
Tornando per un attimo a Stato e rivoluzione, in cui Lenin richiama il Marx della critica senza appello al parlamentarismo, non possiamo non notare come l’istituzione parlamentare, calata nella nostra realtà, abbia degli inquietanti punti in comune con il parlamento della vecchia borghesia che contribuiva ad opprimere i subalterni, soltanto che oggi i parlamenti – a partire da quello europeo – oltre ad essere sempre più “svuotati” di contenuti e sempre meno rappresentativi delle istanze popolari, fanno riferimento a lobby e gruppi di potere che con la vecchia borghesia di Marx centrano poco e ne tutelano gli interessi, particolarmente qui, in Italia, dove le liste sono “blindate” e gli eletti decisi a tavolino da chi controlla i cartelli elettorali.
L’ingegneria istituzionale si sforza, nel presente, di “riposizionare più in basso” uno stato liberaldemocratico chiaramente in crisi, nelle sue funzioni fondamentali e nei delicati aspetti – mai risolti, in verità – del controllo, del bilanciamento fra poteri, della rappresentanza.
Nella più recente esperienza italiana, per fare un esempio, abbiamo avuto modo di notare come il conflitto fra i poteri assuma talvolta le tinte fosche di una guerra fra bande rivali, con il ministro della giustizia del secondo esecutivo di Prodi – Clemente Mastella – che rassegnava in parlamento le dimissioni perché indagato dalla magistratura assieme alla consorte, raccogliendo gli applausi e la solidarietà di gran parte dell’agone politico, compresa buona parte dell’opposizione di centro-destra[1].
Tutto ciò ben testimonia l’irriformabilità di questa democrazia liberale, che rischia di trascinare nel baratro popolo e istituzioni, e porta a concludere che le soluzioni ci sono, in realtà, ma devono essere cercate al di fuori.
Gli anni novanta dello scorso secolo e i primi anni del duemila ci mostrano un quadro in cui le istituzioni statuali liberaldemocratiche sono finite sotto il controllo di poteri esterni, di natura privata, che attraverso i loro camerieri politici locali e i trattati siglati frettolosamente – come quello dell’Organizzazione Mondiale del commercio – hanno favorito il trasferimento del processo decisionale, in relazione a materie di cruciale importanza economica, finanziaria e sociale, nelle sedi più lontane, che sfuggono a qualsivoglia controllo pubblico e popolare.
Non si tratta più delle sole politiche monetaria e dei tassi, o delle famigerate “quote latte” imposte dalle istituzioni sopranazionali europee, ma anche della politica alimentare nel suo complesso.
In Italia, da troppo tempo sentiamo il peso delle imposizioni della Unione Europea, della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale, che letteralmente stroncano – fungendo non di rado da alibi e da schermo per una classe politica debole, incompetente, corrotta e asservita – qualsiasi possibilità di affrontare con le risorse pubbliche le drammatiche e ponderose questioni sociali che abbiamo davanti.
Dinanzi al dilagare della disoccupazione e della cassa integrazione, non infrequentemente anticamera della perdita del posto di lavoro, le remote autorità europee raccomandano ancora [e, nel concreto, impongono] “moderazione salariale”, “controllo dei conti pubblici” ed altre amenità anti-sociali di questo tipo, mentre i sistemi sanzionatori previsti per gli inadempienti fanno il resto.
I governi nazionali si adeguano sempre alle direttive, in buona sostanza, non ultimo quello italiano in carica.
Si può “sforare” il rapporto deficit/ P.I.L., idealmente stabilito in passato al tre per cento, ma, per restare “virtuosi”, solo di qualche decimale di punto, chiaramente insufficiente al fine di poter reperire nuove risorse a sostegno delle industrie in crisi e per alimentare i così detti ammortizzatori sociali, estendendo l’azione pubblica di soccorso anche a fasce di popolazione non protette.
Davanti alla crisi, lo stato sembra essere come una vecchia tigre dagli artigli spuntati, perché non ha più la forza d’intervenire con misure risolutive a soccorso del sistema produttivo – che in fondo dovrebbe ancora rappresentare una forma di proiezione di potenza verso l’esterno, oltre che fonte di sostentamento e lavoro per la popolazione – niente di più della pallida ombra di quella aggressiva costruzione statuale che era saldamente nelle mani, secondo il Lenin di Stato e rivoluzione, del capitalismo monopolistico.
