, per le massime cariche dell’Unione. Giovedì 12 novembre un gruppo di membri dell’eletta e potente conventicola s’è riunito nel castello di Hertoginnedal (Valle delle Duchesse) presso Bruxelles per fare un ultimo esame al loro candidato. Era presente, ovvio, Henry Kissinger; presidente di turno del gruppo il premier svedese Reinfeldt.

president_UE_1.jpgVan Rompuy è stato presentato e garantito dal visconte Etienne Davignon, uno dei fondatori del Bilderberg, potente e discretissima figura del potere a Bruxelles, che è stato vice-commissario europeo negli anni '80.

Simbolica e molto significativa la sede scelta dai congiurati: il castello della Valle delle Duchesse è quello che ospitò i colloqui che portarono al Trattato di Roma nel 1957, ossia alla nascita della Comunità. Lorsignori hanno voluto far sapere che loro l’hanno fatta fin da allora, e sono i padroni.

Il candidato ha esposto il suo programma: anzitutto, vuole creare ed imporre una tassa europea, in modo che l’eurocrazia di Bruxelles non debba più dipendere dai contributi degli Stati-membri. Ha parlato di un’altra tassa, «a livello europeo», sulle transazioni finanziarie internazionali. Le tasse proposte avranno probabilmente la forma di una «addizionale» sull’IVA, sui carburanti e sui biglietti aerei. E’ quel che il candidato bilderberghiano ha chiamato «un sistema di tributi per finanziare la UE e farla finita con le continue battaglie per il bilancio di Bruxelles». Bruxelles costa, costa sempre più.

Questo autonomo potere tributario renderebbe la Commissione UE un vero superstato, indipendente dagli Stati membri, su cui eserciterebbe un potere senza restrizioni; non più una sorta di confederazione qual'è oggi, ma un potere accentrato ed autonomo. Il modello è quello degli Stati Uniti.

Varrà la pena di ricordare che la imposizione federale fu quella che distinse, nella Washington di fine ‘700, i «federalisti» (che nel gergo pubblico americano significava gli accentratori, fautori di un forte potere unitario sugli Stati locali) dai «confederalisti», che preferivano che il potere fiscale restasse agli Stati, che poi avrebbero contribuito alle spese federali pro-quota. Vinsero i federalisti, ossia gli accentratori.

I propositi di Van Rompuy non sono piaciuti a tutti nel Bilderberg. Secondo De Tijd, «un ospite italiano (chissà chi è?) ha posto alcune domande puntute» al candidato. Ma nel Bilderberg vige il «centralismo democratico» adottato di peso dal metodo del PCUS sovietico: si discute liberamente fra eletti (per questo le riunioni sono segrete) ma alla fine la minoranza deve obbedire alla decisione della maggioranza, anzi applicarla.

president_UE.jpgCosì la decisione è stata presa: Van Rompuy. La proposta di creare tasse europee, secondo i diplomatici che hanno conosciuto il  discorso tenuto al Bilderberg, «non lo favoriva certo come candidato». Invece, Bilderberg ha ordinato, e il presidente a rotazione, lo svedese Reinfeldt, ha obbedito. Unico a darne notizia, il giornale fiammingo De Tijd.

Finita la girandola di nomi, finite le manovre di Sarkozy e Merkel, finite le consultazioni dietro porte chiuse dei 27 delegati degli Stati, di cui non si è fatto comunque sapere niente ai giornalisti (è il nuovo stile del nuovo super-Stato).

Van Rompuy è un omino senza capacità nè esperienze diplomatiche internazionali: a maggior ragione, obbedirà ai consigli del Bilderberg. La sua nomina garantisce la continuazione della politica «atlantica» e della ferrea fedeltà – sottomissione – a Washington, che già Solana e Barroso avevano portato a vertici che si potevano credere inarrivabili. Addio politica autonoma verso la Russia e verso Israele.

D’Alema, come previsto, non è stato scelto a fare il ministro degli Esteri: non piace a Sion, dunque non piace agli USA, e perciò nemmeno ai socialdemocratici europei (Daniel Cohn-Bendit l’aveva bocciato in anticipo: si è obbedito anche a lui). La  nomina alla carica di Lady Ashton, la commissaria al commercio, rafforza la continuità filo-atlantica, e dà come previsto il potere sulla poltiica estera europea alla Gran Bretagna. Per qualche motivo, qualcuno ha deciso che Londra – che è per metà fuori dall’Europa – deve avere uno dei due seggi più importanti della nuova federazione centralizzata.

