sabato, 14 novembre 2009

PRESENTAZIONE "IL CLUB BILDERBERG"

bilderberg

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categoria: cultura, politica, economia, bologna, storia, attualità, libri e promozione libraria


martedì, 03 novembre 2009

FELICI E DROGATI? C'E' QUALCOSA CHE NON TORNA...

Il Corriere della Sera ci dice in un articolo che i tossicodipendenti di oggi sono professionisti, madri di famiglia e studenti. Persone che, in quanto benestanti, dovrebbero essere felici. È chiaro che c'è qualcosa che non quadra. Che sia forse l'idea di "felicità" a essere sbagliata?

 

 


Spesso i fruitori di droghe sono persone altolocate e benestanti che dovrebbero essere felici secondo il paradigma della nostra società consumistica ed edonistica, sembra che in realtà non lo siano affatto

Sul Corriere della Sera del 30 ottobre è uscito, con richiamo in prima pagina, un articolo tanto interessante quanto inquietante. L’autore Andrea Galli lo ha titolato così: «L’ingegnere e la mamma in coda per il metadone. Anestesisti, televenditori, coppie sposate, sono 90 i pazienti passati in 5 ore dalla struttura del SERT».

 

Nel pezzo si leggono stralci di colloqui con i fruitori del servizio: una neo-mamma che ha smesso di prendere cocaina parla della sua preoccupazione per la salute del figlio e racconta di come un’amica col suo stesso problema non sia riuscita a smettere neanche durante la gravidanza. Un professionista si vanta della sua posizione sociale e lavorativa prestigiosa e al tempo stesso si dispera perché deve «finire dai marocchini in stazione Centrale a cercare l’eroina». Un ragazzo di 17 ha dovuto rinunciare all’attività sportiva per nascondere il suo “vizietto” ai genitori.

Storie come queste sono certamente numerosissime, non solo nell’ambiente della "Milano bene" ma in tutta Italia. E certamente fanno riflettere. Non tanto per la drammaticità al limite della retorica di cui è inevitabilmente condito l’articolo – come se l’ingegnere o il personaggio televisivo che “pippano” fosse una notizia sensazionale –, quanto perché persone ricche e altolocate, che dovrebbero essere felici secondo il paradigma della nostra società consumistica ed edonistica, sembra che in realtà non lo siano affatto.

Ritengo interessante soffermarmi un attimo su questo fatto, ovvero sull’assunzione di droghe (hashish, cocaina, eroina) da parte dei benestanti, non perché i tossicodipendenti con una storia sociale e di vita problematica siano da trascurare, ci mancherebbe, ma perché quello del consumo di droga da parte di chi dovrebbe stare bene, in pace con sé stesso e col mondo, è un’apparente contraddizione che spiega in realtà molte cose.

Il discorso è semplice e lineare: nella società dell’apparenza, della fama e del possesso, la ricchezza materiale è tutto. La verità che ci viene contrabbandata dice chiaramente che chi è ricco, altolocato e affermato dal punto di vista professionale è felice, deve esserlo per forza poiché ha tutto ciò che si può comprare, che è poi ciò che conta. Così sono il manager, il parlamentare, il bell’attore o il calciatore famoso.

 


Esempio di lavoratore ben pagato con una posizione sociale e lavorativa prestigiosa che magari fa uso di droga

Su un piano leggermente inferiore si trova l’onesto lavoratore, che magari non è un importante dirigente d’azienda o un noto personaggio pubblico ma è comunque un lavoratore ben pagato, con un’adorabile famigliola, che si può tranquillamente permettere due cellulari, due macchine, qualche capo firmato e delle vacanze in Sardegna (magari non un’estate a Porto Cervo, ma una settimana a Santa Teresa di Gallura almeno, quella sì). C’è poi lo studente, giovane, spensierato e totalmente spesato dai genitori benestanti nelle sue gozzoviglie da adolescente (chi l’ha detto poi che i ragazzi di sedici anni devono per forza essere degli sconsiderati scapestrati?).

 

Tutta gente, questa, che certamente problemi non ne ha. E allora che ci fanno alle 8 di mattina, davanti a un presidio sanitario, a ritirare il metadone, dividendo la fila con tossici che fanno dentro e fuori dalla vicina casa circondariale? E perché li si vede aggirarsi furtivi per i parcheggi e le strade della periferia metropolitana, avvicinando loschi figuri, pusher e spacciatori, nel pieno della notte? Questi sono senza dubbio comportamenti più consoni a chi ha problemi seri, a chi è rifiutato dalla società, è solo, è disoccupato, squattrinato e magari anche perseguitato dalla legge.

Ecco, siamo giunti al momento in cui solitamente si fermano le riflessioni dei dotti sociologi e degli affermati giornalisti che affrontano questo tema. Quando arrivano qua lasciano dei puntini di sospensione, come se volessero dire qualcosa, trarre una conclusione che è in realtà quasi scontata, ma per qualche strano motivo non possano farlo. Quasi come quando – lo dico ad appannaggio degli appassionati di calcio – il telecronista commenta un fallaccio del difensore che sta marcando troppo stretto l’attaccante dicendo «Questo è il regolamento, queste sono le immagini, giudicate voi…». Cosa c’è da giudicare, s’è visto benissimo che l’ha steso!

 


La gente si rifugia nella droga, il canale per eccellenza di evasione e rifiuto della realtà, perché non è davvero felice

Qui siamo però in una delle (poche) fonti d’informazione libere e indipendenti rimaste, dove le cose vengono dette per quello che sono e le conclusioni vengono tratte fino in fondo. Ci penseremo quindi noi a riempire i puntini lasciati vuoti dai commentatori ufficiali.

 

La verità è semplice e cruda: la società del benessere non è realmente tale, al possesso dei beni materiali non corrisponde la felicità spirituale, il PIL non coincide col BIL. Questa verità oramai sta venendo a galla e sono molti i fattori che in qualche modo contribuiscono a far sì che questo processo avvenga e lo denunciano. In questi tempi di crisi, di economia in flessione e di ristrettezza, molte persone si sono sentite stranamente felici, quasi liberate da un peso, a volte addirittura realizzate.

Com’è possibile questo, come può la gente migliorare il proprio tenore di vita proprio quando vengono meno le risorse su cui esso si basa? La risposta è semplice: perché il tenore di vita, la sua qualità, non è direttamente proporzionale agli zeri del saldo di un conto in banca o alla cilindrata del motore di un’auto sportiva, ma è riferita a ben altri fattori: la serenità interiore, la sincerità dei legami che stringiamo con il prossimo e con la comunità, la capacità di apprezzare ciò che è veramente importante, il sentire comune che ci colloca in un posto e in un tempo – variabili, queste, oggi quasi cancellate dalla società globale –, la soddisfazione di saper fare qualcosa che non sia digitare numeri su una testiera o montare sempre lo stesso pezzo eseguendo sempre lo stesso movimento, ogni settimana, ogni mese, ogni anno, per tutta la vita.

 


Il PIL non coincide col BIL. Questa verità oramai sta venendo a galla e sono molti i fattori che in qualche modo contribuiscono a far sì che questo processo avvenga e lo denunciano

Ecco perché la gente si rifugia nella droga, il canale per eccellenza di evasione e rifiuto della realtà: perché non è davvero felice. Una banalità, direte voi. Sì, questa osservazione è di per sé banale, ma non è banale dire che l’infelicità diffusa è colpa proprio di ciò che oggi si crede fonte di benessere e appagamento.

