
In tutto il mondo è recessione e c’è il rischio non ipotetico che si trasformi in depressione, non certo prolungata, perché gli interventi dei governi già in atto e quelli che sono in gestazione alla fine produrranno qualche effetto propulsivo.
Sugli uni e sugli altri, per ovvie ragioni, non è possibile in questa sede soffermarsi. Preme osservare però che senza dibattiti, senza piani programmatici e senza clamori, si è tornati ad applicare, sia pure in modo frammentario, la nazionalizzazione di alcuni colossi bancari e assicurativi, ma si è anche aperta la strada per interventi senza fine, perché ora è la volta dei colossi dell’automobile, poi toccherà al tessile e a tutte le altre classi di industria, alimentare compresa, per finire alla moda e al turismo.
Non si deve dimenticare infine l’agricoltura, tanto bistrattata e pur così utile, anzi indispensabile. Altrettanto occorrerà fare per l’edilizia residenziale, contraddistinta ormai dall’invenduto, che minaccia il fallimento di molte piccole imprese. Allargando il concetto espresso da Marchionne, a.d. della Fiat a proposito dell’auto, è il caso di dire" gli aiuti o a tutti, o a nessuno".
Tra inflazione e deflazione
Così dagli Stati Uniti all’Europa occidentale e poi a quella orientale per finire in Asia fino in Giappone, la crisi potrebbe involgersi in inflazione galoppante se occorrerà stampare moneta per salvare senza risanamento imprese decotte. Se poi gli intereventi saranno, come appare, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, non sarà possibile evitare la depressione con milioni e milioni di persone in piazza, dai disoccupati, alle casalinghe e ai pensionati, a reclamare giustamente la propria parte di aiuti.
Intanto oltre alla recessione, si notano i primi segni di deflazione, ovvero il ribasso dei prezzi dei beni, non perché è aumentata la produttività del lavoro, ma per poter smerciare l’invenduto che si accumula nei magazzini.
L’invenduto inizia ad affliggere non soltanto l’industria automobilistica, ma anche il settore delle abitazioni, i cui prezzi erano saliti alle stelle a causa della speculazione selvaggia.
La strada dell’aiuto pubblico, piccolo o grande che sia, chiama in causa la burocrazia, che salvo in pochi fortunati paesi, è lenta, occhiuta, senza elasticità e in Italia non ha rispetto per il cittadino. In Europa occorre inoltre sottostare alla burocrazia di Bruxelles, che per creare carte inutili, ma sempre costose, non ha concorrenti.
Invece degli aiuti, un ribasso fiscale
Anziché sotto forma di aiuti, l’intervento pubblico, nel quale il governo italiano non è stato secondo a nessuno, sarebbe più efficace se attuato sotto forma di un ribasso, sia pure graduato, della pressione fiscale che grava sui cittadini e sulle imprese. In Europa questa pressione è elevata e in Italia è punitiva, perché mancano adeguati servizi e nel suo impiego è fonte di sperperi.
L’intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l’effetto di rimettere in moto la spesa privata, ossia la domanda, dai cui sviluppi dipende l’andamento dell’offerta di beni e servizi. Tutti, lavoratori e imprese, potrebbero avere tramite la riduzione della pressione fiscale maggiore potere d’acquisto immediatamente spendibile.
In Europa si è avuto paura di detassare le tredicesime, perché sembra più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht di infausta memoria, che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
L’altra leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito, la cui efficacia inizia già dal loro annuncio. Nell’eurozona si ha il timore di incrementare il debito pubblico e di non rispettare il vincolo ragioneristico di Maastricht e quindi i governi sembrano condizionati da un Trattato che pochi mesi dopo la sua operatività molti Paesi non avrebbero più approvato.
Oggi i vincoli di Maastricht debbono essere radicalmente rivisti e lo statuto della Banca centrale europea deve essere modificato, se vogliamo salvarci da altri disastri. Non ci dobbiamo preoccupare di un aumento del debito pubblico e del disavanzo annuale, perché l’uno e l’altro possono essere ricondotti a valori accettabili in seguito all’aumento del gettito tributario, che a parità di aliquote fiscali, scaturisce dal maggior reddito prodotto dai lavori pubblici.
I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste, in barba agli stregoni della finanza, creativa di bolle speculative.
In Italia, ad esempio, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, che oggi sono solo fonte di spesa e non di guadagno, e di cui spesso è decaduta l’ originaria destinazione, come per tante caserme, oggi inutilizzate anche perché superate dalle moderne esigenze.
Il governo ha già detto che potrà recuperare molti fondi fino ad ora inutilizzati e quindi spenderli nel più breve tempo possibile per avviare i lavori pubblici. Però bisogna fare presto e bene.
La lezione del ‘29
Durante la crisi 1929-1932 l’immobilismo dei governi fu la norma, perché c’era cieca fiducia che le libere forze di mercato avrebbero aggiustare da sole i mali prodotti, e che si potesse così riprendere rapidamente la via della ripresa economica. Invece, contrariamente a quanto diceva il presidente repubblicano uscente Hoover, il libero mercato si avvitava su sé stesso, facendo lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile. Come è noto, le elezioni del novembre del 1932 furono vinte dal democratico Roosevelt, che promise un intervento pubblico massiccio per fermare la depressione e per instaurare un nuovo ordine economico che consentisse una più equa distribuzione della ricchezza nel contesto di una certa stabilità economica. Nel 1933 prese il via il new deal (nuovo metodo), il cui svolgimento fu un compito immane, perché richiese, tra l’altro, la svalutazione del 40,9 per cento del dollaro, effettuata nel 1934, conseguente alla fissazione del prezzo dell’oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino e la ricostituzione delle riserve delle banche in modo che potessero riprendere a erogare il credito commerciale.
Nel 1934 i valori di borsa erano scesi al livello del 1924, allorché era iniziata la folle bolla speculativa, scoppiata poi nel 1929.
L’opposizione alla politica di intervento statale portò nel 1936 al giudizio di incostituzionalità espresso dalla corte suprema degli Stati Uniti nei riguardi del National Industrial Recovery Act e dell’Agricolture Adjustment Act, ma intanto la ripresa era già in atto e produceva i suoi frutti.
In quell’anno, il 1936, l’economista John Maynard Keynes formulava nella sua opera Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, la tesi dell’intervento pubblico con investimenti onde aumentare il reddito nazionale. Non disse che aveva messo in teoria quello che concretamente avevano fatto Roosevelt, Hitler, Mussolini e Stalin, ognuno a suo modo, ma sempre tramite l’intervento pubblico, avevano vinto la depressione e la disoccupazione. Purtroppo molti interventi erano mirati alla politica degli armamenti, conseguenza diretta della grande crisi economica del 1929-1932. A far data dalla fine del 1935 si verificò la guerra in Etiopia, seguita dalla guerra civile in Spagna, dalla guerra cino-giapponese, dall’aggressione alla Polonia e infine dalla seconda guerra mondiale. Auguriamoci che la storia non si ripeta.
La strada delle nazionalizzazioni
Oggi, forti dell’esperienza, i governi hanno preso i primi provvedimenti per evitare l’avvitamento economico e altri ne dovranno prendere. Meglio essersi mossi anche in modo non molto felice, piuttosto che stare fermi a guardare lo snodarsi degli accadimenti.
Ma i governi hanno il dovere di guardare in avanti, ossia di programmare l’uscita dalla crisi e la ripresa economica. Presi quasi alla sprovvista, nonostante la crisi fosse stata annunciata da tempo, i governi non sono riusciti a escogitare manovre congiunte a livello internazionale. Così è stata imboccata la strada delle nazionalizzazioni e proprio nel paese, gli Stati Uniti, il più avverso all’intervento pubblico.