Se interviene, lo fa con palliativi, in modo volutamente frammentario, aggirando le spinose questioni della necessità delle nazionalizzazioni a tappeto [a partire dalle banche private, naturalmente] quale primo passo che potrebbe portare da una vera socializzazione, dell’intervento diretto in campo economico come ai tempi dell’IRI, sostituendosi così ad un fallimentare e troppo “finanziario” privato, e del recupero – irrinunciabile in tali frangenti –di una piena sovranità monetaria.
Quando Berlusconi e il suo super ministro del tesoro, Giulio Tremonti[2], si vantano di aver soccorso i livelli medio-bassi di reddito in difficoltà, abolendo l’ICI sulla prima casa, oppure di aver avviato a risoluzione il problema degli “incapienti” con l’elemosina della social card, sono in aperta malafede e perfettamente coscienti della loro impotenza – se non anche della mancanza di volontà d’intervenire seriamente – davanti al disagio sociale che dilaga, perché la sostanza e le dimensioni delle manovre necessarie per affrontare l’emergenza sociale in corso devono avere il placet dei citati organismi sopranazionali, rappresentanti degli interessi di settori della classe globale ben più forti e invasivi di quelli espressi dal gruppo di potere berlusconiano.
In Italia, la politica indigena ha raggiunto da tempo un compromesso con l’invasiva Global Class dopo l’orchestrato sfascio di Tangentopoli e la “purga” di Mani pulite, scambiando i pezzi pregiati dell’industria pubblica e facendosi portatrice di politiche liberiste e globalizzanti – delle quali esempi qualificanti sono la riforma delle pensioni di Dini e l’introduzione del precariato, con la legge Sacconi e il pacchetto Treu – in cambio del mantenimento e dell’estensione dei propri privilegi, nelle fasi economiche espansive, o comunque non di crisi in un paese che dall’inizio degli anni novanta non cresce più, ed anche nelle contingenze molto negative come quella attuale.
La riduzione dell’autonomia e delle reali competenze del vecchio stato nazionale in salsa liberaldemocratica, in un periodo di aperta e crescente difficoltà, e il duplice peso che grava sulla schiena della maggioranza della popolazione italiana, rappresentato dall’esercito degli “occupati” in politica e dagli appetiti dei Signori della mondializzazione che manovrano dal remoto, rischiano di diventare intollerabili e di provocare un’estesa protesta, che potrà assumere forme e seguire strade al momento attuale imprevedibili.
Ciò che deve essere chiaro a tutti è che questa combinazione esplosiva di progressiva impotenza delle istituzioni statuali ad affrontare positivamente i problemi concreti – dalle infrastrutture alla scuola pubblica, dalla disoccupazione di massa al costo delle utenze domestiche – e di pressione di grandi interessi privati che si appropriano, direttamente o indirettamente, delle risorse collettive[3], potrà comportare un esito diverso da quello ipotizzato fino allo scadere della metà di questo decennio.
Non la “scomparsa” dello stato liberale in un orizzonte temporale di lungo periodo, sostituito progressivamente nelle sue funzioni e competenze da una sorta di governo mondiale oligarchico – come era e potrebbe essere ancora nelle intenzioni di alcuni settori americani e occidentali della classe globale – ma la sua dissoluzione in tempi brevi e con il rincrudire della crisi, sotto la spinta di distruttivi riots ed estese insurrezioni spontanee che mineranno le stesse basi del vivere civile.
Il rischio di una deriva inarrestabile non potrà non riguardare anche l’Italia della falsa pax berlusconiana, della decadenza dello stato di diritto e dei forti squilibri fra i gruppi sociali, se non sorgerà in questo paese una vera opposizione politica e sociale organizzata, al di fuori del circuito sistemico e della claque parlamentare liberale e democratica, in grado di contenere e indirizzare positivamente, nel senso della costruzione del nuovo, la rabbia e la disperazione dei nuovi e dei vecchi esclusi.