 

Non è banale dire – e infatti non lo fa nessuno – che il possesso e la mercificazione di tutto, dai beni primari all’amicizia, dalla cultura alla salute, sono fonte di profonda infelicità e insoddisfazione e sono la causa primaria della morte di una comunità e dei suoi membri. Noi forse non siamo ancora morti, ma come società, come paese, come popolo, siamo già di certo con un piede nella fossa. Vi sembro catastrofista? Provate a farvi un giro al SERT di Milano di prima mattina e poi sappiatemi dire…

Francesco

Fonte: Terranauta

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lunedì, 26 ottobre 2009

TUTTI CONTRO TUTTI/E

Eccoci giunti alla resa dei conti….siamo arrivati al tutti contro tutti, o tutte, ormai ci capisce qualcosa è bravo. Fino a pochi giorni fa, la “vergogna” della politica italiana era avere un Presidente del Consiglio a cui piacevano tanto le donne, che, alla sua veneranda età, finiva col pagarne qualcuna per andarci a letto. In una società dal tempo ipercontratto, ciò non poteva durare a lungo, ed ecco che arriva la vendetta. L’opposizione ha piazzato alla guida di una delle Regioni più importanti del paese, un “maniaco” a cui piacciono le donne-uomo, comunemente conosciuti come trans. Scandalo, vergogna e dimissioni!!!!

Ecco a cosa è ridotta la politica italiana, a una sorta di Grande Fratello (ovviamente e tristemente quello della Marcuzzi, non quello di Orwell…), in cui gruppi di prostitute, transessuali, spioni, papponi e compagnia cantante si fa una guerra senza quartiere, misurando chi ha le perversioni più infime. In realtà, pare che la vecchia dicotomia Destra-Sinistra sia stata finalmente superata; ma, non come qualcuno si augurava, disegnando scenari nuovi (per esempio Comunitaristi-Liberal…), bensì, tra amanti delle donne contro amanti dei trans!

A questo siamo arrivati, nei salotti buoni, nei bar di borgata, nelle trasmissioni di “approfondimento”, non c’è più spazio per idee, politiche, questioni sociali….tutta roba che Marinetti definirebbe “passatista”; ormai l’importante è sapere se al tale Presidente piacciono le donne, i maschietti, o le vie di mezzo.

Ancora peggio, ho appena scoperto di vivere in un’Italia “moralizzatrice” come non vi è mai stata nella sua storia. Tutti a criticare chi va a prostitute- o a trans- chi fa festini a base di coca (-ina ovviamente), e giù a moralizzare. A questo punto ho il serio dubbio di non vivere nel Belpaese; ma, in una specie di universo parallelo, solo casualmente chiamato Italia anch’esso. No, perché dico, i nostri politici hanno le loro magagne; ma, le file lungo i viali delle città a caccia di prestazioni a pagamento, le vedo solo io??? Gli annunci sui giornali pieni di “giovane ragazza con grosso piacere” si trovano sui quotidiani (sempre meno) che compro io??? I fiumi di cocaina che scorrono nelle discoteche, nelle feste private di comunissimi impiegati e operai, fino a sfociare davanti ( se non dentro) le scuole superiori, sono frutto di una mia allucinazione??? Beh, certo, mi si dice, che sono discorsi che non stanno né in cielo né in terra, loro sono personaggi pubblici…..loro devono avere una moralità migliore della nostra….e secondo quale assurdo ragionamento? La classe politica solitamente fuoriesce dalla cosiddetta “società civile”, i cocainomani-puttanieri dei nostri sabato sera, finiranno col sedersi al Parlamento, o si pensa forse che i governanti siano marziani calati non si sa come e perché sul pianeta Terra?

Ma le scoperte non finiscono qua. Da quando mi ricordo, in Italia è sempre esistita una “sinistra” (il minuscolo è voluto!) che dal ’68 in poi ha abbandonato ogni velleità rivoluzionaria, trasformandosi in un ammasso di radical-chic da salotto; ma solo una cosa aveva conservato dei suoi istinti “rivoluzionari”: il libertinaggio. Al grido di “l’utero è mio e me lo gestisco io”, si rivendicava l’ amore libero, la fine di ogni moralismo che riguardasse la sfera sessuale, contro l’etica borghese e democristiana che voleva ingessare il paese agli anni ’50…anzi alla morale fascista (probabilmente senza conoscere le vicende famigliari del Duce, che erano consentite e operanti le case chiuse durante il Ventennio, ecc.)! Bene, oggi di tutto ciò non c’è più traccia. Berlusconi se ne deve andare, non tanto perché sia incapace o delinquente, ma perché è uno a cui piacciono le donne, certo addirittura a pagamento, e non venitemi a dire che personcine come la D’addario non sono costrette dalla società maschilista-fascista-capitalista a fare la prostitute!

Anzi, mi correggo…di tutto questo non c’era più traccia; perché, eccoli tornare fuori i “rivoluzionari sessantottini”. Marrazzo va a trans….vabbé dai, questi sono problemi personali che nulla hanno a che vedere con la politica….andiamo, se Berlusconi va a mignotte, Marrazzo potrà ben andare a trans…poi, dai, il Berlusca portava le signorine nei palazzi del potere, vuoi che tra un servizio e l’altro non mostrasse loro i reconditi segreti della Repubblica? In fondo, Marrazzo le sue “cosacce” se le faceva per i fatti suoi….anzi, è talmente “comunista”, che i trans li incontrava in un ex nascondiglio delle Brigate Rosse…Hasta la Victoria!!!

In tutto questo bailamme, una cosa mi chiedo: ma la crisi, le casse integrazioni, i licenziamenti….dove sono finiti???

Davvero a un popolo che va a abitualmente a zoccole, e indifferentemente a trans, e che pippa da mane a sera, interessa “politicamente” sapere se il suo Presidente (del Consiglio o di Regione fa lo stesso) è un socio di scappatelle o no? Ecco, forse, il nodo della questione. Quello a cui stiamo assistendo è la fine della politica. Il popolo non deve occuparsi di cose serie, come per esempio pensare di vivere dignitosamente…no, deve occuparsi delle abitudini sessuali degli altri, abituarsi a guardare dal buco della serratura delle camere da letto, meglio se dei potenti. Basta con giornali, libri, enciclopedie, sezioni di partito, circoli culturali e amenità varie….è ora che tutti ci trasferiamo nella “casa” del GF a parlare di zoccole e trans. Pazienza se la Cassazione annienta la famiglia, la globalizzazione ci riduce sul lastrico, e altre stupidità di questo genere… l’importante è sapere se il politico che voto, in segreto, tradisce la moglie con la prosituta o il trans di turno. Altro che alla fine del sistema attuale, qua siamo alla fine…e basta!

 

Manuel

 

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lunedì, 19 ottobre 2009

L'IRAN E IL TERRORISMO

Credo che ora sia definitivamente chiaro a tutti quali siano gli stati democratici e quali quelli “canaglia”, fiancheggiatori- per non dire suggeritori- dei terroristi.