Si è iniziato con il settore bancario, che è stato indotto ad abbandonare la banca universale, una volta detta banca mista, lasciando al settore pubblico la cura del credito a medio e a lungo termine, come era accaduto in Italia con la riforma bancaria del 1936, e buttata anni fa nel cestino per seguire la moda del mercato, che lasciato libero a sé stesso è diventato speculativo e ha prodotto il disastro che è sotto gli occhi di tutti.
In modo confuso tutti i paesi hanno riscoperto il primato della politica sull’economia e anche e soprattutto sui banchieri centrali, che da tempo, almeno nell’eurozona, si erano sostituiti ai parlamenti e ai governi.
L’usurpazione fatta dai banchieri centrali
L’esempio più eclatante di questa usurpazione, verso la quale chi scrive è stato sempre contrario, è stato il Trattato di Maastricht e il sistema di banche centrali facente capo alla Banca centrale europea, dichiarata indipendente, dimenticando il disastro della Repubblica di Weimer.
Ma non si scordino poi le infelici esperienze dal 1971 a oggi dei Serpenti monetari europei e delllo Sme (Sistema monetario europeo). Poi i banchieri centrali ci hanno dato l’euro, l’unica moneta al mondo senza stato, che per questo motivo è stata rivestita di prestigio, con danni rilevanti per l’economia dei paesi dell’eurozona.
Come tante volte detto, la politica della Bce è stata deflazionistica e pertanto ha costretto l’economia a muoversi in un angusto sentiero, mentre il resto del mondo correva.
L’alto prezzo dell’euro ha ostacolato le esportazioni dell’eurozona e per contro ha favorito le importazioni dai paesi che altrimenti non sarebbero risultate convenienti. Inoltre, non ha fuso in unico sistema economico le economie dei vari paesi e per quanto concerne la crisi odierna, la Bce e il sistema di banche centrali non hanno vigilato contro la speculazione.
Un giorno la storia si domanderà se i banchieri centrali europei erano intenti, come dicevano i nostri bisnonni, "a passare le acque a Baden-Baden", centro tedesco di cura e di divertimenti fin dall’epoca romana, oppure a lucidare i lingotti d’oro, oppure ancora a passare il tempo al telefono con gli occhiuti commissari europei all’economia.
In altri tempi tutti questi signori, insieme a quelli d’oltre Atlantico, ivi compresi i burocrati del Fondo monetario internazionale, avrebbero dovuto avere il buon senso di dimettersi. Ma sembra che in questa crisi finanziaria ed economica, che come una valanga si precipiterà sui lavoratori e sulle loro famiglie, nessuno senta il dovere di rassegnare le dimissioni.
Nessuno chiede che seguano l’esempio dei magnati che nel 1929 si gettavano dall’alto dei grattacieli sulla strada sottostante, ma tra la gente è diffuso il desiderio di aiutare tanti banchieri, tanti commissari e tanti esperti a fare le valigie, lasciando ad altri il compito di riparare i danni prodotti dalla loro presunzione.
A quanto ammonta la carta straccia
Stime prudenti indicano che la finanza speculativa ha creato carta finanziaria, il cui valore si avvicina ormai allo zero, per un ammontare di almeno 10 volte il pil mondiale, che in PPA, ossia in parità di potere d’acquisto, è stimato per l’anno scorso in circa 66.000 miliardi di dollari. Una semplice moltiplicazione per 10 ci dà appunto la cifra di 660.000 miliardi dollari.
C’è però chi stima che la massa di carta speculativa sia 24 volte il pil mondiale, ossia in 1.600 bilioni di dollari, essendo il bilione il quadrato del milione, secondo la convenzione matematica internazionale. Si tratta di una cifra che scritta per intero e arrotondata è di difficile lettura a prima vista: 1.600.000.000.000.000 $.
Ma ormai, zero più o zero meno, poco importa. Il danno è stato fatto ed è immenso. I risparmi si sono volatilizzati e le imprese hanno perduto quote rilevanti di capitale.
Ora preme combattere la recessione per non cadere nella depressione e nel contempo occorre evitare che gli stati attraverso parlamenti e governi diventino azionisti di imprese decotte e pagate per buone, come sovente è accaduto in Italia e altrove.
Mentre scriviamo, la crisi dell’auto con il suo indotto è giunta a maturazione in tutto il mondo, fin nel Giappone, che nonostante il tasso ufficiale di sconto sia quasi allo zero, l’economia è da mesi in recessione.
Negli Stati Uniti si assiste agli appelli dei colossi di Chicago e di Detroit per non fallire. Fino al 31 dicembre prossimo comanderà l’amministrazione repubblicana e il suo ministro del tesoro non intende sacrificare i fondi a sua disposizione e destinati a salvare dal fallimento altre grosse banche, per darli all’industria automobilistica, come invece chiedono i democratici.
Obama:scelte poco rassicuranti
Il nuovo presidente Barak Obama si potrà trovare al momento del suo insediamento di fronte a scelte, che forse non si sognava nemmeno di dover fare e che condizioneranno la sua politica economica e sociale, imperniata durante la campagna elettorale sulla redistribuzione del reddito a favore degli afro-americani e degli ispano-americani.
In attesa di conoscere il Discorso sullo stato dell’Unione di metà gennaio prossimo, si può intanto dire che i primi nomi della squadra di governo non sono molto rassicuranti. Sono le persone dell’amministrazione Clinton, compreso l’allora vicepresidente Al Gore e la signora Hillary Clinton, peraltro molto più intelligente del marito, e per quanto riguarda l’economia si tratta di uomini che inventarono la new economy, come se la old economy, che ci aveva fatto benestanti e grassi fosse da buttare nel cestino.
Non si dimentichi mai che la new economy si concluse con lo scoppio della gigantesca bolla speculativa di borsa, dalla quale prese l’avvio la speculazione sugli immobili, con tutto quello che ne è seguito fino ad oggi.
Forse non tutti ricordano che nei suoi otto anni di mandato il presidente Clinton illuse gli americani, e poi tutto il mondo, che si potesse prosperare con i guadagni speculativi di borsa. Allora ci fu gente che si giocò in borsa la liquidazione, ed altra che contrasse mutui, e con il ricavato comprò azioni e derivati vari.
La responsabilità dei Paesi avanzati
Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale e anche sotto questo riguardo gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell’economia mondiale. Tutto il mondo è nelle mani di questi paesi, anche la Cina, l’India e la stessa Russia.
Merita rilevare che la popolazione di questi tre paesi è nove volte quella degli Stati Uniti, mentre il loro pil ne è soltanto un quinto.
In particolare, il rapporto tra il pil pro capite degli Usa e quello della Cina si pone come nei valori di 100 a 3 e quello delle rispettive popolazioni sta come 1 a 36.
In economia i divari tra USA e Cina sono ancora abissali, con tutto quello che ne segue per gli aspetti considerati dalla Cia, che fa il suo mestiere. I divari aumentano se si fa riferimento ai paesi del G7, da un lato, e Cina, India e Russia, dall’altro lato.
Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli.
È nell’interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale fondato sul sistema dei cambi valutari fissi.
Un ritorno a Bretton Woods, come si suole dire, per quanto auspicabile sia, non può essere improvvisato, ma richiede oltre alla volontà politica una serie di incontri a livello internazionale per definire le nuove parità monetarie in regime di moneta fiduciaria, essendo impossibile ritornare all’ancoraggio all’oro e le banche centrali farebbero bene a venderlo e con il ricavato ripagare i danni che hanno provocato.
Occorre altresì definire il vincolo del pareggio della bilancia dei pagamenti, includendo anche i movimenti di capitale, che, invece, a Bretton Woods rimasero esclusi. E come allora, il vincolo di bilancia dei pagamenti deve essere elastico, ossia basato sulle tendenze al pareggio delle bilance e non un parametro matematico rigido, come è quello del Trattato di Maastricht sul bilancio pubblico. L’economia non sopporta misure e pesi da farmacista, perché è una scienza sociale, che non può essere retta dalla matematica. In economia quasi sempre due più due fa meno di quattro.