L’opacità in cui è avvenuta la selezione ha fatto scrivere al giornalista britannico Robert Bridge: «Il processo elettorale segreto delle elezione somiglia più a un conclave vaticano per eleggere un Papa, che ad un moderno esperimento in procedura democratica. Tanto vale che la UE appronti un camino a Bruxelles, che con i suoi sbuffi di fumo bianco o nero ci avvertano di quando gli arcani rituali sono completi».

Vaira Vike-Freiberga, la candidata lettone, ha usato una ben altra metafora, di cui è esperta: L’Europa «deve smettere di funzionare come l’Unione Sovietica, nell’oscurità e dietro porte chiuse. Il presidente polacco Kaczynsky ha detto di temere un’Europa-«Moloch», governata di fatto da «due o tre Stati grossi». Il ministro degli Esteri polacco Sikorski ha lamentato che il processo non sia stato «il più possibile trasparente e democratico». Un altro diplomatico est-europeo, citato dal Telegraph, ha detto: «Cercare di capire chi sarà il presidente del consiglio UE non è diverso dal cercar di capire chi era dentro e chi fuori dal Cremlino degli anni ’70. A molti di noi sembra strano che, a vent’anni dalla caduta del Muro,dobbiamo rispolverare le nostre abilità di cremlinologi qui a Bruxelles».

Poveri Stati ex satelliti: credevano di essere venuti verso la democrazia, sono venuti sotto il Bilderberg.
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UE_control_550.jpg
I più discutibili cambiamenti introdotti dal trattato di Lisbona sono nell’area della libertà, della polizia e del settore giudiziario. Ora che anche la repubblica ceka è capitolata, i media inglesi  cominciano a preoccuparsi, perchè una serie agghiacciante di intrusioni eurocratiche sono già in vigore, o in via di applicazione. Il superstato orwelliano di polizia a-democratico avanza a passi da gigante.
Ed ora, la UE poliziesca
Maurizio Blondet    13 novembre 2009
Uno dei primi a scoprire le bellezze dal mandato di cattura europeo è stato un certo Maurice Kay, cittadino britannico: su richiesta di Varsavia, è stato estradato in Polonia a rispondere (in polacco) davanti a giudici polacchi dell’acquisto in Polonia di un telefono cellulare apparentemente rubato, del valore di 30 euro (1). Un incauto acquisto o piccola ricettazione, per cui un cittadino britannico nel suo Paese non viene privato della libertà ma multato, data la lievità del danno e la mancanza di «pubblico interesse» in un procedimento giudiziario. Ma la Polonia è meno sensibile alle libertà personali del cittadino, e del tutto insensibile alla gravità o scemenza dei casi: sicchè, nel 2007-2008, il 37% delle richieste di estradizione ricevute dalla Gran Bretagna in base al mandato d’arresto europeo, sono partite dalla Polonia, per offese minime.

Ora che anche la repubblica ceka ha capitolato, approvando il trattato di Lisbona, i media inglesi  cominciano davvero a preoccuparsi.

«Adesso per difendere le nostre libertà civili dobbiamo sorvegliare quel che fa Bruxelles», scrive Stephen Booth sul Guardian (2). «Più poteri britannici ceduti a Bruxelles», si allarma il Telegraph.

Almeno loro, gli inglesi, hanno una antica cultura della libertà, sancita dalla Magna Charta. Speriamo nella loro «sorveglianza», perchè il superstato orwelliano di polizia a-democratico avanza a passi da gigante.

«I più discutibili cambiamenti introdotti dal trattato di Lisbona sono nell’area della libertà, della polizia e del settore giudiziario», ha avvertito la commissione per i rapporti con la UE alla Camera dei Lord. E nessun veto nazionale potrà difendere la libertà dei cittadini; anzi, persino uno Stato membro potrà essere trascinato alla Corte di Giustizia europea «per mancata applicazione delle norme penali e di polizia della UE».

