giovedì, 28 maggio 2009

TORNA IL PRIMATO DELLA POLITICA, TRAMONTA L'ERA DEI BANCHIERI

In tutto il mondo è recessione e c’è il rischio non ipotetico che si trasformi in depressione, non certo prolungata, perché gli interventi dei governi già in atto e quelli che sono in gestazione alla fine produrranno qualche effetto propulsivo.
Sugli uni e sugli altri, per ovvie ragioni, non è possibile in questa sede soffermarsi. Preme osservare però che senza dibattiti, senza piani programmatici e senza clamori, si è tornati ad applicare, sia pure in modo frammentario, la nazionalizzazione di alcuni colossi bancari e assicurativi, ma si è anche aperta la strada per interventi senza fine, perché ora è la volta dei colossi dell’automobile, poi toccherà al tessile e a tutte le altre classi di industria, alimentare compresa, per finire alla moda e al turismo.
Non si deve dimenticare infine l’agricoltura, tanto bistrattata e pur così utile, anzi indispensabile. Altrettanto occorrerà fare per l’edilizia residenziale, contraddistinta ormai dall’invenduto, che minaccia il fallimento di molte piccole imprese. Allargando il concetto espresso da Marchionne, a.d. della Fiat a proposito dell’auto, è il caso di dire" gli aiuti o a tutti, o a nessuno".

Tra inflazione e deflazione
Così dagli Stati Uniti all’Europa occidentale e poi a quella orientale per finire in Asia fino in Giappone, la crisi potrebbe involgersi in inflazione galoppante se occorrerà stampare moneta per salvare senza risanamento imprese decotte. Se poi gli intereventi saranno, come appare, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, non sarà possibile evitare la depressione con milioni e milioni di persone in piazza, dai disoccupati, alle casalinghe e ai pensionati, a reclamare giustamente la propria parte di aiuti.
Intanto oltre alla recessione, si notano i primi segni di deflazione, ovvero il ribasso dei prezzi dei beni, non perché è aumentata la produttività del lavoro, ma per poter smerciare l’invenduto che si accumula nei magazzini.
L’invenduto inizia ad affliggere non soltanto l’industria automobilistica, ma anche il settore delle abitazioni, i cui prezzi erano saliti alle stelle a causa della speculazione selvaggia.
La strada dell’aiuto pubblico, piccolo o grande che sia, chiama in causa la burocrazia, che salvo in pochi fortunati paesi, è lenta, occhiuta, senza elasticità e in Italia non ha rispetto per il cittadino. In Europa occorre inoltre sottostare alla burocrazia di Bruxelles, che per creare carte inutili, ma sempre costose, non ha concorrenti.

Invece degli aiuti, un ribasso fiscale

Anziché sotto forma di aiuti, l’intervento pubblico, nel quale il governo italiano non è stato secondo a nessuno, sarebbe più efficace se attuato sotto forma di un ribasso, sia pure graduato, della pressione fiscale che grava sui cittadini e sulle imprese. In Europa questa pressione è elevata e in Italia è punitiva, perché mancano adeguati servizi e nel suo impiego è fonte di sperperi.
L’intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l’effetto di rimettere in moto la spesa privata, ossia la domanda, dai cui sviluppi dipende l’andamento dell’offerta di beni e servizi. Tutti, lavoratori e imprese, potrebbero avere tramite la riduzione della pressione fiscale maggiore potere d’acquisto immediatamente spendibile.
In Europa si è avuto paura di detassare le tredicesime, perché sembra più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht di infausta memoria, che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
L’altra leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito, la cui efficacia inizia già dal loro annuncio. Nell’eurozona si ha il timore di incrementare il debito pubblico e di non rispettare il vincolo ragioneristico di Maastricht e quindi i governi sembrano condizionati da un Trattato che pochi mesi dopo la sua operatività molti Paesi non avrebbero più approvato.
Oggi i vincoli di Maastricht debbono essere radicalmente rivisti e lo statuto della Banca centrale europea deve essere modificato, se vogliamo salvarci da altri disastri. Non ci dobbiamo preoccupare di un aumento del debito pubblico e del disavanzo annuale, perché l’uno e l’altro possono essere ricondotti a valori accettabili in seguito all’aumento del gettito tributario, che a parità di aliquote fiscali, scaturisce dal maggior reddito prodotto dai lavori pubblici.
I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste, in barba agli stregoni della finanza, creativa di bolle speculative.
In Italia, ad esempio, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, che oggi sono solo fonte di spesa e non di guadagno, e di cui spesso è decaduta l’ originaria destinazione, come per tante caserme, oggi inutilizzate anche perché superate dalle moderne esigenze.
Il governo ha già detto che potrà recuperare molti fondi fino ad ora inutilizzati e quindi spenderli nel più breve tempo possibile per avviare i lavori pubblici. Però bisogna fare presto e bene.