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[1] Siamo ormai abituati al degradante spettacolo di una magistratura che cerca di influire pesantemente sul quadro politico e sugli equilibri parlamentari attraverso le inchieste, le fughe di notizie e gli avvisi di garanzia, di una politica che risponde cercando di mettere il morso ai giudici e tutto questo mentre centinaia di migliaia di cause, in cui attori e convenuti, denunciati e parti civili non contano perché anonimi cittadini, languono nel dimenticatoio dei ritardi, dell’incuria, dei rinvii e delle prescrizioni.
La stessa “guerra fra le procure” alla quale abbiamo assistito nel 2008, quale episodio di conflitto fra politica degli affari e magistratura dei privilegi e fra le stesse componenti della magistratura, non è che l’avvisaglia di un generale scollamento istituzionale e di un malcostume incancrenito che potrà essere definitivamente risolto soltanto con un cambio di sistema e una “pulizia” generale.
[2] Quando la storia compie una delle sue grandi svolte, quasi sempre ci troviamo davanti l’imprevedibile, l’irrazionale, l’oscuro, il violento e non sempre il bene. Già altre volte il mondo è stato governato anche dai demoni. [Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Mondatori, Prima edizione del marzo 2008]
Con ogni evidenza e date le misure anti-crisi messe in campo dal governo Berlusconi, del quale Tremonti è il ministro più importante oltre ad essere raffinato scrittore, sembra ormai chiaro a tutti che questo ultimo ha definitivamente ceduto alle minacce – e forse alle lusinghe – dei demoni.
[3] Concedendo “vitto e alloggio” alla politica di professione che li serve – come accade con tutta evidenza in Italia, in cui il fenomeno è macroscopico – e di riflesso ai questuanti legati ai gruppi politici e alle loro burocrazie.
A tale proposito si veda Il costo della democrazia [Cesare Salvi e Massimo Villone, Mondatori, II edizione del 2005], nel quale i due autori, all’epoca senatori e dunque non “sovversivi” ma uomini di sistema a tutti gli effetti, tirano le somme, con tabelle e numeri alla mano, per quantificare l’esercito di “occupati” in politica nel nostro paese e i costi che generano.
Dai parlamentari europei ai consiglieri delle comunità montane, comprendendo nel novero anche i destinatari di incarichi e consulenze nel settore pubblico allargato, il totale che Salvi e Villone presentano ai lettori è di ben 427.889 unità, con un costo complessivo annuo stimato, per l’epoca, fra i tre e i quattro miliardi di euro.
Possiamo agevolmente supporre che una sorta di “tendenza naturale espansiva”, se lasciata libera di esplicare i suoi effetti, porterebbe a superare di molto l’intollerabile e ingiustificata soglia del mezzo milione di unità, con un’ulteriore proliferazione dei costi di “vitto e alloggio” nel pieno della crisi.
Un plauso a chi, pur facendo parte della politica sistemica, non è riuscito a far tacere la propria coscienza.
Eugenio
Fonte: www.ariannaeditrice.it
La prefazione alla prima edizione di Stato e rivoluzione di Lenin si apre con le seguenti parole:
Il problema dello Stato assume ai nostri giorni una particolare importanza, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista politico pratico.[1]
Era l’epoca dell’affermarsi del capitalismo monopolistico di stato, secondo il Lenin teorico, e l’organizzazione statuale non solo sembrava salda e autorevole, se non decisamente autoritaria, ma rappresentava una fonte di oppressione nei confronti delle masse lavoratrici.
Un’epoca lontana da questo presente, talmente lontana dalle dinamiche del potere che tutti noi scontiamo che persino l’intero impianto teorico leninista – il più significativo e ponderoso della storia del comunismo novecentesco, dopo le opere di Marx e Engels – sembra perdere in buona parte il suo valore.
Sempre secondo Lenin, la società classista si rifletteva nell’organizzazione statuale e la classe dominante dell’epoca – quella borghesia ottocentesca che da tempo è in via di estinzione – ne utilizzava le strutture per realizzare l’oppressione e risolvere a suo favore il conflitto con i subalterni.
Se lo stato era nato per risolvere il conflitto fra le classi e la sua genesi è anche il frutto della necessità di frenare tali antagonismi, lo stesso era diventato in quella fase storica inevitabilmente strumento della classe dominante per affermare il suo potere politico, oltre che economico.