UE_control_1.jpgIn realtà, come denuncia il Guardian, è stato Tony Blair, con la scusa della «lotta al terrorismo» sulle orme del suo mentore Bush, a «fare dei cittadini britannici i più sorvegliati nel mondo occidentale. Ogni giorno, un cittadino britannico è filmato 300 volte dalle telecamere di sorveglianza disposte dappertutto. Lo Stato raccoglie e conserva il nostro DNA cinque volte di più del più zelante degli Stati europei in questo campo (l’Austria), e le compagnie telefoniche britanniche sono obbligate a tenere le registrazioni di tutte le nostre chiamate telefoniche, delle email e dei messaggi di testo per dodici mesi. Ora, la Gran Bretagna ha acconsentito a dare accesso a questi nostri dati a tutti gli Stati membri. E la UE si sta creando il suo proprio archivio centrale di dati personali».

Come sarà composto l’archivio poliziesco europeo?

Le compagnie aeree e di viaggio in generale dovranno fornire i nostri dati, raccolti appena abbiamo preso un aereo o acquistato un biglietto per un viaggio organizzato; altri enti privati saranno obbligati a fornire a richiesta dati personali. Dati che possono comprendere la nostra origine etnica, la nostra religione, la nostra appartenenza a movimenti politici o sindacali; oltre che informazioni privatissime sul nostro stato di salute, di pagamento delle tasse, e le nostre preferenze nel navigare su internet. Un qualunque Stato europeo potrà accedere agli archivi fiscali di qualunque altro Stato.

Non c’è bisogno di dire che, in base ad un accordo europeo «confidenziale», tutti i nostri dati personali di questo genere (e i dati bancari)  possono essere ottenuti anche – o soprattutto – dagli Stati Uniti.

Molte di queste intrusioni eurocratiche sono già in vigore, o in via di applicazione.

Per esempio è in forza dal 2007, avendola anche il nostro governo approvata, la Direttiva Inspire, nome orwelliano per la direttiva che obbliga uno Stato a condividere con gli altri i dati sulla salute e le malattie di uno qualunque dei suoi cittadini, alla faccia dei diritti alla privacy.

Dal 2004 è in vigore lo standard per l’emissione di «passaporti biometrici», non solo con la foto del portatore, ma con le sue impronte digitali e dell’iride dell’occhio, che la UE vuole siano «compatibili con i database dell’Unione Europea» per poter essere condivisi da ogni curioso ufficiale.

Naturalmente già ora gli USA possono frugare nei movimenti bancari di ciascuno, accedendo ai dati tenuti dalla camera di compensazione europea SWIFT (persino il parlamento europeo, l’unico organo bene o male elettivo, non ha potuto dire la sua sul negoziato con Washington, tenuto in segreto dalla... Svezia, che copre pro-tempore la presidenza europea).

Ma ancor più grossi progetti sono in preparazione, ora che il Trattato d Lisbona ci copre tutti. Non a caso il settore giustizia penale e affari interni (polizia) è quello che ha il bilancio più in crescita, e l’anno prossimo crescerà di un altro 13,5% (un miliardo di euro).

La più grossa e taciuta novità in cantiere è probabilmente la formazione, nel «governo» sovrannazionale, di un super-ministero della Giustizia e dell’Interno (potere giudiziario e potere poliziesco uniti in un solo corpo) in modo, come ha detto Jacques Barrot attuale commissario per la «Giustizia e Sicurezza europea», che «i confini nazionali non limitino più la nostra azione»:
ovviamente,  l’azione senza limiti è contemplata per il «terrorismo» e «il crimine internazionale» ma anche (curioso) per difendere «gli interessi finanziari dell’Unione». E per compiere dei «pattugliamenti su internet» (cyberpatrols) onde non siate infettati da idee e notizie proibite.

Questo corpo giudiziario-poliziesco, che riunirà gli apparati repressivi già esistenti (Europol, Eurojust e Frontex) avrà il potere di scavalcare tutte le legislazioni nazionali, non solo nei casi suddetti (terrorismo e crimine organizzato), ma in tutti quelli che la legislazione eurocratica si prenderà cura di inventare cammin facendo (3).

Praticamente, anche noi avremo un insindacabile  «Dipartimento per la sicurezza della Patria» (Homeland Security) come quello creato da Bush jr. per il bene degli americani. Da noi si chiamerà, non meno orwellianamente, Commissione per la Sicurezza Interna (COSI), sul modello della STASI tedesco-orientale.

E’ infatti per la nostra sicurezza che ci privano della nostra libertà e dei nostri diritti.