Per chi non lo sapesse, ieri, a Sarbaz, nella provincia del Sistan-Baluchistan, nell’Iran sud-orientale, un kamikaze sunnita ha compiuto un attentato che è costato la vita a 49 persone, compresi due alti esponenti dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione- precisamente il generale Nurali Shushtari, comandante vicario delle forze di terra, e il generale Rajab-Ali Mohammadzadeh, comandante del corpo per il Sistan-Baluchistan. 

L’attentato è stato rivendicato dai “Jundallah” (i Soldati di Dio), una milizia sunnita, la cui componente etnica è molte forte in zona. Non si tratta del primo attentato compiuto nella regione; infatti, nel febbraio di due anni fa 11 Pasdaran furono uccisi, e 30 feriti, nell'attacco all'autobus su cui viaggiavano, e il 28 maggio scorso, 25 persone morirono quando una bomba fu fatta esplodere in una moschea sciita a Zahedan. I terroristi sunniti hanno i loro campi base in Pakistan, e vengono finanziati e sostenuti dagli Stati Uniti e da Israele.

Come è ovvio, i nemici della Repubblica Iraniana, tentano di sovvertire il governo di Ahmadinejad, che rappresenta un forte ostacolo all’espansionismo di Washington in Medio Oriente; ma, l’attacco di ieri è particolarmente indicativo, e va analizzato a fondo.

Aldilà della morte di alti ufficiali dei Pasdaran, cosa che rappresenta una provocazione molto forte nei confronti di Teheran, e che rischia di scatenare una catena di azioni-reazioni pericolosissima, due sono le considerazioni che vanno fatte.

In primo luogo, l’attacco terrorista si è verificato alla vigilia del meeting di Vienna dei “5+1” (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania) più l’Iran, che ha lo scopo di discutere della situazione riguardante il programma nucleare iraniano. E’ chiaro a tutti, che i “falchi” di Washington e di Israele hanno tutto l’interesse affinché Teheran appaia come il “lupo cattivo”, che attacca le “povere pecorelle” occidentali. Quale migliore occasione di una strage alla vigilia di un’importante evento distensivo internazionale, che potrebbe spingere l’Iran a reazioni scomposte?

Ma un altro, e forse ancor più importante, aspetto va segnalato nell’attentato di Sarbaz. Gli alti dirigenti dei Pasdaran si trovavano in quella località, proprio per un incontro con i capi tribù sunniti della zona, per avviare trattative di accordo tra le due etnie, allo scopo di pacificare definitivamente l’area al confine col Pakistan. La bomba è, infatti, esplosa all’interno del mercato cittadino, mentre i dirigenti miliziani e i notabili locali visitavano assieme le bancarelle manifatturiere. Questo indica chiaramente che si tratta dell’opera di destabilizzazione tipica del “soft power” attuato in questi mesi dal premio Nobel per la Pace Barack Obama e dal suo mentore Zbigniew Brzezinski. Il tratto caratteristico, che contraddistingue tale strategia da quella dei Neocon impersonata dall’ultima amministrazione Bush, è quello di fomentare guerre civili e scontri etnici all’interno dei paesi “ostili”, in modo da destituirne i legittimi governi, e sostituirli con nuovi “morbidi” verso Washington e i suoi alleati. Proprio come si cercò di fare all’indomani delle elezioni politiche, col tentativo fallito di attuare l’ennesima “rivoluzione colorata”, Obama ha orchestrato l’attentato di Sarbaz, proprio allo scopo di destabilizzare la società iraniana; infatti, è chiaro che agli USA, a Israele e ai loro alleati (il Pakistan in prima fila) fa molto comodo poter contare su minoranze armate all’interno dei confini iraniani, le quali forniscono loro “carne da cannone” per i giochi geopolitici a stelle e strisce, invece che trovarsi di fronte una società iraniana pacificata e unita. Prova ne sia proprio il fatto che la bomba sia stata fatta scoppiare durante i colloqui tra Pasdaran e capi tribù sunniti, col chiaro intento di farli saltare e di portare alla reazione del governo centrale, e, di conseguenza, all’inasprimento del contrasto.

Una volta smascherati i mandanti, e analizzato il movente, si deve cercare di capire quale sia lo scenario futuro più probabile e quale quello auspicabile. Partendo da quest’ultimo, il più facile, c’è da augurarsi che Teheran ignori le provocazioni statunitensi, non reagisca manu militari all’attentato, salvo chiaramente colpire i gruppi di terroristi, e continui nel lavoro di costruzione di una società iraniana coesa e pacificata, che prosegua sul cammino della rivoluzione lanciata da Khomeini, la quale rappresenta oggi una delle poche vie di uscita dal mondo capitalista ormai alla deriva. Temo però che Ahmadinejad sarà costretto a rispondere con la forza alla strage, rischiando però in tal caso di scatenare un corto circuito dagli effetti impensabili. L’unica cosa che ci resta da fare è sperare che anche stavolta l’Iran trovi la forza per non reagire all’ennesima provocazione imperialista di Stati Uniti e Israele.

 

Manuel

 

 

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categoria: politica, attualità


venerdì, 16 ottobre 2009

OBAMA E IL PREMIO NOBEL

 

Quando la guerra diventa pace,

Quando le idee e i fatti vengono capovolti,

Quando la finzione diventa realtà e la realtà diventa finzione,

Quando un programma di militarizzazione globale viene spacciato per azione umanitaria,

Quando le stragi di civili innocenti vengono definite “danni collaterali”,

Quando coloro che resistono alle invasioni della loro patria da parte dell’alleanza USA-NATO vengono definiti “insorti” o “terroristi”,

Quando una guerra nucleare preventiva viene spacciata per autodifesa,

Quando sofisticati sistemi di “ interrogatorio” e di tortura vengono utilizzati abitualmente per “proteggere le operazioni di pace”,

Quando le armi tattiche nucleari vengono pubblicizzate dal Pentagono come “sicure per la popolazione civile circostante”,

Quando i tre quarti delle tasse federali degli Stati Uniti vengono spesi per finanziare quella che viene eufemisticamente definita “difesa nazionale”,

Quando il Comandante in Capo della maggiore forza militare al mondo viene presentato come portatore di pace,

Quando le bugie diventano verità.


La “guerra senza confini” di Obama


Ci troviamo al crocevia di una delle maggiori crisi della storia moderna. I rapporti con la NATO e Israele hanno gettato gli Stati Uniti in un’avventura militare globale, che minaccia, letteralmente, il futuro dell’umanità. In questa cruciale congiuntura storica, la decisione della commissione norvegese, di assegnare il Nobel per la Pace al Presidente e Comandante in Capo Barack Obama, rappresenta l’ennesimo esempio di propaganda e di demistificazione della realtà, che da tempo sostengono il “Programma di Guerra” del Pentagono: una “guerra senza confini”, nel vero senso del termine, caratterizzata dal dispiegamento mondiale delle forze armate statunitensi.