Approfittiamo della crisi per iniziare a rifondare su base politica, coadiuvata dalla tecnica, un nuovo ordine monetario internazionale. Non si dimentichi che dall’abbandono degli Accordi di Bretton Woods nell’agosto del 1971 sono derivati i molti mali odierni, tra cui le ricorrenti crisi petrolifere e quello che è ben più grave l’emarginazione politica ed economica dell’Unione Europea nello scacchiere internazionale.
Angiolo Forzoni
www.finanzaitaliana.net

Essendo una delle poche situazioni dell’attuale società occidentale in cui si produce un reale fenomeno di aggregazione, la musica per così dire “leggera” ha raggiunto ormai da decenni il rango di soggetto con rilievo sociale. L’individuazione dei suoi canali di attivazione di risposte “consensuali” al Sistema dominante è da un pezzo allo studio degli specialisti socio-musicologi: ci si ingegna di capire il perché di certi fenomeni relativi al comportamento di massa. La definizione di “musica giovanile” per tutto l’universo degli stili che promuovono il comportamento, i modi di fare, gli immaginari dei fruitori di questi generi, riduce il problema ad un fattore sociale, ma con la sola rilevanza di un fenomeno di costume oppure di preferenza di un bene di consumo: qui sta l’errore. La musica come fattore di rilievo sociale non dovrebbe essere misurata per le sue incidenze sui dati di vendita del prodotto musicale CD-DVD o dei suoi annessi (gadgets, merchandise, concerti, stampa di settore, etc.), ma per i contenuti valoriali o contro-valoriali che veicola. L’abitudine a studiare qualcosa soltanto nel momento in cui incide sul mercato è un vecchio vizio liberal-borghese. Fissi sui grandi numeri dei fatturati, il sociologo e l’analista non vedono ciò che più conta, la sostanza che muove a certi comportamenti. Tutto pertanto si riduce a elemento di tendenza oppure a semplice moda. La musica pop è il caso tipico della vittima e, al tempo stesso, artefice di questo fraintendimento, poiché essa stessa è un indice del disimpegno e della pochezza culturale da cui deriva e che a sua volta riproduce. Un altro errore grossolano è quello di considerare il comparto-musica un aspetto delle politiche giovanili. L’adulto, a quanto pare, sarebbe interessato solo ai concerti di musica classica, alle opere di Puccini, oppure al riciclaggio di canzonette da ascolto radiofonico di sottofondo. Non si prende in considerazione lo scavalcamento generazionale operato già da molto tempo da parte di certe tendenze musicali trans-generazionali.
Questa assenza di sensibilità culturale per la natura vera del valore-musica, ignorato a favore del prodotto-musica, è ricreata in primis dagli stessi programmatori delle strategie di mercato. Se pensiamo alle recentissime derive della musica appunto destinata ai soli giovani, anzi ai giovanissimi, ai teen-ager, notiamo che, ancora una volta, a farla da padrona è la fissazione di incasellare la musica tra i soggetti della divagazione e del passatempo modaiolo. Non le si affida un ruolo formativo, non le si riconosce uno spessore culturale, se non nelle ghettizzazioni effimere della sub-cultura generazionale, destinata a riprodursi nei modi imposti dal mercato. Si trova puntuale conferma di ciò nelle ultime tendenze musicali, legate oggi come mai prima alla narcotizzazione di massa a partire dai più giovani. La musica pop oggi conosce fenomeni come ad esempio i generi “Emo” o “Poser”, che sono tipiche espressioni della volontà di subornare le masse giovanili all’interno di modelli di renitenza ideologica e di conformismo a basso o quasi nullo tasso di intensità para-culturale. “Emo” e “Poser” sono generi legati soprattutto all’esteriorità: esprimono un modo di vestirsi, di atteggiarsi, di muoversi, propongono una musichetta di facile ascolto e di nessuna capacità attrattiva, al di fuori dell’impatto minimale dell’orecchiabilità. Sono modelli di conformismo e di appiattimento nell’immobilismo immaginale e nella nullificazione riflessiva. Gli adolescenti, con questa musica, vengono tacitamente invitati a starsene nella loro cameretta, circondati dagli strumenti tecnologici del disimpegno e dell’autismo sociale: magari sedativi informatici di massa di ultima generazione, come “Facebook” o MSN, che incatenano gli adolescenti all’isolamento a-sociale, e che si accompagnano alla perfezione al sottofondo di gruppi musicali come ad esempio i Tokyo Hotel. Un gruppo di ragazzini che si fanno notare per il glamour esasperato, il make-up pesante e le unghie laccate, in una loquace sintesi di ammiccamento trans-gender, nuda di opzioni forti e stracarica di rilassamento a-sociale, a-politico, a-ideologico, a-culturale. Un tale vuoto propositivo è quanto di meglio possa augurarsi il Sistema liberalcapitalistico, sicuro con queste strategie di allevare giovani mandrie docili e debitamente parcellizzate, avulse da ogni stimolo socializzante, e che in un prossimo domani saranno del tutto prone ai suoi messaggi di de-culturazione, mondializzazione e supina accettazione dei progetti di mercato.
Di fronte a questi aspetti di voluto abbassamento della soglia artistica e propositiva della musica di massa, si notano in parallelo ricorrenti fenomeni di confusione e alterazione. Uno degli aspetti più tipici del degrado della cultura occidentale è dato dalla pratica, in uso presso numerosi elementi di spicco del rock internazionale, di pestare sul redditizio pedale della “contaminazione”. In questa parola, che è divenuta un logo centrale delle ideologie globaliste, e che è il motore del procedimento di abbandono dell’identità in favore del rimescolamento, si nasconde un lucido programma di alterazione culturale. Che parte appunto dalla musica, soggetto più visibile, più di impatto, di maggiore appeal pre-alfabetizzato, e quindi più facilmente assimilabile da parte del grande pubblico affogato a forza nella dissociazione. Personaggi come Peter Gabriel, Sting o Robert Plant già da anni, abbandonato il rock vero e proprio da cui hanno spremuto tutto il ricavabile, si stanno dedicando al saccheggiamento della musica “etnica”: quando per “etnico” si intende, anzi si deve intendere “non-europeo”, alla maniera progressista, quasi che l’Europa, unica area al mondo, non abbia diritto a vedersi riconosciuta una sua dimensione “etnica”...A questi livelli, si va paradossalmente in cerca del nuovo escavando nell’arcaico e nel premoderno, curando una “fusion” eteroclita tra sonorità della tradizione popolare extra-europea e tecnologia avanzata.
Il voluto disinteresse per la cultura europea – perverso e subliminale messaggio di declassamento dell’Occidente in favore del Terzo Mondo - si accoppia alla costante ruffianeria nei confronti delle culture altre…possibilmente maghrebine, africane, mediorientali…tutto interessa e viene portato all’attenzione del pubblico, tranne la nostra tradizione…Un ritorno alla cultura musicale tradizionale è, in sé, ottima cosa, quando perseguita come promozione contraccettiva nei confronti del livellamento globale. Ma, in questi casi, si vuole sottolineare che per “cultura musicale popolare” si deve sempre e soltanto intendere “cultura musicale popolare extra-europea”, non dandosi mai il caso, in questi contesti, di una volontà di recupero di tradizioni bianche europee. In genere, la pop-star di alta classifica e di cassetta, stanca del business abituale, si concede scorribande trendy nel folklore etnico esotico, vellicando le recenti abitudini ideologiche intese a rinnegare le proprie origini etniche e a sovradimensionare e supervalorizzare quelle altrui.