Questo organo avrà a sua disposizione la propria psico-polizia. La Commissione ha già dettato che «un terzo degli agenti di polizia» degli Stati membri debbano venire «addestrati» in modo speciale nei prossimi cinque anni, onde formare «una comune cultura UE in materia di polizia». La nuova polizia non risponderà più ai governi che abbiamo eletto, ma all’eurocrazia che si è auto-cooptata.  E già oggi, come ha notato la commissione della Camera dei Lord per la UE, «la schiacciante maggioranza degli scambi di informazioni fra gli enti di collegamento (poliziesco) avvengono al di fuori del sistema formale», ossia delle stesse norme europee: i poliziotti, quando sanno di poterlo fare, vanno per le spicce. «Oltre l’80% degli impegni bilaterali avvengono in questo modo», dicono i Lord.

Conclude Stephen Booth, che è dirigente di «Oper Europe» (un nostro cane da guardia che dovremmo conoscere meglio): «Ci avviciniamo a gran passi ad una condizione in cui la UE avrà tutto l’apparato corecitivo di uno Stato, ma senza l’appropriato controllo democratico nè i robusti limiti di potere che i cittadini hano diritto di aspettarsi».

I  cittadini. Ma noi lo siamo ancora?

Post Scriptum: Da noi in Italia si parla di UE per dire che Massimo D’Alema è in buona posizione come «ministro degli Esteri europeo». Non ci conterei. La sua posizione sul massacro a Gaza («sproporzionato») non è stata dimenticata. In queste ore partono migliaia di telefonate lobbystiche per liquidare la candidatura. Visto che Blair può non diventare il capo del «governo» com’era stato deciso colà dove si puote/ ciò che si vuole (ma anche la sua candiatura è sempre in caldo), Londra vorrà il suo ministro degli Esteri. Si fanno i nomi di David Miliband e Lord Mandelson, ovviamente; anche se loro negano, è solo un gioco delle parti per non bruciare la candidatura.
bilderberg

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sabato, 14 novembre 2009

PRESENTAZIONE "IL CLUB BILDERBERG"

bilderberg

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venerdì, 06 novembre 2009

ABITO DA SERA

 

Ah, organizzeremo una festa meravigliosa, nessun ospite vorrà andarsene prima delle due o delle tre! E saranno tutti in abito da sera!»            (Yukio Mishima, Abito da sera)


Abito da sera è un romanzo di Yukio Mishima, è stato pubblicato a puntate sulla rivista femminile Madomoiselle, tra il 1966 e il 1967, e apparso in Italia inedito nel 2008. Rappresenta senza dubbio uno dei lavori più “leggeri” dell’autore nipponico; ma, non per questo non è un’opera di estremo interesse.

Nel romanzo viene narrata la storia d'amore, e che sfocerà nel matrimonio, di Inagaki Ayako,figlia della nuova classe mercantile giapponese post-bellica, e di Toshi, erede di una famiglia di ambasciatori. Sullo sfondo, Mishima tratteggia i cambiamenti radicali avvenuti nel costume e nello stile di vita del Giappone post-imperiale, che usciva sconfitto dalla II Guerra Mondiale, sotto l’occupazione militare statunitense, che oltre a scriverne la nuova Costituzione, imponeva- come successe a noi europei- il suo “way of life”.

Evidente il contrasto tra i due giovani, desiderosi di godersi una vita tranquilla e “sobria” lontani dalle luci della ribalta, e i più anziani, come la madre dello sposo, tutti presi dalle manie dei nuovi padroni, e che vedono il loro unico modo di realizzarsi, all'interno del Giappone “americanizzato” ( dove per la prima volta nella storia, veniva negata ufficialmente la discendenza divina del Re e al quale veniva impedito ricostituirsi un esercito indipendente), nell’organizzare normalissimi “party”, dove sono d’obbligo per l’appunto gli “abiti da sera”. Proprio l'abito da sera del titolo diventa il simbolo della maschera (tema caro all'autore, per il quale consiglio la lettura del capolavoro Le confessioni di una maschera), dietro alla quale viene nascosta l'anima vera del Giappone tradizionale.

Il grande pregio di questo libro consiste nella galleria di ritratti grotteschi che Mishima tratteggia, dall’anziana madre, che abbandona i tradizionali kimono per sfoggiare abiti “occidentali” all’ultima moda, fino alla coppia americana in ferie, che rispecchia lo stadio degenerativo della morale pubblica del popolo statunitense, in contrasto alla tradizione giapponese che, seguendo il Bushido, ne ha sempre fatto un aspetto centrale del vivere umano.