La lezione del ‘29

Durante la crisi 1929-1932 l’immobilismo dei governi fu la norma, perché c’era cieca fiducia che le libere forze di mercato avrebbero aggiustare da sole i mali prodotti, e che si potesse così riprendere rapidamente la via della ripresa economica. Invece, contrariamente a quanto diceva il presidente repubblicano uscente Hoover, il libero mercato si avvitava su sé stesso, facendo lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile. Come è noto, le elezioni del novembre del 1932 furono vinte dal democratico Roosevelt, che promise un intervento pubblico massiccio per fermare la depressione e per instaurare un nuovo ordine economico che consentisse una più equa distribuzione della ricchezza nel contesto di una certa stabilità economica. Nel 1933 prese il via il new deal (nuovo metodo), il cui svolgimento fu un compito immane, perché richiese, tra l’altro, la svalutazione del 40,9 per cento del dollaro, effettuata nel 1934, conseguente alla fissazione del prezzo dell’oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino e la ricostituzione delle riserve delle banche in modo che potessero riprendere a erogare il credito commerciale.
Nel 1934 i valori di borsa erano scesi al livello del 1924, allorché era iniziata la folle bolla speculativa, scoppiata poi nel 1929.
L’opposizione alla politica di intervento statale portò nel 1936 al giudizio di incostituzionalità espresso dalla corte suprema degli Stati Uniti nei riguardi del National Industrial Recovery Act e dell’Agricolture Adjustment Act, ma intanto la ripresa era già in atto e produceva i suoi frutti.
In quell’anno, il 1936, l’economista John Maynard Keynes formulava nella sua opera Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, la tesi dell’intervento pubblico con investimenti onde aumentare il reddito nazionale. Non disse che aveva messo in teoria quello che concretamente avevano fatto Roosevelt, Hitler, Mussolini e Stalin, ognuno a suo modo, ma sempre tramite l’intervento pubblico, avevano vinto la depressione e la disoccupazione. Purtroppo molti interventi erano mirati alla politica degli armamenti, conseguenza diretta della grande crisi economica del 1929-1932. A far data dalla fine del 1935 si verificò la guerra in Etiopia, seguita dalla guerra civile in Spagna, dalla guerra cino-giapponese, dall’aggressione alla Polonia e infine dalla seconda guerra mondiale. Auguriamoci che la storia non si ripeta.

La strada delle nazionalizzazioni

Oggi, forti dell’esperienza, i governi hanno preso i primi provvedimenti per evitare l’avvitamento economico e altri ne dovranno prendere. Meglio essersi mossi anche in modo non molto felice, piuttosto che stare fermi a guardare lo snodarsi degli accadimenti.
Ma i governi hanno il dovere di guardare in avanti, ossia di programmare l’uscita dalla crisi e la ripresa economica. Presi quasi alla sprovvista, nonostante la crisi fosse stata annunciata da tempo, i governi non sono riusciti a escogitare manovre congiunte a livello internazionale. Così è stata imboccata la strada delle nazionalizzazioni e proprio nel paese, gli Stati Uniti, il più avverso all’intervento pubblico.
Si è iniziato con il settore bancario, che è stato indotto ad abbandonare la banca universale, una volta detta banca mista, lasciando al settore pubblico la cura del credito a medio e a lungo termine, come era accaduto in Italia con la riforma bancaria del 1936, e buttata anni fa nel cestino per seguire la moda del mercato, che lasciato libero a sé stesso è diventato speculativo e ha prodotto il disastro che è sotto gli occhi di tutti.
In modo confuso tutti i paesi hanno riscoperto il primato della politica sull’economia e anche e soprattutto sui banchieri centrali, che da tempo, almeno nell’eurozona, si erano sostituiti ai parlamenti e ai governi.