Soltanto in pochi casi di storici capifila dell’Hard Rock si nota una direzione di diverso segno, nel senso di una qualche sensibilità per il rilancio delle culture musicali europee. Ad esempio, quando l’ex-leader dei Deep Purple Ritchie Blackmore – già una decina d’anni fa – abbandonò il rock per costruire un progetto di musica medievale-rinascimentale con sua moglie Candice Night, affermando a chiare lettere che l’esaurimento della vena creativa in Occidente può essere superato solo da un ritorno alle origini popolari della creatività della nostra gente, si iniziò a fare della contro-cultura in piena regola, e di ottimo livello. Così da operare davvero un intelligente e positivo rivoluzionamento dei piani di distruzione della creatività occidentale, che vanno sempre nella direzione di modelli mondializzati banali e mediocri, ma opportunamente resi appetibili dal martellamento commerciale propagandistico. Oggi il metodo di Ritchie Blackmore, cu tiene dietro un ristretto numero di artisti sulla medesima lunghezza d’onda, si è ritagliato un suo spazio, ma fortemente minoritario e ancora pionieristico. Le ballate celtiche, provenzali, del folklore europeo pre-moderno, rielaborate da Blackmore, intessute da caute ma dense intersezioni di sonorità rock, vengono messe a contatto con pezzi da Beethoven o Bach, rivisti con timbrica e approccio di modernità tecnologica. Questi sono gli intrecci che operano la “contaminazione” nel significato creativo e non distruttivo del termine. Essi sono la riprova che è possibile attuare percorsi moderni attraverso la rielaborazione di soggetti, sonorità, melodie e strumentazioni tradizionali e facenti parte del bagaglio culturale europeo, sia alto che popolare. La differenza che corre tra il lavoro portato avanti da un Peter Gabriel - che ha contribuito alla nascita di una folkmusic mondialista indifferenziata, la cui etichetta, la “Real World”, ne è il veicolo – o da un Blackmore è decisiva: da una parte si svelle e si mondializza, utilizzando materiali sonori per forza esotici e soltanto esotici; dall’altra parte si protegge, si coltiva, si riattiva un’identità prossima alla sparizione: la nostra.
Vanno in questa direzione anche alcuni tentativi di nobilitazione della musica Hard Rock e Heavy Metal, cercando di sottrarla alle demonizzazioni di solito racchiuse nella formula “satanista”, tipica di chi non conosce la materia se non per sentito dire, e formulando interessanti costruzioni ideologiche “alte”. La recente uscita del libro di Irwin William “Metallica e la filosofia” può essere un sintomo. In questo libro si studia il fenomeno del successo mondiale del gruppo heavy-metal Metallica, accostandolo a filosofemi della cultura europea, e operando un’analisi della band dal lato del “nichilismo imperfetto”, della moralità, della religione, del potere, della ribellione, tirando in ballo niente di meno che Nietzsche, Marx o Heidegger. Questa iniziativa – caso più unico che raro di affidamento alla grande distribuzione editoriale di un prodotto di qualificazione in teoria impermeabile alla linea mondialista - potrebbe essere forse intesa come un esempio di controtendenza? Si tratta, in realtà, di un caso troppo isolato. Al suo fianco ci possiamo mettere la stampa di settore della musica estrema, che ha un suo pubblico, che veicola sovente uno stretto rapporto tra Hard Rock e cultura tradizionale, ma che però è di nicchia se comparata con i grandi numeri della musica del disimpegno oppure dell’enfasi etnicista contro-europea. E’ ancora troppo poco.
I tentativi di far passare riproposte tradizionali europee – come anche nel caso della musica alternativa cosiddetta “di destra”, che attinge ai patrimoni identitari, oppure il risveglio di certa musica regionalista (pensiamo a quella bretone) - sono del tutto sovrastati dalla generale pratica di rovesciare sul mercato internazionale tonnellate di musica di derivazione esogena, non europea e neppure occidentale, di basso profilo contenutistico, del tutto estranea a problematiche di ordine speculativo, in ogni caso esterna o addirittura apertamente ostile ad ogni valorizzazione dei sostrati culturali-musicali di casa nostra. I casi ormai acquisiti del rap oppure della house – penetrati a fondo nella quotidianità giovanile – non temono la marginalizzazione da parte del Neo-folk oppure dell’Heavy Metal colto, ristretti a frange minoritarie, anche se consistenti, e soprattutto del tutto privati di un supporto mediatico e propagandistico adeguato. Il mercato ad alta diffusione – che premia largamente rap, house, techno, noise – punisce e/o reprime l’Heavy Metal e semplicemente ignora il Neo-folk, percependone il tasso di inadattabilità al modello di promozione della società multietnica in opposizione alla civiltà europea. Radio, stampa, televisione, programmazione da discoteca, eventi rave, tutto congiura al lancio della “contaminazione” regressiva, quella che volutamente trascura o reprime l’identità europea e innalza l’identità non-europea a cardine e paradigma del fare musica. In Italia ne abbiamo esempi in quantità. Basta pensare a band che tirano al massimo la propagazione del folklore giamaicano, caraibico, afrocubano etc., del tipo di Negrita, Modena City Ramblers, Pitura Freska, etc. Aggrappato a questo, che non è solo un business economico delle multinazionali discografiche, ma soprattutto un business politico delle multinazionali finanziarie interessate allo smantellamento delle identità forti occidentali, gravita e lucra tutto un circo post-ideologico di intonazione progressista-universalista, che provvede a fornire il necessario retroterra pseudo-culturale alla brutale pialla economica mondialista. E dire che proprio tra le maglie della musica, quando concepita come contenitore di intenso valore identitario, potrebbe essere ravvisato quel nucleo roccioso di opposizione all’egemonia economicista, col potenziamento del quale potrebbero essere agevolati un domani anche risultati di portata politica. La musica, nella sua qualità di vettore di potenti spinte irrazionalistiche, è uno dei territori più adatti su cui coltivare le qualità immaginali, creative e istintuali delle moltitudini, operando quei nessi tra identità e “psichismo collettivo”, di cui la scienza sociale e antropologica conosce da molto tempo la capacità di mutarsi improvvisamente in potenziale di rango politico. Se la morte del sacro e le involuzioni profane della religione rendono deserto il luogo in cui l’uomo formula le sue domande di assoluto e di coinvolgimento emotivo, proprio la musica – e persino ogni tipo di musica, compresa quella “leggera”, purché con forti referenti di comunitarismo – ne potrebbe già oggi facilmente occupare le posizioni. E’ ben noto agli antropologi il legame tra la musica e il sacro, tra la musica e la mobilitazione delle coscienze, tra la musica e l’attiva promozione della volontà collettiva. Nel generale deserto di ideali e ideologie di solidarismo etnico e popolare, la via di fuga dai disastri materiali e coscienziali post-moderni potrebbe essere indicata proprio da una musica di rivolta e di chiamata a raccolta, di evocazione e di potente mitizzazione dei valori eterni di comunità. In passato, l’Europa ha già conosciuto fenomeni del genere: pensiamo soltanto a cosa significarono la musica di Verdi per la rinascita nazionale italiana o il “wagnerismo” per quella della coscienza popolare germanica, in un’epoca in cui la musica “classica” era identificata con quella popolare; oppure a quanto spesso il recupero della musica folk tradizionale ha coinciso con la volontà politica di risvegliarsi da parte di gruppi etnici repressi o in forte crisi identitaria, come accadde in Spagna, Russia, Irlanda.