In conclusione, sebbene Abito da sera non sia una delle opere più “alte” di Mishima, è sicuramente un libro da leggere, sia per i conoscitori delle sue opere, per scoprirne un lato diverso, sia per chi voglia cominciare ad avvicinarsi al grande cantore della Tradizione del Sol Levante.


Manuel


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lunedì, 02 novembre 2009

DECRESCITA PER TUTTI. INTERVISTA A LATOUCHE

 

 

Intervista all economista francese Serge Latouche: segnali positivi dalla green economy di Obama
«La decrescita non è una teoria. Per essere corretti si dovrebbe dire a-crescita. È uno slogan che vuole contrapporsi a un altro slogan, quello di sviluppo sostenibile: un ossimoro. Per la prima volta nella storia siamo di fronte alla prospettiva imminente di una catastrofe globale. Era già stata anticipata dal Club di Roma nel 1972, ora ci siamo. Non si tratta di chiedersi se la decrescita è possibile, ma di comprendere che è necessaria. E ovviamente non si tratta di ritornare all'età della pietra. In questo senso non siamo né modernisti né antimodernisti, siamo atei: guardiamo alla realtà. Ogni italiano, per esempio, consuma 4,5 ettari di terra contro una media sostenibile di 1,8. Significa che se tutti vivessero come voi ci vorrebbero tre pianeti». Ora che il mondo sta rallentando di brutto, vale la pena fare quattro chiacchiere con il teorico della «decrescita», l'economista francese Serge Latouche.


Di chi è la colpa di tutto ciò?
Siamo tutti tossicodipendenti di consumo e lavoro. Si può dire che i trafficanti sono le multinazionali, il capitale, ma non va dimenticata la nostra responsabilità di tossici. La responsabilità e la libertà individuale sono l'unica possibilità per uscire dalla dittatura del pensiero unico.


Come? Un altro mondo è davvero possibile?
Cominciamo ad analizzare la parola «mondo». Il nostro mondo, questo mondo, è il mondo della crescita globale, il mondo occidentalizzato. Se preferite, il mondo del capitalismo e della società di mercato in cui la crescita all'infinito è di per sé un fine al di là dei bisogni reali. È dai tempi di Adam Smith che l'Occidente sogna e progetta questo tipo di mondo. Con la rivoluzione industriale si cominciò a distruggere piccoli contadini e artigiani e a puntare sull'industria meccanizzata. La povertà si trasformò in miseria. I poveri persero anche la possibilità di arrangiarsi, di ritagliarsi uno spazio al margine dei sistemi di potere, di produzione e di consumo di massa. Ma il vero balzo in avanti, la realizzazione del sogno, avvenne con l'enorme disponibilità di energia fornita dal petrolio. Ora pensiamo alla parola «uno». Non bisogna immaginare un altro mondo possibile ma tanti altri mondi possibili. La decrescita non rappresenta un'alternativa unica ma vuole essere una matrice di tante diverse alternative. Il mercato globale, la verità assoluta, un mondo unico anche se diverso, se dominato da un pensiero unico, è soggiogato da una forma di totalitarismo soft. Bisogna invece avere il coraggio di liberare e di diversificare tante culture, tante verità relative, funzionali, pragmatiche, etiche, piuttosto che dogmi teorici tipici, non solo delle forme di potere e produzione, ma anche della filosofia occidentale. Ci vuole biodiversità sia per le culture che per le colture. Sia su piccola che su grande scala. Pensiamo soltanto alle culture amerinde che stanno cambiando l'America del Sud, il culto della pachamama ha portato per la prima volta al riconoscimento della terra come soggetto di diritto.