Tralasciando la retorica diplomatica, non esiste alcun cambiamento rispetto alla politica estera di George W. Bush, tale da giustificare l’assegnazione del Nobel per la Pace a Obama; anzi, semmai è vero l’esatto contrario. Il piano militare di Obama ha il fine di estendere la guerre verso nuove frontiere. Grazie a una nuova squadra di consiglieri militari e di politica estera, il piano di guerra di Obama sta ottenendo il risultato di aumentare l’escalation militare nel mondo; molto più di quanto non fossero riusciti a fare i Neocon.

Fin dalle primissime mosse dell’amministrazione Obama, questo progetto di militarizzazione globale è diventato sempre più pervasivo, in seguito al rafforzamento della presenza militare statunitense in tutte le principali regioni del pianeta, e allo sviluppo senza precedenti di avanzatissimi sistemi di armamenti.

Assegnare il Nobel per la Pace a Obama significa legittimare le sue pratiche militari illegali; le sue occupazioni di altri paesi; e le sue continue stragi di civili innocenti, compiute in nome della “democrazia”.

Sia le iniziative della NATO, che quelle dell’amministrazione Obama, stanno direttamente minacciando la Russia, la Cina e l’Iran. Sotto la guida di Obama, gli Stati Uniti stanno sviluppando il “primo sistema di scudo missilistico per un attacco globale”:

« Insieme alle armi spaziali, l’Airborne Laser rappresenta la prossima frontiera nel settore della difesa…Finora, mai il sogno di Ronald Reagan, di creare un sistema missilistico difensivo multiplo- la Guerra Spaziale, per capirci- , è stato così vicino all’avverarsi, almeno da un punto di visto tecnologico».

Reagendo a questo consolidamento, rafforzamento e aumento del potenziale missilistico nucleare statunitense, l’11 agosto scorso, il Comandante in Capo dell’aeronautica militare russa, Alexander Zelin, riguardo alla minaccia rappresentata dall’espandersi del sistema statunitense su tutto lo spazio della sua nazione, ha affermato che « l’aeronautica militare russa si sta preparando ad affrontare tale minaccia, rappresentata dalla creazione del Comando di Attacco Globale, da parte dell’aeronautica militare degli Stati Uniti» e che la Russia sta sviluppando «un adeguato sistema difensivo per rispondere a tale minaccia, che è destinata ad aumentare nel tempo».

Fin dai tempi della crisi missilistica di Cuba, il mondo non era mai stato tanto vicino all’impensabile: lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, un conflitto in cui sarebbero state utilizzate anche le armi nucleari.


  1. Il cosiddetto scudo missilistico, o progetto Guerre Stellari, comprende, per la prima volta, l’utilizzo di armi nucleari, e ora copre diverse zone del mondo. Tale sistema è per la sua maggior parte orientato contro la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.

  2. Nuove basi militari statunitensi sono state aperte, allo scopo di ampliare la zona di mondo sotto l’influenza degli Stati Uniti, finendo col circondare la Russia e la Cina.

  3. Si sta assistendo a una escalation dei conflitti in Medio Oriente e in Asia Centrale. Il “budget per la difesa”, durante l’amministrazione Obama, è paurosamente aumentato, in seguito ai nuovi finanziamenti per l’Afghanistan e per l’Iraq.

  4. Seguendo gli ordini del Presidente Obama, in qualità di Comandante in Capo, il Pakistan è ora diventato l’obiettivo primario di costanti bombardamenti statunitensi, violandone la sovranità nazionale, con la giustificazione della “guerra globale al terrorismo”.

  5. Si sta procedendo alla costruzione di nuove basi militari statunitensi in America Latina, come quelle in Colombia, situate al confine con il Venezuela.

  6. Sono aumentati gli aiuti militari a Israele. La presidenza Obama ha più volte manifestato il suo totale appoggio a Israele e al suo esercito. Obama è rimasto impassibile di fronte alle atrocità commessa da Israele a Gaza. Non c’è traccia di nuovi negoziati Israelo-Palestinesi.

  7. Si è assistito a un rafforzamento dei comandi di zona, come l’AFRICOM e il SOUTHCOM.

  8. Si sono effettuate nuove minacce all’Iran.

  9. Gli Stati Uniti sono impegnati a fomentare nuove divisioni tra India e Pakistan, cosa che potrebbe degenerare in un conflitto in quell’area, oltre che utilizzare il potenziale nucleare indiano, come minaccia verso la Cina.


La natura diabolica di questo progetto militare è stata esplicata nel “Progetto 2000 per un Nuovo Secolo Americano” (PNAC), i cui obiettivi dichiarati erano:


difendere il territorio americano;

combattere, e riportare vittorie definitive, nei principali teatri di guerra;

risolvere i “problemi” di sicurezza, connessi col compito di stabilire la sicurezza nelle zone critiche;

trasformare le forze armate statunitensi, per sfruttare le “rivoluzioni nelle pratiche di guerra”.


Le “rivoluzioni nelle pratiche di guerra” fanno riferimento allo sviluppo di avanzati sistemi di armamenti nucleari. La militarizzazione dello spazio, avanzate armi chimiche e batteriologiche, sofisticati missili a guida laser, bombe anti-bunker, per non parlare del “Programma per la Guerra Climatica” dell’aeronautica militare statunitense (HAARP), con base a Gokona, in Alaska, fanno tutti parte dell’ “arsenale umanitario” di Obama.


Guerra alla verità


E’ in atto una guerra alla verità. Quando la guerra diventa pace, il mondo si è capovolto. L’analisi della realtà non è più possibile. Emerge un sistema inquisitorio. Una precisa comprensione dei fatti sociali e politici viene sostituita da una lettura fantasiosa del mondo, dove operano gli “agenti del male”. Il vero obiettivo della “guerra globale al terrorismo”, che è stata sposata in pieno dell’amministrazione Obama, è stato tenuto nascosto da una campagna mediatica mondiale contro le eresie. Agli occhi dell’opinione pubblica, possedere una “giusta causa” è fondamentale per dichiarare una guerra, la quale è considerata “giusta” se basata su motivazioni morali, religiose o etiche; nel qual caso si ottiene il consenso alla sua dichiarazione. In queste situazioni, le persone non sono più in grado di pensare autonomamente; ma, accettano l’autorità e la volontà dell’ordine costituito. La commissione per il Nobel ha dichiarato che il Presidente Obama «ha fornito al mondo una speranza per un futuro migliore»; quindi, il premio gli viene assegnato per i «suoi straordinari sforzi volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli. Il Comitato ha dato la massima importanza alla visione di Obama per un mondo senza armi nucleari»…La sua diplomazia si fonda sull’idea che coloro che guidano il mondo, devono imporre i modelli e i valori condivisi dalla maggioranza della sua popolazione.

Assegnare un “premio per la pace” al Presidente Barack Obama è parte integrante del programma di propaganda del Pentagono, il quale ha lo scopo di fornire una maschera umanitaria agli invasori, e, al contempo, demonizzare tutti coloro che si oppongono agli interventi militari degli Stati Uniti.

Senza alcun dubbio, la decisione di assegnare il Nobel a Obama è stata concertata col comitato norvegese, dai più alti livelli del governo di Washington, in virtù delle sue importanti implicazioni.

Inequivocabilmente ha lo scopo di fornire una “giusta causa” alle guerre degli Stati Uniti, e, così facendo, di giustificare i crimini di guerra commessi sia durante l’amministrazione Bush che quella di Obama.