Strumento di oppressione del proletariato e di manifestazione di potenza verso l’esterno, l’organizzazione statuale era da concepirsi, quindi, come un munito fortilizio che doveva essere espugnato in armi per rendere possibili cambiamenti epocali, e per questo la via della rivoluzione sembrava l’unica strada percorribile.
L’attacco allo stato, la presa di possesso dei suoi centri di potere e dei suoi simboli sembrava indispensabile per detronizzare definitivamente la classe che aveva sconfitto i re, gli aristocratici e il clero, e con loro il vecchio ordine.
Il canone marxista si era ormai formato, come accadde per il canone della chiesa in seguito ai primi quattro, travagliati concili ecumenici dell’era cristiana, e i tempi sembravano maturi per il definitivo assalto allo stato borghese[2].
Richiamandosi a Engels, Lenin nell’opera citata discute il cruciale problema della scomparsa dello stato – che tanti tragici equivoci e tante vane attese ha generato nel mondo marxista e comunista del secolo scorso – anzi, della sua futura estinzione in contrapposto all’anarchica abolizione dello stesso, e questo in seguito alla vittoria del proletariato, agli effetti della scomparsa delle classi sociali e della statalizzazione dei mezzi di produzione.
Lo stesso Lenin avvertiva, però, che l’estinzione dello stato non poteva avere significato di un cambiamento vago, lento e graduale, senza lotte e senza innesco del processo rivoluzionario, funzionale – a quel tempo e a detta del “Capo” più illustre dei comunisti novecenteschi – esclusivamente ai disegni borghesi [e revisionisti, mi permetto di aggiungere].
Oggi, invece, per altre vie e sulla base degli interessi privati dei Signori della mondializzazione, lo stato, nella veste liberaldemocratica comune in occidente ma esportabile nel resto del mondo con nuove forme di colonizzazione o con l’uso del tradizionale strumento della guerra, funzionali alla diffusione del mercato planetario e del turbocapitalismo, da tempo è avviato sulla strada di un progressivo e vistoso ridimensionamento delle competenze, trasferite altrove, della definitiva perdita di sovranità [quella monetaria, per fare un esempio eclatante] rischiando di scivolare, seppur lentamente e nella migliore delle ipotesi se la presente crisi sistemica rientrerà almeno in parte, verso l’estinzione.
Da un’altra prospettiva, si tratta della crisi profonda e senza soluzioni della democrazia di matrice liberale, fondata sulla rappresentanza, che caratterizza anche la forma-stato italiana.
E’ bene ricorrere, a tale proposito, alle chiare parole di un “vecchio” liberale intellettualmente onesto che ha meditato sull’argomento, quale è senza dubbio Ralf Dahrendorf:
Questo è il cuore del problema. Le decisioni stanno emigrando dal tradizionale spazio della democrazia. […] Decisioni di vitale importanza non sono più assunte a Montecitorio, o a Westminster, e neanche in Capitol Hill, ma altrove. Per i paesi che hanno adottato l’euro, i tassi di interesse sono stabiliti a Francoforte. Se due grandi industrie vogliono fondersi, devono chiedere il permesso a Bruxelles. La decisione di bombardare Belgrado è stata presa dalla NATO. […] Questo complesso di decisioni, prese al di fuori del processo democratico, fanno oggi apparire la democrazia totalmente impotente. La disponibilità universale e immediata di informazioni, che è la vera essenza della globalizzazione, consente di by-passare le istituzioni tradizionali della democrazia. Ciò solleva domande di enorme rilievo. Sempre le solite tre: come possiamo far valere gli interessi della gente coinvolta da queste decisioni? come possiamo controllarle con un sistema di check and balance? come possiamo assicurarci che la scena internazionale non sia permanentemente dominata da un piccolo gruppo di detentori del potere?La mia tesi è che questi interrogativi rimangono attuali e sul tappeto, ma che le risposte sono scomparse. Oggi non è più possibile dire che la democrazia e le sue istituzioni sono la risposta.[3]
Dahrendorf pone, in effetti, alcuni problemi rilevanti – il processo decisionale al quale il popolo di fatto non partecipa, essendone stato espropriato, il bilanciamento fra i poteri istituzionali e il controllo degli stessi, la concentrazione di tutto il potere effettivo in poche mani – per i quali non vi sono soluzioni rintracciabili nel corpo teorico liberale e liberaldemocratico.