Luca Lionello Rimbotti
Fonte: www.centroitalicum.it

Giro la segnalazione fattaci dagli amici dell' Arianna Editrice:
http://video.google.it/videoplay?docid=-8937498048104428030&hl=it

Preso da un romanzo di Michael Crichton
Come avrebbe commentato l’ultimo grande “poeta americano”, Yogi Berra, “questa cosa diventa sempre più assurda”. Le agenzie internazionali teoricamente responsabili di monitorare i pericoli mondiali legati a scoppi di pandemie, come l’OMS e
Le dichiarazioni rilasciate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS) di Ginevra e dal Centro per il Controllo delle Malattie(CDC) di Atlanta, le agenzie centrali di coordinamento di questo campo, sono difficilmente definibili come scientifiche. Il 30 aprile, il CDC ha rilasciato un documento dettagliato dal titolo allarmante, “Origini dell’influenza suina di tipo A(H1N1)- Infezioni virali in una scuola di New York City”. Il documento descriveva nel dettaglio la situazione di una scuola di New York, nella quale “al 28 aprile, si è registrata circa la metà (45) di tutti i casi confermati di influenza degli Stati Uniti, tra gli studenti e lo staff insegnate”. Il CDC ha definito questi casi come tutti “geneticamente similari ai virus successivamente isolati nei pazienti del Messico”. Non viene detto cosa significhi scientificamente “geneticamente similari”, ma di sicuro suona minaccioso. Il fatto è che dei 109 casi dichiarati di “influenza suina” negli Stati Uniti, ben 45 si sono verificati in una sola scuola di New York; ciononostante, i media televisivi diffondono il panico, parlando di incontrollata diffusione dell’influenza. Il 29 aprile, il giorno dopo, il Direttore generale dell’OMS,
Secondo l’OMS, il “Livello
Un comunicato stampa rilasciato dalla CDC, che ha sede ad Atlanta, affermava che “in data 3 maggio, il CDC ha completato la distribuzione del 25% delle forniture delle “Scorte strategiche nazionali”(SNS) in tutti gli Stati della nazione. Questi medicinali aiuteranno gli stati e le istituzioni della nazione a fronteggiare la situazione. In aggiunta, il Governo Federale e le industrie del settore hanno cominciato a lavorare per trovare un vaccino contro il virus della nuova influenza H1N1”. L’apparato anti-pandemia si è messo in moto alla grande.
Il CDC riportava solennemente che “è stato confermato che i 45 alunni della scuola di New York City sono casi accertati di influenza di tipo A di origine suina(H1N1), l’infezione S-OIV”. Il 95% di essi ha manifestato i sintomi tipici, che le autorità sanitarie indicano in “febbre con tosse e mal di gola, cosa che coincide con la definizione data dal CDC di situazioni simil-influenzali”.
Bene, è meglio essere precisi, quando ci si trova di fronte a una nuova forma di “Sindrome Andromeda”. Tosse, mal di gola, febbre, non sono i sintomi tipici di una comune influenza? Per il CDC sembra di no. I poveri 45 bambini di New York sono stati irrimediabilmente etichettati come “casi confermati”, che alimentano lo stato di emergenza; fanno diventare allarmanti le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti; provocano il collasso del turismo in Messico, causando una catastrofe alla già fragile economia di quel paese; e scatenano nel mondo, la paura di una nuova diffusione della Peste Nera, o quanto meno della peste spagnola del 1918.
Il CDC si affrettava ad aggiungere nella nota che “in questi pazienti, i sintomi sembrano essere simili a quelli di influenza stagionale”. Coloro che si preoccupassero di leggere le tre dettagliate pagine della relazione della CDC sui casi di New York, scoprirebbero che “il 27 aprile, 37 pazienti (84%) hanno riferito che i loro sintomi sono stabili o in miglioramento, tre (7%) hanno riportato un peggioramento dei sintomi (due dei quali poi hanno riferito di miglioramenti), e quattro (9%) hanno riportato la completa risoluzione dei sintomi. Solo uno è stato ricoverato per sincope e rilasciato dopo una notte di osservazione”. Il CDC aggiunge che “fino ad oggi, in questa scuola si è segnalato la maggioranza di casi di S-OIV rilevati negli Stati Uniti”. Oltre ai 109 “casi confermati” riscontrati negli USA, compreso un ragazzino messicano morto in Texas, il CDC ha registrato, al 29 aprile, “un totale di 57 casi confermati, tra i quali sette morti (tutti in Messico). La situazione per paese è la seguente: Messico, 26; Canada,13; Gran Bretagna, 5 Spagna, 4; Germania e Nuova Zelanda, 3 ciascuno; Israele, 2; e Austria, 1. Si tratta di un caso di falso allarmismo?
Un cambio di nome rivelatore
Ora, non solo le presunte vittime newyorchesi di questa nuova malattia peggiore della Peste Nera, presentano segnali di una miracolosa ripresa, dopo solo pochi giorni; ma, anche l’OMS annuncia il cambio di nome di alcuni casi avvenuti in giro per il mondo. Entro il 1 maggio l’OMS, il CDC e l’Istituto Nazionale di Medicina nel Maryland hanno tutti affermato che il termine “influenza suina” non è più adeguato; nonostante, il Dott. Raul Rabadan, un professore di biologia computazionale della Columbia University, abbia scoperto che sei degli otto segmenti genetici sono di origine suina, e gli altri due di origine volatile e umana, che, però, hanno vissuto nei suini nei decenni passati.
Così, ci hanno detto di chiamarla semplicemente “influenza A” (H1N1); un nome molto più accattivante.
Questo cambio di nome è avvenuto in seguito a una massiccia campagna di pressione messa in atto dall’industria suina statunitense, che ha subito un forte calo nelle vendita di carne di maiale, a causa del panico da “influenza suina”. La più grande produttrice di carne suina degli Stati Uniti, e del mondo,
Come ho descritto nella prima parte, i primi casi di contagio e di morte per l’ “influenza suina”, si sono registrati in Messico, a
Feci di maiale e altre squisitezze
“Feci” è il termine latino per indicare gli escrementi, i rifiuti prodotti dalla digestione umana o animale. I maiali sono i campioni mondiali di produzione di escrementi. La produzione media di escrementi di un maiale è circa tre volte superiore quella di un uomo adulto. Come
Come rileva lo studio della GRAIN, a causa della quantità di animali, le operazioni di nutrimento tendono a concentrare molti capi in spazi molto ristretti, creando un terreno fertile per il diffondersi di tossine e di virus patogeni. Nel 2003, la rivista “Science” ammoniva che l’influenza suina “sarà la nuova patologia a “diffusione rapida”, a causa dell’aumento delle fattorie industriali e dell’uso dei vaccini al loro interno”. Si ripete la storia dell’influenza aviaria, con immense fattorie industriali, che adottano il sistema CAFO, che allevano decine di migliaia di galline alimentate con sostanze chimiche tossiche.
Il problema, come rilevano lui e gli altri critici del sistema CAFO, non riguarda solamente le feci dei maiali; ma, queste combinate con incredibili quantità di antibiotici e sostanze chimiche tossiche, utilizzate dalla Smithfiled, e dalle altre aziende simili, per ottenere la “massima efficienza” nelle operazioni del CAFO. Tietz rileva che “una gran quantità di feci suine è una cosa, una grande quantità di feci altamente tossiche di suini è un’altra. Difficilmente le feci dei maiali della Smithfiled sono definibili come ordinarie, sono molto più assimilabili alle scorie radioattive create dall’uomo. La causa di questa tossicità è l’esasperata ricerca dell’ “efficienza”. L’azienda produce 6 miliardi di chili di carne impacchettata all’anno, una quantità enorme, inimmaginabile solo due decenni fa, e l’unico metodo per raggiungere tale cifra è allevare i maiali in assurde e senza precedenti concentrazioni”.
I livelli di concentrazione all’interno del sistema verticalmente integrato della Smithfiled ha ben poco a che fare col tradizionale allevamento di suini. Nei suoi stabilimenti, oggi sparsi per il mondo,
Come fa notare Tietz, “40 esemplari maschi sviluppati di suini, dal peso di oltre
Jeff Tietz non è l’unico che ha rilevato l’enormità del problema legato alla produzione di escrementi da parte del sistema CAFO della Smithfield Foods. L’Agenzia per la protezione ambientale del governo degli Stati Uniti,
Il cartello farmaceutico entra in scena
Invece di dare vita a un’indagine indipendente su vasta scala sulla situazione patogena dei rifiuti tossici degli allevamenti della Smithfield Foods a Vera Cruz, o degli altri allevamenti che adottano il sistema CAFO in giro per il mondo, che causano il diffondersi di vari elementi patogeni e tossici,
Il 24 aprile, l’OMS ha rilasciato una dichiarazione stampa, nella quale si afferma che “l’influenza suina emersa in questo periodo non era mai stata rilevata né negli animali né negli esseri umani. I suoi virus sono sensibili all’ osteltamivir…”. L’ osteltamivir è il nome tecnico del Tamiflu, il medicinale inventato dalla Gilead Sciences di Donald Rumsfeld, e dato in licenza alla Roche Inc.