Propaganda di guerra: Jus ad bellum


La teoria della “giusta causa” serve a camuffare la vera natura della politica estera degli Stati Uniti, e nel frattempo, fornisce un volto umano agli invasori. Sia nella versione classica, che in quella contemporanea, la teoria della “guerra giusta” presenta i conflitti come “operazioni umanitarie”. Si afferma che gli interventi militari avvengono per motivi etici o morali, contro gli “insorti”, i “terroristi”, i “elementi minacciosi” o gli “stati canaglia”.

La “guerra giusta” è stata eletta, dal comitato per il Nobel, a strumento di pace, e Obama la impersona in pieno.

Attraverso le accademie militari, una versione moderna della teoria della “guerra giusta” è entrata a far parte della dottrina delle forze armate statunitensi. La “guerra al terrorismo” e la nozione di “preventiva” vengono predicate come tecniche di “auto-difesa”. Esse definiscono « quando è lecito muovere guerra»: lo jus ad bellum.

Lo jus ad bellum viene utilizzato per costruire il consenso all’interno delle strutture di comando delle forze armate; inoltre, serve a convincere le truppe di stare combattendo per una “giusta causa”. Più in generale, la teoria della “guerra giusta”, nella sua versione moderna, fa parte integrante della propaganda di guerra e della disinformazione mediatica, attuate allo scopo di ottenere il consenso pubblico ai programmi di guerra. Sotto la guida di Obama, insignito del Nobel per la Pace, la “guerra giusta” è diventata universalmente accettata, all’interno della cosiddetta “comunità internazionale”.

L’obiettivo finale è quello di sottomettere i cittadini; depoliticizzare la vita sociale in America; prevenire il fatto che la gente possa pensare e farsi un’idea propria della realtà, analizzare i fatti e contestare la legittimità della guerra promossa dall’asse Stati Uniti-NATO.

La guerra è diventata pace, in quanto mossa per “fini umanitari”; nel frattempo, il dissenso pacifista è diventato un’eresia.


Escalation militare dal volto umano. La commissione per il Nobel da “luce verde”

Cosa più significativa, l’assegnazione del Nobel per la Pace legittima l’ escalation senza precedenti delle operazioni militari a guida USA-NATO, mosse sotto l’insegna del “portare la pace”; inoltre, contribuisce a mistificare la natura del loro programma di guerra.

Tra i 40.000 e i 60.000 militari statunitensi, e dei loro alleati, sono stati inviati in Afghanistan, con tale scusa. L’ 8 ottobre scorso, il giorno prima della decisione della commissione per il Nobel, il Congresso degli Stati Uniti ha accordato a Obama 680 miliardi di dollari per la difesa, che sono serviti a finanziare l’escalation militare:

«Washington e i suoi alleati della NATO stanno pianificando un aumento senza precedenti di truppe per la guerra in Afghanistan, in aggiunta ai 17.000 nuovi soldati americani, e diverse migliaia di elementi della NATO, che sono già stati impiegati in questo conflitto, quest’anno».

La cifra totale, basata su una relazione non ancora approvata dal comandante, sia delle truppe USA che di quelle NATO, Stanley McChrystal, stilata su richiesta diretta della Casa Bianca, va dalle 10.000 alle 45.000 unità. Fox News ha riferito di un massimo di 45.000 soldati statunitensi, e la ABC News parla di 40.000. Il 15 settembre il Christian Science Monitor parlava di «forse circa 45.000 unità».

La somiglianza di queste stime indica che il numero sia stato concordato con gli ubbidienti media americani, allo scopo di preparare il pubblico alla più massiccia presenza di forze armate stranieri in Afghanistan, nella storia di quel paese. Solo 7 anni fa, gli Stati Uniti avevano 7.000 unità nel paese; mentre al momento, è programmato di portarne 68.000 entro il prossimo dicembre, secondo gli ultimi calcoli delle stime sulle forze di terra.

Nella prossimità delle ore della decisione della commissione norvegese per il Nobel, Obama ha tenuto una riunione col Consiglio di Guerra, o forse dovremmo chiamarlo “Consiglio di Pace”, organizzata appositamente per far coincidere i due avvenimenti. Questo meeting fondamentale, svoltosi nella “Situation Room” della Casa Bianca, ha visto tra i protagonisti il Vice-Presidente Joe Biden, il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Ministro della Difesa Robert Gates, e i principali consiglieri politici e militari. Il Generale Stanley McChrystal ha partecipato in videoconferenza da Kabul, offrendo al Comandante in Capo «diverse opzioni alternative», «comprese un’aggiunta ulteriore di 60.000 soldati». Questa cifra è stata riportata da un articolo del Wall Street Journal, frutto di una fuga di notizie.

«Il Presidente ha avuto una lunga discussione circa la sicurezza e le sfide politiche in Afghanistan, oltre che sulle opzioni per impostare la strategia per il futuro», ha riferito un membro dell’amministrazione statunitense.

Comportandosi così, la commissione per il Nobel ha dato la “luce verde” alla strategia di Obama. La riunione del 9 ottobre nella Situation Room ha gettato le basi per la futura escalation del conflitto, mascherandola sotto la controinsurrezione e la costruzione della democrazia. Nel frattempo, nel corso degli ultimi mesi, le forze armate degli Stati Uniti hanno aumentato i bombardamenti sui villaggi delle zone tribali nel Nord del Pakistan, con la scusa di combattere Al Qaeda.


Autore: Michel Chossudovsky

Fonte: www.globalresearch.ca

Traduzione: Manuel


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giovedì, 08 ottobre 2009

LA FABBRICA DEL MONDO: LO SFRUTTAMENTO IN CINA

Il miracolo economico cinese ha reso il Paese una pestifera fabbrica mondiale in cui al progresso sfrenato si mischiano le condizioni disumane del lavoratori che quello sviluppo hanno contribuito a forgiare senza trarne in cambio altro che sfruttamento e povertà. Un breve viaggio in questa miseria vuole tentare di fare luce sulle miserevoli condizioni dei lavoratori in questo pezzo di Asia.

 

giovane cinese lavoratore
In Cina lavoratori, donne, uomini e bambini vivono sulla loro pelle una quotidiana violazione dei diritti umani

La corsa al capitalismo sfrenato, la crescita economica pachidermica, l’invasione dei mercati con merci di scarsa qualità, nocive per la salute dell’uomo, l’impoverimento dell’ambiente e l’alto tasso di inquinamento sono il prezzo da pagare per diventare grandi. Ma il conto, come sempre nella storia, non lo paga chi ordina dal menù, ma chi serve al tavolo: i lavoratori, le donne, gli uomini ed i bambini che sulla loro pelle vivono una quotidiana violazione dei diritti umani.

 

Questo è quanto accade nella Cina del miracolo economico.

La coscienza civile si indigna, ma le istituzioni, i grossi circoli economici e le multinazionali tacciono.

La Cina muove miliardi, perché infastidirla più del dovuto?

Le dichiarazioni ufficiali in merito alla violazione dei diritti umani non vanno oltre un registro diplomaticamente sostenibile, fatto di “si esprime la preoccupazione”, “dura condanna”, senza che a questo segua nulla di concreto.