Di quale teoria assoluta parla?
La società di marketing, verità unica e globale. È basata su tre cardini nel tentativo impossibile di mascherare continue crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo inevitabili in un mondo globale e in un mercato unico e finito. Dunque incompatibile con una crescita infinita. La pubblicità droga la domanda rendendoci drogati del consumo e convincendoci ad acquistare in modo compulsivo ciò di cui non abbiamo bisogno. L'obsolescenza programmata, ovvero il sistema «usa e getta», per cui un prodotto è subito vecchio, fuori moda o rotto, droga l'offerta, depaupera le risorse del pianeta, produce rifiuti e guerre. Il terzo espediente è il credito infinito, altro modo per drogare la domanda: consumare diventa un dovere civico, anche a costo di indebitarsi. Da qui ha origine la crisi che stiamo vivendo, partita dai subprime americani e dagli istituti finanziari. Il guaio è che questo potere è sempre più impersonale, non basta fare la rivoluzione e decapitare il re come abbiamo fatto noi francesi. Non illudetevi che questa crisi possa finire. La crisi è un fattore strutturale del mondo della crescita. La pagano tutti. Il presidente del Senegal ha detto di avere compassione per i banchieri bianchi, ma che in Africa sono in crisi da sempre e non possono neanche aiutare i banchieri perché non ne hanno.


Se non basta decapitare il re, concretamente come si cambia?
La questione del potere e della rappresentanza è un tema cruciale. Qualche segnale positivo c'è. Oltre alle culture amerinde, pensiamo alla green economy di Obama o ai verdi di Cohn Bendit e Bové che in Francia sono al 16%. Ma di fatto assistiamo a un paradosso: quanto più è necessario un cambiamento radicale globale, tanto più sono scomparse le forze politiche e i pensieri politici che possono agire questo cambiamento. La morte del comunismo ha lasciato come pensiero assoluto il liberismo. Manca una terza via. La sinistra è caduta nella trappola produttivista del mito della torta sempre più grande. Ha pensato possibile un accordo con il capitale per produrre sempre di più e spartirsi le fette della torta gigante, che ingrossandosi si avvelena e ci rende tutti tossicodipendenti. Si tratta di una forma di servitù volontaria al potere del consumo e del lavoro.


La sinistra è produttivista anche perché figlia del movimento operaio, che fa del lavoro e della fabbrica un archetipo. Anche i movimenti degli anni '60 hanno lottato contro l'ingiustizia economica del sistema, ma forse è mancata la coscienza della imminente catastrofe biologica del pianeta. Eppure l'ambientalismo è nato a sinistra, e fa parte della storia del movimento operaio la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro. Come si esce da questa dicotomia?
La spartizione della torta ovviamente non è solo una questione economica ma anche di potere politico. La decrescita è anche un modo di non prestarsi al gioco della spartizione del potere. La democrazia è la forma politica del liberismo: c'è un legame stretto tra crescita infinita in economia e democrazia in politica. In questo senso la sinistra in occidente è caduta nel miraggio del potere: propone sempre più spesso solo un'alternanza di dirigenza al governo, ma non di sistema. Per questo non basta votare, delegare, bisogna essere attori, scegliere e inventare in prima persona la propria via alla decrescita.


Non mi dirà che spera in una regressione a forme di autarchia individuale.
L'uomo ha una dimensione collettiva, dunque politica. Ma la politica politicante e rappresentativa è incoerente e ipocrita. Ci vuole pratica ed etica politica, non dimenticate l'importanza della responsabilità individuale dei tossici del consumo e del lavoro.


Sì, ma c'è un altro paradosso. Stati e individui poveri vogliono diventare ricchi, non decrescere. Per molti la sua è una teoria snob: decresce chi se lo può permettere, roba da ricchi, insomma...
È vero, i paesi del sud del mondo vogliono diventare ricchi e occidentali, ma questa scelta li sta distruggendo. La scelta di muoversi in direzioni diverse è l'unica che li può e ci può salvare. E tutti la possiamo fare.



Giorgio Salvetti

Fonte: Il Manifesto



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categoria: cultura, politica, economia


sabato, 31 ottobre 2009

RITORNO AD HAIFA

La sera di lunedì 12 ottobre 2009 il Cinema Ariston di Trieste ha ospitato la proiezione, per la prima volta in Italia, dell'opera cinematografica "Ritorno ad Haifa" (regia di Kassem Hawal, Palestina/Libano,1981).