Questo suggerisce che il governo degli Stati Uniti voglia lanciare, o sia in procinto di farlo, medicinali non ancora approvati, come il vaccino anti-influenzale a base di VLP della Novavax, o invitare il consumo di massa di Tamiflu, o del medicinale venduto dalla multinazionale GlaxoSmithKline, il Relenza (zanavimir), in una situazione di panico generale.
Visti i dati dei casi “confermati” di influenza suina, di tipo H1N1, a livello mondiale,
Tanto per aggiungere una nota di colore alla vicenda, nel novembre 2004, periodo in cui aleggiava sul mondo lo spettro dell’influenza aviaria, e il Tamiflu veniva spacciato come medicinale miracoloso da Donald Rumsfeld, l’OMS pubblicò una splendida opera di fantascienza. Considerando che normalmente le note di questa agenzia delle Nazioni Unite si rivolgono al mondo scientifico, fornendo avvisi ai professionisti del mondo sanitario, la sua relazione del 2004 si è rivelata particolarmente “preveggente” rispetto all’attuale scenario dell’influenza suina.
In una sezione dal titolo fantascientifico di “In un punto del futuro”, l’OMS scriveva, 4 anni fa:
“Voci di una diffusione di sconosciute malattie respiratorie in due villaggi di una sperduta provincia sono giunti al Ministro della sanità di uno stato membro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Un gruppo di lavoro è stato spedito in quella provincia, e ha scoperto che i primi focolai risalivano a un mese prima, ed è stato in grado di confermare 50 casi risalenti a quella data. Sono stati colpiti membri di tutte le età. Venti pazienti sono ancora ricoverati negli ospedali della provincia. Cinque sono morti per polmonite o complicazioni respiratorie. La vigilanza nella zona è aumentata, e sono stati scoperti nuovi casi nei territori della provincia. Virus di malattie respiratorie, prelevati da diversi pazienti, sono stati analizzati presso i laboratori nazionali, e si è rilevato che sono positivi all’influenza di tipo A, ma non è stato possibile catalogarli più specificatamente. I virus isolati sono stati inviati al “Centro di ricerca sull’influenza” dell’OMS, per approfondire i risultati, dove sono stati qualificati come appartenenti all’influenza A (H6N1), un sottotipo mai isolato negli esseri umani prima. Gli studi sulla loro sequenza genetica indicano più precisamente che molti dei geni virali vengono dall’influenza aviaria; mentre i restanti sono di un ceppo umano”.
Se si cambia il nome dell’influenza, da H6N1 a H1N1, la situazione descritta è identica all’attuale. Il fantascientifico scenario descritto nel 2004 dall’OMS si può interpretare come un canovaccio per ciò che si è accaduto nell’aprile scorso in Messico. Questo fa emergere seri dubbi sul fatto che il mondo sia sottoposto a un gigantesco attacco di guerra psicologica volto a indurre la popolazione ad assumere massicce dosi di pericolosi medicinali per affrontare un pericolo, che al momento attuale, non esiste, almeno nelle dimensioni dichiarate. Visto che molti dei casi “confermati” in Messico sono svaniti, e vi sono quasi inesistenti segnali che siamo di fronte a un caso come quello dell’epidemia di Influenza Spagnola, come nel 1918 o peggio, come invece ci comunicavano i funzionari sanitari fino a qualche giorno fa, sarebbe ora che si desse il via a una seria indagine planetaria sulle conseguenze tossiche dei sistemi CAFO e della diffusione delle fattorie industriali, e che, infine, gli ufficiali sanitari mettessero la popolazione mondiale al corrente di quale serio pericolo sanitario esse rappresentano.
F.William Engdahl
Fonte: www.globalresearch.ca
Traduzione: Manuel

Se dovessimo credere alle notizie riportate dai media internazionali, il mondo sarebbe a rischio di pandemia di una nuova influenza mortale
Un sito internet, rivelando il nome del vaccino per l’ influenza suina, riporta in toni allarmati che “un abitante su cinque della più popolosa città del Messico, indossa la mascherina, per proteggersi dal diffondersi del virus, visto che Città del Messico sembra essere l’epicentro della diffusione. Molte delle 103 morti sono state attribuite all’influenza suina, e molte altre sembrano poter apparire all’orizzonte. Il Ministero della sanità messicano ha detto che sono stati segnalati altri 1.614 casi. Ci viene detto che
Gli aeroporti di diverse parti del mondo hanno installato macchinari per verificare la temperatura corporea dei passeggeri, sospettando che coloro che l’hanno più alta della media possano essere affetti da tale influenza. Il turismo in Messico è crollato. Le vendite dei vaccini influenzali, soprattutto del Tamiflu della Roche Inc., sono salite alle stelle nel giro di pochi giorni. La gente ha smesso di comprare carne di maiale, temendo di andare in contro a morte certa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che “siamo di fronte a una crisi sanitaria internazionale”, definita come “un pericolo corrente, o imminente, di malattia o di deterioramento delle condizioni di salute, causato da bioterrorismo, epidemie, o pandemie, o la comparsa di tossine o di agenti infettivi letali, che possano far correre seri rischi a un numero considerevole di persone”.
Quali sono i sintomi di questa presunta “influenza suina”? Non c’è ancora accordo tra i virologi e gli esperti di sanità pubblica. Dicono che i sintomi dell’influenza suina piuttosto generici e non specifici. “Molte differenti cose possono provocare tali sintomi; è un mistero”, ha dichiarato un medico intervistato dalla CNN. “Non esiste al momento un test sicuro che possa dire al medico se un paziente è affetto da influenza suina con certezza. E’ stato rilevato che molti casi di influenza suina, ai primi stadi, si manifestano con la febbre; inoltre, sono comuni vertigini, dolori muscolari, vomito, comuni starnuti, mal di testa e brividi. Questi sono sintomi talmente generici, da non significare nulla”.
Il Centro per il Controllo delle Malattie (CDC)del Governo degli Stati Uniti, con sede ad Atlanta, afferma, sul suo sito internet ufficiale, che “l’influenza suina è una malattia respiratoria dei maiali, causata da virus dell’influenza di tipo A, che causano normali focolai nei suini. Normalmente, le persone non contraggono tale influenza, ma infezioni possono verificarsi e a volte si riscontrano. Sono stati registrati casi di trasmissione dell’influenza tra umani, ma nel passato, tali casi sono stati limitati e mai in situazioni superiori alle tre persone”. Nonostante questo, aggiunge che “
Quanti mass media che hanno aperto il loro notiziario parlando di “sospetti casi di influenza suina” si sono rivolti alle autorità dei loro paesi, ponendo loro semplici domande di chiarimento? Come per esempio, il numero di casi confermati di H1N1 e la loro localizzazione? Il numero di morti che risultano confermate e legate alla H1N1? La loro data? Il numero di casi e di morti che si sospetta siano collegate alla H1N1?