Dopo i fatti di Piazza Tienanmen, nel 1989, gli Stati membri dell’Unione imposero sanzioni pesanti sugli aiuti ed il commercio e la sospensione delle relazioni diplomatiche con Pechino. Furono così sospesi i nuovi progetti di aiuto e bandita la vendita delle armi. Ma la cosa durò poco essendo quasi immediatamente ripreso un graduale aumento dell’assistenza allo sviluppo, mentre le repressioni dei dissidenti aumentarono.

Sembra che le sanzioni siano state prese più che altro per dimostrare all’opinione pubblica che l’Unione europea non stava a guardare e volendo fare credere di assumere delle posizioni in merito.

Non si è infatti mai fatto riferimento al ricorso a misure negative, come un embargo commerciale; oppure a misure economiche restrittive, a sanzioni diplomatiche, né si rinnovò il supporto alla risoluzione della Commissione Onu sui diritti umani che condannava la Cina e che fino al 1989 era invece stata sottoscritta congiuntamente da tutti gli Stati membri. Le opportunità di commercio ed investimenti intraviste dagli Stati membri nell’economia cinese in rapida espansione richiedeva la necessità di chiudere un occhio sui diritti umani, assumendo le ragioni del mercato e dell’interesse affaristico.

sartorie donne sfruttamento
Molti ragazzini tra i 12 ed i 13 anni affetti da herpes per l’inquinamento da coloranti industriali, con problemi alla vista per le ore passate a fissare gli aghi che cuciono i vestiti

 

In questo caso, chiudere un occhio significa guardare più al business che alla vita dei cinesi dietro la quale esiste una miseria che si schianta contro il luccichio del progresso.

Nel 2001 Kiu Jingmin, vicepresidente del comitato promotore delle Olimpiadi di Pechino 2008, affermò che portare i Giochi in Cina avrebbe significato aiutare lo sviluppo dei diritti umani. Ormai lontani da quell’evento, il risultato è una macchina pantagruelica che ha fagocitato forza lavoro sfruttata e sottopagata, priva dei più elementari dei diritti. Amnesty International chiama “sottoclasse urbana”, la manodopera costituita da milioni di migranti che dalle campagne si spostano nelle città in cerca di lavoro.

Forse sarebbe più corretto chiamarla “sottoclasse urbanizzata”, ma questo non cambia il fatto che siano esclusa da qualsiasi forma di servizio sanitario ed educativo statale, costretti a vivere in condizioni disumane e lavorare sotto il più agghiacciante degli sfruttamenti, senza nessuna copertura sindacale dal momento che l’unico sindacato presente sta dalla parte dei padroni.

Chi si sposta dalla campagna alla città per lavoro è considerato residente temporale: uno status da ottenere attraverso una procedura burocratica estremamente complessa (sistema dello hukou). Se si pensa che gran parte della popolazione rurale cinese sia analfabeta questo complica ancora di più le cose.

Gli strumenti nelle mani dei datori di lavoro sono molteplici e sapientemente mescolati formano un cappio ben stretto intorno al collo dei lavoratori. Chi manifesta l’intenzione di licenziarsi rischia di vedere decurtato il proprio stipendio di circa 3 mensilità; in vista del Capodanno le paghe vengono congelate così da costringere i lavoratori a rientrare subito sul posto di lavoro.

Così mentre in occidente dalle vetrine spuntano invitanti un paio di Timberland che costano 150 euro, in Cina un ragazzino di 14 anni guadagna 45 centesimi per cucirle, lavorando 16 ore al giorno, senza assicurazioni sanitarie, rischiando la salute per i prodotti altamente tossici utilizzati senza alcuna forma di protezione.

disney bambini privilegi
I bambini dovrebbero divertirsi ma questo è un privilegio che pare spetti solo ai bambini occidentali

 

Proprio il caso Timberland, in qualche modo, ha permesso di aprire uno spiraglio nel vaso di pandora che è il sistema lavorativo cinese. Gli operai hanno parlato, hanno denunciato la Kingmaker footwear, un’azienda subappaltata che ha come unico committente la Timberland. Ha 4.700 dipendenti di cui l’80% donne e poi anche ragazzini tra i 14 ed i 15 anni. In fabbrica si entra alle 7:30 e si esce alle 21:00; due pause per pranzo e cena e straordinari obbligatori anche dopo l’orario ufficiale di lavoro.

China Labor watch, un’associazione umanitaria, ha raccolto le testimonianze degli abusi e delle torture subite tra le mura di quell’azienda che lavora su licenza per il più prestigioso marchio americano che nel 2004 la rivista Fortune incoronò come migliore azienda dell’anno per le relazioni umane. I lavoratori denunciano orari di lavoro massacranti che aumentano in determinati periodi dell’anno in corrispondenza con l’aumento degli ordini; puntano il dito contro una paga mensile di 757 yuan, pari a circa 75 euro, il 44% della quale viene detratto per pagare vitto ed alloggio (camerate in cui si stipano 16 persone su brande di metallo e mense che servono cibo avariato). Una mensilità viene sempre trattenuta a mo di caparra per vincolare l’operaio al posto di lavoro.

La Timberland si scusa, assicura, attraverso il suo direttore per le relazioni esterne, Robin Giampa, che le responsabilità verranno accertate e che i problemi relativi alle condizioni di lavoro “verranno risolti”.

Peccato che sia stata necessaria l’esasperazione e la disperazione degli operai a fare venire fuori il marcio dall’azienda e non i sopralluoghi che la Timberland, due volte l’anno, conduce sulle fabbriche cinesi che lavorano per suo conto.

La Timberland, però, non è l’unica a rimestare nel torbido. Anche la Puma, con le sue scarpe da 178 euro, non scherza anche se un lavoratore cinese, pensate, per la loro produzione guadagna ben 90 centesimi di dollaro.

Il colosso tedesco ha la propria fabbrica per procura, la Pou Yuen, nel Guandong, cuore pulsante della fabbrica mondiale, con 30000 dipendenti che lavorano dalle 7 del mattino alle 23, senza protezione, soprattutto quelli destinati al reparto confezione, dove si incollano le scarpe.

cina lavori giocattoli
In Occidente troviamo molto convenienti quei prodotti che si vendono nei prodotti cinesi

 

In occidente, ma facciamo l’esempio dell’Italia, troviamo molto convenienti quei prodotti che si vendono nei negozi cinesi che hanno ormai monopolizzato il mercato.

Non ci sfiora neanche l’idea di cosa possa esistere dietro quello che non additiamo falsamente come un affarone, perché in Cina lo sfruttamento non porta solo il nome del grosso brand.

Esiste lo squallore di piccoli padroni senza scrupoli, che lavorano in proprio, sfruttando manodopera minorile; ragazzini tra i 12 ed i 13 anni affetti da herpes per l’inquinamento da coloranti industriali, con problemi alla vista per le ore passate a fissare gli aghi che cuciono i vestiti.

Già, i bambini. Dovrebbero giocare, andare a scuola, divertirsi e crescere sereni. Tutti i bambini? In teoria si, ma in pratica questo è un privilegio che pare spettare solo ai grassi e fortunati bambini occidentali, mentre gli altri schiattano dentro le fabbriche. Quelle appaltate dalla Disney, per esempio, come la Yiuwah, che serve anche Coca-Cola e Ma Sha, per la grande distribuzione in tutti gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Belgio, l’Australia, il Giappone.