L’usurpazione fatta dai banchieri centrali

L’esempio più eclatante di questa usurpazione, verso la quale chi scrive è stato sempre contrario, è stato il Trattato di Maastricht e il sistema di banche centrali facente capo alla Banca centrale europea, dichiarata indipendente, dimenticando il disastro della Repubblica di Weimer.
Ma non si scordino poi le infelici esperienze dal 1971 a oggi dei Serpenti monetari europei e delllo Sme (Sistema monetario europeo). Poi i banchieri centrali ci hanno dato l’euro, l’unica moneta al mondo senza stato, che per questo motivo è stata rivestita di prestigio, con danni rilevanti per l’economia dei paesi dell’eurozona.
Come tante volte detto, la politica della Bce è stata deflazionistica e pertanto ha costretto l’economia a muoversi in un angusto sentiero, mentre il resto del mondo correva.
L’alto prezzo dell’euro ha ostacolato le esportazioni dell’eurozona e per contro ha favorito le importazioni dai paesi che altrimenti non sarebbero risultate convenienti. Inoltre, non ha fuso in unico sistema economico le economie dei vari paesi e per quanto concerne la crisi odierna, la Bce e il sistema di banche centrali non hanno vigilato contro la speculazione.
Un giorno la storia si domanderà se i banchieri centrali europei erano intenti, come dicevano i nostri bisnonni, "a passare le acque a Baden-Baden", centro tedesco di cura e di divertimenti fin dall’epoca romana, oppure a lucidare i lingotti d’oro, oppure ancora a passare il tempo al telefono con gli occhiuti commissari europei all’economia.
In altri tempi tutti questi signori, insieme a quelli d’oltre Atlantico, ivi compresi i burocrati del Fondo monetario internazionale, avrebbero dovuto avere il buon senso di dimettersi. Ma sembra che in questa crisi finanziaria ed economica, che come una valanga si precipiterà sui lavoratori e sulle loro famiglie, nessuno senta il dovere di rassegnare le dimissioni.
Nessuno chiede che seguano l’esempio dei magnati che nel 1929 si gettavano dall’alto dei grattacieli sulla strada sottostante, ma tra la gente è diffuso il desiderio di aiutare tanti banchieri, tanti commissari e tanti esperti a fare le valigie, lasciando ad altri il compito di riparare i danni prodotti dalla loro presunzione.

A quanto ammonta la carta straccia

Stime prudenti indicano che la finanza speculativa ha creato carta finanziaria, il cui valore si avvicina ormai allo zero, per un ammontare di almeno 10 volte il pil mondiale, che in PPA, ossia in parità di potere d’acquisto, è stimato per l’anno scorso in circa 66.000 miliardi di dollari. Una semplice moltiplicazione per 10 ci dà appunto la cifra di 660.000 miliardi dollari.
C’è però chi stima che la massa di carta speculativa sia 24 volte il pil mondiale, ossia in 1.600 bilioni di dollari, essendo il bilione il quadrato del milione, secondo la convenzione matematica internazionale. Si tratta di una cifra che scritta per intero e arrotondata è di difficile lettura a prima vista: 1.600.000.000.000.000 $.
Ma ormai, zero più o zero meno, poco importa. Il danno è stato fatto ed è immenso. I risparmi si sono volatilizzati e le imprese hanno perduto quote rilevanti di capitale.
Ora preme combattere la recessione per non cadere nella depressione e nel contempo occorre evitare che gli stati attraverso parlamenti e governi diventino azionisti di imprese decotte e pagate per buone, come sovente è accaduto in Italia e altrove.
Mentre scriviamo, la crisi dell’auto con il suo indotto è giunta a maturazione in tutto il mondo, fin nel Giappone, che nonostante il tasso ufficiale di sconto sia quasi allo zero, l’economia è da mesi in recessione.
Negli Stati Uniti si assiste agli appelli dei colossi di Chicago e di Detroit per non fallire. Fino al 31 dicembre prossimo comanderà l’amministrazione repubblicana e il suo ministro del tesoro non intende sacrificare i fondi a sua disposizione e destinati a salvare dal fallimento altre grosse banche, per darli all’industria automobilistica, come invece chiedono i democratici.