Alcuni fatti noti
Secondo
E’ stato riportato che: “Fonti definiscono l’evento come uno “strano” caso di focolai di infezioni respiratorie acute, che, in alcuni casi pediatrici, sono degenerati in polmoniti. Secondo alcuni residenti del luogo, i sintomi includono febbre, tossi molto forti, e grandi quantità di catarro. Il Ministero della sanità ha registrato 400 casi, in cui sono stati necessari trattamenti medici, a
A questo punto, l’aspetto più interessante della vicenda è stato ampiamente ignorato dai media; infatti si dice che “i residenti ritengono che i casi di influenza siano dovuti a contaminazioni negli allevamenti di suini della zona. Ritengono che le fattorie, controllate dalla Granjas Carroll, gettino sostanze nocive nell’aria e nell’acqua, le quali causano le malattie. Citando le loro parole, le aziende negano la loro responsabilità nel diffondersi di questa “influenza”. Ad ogni modo, un dirigente sanitario locale ha affermato che indagini preliminari hanno evidenziato che il vettore della malattia è stato un tipo di mosca che si riproduce negli escrementi dei maiali, e che i casi di focolai sono collegati con la posizione degli allevamenti”.
Fin dagli albori dell’agribusiness, un progetto che ha preso il via con la fondazione della Rockefeller Foundation, negli anni ’50, volto a spazzare via le fattorie a conduzione familiare, per lasciare campo libero a quelle industrializzate, puntando alla massimizzazione dei profitti, l’allevamento dei suini e dei maiali negli Stati Uniti è stato trasformato in un sistema molto meccanizzato, puntando sui processi di massa, dalla nascita fino alla macellazione. I maiali vengono allevati in quelle che sono chiamate “fattorie industriali”, strutture industriali guidate solo dal principio dell’efficienza, come avveniva nei campi di concentramento di Dachau o di Bergn-Belsen. Tutti gli animali nascono per inseminazione artificiale, e, una volta nati, vengono loro costantemente somministrate punture di antibiotici, non per colpa di qualche malattia, che comunque sono innumerevoli viste le condizioni di sovraffollamento in cui vivono, bensì per farli crescere e ingrassare più velocemente. Accorciare il tempo che passa tra la nascita e la macellazione è un fattore di guadagno, quindi ha un’alta priorità. L’intera gestione è strutturata verticalmente, dal concepimento alla macellazione, fino al trasporto per la distribuzione ai supermercati.
Qua la storia si fa interessante.
Maree di escrementi e altre cose interessanti
Il “Times” di Londra ha intervistato la madre di Edgar Hernandez (4 anni) di
Questo è piuttosto interessante. Si parla “
Il giornalista riferisce che “i residenti di
Una ricerca effettuata da Ed Harris dimostra che “secondo i residenti, l’azienda si è rifiutata di assumersi le sue responsabilità per le malattie, dando la colpa a una nuova influenza. Agenti sanitari locali hanno detto che stando alle prime indagini, il vettore della malattia è una mosca che si riproduce negli escrementi dei suini e che i casi di malattia sono connessi coi luoghi degli allevamenti di suini”. Questo implica che la paura globale per l’influenza suina potrebbe essere nata a causa dell’agire di un’azienda affiliata alla più grande multinazionale di allevamento di suini,
Il giornale locale di Vera Cruz, “
Le fattorie industriali come produttrici di sostanze tossiche
In definitiva, le forze che convincono i giganti dell’agribusiness a spostare la loro produzione in paesi più poveri, come il Messico, sono collegate più alla ricerca di ridurre i costi e di eludere regolamentazioni più pesanti sulla salute e sulla sicurezza, che non a una ricerca di sicurezza e qualità del prodotto alimentare finale. E’ stato più volte documentato, e oggetto di interventi al Congresso degli Stati Uniti, che il genere di allevamenti di massa al chiuso, come quelli della Granjos Carroll sono notoriamente terreno fertile per la riproduzione di agenti tossici patogeni.
Un recente studio della Pew Foundation, realizzato in collaborazione con
Lo studio della Pew evidenzia che “le fattorie diversificate, indipendenti e a gestione familiare di 40 anni fa, che producevano una varietà di grano e allevavano qualche animale, sono scomparse come entità economiche, lasciando il posto a fattorie industriali più grandi e altamente automatizzate. Gli animali che molte di queste fattorie allevano sono di proprietà delle aziende di carne, che li acquistano al momento della loro nascita e che ne decidono il percorso fino ai loro impianti e da lì ai mercati finali”.
Lo studio sottolinea che la presenza di rifiuti organici non trattati su terreni coltivati può contribuire a fornire un eccesso di elementi nutrienti, contaminare l’acqua superficiale, stimolare la crescita di alghe e batteri e le conseguenti riduzioni delle concentrazioni di ossigeno disciolto nelle acque di superficie.
Questa è la base da cui dovrebbero partire le varie indagini; dalle pericolosi condizioni igieniche delle grandi fattorie industrializzate dove vengono allevati i suini, come quelle di Perote, nello stato di Vera Cruz. Al contrario, i media diffondono notizie allarmanti parlando di ogni persona nel mondo che ha manifestato “sintomi” che assomiglino, anche solo vagamente, a quelli dell’influenza suina, o anche di una comunissima influenza, o i commenti di istituzioni sanitarie come l’Organizzazione Mondiale della Sanità o il CDC, che sono ben lontani da essere frutto di serie indagini scientifiche…
Tamiflu e coincidenze
Nell’ottobre 2005, il Pentagono ordinò a tutti i soldati in missione in giro per il mondo, la vaccinazione contro quella che venne chiamata “influenza aviaria”,
Quello che Rumsfeld si dimenticò di annunciare, era il clamoroso conflitto di interessi che lo riguardava. Prima di insediarsi a Washington, nel gennaio 2001, Rumsfeld ricopriva l’incarico di presidente di un colosso farmaceutico con sede in California,
Il Tamiflu non è un medicinale da prendere con leggerezza, perché ha pesanti effetti collaterali. Contiene sostanze che possono avere effetti letali per una persona con problemi di respirazione, e spesso crea nausee, vertigini e altri sintomi simil-influenzali.
All’arrivo del “panico da influenza suina” (attenzione non dell’influenza suina ma del panico da influenza suina!) le vendite del Tamiflu, così come di ogni altro medicinale usato per curare l’influenza, sono esplose. Le compagnie di Wall Street hanno cominciato a consigliare ai propri clienti di comprare le azioni delle aziende farmaceutiche.
Il panico e la paura furono usati dall’amministrazione Bush per attuare la frode dell’influenza aviaria. Così come per l’attuale influenza suina, anche le cause dell’influenza aviaria vennero fatte risalire a sperduti allevamenti in Thailandia e in altre zone dell’Asia, da dove gli animali sarebbero stati spediti in tutto il mondo. Invece di promuovere serie indagini sulle condizioni sanitarie nelle quali vengono gestite le fattorie industriali, l’amministrazione Bush e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno accusato le “galline che scorrazzano libere” nelle piccole fattorie a conduzione familiare; decisione che ha avuto conseguenze devastanti per queste piccole imprese, nelle quali gli animali sono tenuti secondo le condizioni naturali; mentre
A questo punto, resta da vedere se l’amministrazione Obama userà la paura della cosiddetta “influenza suina” per ripetere lo stesso giochino, questa volta utilizzando “maiali volanti”, al posto dei volatili. Intanto, le autorità messicane hanno già confermato che i casi di decessi accertati a causa della cosiddetta “influenza suina” non sono assolutamente 150 o più, come invece riportato dai media, perché nella maggior parte dei casi si trattava di normalissima influenza.
F. William Engdahl
Fonte: www.globalresearch.ca
Traduzione: Manuel

In questi giorni, l’esercito dello Sri Lanka sta effettuando una pesante offensiva contro le Tigri del Tamil (forse quella finale), per piegarne definitivamente la resistenza. Penso sia interessante analizzare la storia di questo conflitto, di cui, spesso, poco si parla in Occidente.