La Yiuwah viola sistematicamente i diritti dei lavoratori spesso minorenni se non addirittura bambini, costretti a lavorare, per lo più senza un regolare contratto, in ambienti insalubri per 0,71 centesimi di dollaro l’ora ed alle donne sono negate le aspettative per la maternità. Questo è quello che emerge dal rapporto condotto da Clw nell’aprile di quest’anno.

Il progresso si ciba della disperazione. Per una famiglia della Cina rurale, con uno stipendio annuo fissato intorno ai 200 euro, mandare il proprio figlio in fabbrica è il modo più logico per sopravvivere. Per le ragazzine, nel Guandong esiste anche un’altra alternativa: la prostituzione.

Non era esattamente questo che ci si aspettava dallo sviluppo quando Roosevelt parlò di quelle libertà tra cui spiccava anche quella dal bisogno.

Romina Arena

Fonte: Terranauta

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mercoledì, 07 ottobre 2009

LIBERTE' DE LA PRESSE!

 

 

 

 

Tutte homme a droite d’examiner la conduite de toute personne publique,

puisqu’il a un intérêt dans cette conduite,

puisque la personne publique n’a d’autorité que pour le bien des citoyens.

[ Tratto da Fragments sur la liberté de la presse, 1776]

Mentre per l’Italia mediatica, negli spazi dello spettacolo-politica si è aperta strumentalmente un'interminabile e inconcludente discussione sulla ottocentesca e liberal-borghese Liberté de la Presse – traducibile oggi in una più ampia "libertà dell'informazione", perché ci sono [anche] le televisioni accanto a quotidiani, ebdomadari e libri – nell’altro paese, quello trascurato e reietto dell'economia reale in crisi irreversibile e dei gravi squilibri sociali, dilaga la disoccupazione destinata a diventare di massa e la cassa integrazione accentua i differenziali di reddito, distanziando ancor di più la maggioranza della popolazione dagli evasori fiscali, dai mafiosi e dai camorristi, dagli speculatori finanziari, dai confindustriali amanti dei paradisi fiscali, e da altre figure di approfittatori, tutti protetti e coperti dallo scudo governativo pro-farabutti.

Si tratta non di bazzecole trascurabili, tali da non meritare che qualche trafiletto in pagine interne, ma di problemi concreti di lavoro e di reddito, quindi di tenuta del tessuto sociale, che investono milioni di italiani e che sono stati denunciati, recentemente, anche da un ente “ammaestrato” e deputato ad “addolcire le pillole statistiche” quale è l’INPS:

INPS: BOOM DI DISOCCUPATI E CASSINTEGRATI

L'INPS comunica: Sono quasi un milione (984.286) le domande di disoccupazione liquidate dall'Inps in un anno, tra l'inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
In un anno, dal primo settembre 2008 al 31 agosto 2009, le ore autorizzate di Cassa integrazione guadagni hanno superato quota 615,5 milioni (615.554.896) mettendo a segno un aumento complessivo del 222,3%, rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente. Nel totale la cassa integrazione ordinaria (cigo) ha registrato un incremento del 409,4% (408.919.363 ore), mentre la cassa integrazione straordinaria è balzata dell'86,7%, a 206.635.533 ore. "

Basterebbero da soli questi dati, probabilmente sottostimati, per porre in secondo piano la questione del sistema dell’informazione nazionale e del suo grado di dipendenza da poteri economici o politici, visto che la prima emergenza italiana è un’altra.

Basterebbero tali dati, che mostrano la gravità della questione sociale e il rapido “evaporare” del lavoro in Italia, se non fosse che la Liberté de la Presse, oltre a malcelare una contesa intestina ai ricordati poteri, ha anche la funzione di distogliere l’attenzione del “pubblico indistinto” da ciò che sta accadendo ai redditi da lavoro e ai posti di lavoro.

Eppure le opposizioni sistemiche, anche loro al pari [e in certi casi ancor più] del cartello politico di maggioranza installate nei gangli vitali delle istituzioni come “topi nel formaggio”, starnazzano paventando una nuova forma di fascismo, tutta mediatica, e nel contempo chiamano alla difesa della “democrazia minacciata dal populismo”, categoria fuorviante alla quale ricorrono, come spauracchio, per tutelare gli interessi dei loro “datori di lavoro” e di privilegi.

Dopo un’intera puntata di Anno Zero che Michele Santoro ha dedicato alle escort berlusconiane [dal titolo “No Gianp no party”, ma avrebbe potuto tranquillamente essere anche “Tutte le squillo del presidente” o simili] con la cruciale intervista alla più imbarazzante fra tutte, e dopo la grottesca contro-trasmissione di Porta a Porta del leccapiedi buono per ogni stagione Bruno Vespa, la prossima tappa è la manifestazione di sabato 3 ottobre per la libertà d’informazione.

Persino Il Manifesto di oggi, 2 ottobre 2009, porta in prima pagina un enorme mascherone raffigurante il volto ridanciano di Silvio Berlusconi e nelle pagine interne due e tre dettagliati servizi su Anno Zero, sull’intervista a Patrizia D’Addario, sulla controffensiva vespiana trasmessa in seconda serata da RAI Uno, sulla lista di proscrizione televisiva di Fabrizio Cicchetto e amenità di questo tenore.

La questione sociale sembra completamente scomparsa dalle prime pagine dei giornali e dai palinsesti, come se per i media non esistesse – ed in effetti nel mondo mediatico-politico-virtuale non esiste o costantemente si esorcizzata – come se non ci fosse l’attesa, da qui alla metà del 2010, di significativi incrementi del tasso di disoccupazione ufficiale, che arriverà sicuramente al 10% [della disoccupazione reale nulla è dato sapere, neppure in ultima pagina dei quotidiani], facendo con buona probabilità traballare il piano sociale sul quale ogni potere necessariamente si regge.

Non possiamo non concludere, a beneficio di chi ancora non l’ha compreso [e purtroppo si tratta di molti, fin troppi] che questa finta battaglia per la "libera informazione" è funzionale agli interessi e ai disegni delle oligarchie dominanti, allo scopo di distogliere l'attenzione dalle grandi e drammatiche questioni sociali, e per tale motivo scendono in campo giornalisti prezzolati e mercenari [fianco a fianco con squillo di lusso e imprenditori paraninfi-spacciatori di droga], gli intellettuali di servizio e di turno, il corrotto mondo accademico, persino elementi della casta dei magistrati, assieme alle numerose comparse della politica sistemica di "destra" e di "sinistra", nel consueto gioco delle parti i cui esiti sono forse già decisi dietro le quinte  inscenando una scadentissima rappresentazione teatral-mediatica destinata a continuare ancora per qualche tempo, con trabocchetti reciproci, riunioni del CDA della RAI e convocazioni nelle residenze di Berlusconi.

Tutto ciò con molta meno convinzione dei borghesi e liberali dell'Europa post-napoleonica che assumevano quale supremo valore la Liberté de la Presse, da difendere strenuamente, mentre intorno a loro il primo capitalismo allora identificato con la borghesia e in via di rapida affermazione come modo di produzione prevalente riduceva alla più completa miseria e in stato di abiezione milioni di persone sradicate dai contesti comunitari, private della loro “professionalità” e della loro dignità sociale, ridotte a lavoro-merce, nei meandri e nelle periferie degradate delle prime "città industriali".