Note:
[1] Scritto nell’agosto-settembre 1917 e pubblicato per la prima volta in opuscolo nello stesso anno.
[2] A differenza dei cristiani – giunti al potere con il vittorioso Costantino, quando erano ancora una minoranza a rischio di repressione – i quali stabilirono regole, dogmi e libri ammessi in funzione del mantenimento e del consolidamento del potere esercitato in seno all’impero, nel caso del comunismo novecentesco di matrice marxista, prima è stato definito il canone, in particolare ad opera di Engels e Kautski interpretando a volte liberamente o “adattando” il pensiero originale di Marx, e poi vi è stato l’accesso al potere, in un solo paese, come conseguenza della rivoluzione russa.
Uno svantaggio non da poco, a ben vedere, che non è estraneo alla breve durata del “socialismo realizzato” in Unione Sovietica, se la confrontiamo con il respiro bi-millenario della Chiesa di Roma e la diffusione del cristianesimo.
[3] Ralf Dahrendorf, Dopo la democrazia. Intervista a cura di Antonio Polito, Editori Laterza, Prima edizione 2003
Eugenio
Fonte: www.ariannaeditrice.it

“Molto di quello che noi (il Comitato Nazionale per
Sembra proprio che coloro che avevano pronosticato la fine delle “rivoluzioni colorate” si fossero sbagliati di grosso. In passato, esse ebbero successo in Serbia, Georgia, Ucraina e Kyrgyzstan; ma, fallirono in Bielorussia, Uzbekistan e in Myanmar.
Il loro comune denominatore è un’ondata di proteste, a volte violente, che hanno lo scopo di sovvertire il governo locale, spesso in coincidenza di tornate elettorali, o subito dopo esse. Va sottolineato che quasi sempre, queste “rivoluzioni colorate” godono dell’entusiastico appoggio dell’Occidente(o addirittura vengono organizzate da esso?), il più delle volte tramite organizzazioni “no-profit”, diplomatici, uomini d’affari, istituzioni governative o capi di Stato. Negli stati in cui avvengono queste mobilitazioni politiche, il risultato è che, in seguito, “sale sul trono” un leader filo-occidentale. Se si guarda con attenzione alla loro mappa, è impossibile non rilevare come non possa essere una coincidenza il fatto che tutte queste rivoluzioni sono avvenute in paesi confinanti con
Oggi, è abbastanza evidente che quello che succede in Moldavia non è altro che l’inizio dell’ennesima “rivoluzione colorata”. Solo pochi giorni fa, si sono svolte le elezioni e i primi annunci ufficiali dei risultati hanno mostrato che il Partito Comunista della Repubblica di Moldavia (affiliato al Partito Socialista Europeo) ha ricevuto quasi il 50% dei voti. L’Organizzazione per
Ci viene mostrato che i manifestanti agitano le bandiere della Romania e dell’Unione Europea; inoltre, chiedono le dimissioni dell’attuale governo, definito “un regime totalitario”, e che si teangano nuove consultazioni elettorali. Le forze antisommossa moldave sono entrare in azione, ma sono state soverchiate e non sono state in grado di contenere i manifestanti, pur utilizzando gas lacrimogeni e idranti. Diversi alti funzionari governativi moldavi avevano dichiarato che consideravano questi atti di disordini civili come illegali, e quindi, avrebbero agito di conseguenza. L’ambasciatore rumeno in Moldavia è stato dichiarato “persona non gradita” e sono stati irrigiditi i requisiti per ottenere il visto da parte dei cittadini rumeni. Diverse manifestazioni a favore dei manifestanti moldavi si sono tenute in diverse città della Romania. Anche se nessun colore è stato scelto per questa rivoluzione, essa è già stata definita la “Rivoluzione Twitter”, perché il sito internet mostra che gli organizzatori hanno fatto ampio uso dello strumento di questo social network per alimentare il malcontento.