La visione, in lingua originale corredata da sottotitoli italiani, è stata resa possibile dall'ottimo lavoro compiuto dal Collettivo comunista Tazebao, organizzatore della serata.
Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Ghassan Kanafani, nato nel 1936 ad Akka, città costiera della Palestina: scrittore, poeta, intellettuale e dirigente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), assassinato dal Mossad nel 1972 a Beirut con una bomba piazzata sotto la macchina con cui stava accompagnando all'università la nipote Lamis.
Kanafani seppe descrivere la vita dei profughi e l'esilio come nessun altro scrittore palestinese. Molte delle sue storie brevi trattano del destino individuale del profugo schiacciato tra due tragiche realtà: l'occupazione e l'esilio.
"Ritorno ad Haifa" costituisce per lo spettatore occidentale, se non un documento in senso stretto (essendo, per quanto verosimile, frutto di finzione narrativa), perlomeno una testimonianza chiara e drammatica della Nakba (la "tragedia", la "catastrofe" del 1948). Non a caso nel mondo occidentale questa pellicola, datata 1981, non è mai arrivata attraverso canali ufficiali.
Sfruttando il punto di vista "corale" di una famiglia palestinese (due coniugi e la madre di lui), viene mostrato allo spettatore cosa è accaduto nei giorni dell'occupazione tra esecuzioni, espropri e deportazioni di massa. Simbolico a tal proposito il destino del figlio neonato dei due coniugi protagonisti, che moriranno circa a metà film lasciando il testimone alla nonna: affidato alla coppia ebreo-polacca che occupa la casa dei defunti genitori, viene privato delle sue origini, ritrovadosi affibbiato il persino il nome giudaico di Moshe in sostituzione del suo. Per essere ammesso nel nuovo mondo impostogli, non può avere legami con le proprie origini che, verosimilmente, non avrà modo di conoscere (anche se lo sviluppo della storia aprirà uno spiraglio in tal senso). La storia, per esigenze narrative, segue poi le vicissitudini della nonna che cercherà di riappropriarsi del nipote, unico familiare rimastole. Ma la rilevanza del film non sta in questo sviluppo tutto sommato spettacolare come quello che potrebbe avere qulasiasi altra pellicola, quanto nella parte centrale, quella in cui viene narrata l'occupazione.
La durezza delle scene, corroborata da una colonna sonora dai toni cupi ed angoscianti, rende bene l'idea di un'operazione militare che non lascia spazio ad alcun rispetto per la dignità umana. Impossibile non immedesimarsi nei protagonisti in fuga fra i vicoli di una città trasformata in un labirinto mortale. Fotografia e regia sono crude e realistiche, quasi documentaristiche nel loro realismo che non lascia spazio ad abbellimenti artistici di sorta. Pochissimi campi aperti, il cielo non si vede quasi mai. Protagonisti sono persone ridotte a corpi in fuga disordinata lungo vicoli contorti, come topi terrorizzati. Se è vero che si può parlare di un finale quasi lieto nella conclusione della storia è altrettanto vero che l'obiettivo del film non è raccontare una vittoria inventata nella cui narrazione troviamo ancora gli elementi sonori e visivi claustrofobici di cui si è poc'anzi parlato, ma una tragedia reale su cui si fonda il dramma a tutt'oggi irrisolto.
Non stupisce, insomma, che un simile documento sia stato oscurato dai circuiti cinematografici occidentali, circolando solo nei Paesi arabi.
Orso
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categoria: cultura, politica


venerdì, 30 ottobre 2009

DA DIONISO A JACKSON : IL TRANSESSUALE MOLTIPLICA L'IDENTITA'

 

 

 

 