Il conflitto ha di fondo motivazioni etniche; infatti, lo Sri Lanka è abitato in prevalenza dalla popolazione cingalese, buddhista e di origine indoeuropea; e da una minoranza tamil, induista e di origine dravidica. Aldilà delle dispute sul primato della popolazione dell’isola (comunemente si ritiene che fossero i cingalesi i primi abitanti, mentre i tamil vi migrarono dall’India stanziandosi nelle zone settentrionali), le origini dell’attuale conflitto sono da ricercare, soprattutto, durante il periodo coloniale britannico (tanto per cambiare!!!). I coloni britannici decisero di marginalizzare la maggioranza cingalese, favorendo la minoranza tamil; a quest’ ultima furono assegnate borse di studi presso università britanniche; al loro interno venne scelto tutto il personale amministrativo della colonia; ad essa vennero assegnati tutti gli incarichi pubblici migliori (medici, insegnanti, poliziotti, soldati); inoltre, vennero attuate massicce politiche di immigrazione di elementi tamil dall’India per lavorare nelle piantaigioni di the, a discapito della maggioranza cingalese oppressa e ridotta alla miseria.
Ottenuta l’indipendenza, nel 1948, la maggioranza cingalese si riappropriò dei propri diritti, estromettendo la minoranza tamil dagli incarichi più importanti e privandola dei favori ottenuti in cambio della fedeltà ai colonizzatori. La situazione si spostò sempre più verso uno stato di segregazione della minoranza tamil, fino agli anni ’70, quando sorsero i primi movimenti armati tamil, i quali vorrebbero creare uno stato indipendente sottraendo i territori del nord-est al governo cingalese centrale. Le prime avvisaglie di un conflitto sanguinoso, si ebbero nel 1977, quando l’esercito sciolsero diverse manifestazioni di protesta tamil, causando diverse centinaia di morti. La situazione degenerò coi pogrom del “luglio nero” del 1983; dopodichè i tamil formarono il movimento “Tigri per la liberazione della patria tamil” (Liberation Tigers of Tamil Eelam, LTTE). Sua figura carismatica fu fin dall’inizio Velupillai Prabhakaran, ancora oggi comandante della guerriglia. Il LTTE scelse la via della guerriglia nella giungla, riuscendo, grazie all’appoggio della popolazione tamil e degli ingenti fondi che gli arrivano dagli emigrati all’estero, ad ottenere il controllo delle zone nord-orientali dal paese; tanto da arrivare a istituire governo, parlamento, moneta, banca, poste, ospedali e scuole proprie. Al momento di massima espansione delle Tigri, esse controllavano un territorio di circa 10.000 km2 A livello “militare”, è famosa la sua squadra di kamikaze, denominata “Tigri Nere”, che compiono attentati suicida contro strutture amministrative centrali e obiettivi civili cingalesi.
Dal 1983, la guerra si concentra soprattutto nelle regioni nord-orientali dell’isola, in particolare attorno alla penisola di Jaffna, roccaforte delle LTTE; ma, ripetutamente, diversi attentati si sono verificati anche nella capitale Colombo. Così, l’intera popolazione dello Sri Lanka vive tra due fuochi: gli attentati suicida delle Tigri, da un lato; e la repressione del governo di Colombo, che fa ampio uso di corpi paramilitari per colpire sia civili tamil che cingalesi ostili alla guerra, dall’altro. La situazione sembrava potersi stabilizzare nel 2002, quando venne stipulato un “cessate il fuoco” tra i due contendenti, facilitato dalla decisione del LTTE di accettare una soluzione federale all’interno di un unico stato, abbandonato la teoria separatista. I sogni di pace naufragarono nel novembre del 2005, quando dopo le elezioni, venne eletto il “falco” cingalese Mahindra Rajapakse, che aumentò l’oppressione, facendo naufragare definitivamente le trattative di pace nel 2006, costringendo la missione di pace scandinava (Sri Lanka Monitoring Mission, SLMM) a lasciare il paese. Attualmente, il partito del presidente, lo SLFP (Sri Lanka Freedom Party) è incalzato dai due partiti nazionalisti, Il Fronte di liberazione popolare (Janatha Vimukthi Peramuna - JVP) ed il partito dei monaci buddhisti JHU (Jathika Hela Urumaya - Partito del retaggio nazionale), affinché elimini militarmente le Tigri, per poi offrire alla minoranza tamil una soluzione politica. L’esasperarsi della situazione è stata anche facilitata dal rifiuto del maggior partito tamil,
Entrambe le parti in causa ricevono armamenti dall’estero: il governo gode dell’appoggio di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Russia, Cina, Pakistan, India, Ucraina, Israele, Repubblica Ceca; le Tigri tamil da Cambogia, Thailandia, Singapore, ex Jugoslavia e Zimbabwe (anche se usano soprattutto armi sottratte all'esercito). Ultimamente, però, gli Stati Uniti hanno deciso di scendere pesantemente in campo a sostegno del governo di Colombo, permettendo la massiccia offensiva di questo periodo e spostando l’ago della bilancia a favore della maggioranza cingalese. Il Pentagono ha ammesso di aver fornito addestramento per l’attività di contrasto alla guerriglia alle truppe dello Sri Lanka, così come notizie di intelligence ed armi non-letali. Fra queste, sofisticate attrezzature radar che hanno permesso a Colombo di smantellare le rotte marittime di rifornimento dall’India. Contemporaneamente, Israele ed il Pakistan hanno fornito all’esercito un largo arsenale di armamenti tecnologicamente avanzati. Nel gennaio 2006, solo poche settimane dopo l’insediamento del nuovo governo e le sue denuncie circa le supposte eccessive concessioni fatte alle Tigri da quello precedente, l’allora ambasciatore USA Jeffrey Lunstead minacciò le Tigri che se non avessero rapidamente aderito ad un accordo secondo le condizioni espresse dal governo, avrebbero dovuto fronteggiare “un esercito più forte, capace e determinato”. A scanso di equivoci, Lunstead aggiunse: “Per mezzo dei nostri programmi di addestramento militare e di assistenza, inclusi gli impegni riguardo il controterrorismo ed il blocco delle transazioni finanziarie illegali, stiamo collaborando a formare la capacità del governo dello Sri Lanka di proteggere il suo popolo e difendere i propri intereressi”. Lo stesso attuale ambasciatore USA si è rallegrato per i successi militari governativi, spronando l’esercito all’annientamento delle Tigri. In cambio, Washington e Colombo hanno firmato il “Access and Cross Servicing Agreement”, firmato nel marzo 2007, che consente alle unità della Marina e dell’Aviazione statunitense di utilizzare le infrastrutture dello Sri Lanka. Oggi la situazione sul campo, vede l’avanzata probabilmente definitiva delle forze governative che stanno bombardando a tappeto le zone della guerriglia, hanno sfondato a Jeffna e hanno occupato Kilinochchi, la “capitale” dei separatisti tamil, e Mullaitivu, principale base militare dell'Ltte. La situazione della popolazione è drammatica; in questi 25 anni di guerra, più di 70.000 persone (su una popolazione di circa 19 milioni) sono rimaste uccise, qualcosa come 800.000 tamil hanno abbandonato l’isola ed un altro mezzo milione sono profughi interni, di modo tale che un terzo della popolazione tamil è stata sradicata dalle proprie case, e a tutt’ oggi, l’esercito impedisce che l’ONU e
Anche per la maggioranza cingalese la situazione non è rosea; infatti, oltre alla minaccia del terrorismo e al vedere i propri figli, che pur di non morire di fame vanno a combattere al nord, deve fare i conti con l’impegno economico che tale conflitto richiede. Attualmente, pur essendo lo Sri Lanka un paese poverissimo, il 71% del bilancio nazionale è impegnato per spese belliche e stesse sorte hanno avuto i fondi per la ricostruzione post-tsunami.
Aldilà della posizione che ognuno di noi possa avere sul conflitto, trovo vergognoso che nessuno riesca a fare nulla per proteggere donne e bambini vittime di una guerra per la quale di certo non sono responsabili.
Manuel