Non dimentichiamoci mai che in seguito la storia ci ha regalato la lotta di classe, con tutte le sue asprezze e le repressioni, la rivoluzione russa e due sanguinosi, catastrofici conflitti mondiali …


Eugenio




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martedì, 08 settembre 2009

NON, JE NE REGRETTE RIEN

Dedicato all'8 Settembre......

Non, rien de rien
Non, je ne regrette rien.
Ni le bien, qu'on ma fait
Ni le mal tout ça m'est bien égal!

Non, rien de rien
Non, je ne regrette rien.
C'est payé, balayé, oublié,
je me fous du passé.

Avec mes souvenirs,
j'ai allumé le feu,
mes chagrins, mes plaisirs,
je n'ai plus besoin deux!
Balayés les amours,
et tous leurs trémolos,
balayés pour toujours,
je repars à zéro.

Non, rien de rien
Non, je ne regrette rien.
Car ma vie, car mes joies,
aujourd'hui
ça commence avec toi.



No, Non Rimpiango Niente
no, niente di niente
non rimpiango niente
né il bene che mi è stato fatto
né il male, non mi importa

no, niente di niente
non rimpiango niente
ho pagato tutto, tutto spazzato via, dimenticato,
me ne infischio del passato

coi miei ricordi
ho acceso un fuoco
i miei dolori, le mie gioie,
non ho più bisogno di loro
mi sbarazzo degli amori,
e di tutti i loro tremori,
spazzati via per sempre,
riparto da zero

no, niente di niente
non rimpiango niente
perchè la mia vita, la mia gioia
oggi
comincia con te

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lunedì, 10 agosto 2009

IL GRANDE GIOCO- TERZA PUNTATA: IL "DRAGO"

Ecco il link della terza puntata del programma di Buttafuoco:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-27cbc888-26b3-4f43-814a-909375928e3a.html?p=0

Interessante viaggio nel continente asiatico: le nuove superpotenze (Cina e India); il Giappone ormai decaduto (da menzionare il dato sul calo delle nascite in corrispondenza del collasso economico); il Pakistan attuale; la Sacra lotta per la libertà dei Karen; ecc...

Buona visione

 

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giovedì, 06 agosto 2009

LA INNSE E LA VIA DI USCITA DALLA CRISI

 

La situazione della INNSE è veramente assurda, ma esemplare della situazione del capitalismo italiano attuale; ma, al contempo, offre una via di fuga concreta dalla crisi economica, e sociale, del mondo occidentale.


Questa incredibile vicenda inizia il 31maggio dell'anno scorso, quando il neo-padrone della ditta, tale Silvano Genta, invia le raccomandate di licenziamento agli operai, aprendo la procedura di mobilità; ciononostante, i lavoratori forzano i cancelli aziendali chiusi e riavvino i macchinari, continuando a produrre. Sebbene la decisione del Sig. Genta di chiudere potrebbe far credere che l'azienda sia in crisi, gli operai non solo producono, ma incontrano i clienti e producono utili. Non solo gli operai autogestiscono l'azienda, ma sono anche costretti a presidiarla giorno e notte, per paura che venga loro nuovamente impedito l'accesso ai capannoni. Il 25 agosto, tutti gli operai vengono ufficialmente licenziati, e nonostante la volontà di un imprenditore bresciano di rilevarla, la INNSE viene messa in liquidazione; non solo, nonostante le rassicurazioni della proprietà, circa il pagamento del preavviso, il 10 settembre, giorno di paga, gli operai non ricevono un soldo. La risposta è il presidio e l'occupazione a oltranza dello stabilimento, per poter continuare a lavorare; questo dura fino al 17 dello stesso mese, quando arriva la polizia che caccia con la forza gli operai dal proprio posto di lavoro. Da quel momento è cominciato un tira e molla tra gli operai che si sono radunati stabilmente davanti ai cancelli della fabbrica e la proprietà, che agisce tramite la polizia in assetto anti-sommossa, che è arrivato alla crisi di questi giorni. Al momento, dato che Genta ha messo in liquidazione l'azienda, il tribunale di Milano ha ordinato il sequestro e la vendita dei macchinari; al contempo, gli operai, rivendicando il fatto che i clienti continuano a ordinare la merce, chiedono semplicemente di continuare a lavorare. Di fronte alla volontà della polizia di portare via tutti i macchinari, 5 operai si sono chiusi dentro il capannone, riuscendo, al momento, a bloccare l'operazione di smantellamento.


Come mai il padrone ha venduto un'azienda che autogestita dagli operai produce utili? Semplice, i capannoni della INNSE sono gli ultimi rimasti della zona industriale in cui sorgono, una volta smantellati, il terreno può essere venduto per speculazioni edilizie, che in occasione del prossimo Expo si Milano, cominciano a moltiplicarsi. La situazione è veramente di una gravità inaudita; un momento di crisi economica, nel quale i lavoratori continuano a finire in cassa integrazione e a cadere nelle fauci della precarietà, nel silenzio totale della classe politica, che si presenta solo oggi al fianco degli operai, solo per finire in tv, un'operazione di speculazione edilizia sta cancellando il diritto al lavoro, e alla dignità, di decine di famiglie di lavoratori. Ancora una volta, andrebbe ricordato a tutti, che secondo la tanto sbandierata Costituzione, “l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, e che la proprietà privata va tutelata solo in quanto utilizzata per il bene sociale; da nessuna parte appare scritto che la speculazione edilizia a favore di un unico capitalista possa calpestare il dettato costituzionale, e i principi che lo ispirano.


Aldilà della tragicità della situazione contingente, gli operai della INNSE stanno fornendo al Paese l'unica soluzione possibile di uscita dalla crisi economica e finanziaria attuale: la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione delle imprese. Una volta che l'azienda è stata sottratta alla gestione, incapace o truffaldina non sappiamo, del padrone, si sono “miracolosamente” rivisti gli ordini da parte dei clienti, e con essi gli utili. La decisione di privilegiare la speculazione edilizia, rispetto al lavoro e alla dignità della classe lavoratrice, è l'ennesima dimostrazione di incapacità e malafede della classe imprenditoriale italiana. A questo punto, la soluzione non può passare da fondi pubblici che finiscono solo col premiare le banche e i capitalisti; cioè proprio coloro che hanno costruito l'attuale drammatico scenario. Bisogna portare i lavoratori all'interno delle “stanze dei bottoni” delle aziende, espropriando e socializzando- ovviamente senza alcun “risarcimento”- quelle a rischio di chiusura, o che hanno già avviato le procedure di mobilità o, addirittura, che si trovano in fase di liquidazione.


Nel frattempo, è fondamentale che ognuno di noi, con i mezzi che ha a disposizione, sostenga la lotta degli operai della INNSE, e che inciti tutti i lavoratori nella loro stessa situazione a non arrendersi e a lottare.


Per chi vuole contribuire alla lotta degli operai della INNSE, può consultare la loro pagina su Facebook, oppure visitare il loro blog: http://www.myspace.com/presidioinnse


Manuel

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