Se questo è l´uomo nuovo che stiamo creando, si tratta della più grave di tutte le regressioni
Bisessuali erano le divinità egiziane e greche, perchè il dio rappresenta l´unità primordiale
Più o meno tutti sappiamo che nessuno è "per natura" relegato in un sesso. Oggi, sia la biologia sia la psicologia ci dicono che attività e passività sono iscritte nel corpo di ogni individuo e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda deve essere ridotta, perché altrimenti sfuggirebbe all´organizzazione genitale e all´ordine sociale. Tutto il lavoro della cultura ha cercato, dall´origine dei tempi, di dissolvere questa realtà irriducibile, per ricondurla alla grande distinzione del "maschile" e del "femminile", intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l´uno all´altro.
Bisessuali erano le divinità indiane Dyaus e Parusa, egiziane come il dio Bes, greche come Dioniso, Attis, Adone. A differenza dell´uomo, infatti, il dio rappresenta quell´unità primordiale di cui la bi-sessualità è un´espressione. L´unità degli opposti è il suo tratto distintivo che gli umani collocano nel "sacro" (che in sanscrito vuol dire "separato"), da cui gli uomini sono attratti e al tempo stesso si tengono distanti, perché la confusione dei codici non consente la creazione di una società ordinata.
Questa differenza è ben segnalata da Eraclito che in proposito scrive: «Il dio è giorno e notte, inverno e estate, sazietà e fame, guerra e pace, e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma». «L´uomo invece ritiene giusta una cosa e ingiusta un´altra e non si confonde con tutte le cose». L´indifferenziato è tratto divino da cui l´umano si separa instaurando le differenze che, sole, consentono un ordinato vivere sociale. Di questa evoluzione Platone ce ne dà in proposito una bellissima descrizione nel Simposio.
Da questo punto di vista non possiamo escludere che il transessuale con la sua con-fusione dei codici sessuali, possa costituire un richiamo archetipico a questa unità originaria segretamente custodita nel fondo della nostra natura, e opportunamente rimossa per costruire identità il più possibile definite in cui riconoscersi. Ma oggi abitiamo l´età della tecnica, dove la realtà tende sempre meno a ospitare l´antica differenza tra "natura" e "artificio", perché quando il mondo che abitiamo è il prodotto della nostra costruzione, solo un ritardo linguistico, può chiamare le scene del mondo che abitiamo "artificiali", tenendole distinte da quelle "naturali".
La "natura" e in particolare la "natura umana" hanno cessato da tempo di avere un contenuto preciso, e quindi di valere come referente e come limite. E il corpo del transessuale, prima di essere una deviazione dalla norma, è una conferma della caduta di questo referente. Ma là dove non c´è referente, dilaga la confusione dei codici, dove non è più ravvisabile un limite, una norma, un orizzonte, una misura, un´identità da salvaguardare, differenze da mantenere, per orientarsi in quell´universo di segni che l´immutabilità della natura rendeva possibili discernere e che l´avvento della tecnica, dal modo di nascere al modo di morire, dal modo di essere uomo o donna, persino dal modo di apparire giovani da vecchi, via via cancella, rendendo indiscernibili le differenze, le stagioni della vita umana, e quindi anche le identità sessuali.
Perché l´androginia di Madonna negli anni Ottanta e la più recente androginia di Michael Jackson hanno attratto così tanti fans? Solo per la loro musica o anche per l´oltrepassamento dell´identità sessuale che, a parere di Jean Baudrillard «accompagna l´oltrepassamento dell´identità politica, per cui è solo per una finzione che si continua a distinguere una destra o una sinistra, quando in verità lo specchio più fedele è la mutazione in atto che ha fatto del politico un transpolitico e del sessuale un transessuale?».
«L´uomo è un animale non ancora stabilizzato», diceva Nietzsche, e Pascal dal canto suo: «L´uomo supera infinitamente l´uomo». Nessuna obiezione quando il contesto era il mondo dello spirito, ma oggi tutto questo è diventato "corpo" e "carne". Per questo il transessuale ci inquieta, per questo lo teniamo ai margini e ai bordi. Ma la città è già assediata e attraversata da quella direzione e da quel senso che il transessuale indica con il suo stesso corpo: l´abolizione di ogni misura, di ogni limite, di ogni identità, e il progressivo avanzare dell´indifferenziato, da cui l´umanità, temendolo, si era distanziata, relegandolo nel mondo del sacro e del divino, a cui offriva sacrifici, non tanto per propiziarsi i favori degli dèi, quanto per tenerli lontani. Quando Dioniso entra nella città, ci racconta Euripide nelle Baccanti, tutto l´ordine viene sconvolto e ogni misura oltrepassata.
Moltiplicando i segni sessuali, il transessuale moltiplica i giochi, smantella il sesso come primo segno di identità per offrirlo come eccedenza di possibilità, e così configura quella nuova nozione di "individuo", tipico del nostro tempo, che si riconosce solo nella libertà illimitata, senza argini, senza confini, per poi finire col naufragare in quell´indifferenziato che gli uomini hanno immaginato all´origine del mondo, e da cui si sono distanziati per costruire il loro mondo, fatto di volti riconoscibili, per non implodere nella confusione dei codici e dei segni. Se questo è lo scenario, se questo è l´uomo nuovo che stiamo creando, la regressione implicita in questa creazione è la più grave di tutte le regressioni.

 

Umberto Galimberti

Fonte: La Repubblica

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categoria: cultura