Obama:scelte  poco rassicuranti

Il nuovo presidente Barak Obama si potrà trovare al momento del suo insediamento di fronte a scelte, che forse non si sognava nemmeno di dover fare e che condizioneranno la sua politica economica e sociale, imperniata durante la campagna elettorale sulla redistribuzione del reddito a favore degli afro-americani e degli ispano-americani.
In attesa di conoscere il Discorso sullo stato dell’Unione di metà gennaio prossimo, si può intanto dire che i primi nomi della squadra di governo non sono molto rassicuranti. Sono le persone dell’amministrazione Clinton, compreso l’allora vicepresidente Al Gore e la signora Hillary Clinton, peraltro molto più intelligente del marito, e per quanto riguarda l’economia si tratta di uomini che inventarono la new economy, come se la old economy, che ci aveva fatto benestanti e grassi fosse da buttare nel cestino.
Non si dimentichi mai che la new economy si concluse con lo scoppio della gigantesca bolla speculativa di borsa, dalla quale prese l’avvio la speculazione sugli immobili, con tutto quello che ne è seguito fino ad oggi.
Forse non tutti ricordano che nei suoi otto anni di mandato il presidente Clinton illuse gli americani, e poi tutto il mondo, che si potesse prosperare con i guadagni speculativi di borsa. Allora ci fu gente che si giocò in borsa la liquidazione, ed altra che contrasse mutui, e con il ricavato comprò azioni e derivati vari.

La responsabilità  dei Paesi avanzati

Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale e anche sotto questo riguardo gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell’economia mondiale. Tutto il mondo è nelle mani di questi paesi, anche la Cina, l’India e la stessa Russia.
Merita rilevare che la popolazione di questi tre paesi è nove volte quella degli Stati Uniti, mentre il loro pil ne è soltanto un quinto.
In particolare, il rapporto tra il pil pro capite degli Usa e quello della Cina si pone come nei valori di 100 a 3 e quello delle rispettive popolazioni sta come 1 a 36.
In economia i divari tra USA e Cina sono ancora abissali, con tutto quello che ne segue per gli aspetti considerati dalla Cia, che fa il suo mestiere. I divari aumentano se si fa riferimento ai paesi del G7, da un lato, e Cina, India e Russia, dall’altro lato.
Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli.
È nell’interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale fondato sul sistema dei cambi valutari fissi.
Un ritorno a Bretton Woods, come si suole dire, per quanto auspicabile sia, non può essere improvvisato, ma richiede oltre alla volontà politica una serie di incontri a livello internazionale per definire le nuove parità monetarie in regime di moneta fiduciaria, essendo impossibile ritornare all’ancoraggio all’oro e le banche centrali farebbero bene a venderlo e con il ricavato ripagare i danni che hanno provocato.
Occorre altresì definire il vincolo del pareggio della bilancia dei pagamenti, includendo anche i movimenti di capitale, che, invece, a Bretton Woods rimasero esclusi. E come allora, il vincolo di bilancia dei pagamenti deve essere elastico, ossia basato sulle tendenze al pareggio delle bilance e non un parametro matematico rigido, come è quello del Trattato di Maastricht sul bilancio pubblico. L’economia non sopporta misure e pesi da farmacista, perché è una scienza sociale, che non può essere retta dalla matematica. In economia quasi sempre due più due fa meno di quattro.
Approfittiamo della crisi per iniziare a rifondare su base politica, coadiuvata dalla tecnica, un nuovo ordine monetario internazionale. Non si dimentichi che dall’abbandono degli Accordi di Bretton Woods nell’agosto del 1971 sono derivati i molti mali odierni, tra cui le ricorrenti crisi petrolifere e quello che è ben più grave l’emarginazione politica ed economica dell’Unione Europea nello scacchiere internazionale.