Per determinare se un evento sia o meno geopolitcamente significativo, il tempo è un elemento che va sempre tenuto in considerazione. Lo spazio ex-Sovietico è una delle arene più attive nella grande competizione tra poteri geopolitici, e a riguardo si sono registrati diversi episodi significativi:
- il fatto che Ucraina e Georgia non sono ancora state accettate come membri della NATO, nonostante le pressioni da parte di influenti membri NATO;
- a differenza di altri paesi ex-Sovietici, il governo moldavo aveva dichiarato che ChiÅŸinău sarebbe rimasta neutrale e che avrebbe rifiutato di dichiarare quale grande potenza geopolitica avrebbe sostenuto; cosa che più o meno rispecchia la posizione dell’ex repubblica sovietica del Turkmenistan, la cui politica estera è condotta all’insegna del più assoluto neutralismo;
- la guerra russo-georgiana, nella quale Mosca ha inflitto una pesante sconfitta militare alla filo occidentale Georgia;
- l’annuncio del governo del Kirghizistan che la base militare nel Manas verrà chiusa;
- il lancio, da parte dell’Unione Europea, del progetto “Partnership Orientale”, ideato dalla Polonia e dalla Svezia e rivolto a Ucraina, Bielorussia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia e Armenia. Questo progetto è visto da Mosca come un tentativo di cooptare quei paesi e marginalizzare l’influenza russa nell’area;
- la decisione dell’Ucraina di tenere elezioni anticipate; inoltre, la candidatura del filo-occidentale Viktor Yuschchenko, non sembra promettere niente di buono.
Tutti questi episodi dimostrano che la rivalità geopolitica tra Russia e NATO si è fatta sempre più intensa. Importanti politici russi hanno già dichiarato che le proteste in Moldavia sono state organizzate dai servizi segreti occidentali; inoltre, hanno sottolineato che il loro scopo finale è quello di causare un cambio di governo nel paese, in modo che
Perché
La disintegrazione dell’Unione Sovietica ha cambiato di poco le cose. Il sistema economico moldavo non ne ha particolarmente sentito i contraccolpi, continuando a esportare vino, frutta, bevande e prodotti alimentari in generale; inoltre, è un paese importatore di carbone, petrolio e gas naturale, visto che non possiede risorse di queste materie prime. Secondo il “Libro mondiale dei fatti” della CIA,
Vista la situazione, è evidente che
Rimane da vedere se il Cremlino si lascerà cogliere di sorpresa e come reagirà ad un eventuale cambio di regime a ChiÅŸinău; specialmente se il nuovo governo dovesse decidere di usare la forza in Transinistria, come fece
A questo punto, è ragionevole affermare che
Le accuse russe di coinvolgimento dei servizi segreti occidentali, ovviamente, non sono state provate, perché tutte le operazioni sotto copertura seguono il principio della loro plausibile negazione; ciononostante, esistono concreti indizi che dimostrano una partecipazione straniera agli eventi. Alcune istituzioni occidentali semiufficiali e organizzazioni no-profit dichiarano apertamente di lavorare in Moldavia. Per esempio, il sito internet di USAID, a proposito delle attività dell’agenzia nel paese, riferisce che alcune di esse sono: “il programma di partecipazione cittadina moldava”, “rinforzare l’attivismo politico democratico in Moldavia” e il “programma di istruzione e accesso a internet”. Quest’ultimo è particolarmente significativo, perché lo strumento dei social network è stato particolarmente utilizzato per aumentare l’attivismo contro il governo. Il sito specifica che “(il suo programma) fornisce alle comunità libero accesso a internet e istruzione riguardo tutte le tecnologie di comunicazione”. Continua spiegando che “i gruppi a cui ci si rivolge includono membri del governo locale, giornalisti, studenti, rappresentanti di organizzazioni no-profit locali, professori e personale medico…”.
Questi esempi sono particolarmente significativi, soprattutto se si considera che queste organizzazioni hanno svolto un ruolo importante nelle precedenti “rivoluzioni colorate”. Si può affermare, quindi, che i protagonisti e il “modus operandi” sono i medesimi. Uno dei principali protagonisti della “Rivoluzione Twitter” è la famosa giornalista Natalia Morar, che lavorava come addetta stampa per “L’altra Russia”, una strana coalizione di forze politiche anti-Putin che comprende nazionalisti, comunisti e gruppi filo-occidentali.