 

Angiolo Forzoni

www.finanzaitaliana.net

postato da manuelluca88 alle ore 19:02 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: economia



Commenti
#1    29 Maggio 2009 - 10:12
 
Mi spiace di dover contraddire l'annuncio trionfale contenuto nel titolo dell'articolo, che si può riassumere nel ritorno [del primato] della politica, fondato in larga misura sulle apparenze.
L'impiego di masse enormi di denaro pubblico, come mai si visto prima in tutto l’arco della storia umana – a partire dalla vecchia amministrazione americana, per arrivare alla nuova che riporta in auge dopo molti anni il pool di Bill Clinton – è stato destinato, in primo luogo, al soccorso di una dimensione finanziaria a rischio di disintegrazione, non operando comunque nazionalizzazioni degli istituiti di emissione [che restano nelle privatissime mani del livello Strategico della Global class occidentale] e a tappeto dei sistemi bancari, comprese le grandi banche d'investimento e d'affari.
Ciò non è accaduto negli USA, non è accaduto in Gran Bretagna e ancor meno nella periferica Italia di Bankitalia, Intesa e Unicredit, per la quale Goldman Sachs ha sempre mostrato significativo interesse, purtroppo [vedi le sciagurate privatizzazioni italiane degli anni novanta e gli accordi sul panfilo Britannia].
Soltanto dopo aver evitato – e almeno per ora – che la Finanza internazionalizzata crolli con un effetto pari al crollo della Galassia Centrale nella celebre e fantascientifica trilogia di Isaac Asimov, i principali governi hanno cominciato ad occuparsi dell’industria, degli apparati produttivi malconci, a partire dal vecchio settore automobilistico che, nonostante le fiducie riposte in occidente sull’immateriale, sui vari terziari e quaternari avanzati, con tutta evidenza resta “strategico”.
Non devono trarre in inganno vicende come quella della quinta istituzione finanziaria britannica nel settore mutui, Northern Rock, la quale è stata messa sotto la tutela della Banca d’Inghilterra, salvata con liquidità del tesoro inglese … cento miliardi di sterline di mutui erano una “bomba vagante” e il rischio si è scelto, in perfetta linea con il “pensiero” e l’agire neoliberista, di scaricare il rischio sulle spalle dei contribuenti inglesi, della classe media in difficoltà e, in generale, delle magre finanze dei subalterni.
Compratori con offerte convincenti non c’erano [solo due proposte, di cui una presentata da un alto dirigente della banca stessa, alla fine rigettate] e così Northern Rock è stata nazionalizzata, ma temporaneamente, nella speranza “che il malato passi la nottata”, naturalmente curandolo con denaro pubblico.
Questa è la realtà e il caso della banca inglese è paradigmatico.
In ciò non vedo alcun ritorno del primato della politica, perché la nazionalizzazione della Banca Inglese [si precisa temporanea] è stata decisa allo scopo di offrire tutela a interessi privati e non ha di certo rappresentato un primo, necessario passo per arrivare alla mitica socializzazione, la cui prospettiva rientra nell’ordine del possibile solo se effettivamente vi è il primato della politica [quella alta] sul finanziario e sull’economico.
Inoltre, va rilevato che c’è una politica “formale”, apparente, che si rappresenta sulla scena del teatro liberaldemocratico, per far credere ai subalterni che la democrazia esiste e che loro partecipano – principalmente attraverso il rito del voto – al processo decisionale e ci sono i livelli di comando della classe globale [Strategic Global class] che avocano a sé le decisioni strategico-politiche.
Per ora mi fermo qui.

Saluti

Eugenio Orso
utente anonimo

#2    29 Maggio 2009 - 19:26
 
Penso anche io che l'autore sia un po' troppo ottimista...al momento penso che i banchieri siano ben lontani da qualsiasi reale controllo politic. Basti pensare alla recente emissione di SDR da parte del Fondo Monetario Internazionale per capirlo
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