In breve, tenendo a mente quanto esposto finora, sembra proprio che ci troviamo di fronte a un nuovo episodio dello scontro geopolitico tra Russia e Occidente, con scenario
José Miguel Alonso Trabanco
Fonte: www.globalresearch.ca
Traduzione: Manuel
A Bologna, ‘sta volta, l’hanno fatta proprio grossa.
Si ride, si ride, si ride. Da non credere.
Ma veniamo ai fatti.
Dunque, a Bologna, l’anno che Cofferati vinse le elezioni, ci fu un avvocato nonché docente universitario di “diritto penale comparato” (roba fortissima, direi) che decide, pur essendo indipendente, di candidarsi con i DS.
Bene, candidatura accettata e la signora, perché l’avvocato in questione è una signora, si becca 900 preferenze. Dico 900!
Fu così che Cofferati decise di assegnarle un bell’assessorato.
Fu così, insomma, che Maria Virgilio, simpaticamente nota in città come Milly, divenne assessore.
Assessore alla Scuola e alle Politiche delle Differenze: roba fortissima pure questa. Incarico di rilievo, delicato se vogliamo, di impatto mediatico veramente altisonante.
Per dire, l’avvocato, e professoressa di Diritto Penale, Milly, è una che ti organizza un convegno tipo questo: “Femminicidi, ginocidi e violenze sulle donne”.
E ci sarebbe da discuterne per giorni, anche solo sulla raffinatezza linguistica del titolo.
Capito, no?
Femminicidio. Anche se in italiano non esiste, cogliamo la raffinatezza del sintagma. Omicidio di una donna, agli orecchi adulti e raffinati del docente suona giustamente contraddittorio. Se è omicidio, sarà di un uomo. Se a morire è una donna, ca va sans dire, sarà “femminicidio”.
Ginocidio. No dai, che non è un errore di stampa. NO! Non è un errore per genocidio: qui siamo nell’empireo della cultura accademica. E dunque, poiché in greco “donna” si dice “GYNE”, ecco qua il ricercato e nuovissimo “ginocidio”: uccisione di donna.
Ho capito, è uguale a femminicidio, ma volete mettere? Volete mettere lo sfoggio di cultura classica, l’ardimento quasi dannunziano del creatore di parole?
No, amici. Non è ripetizione, non è ridondanza. E’ barocco, è Bernini in letteratura, è Giovan Battista Marino. E’ bellezza pura. Un po’ guastata dal prosaico finale: “violenza sulle donne”. Però il bolognese medio, che non sa di greco e di latino, bisognerà pure che capisca anche il titolo del convegno. Così, almeno almeno l’argomento. Se no finisce che magari non ci va, al convegno, se non capisce nemmeno il titolo. In fondo, siamo democratici, nevvero?
Una volta fatto il titolo, e che titolo, ci voleva una bella immagine. Chiara, forte.
L’avvocato, e docente, e assessore, e assessore alle differenze tra l’altro, non avrà avuto tempo. E dunque sarà andata così. Avrà dato l’incarico a qualcuno, più probabilmente qualcuna: che facesse una bella ricerca con “Google immagini”, che c’è un sacco di roba.
La collaboratrice, che non sarà stata né docente né avvocato, cosa ti trova?
Questo manifesto qui.

Va mo là! Un bel manifesto propagandistico della Repubblica Sociale Italiana. Un bel manifesto del bieco Fascismo di Salò, dove possiamo ammirare un soldato americano che tenta di violentare, così come tante volte i suoi commilitoni sono riusciti a fare, una donna italiana che per forza di cose, data l’epoca, era bianca.
Lo guardavo incredulo, tra i singulti della pancia che non riuscivo a tenermi, tra le lacrime delle risate che non riuscivo a frenare.
Povera ragazza! Povera ragazza quella che avrà armeggiato con Google, intendo.
Ma che cappero ne saprà lei, di Repubblica Sociale, di Brigate Nere, di Pavolini e di Decima Mas?
E poveretta: sono 15 anni che le hanno detto che Berlusconi è fascista, e dunque: niente capelli finti, niente sorrisi Durban’s, come poteva, poverina, capire che aveva scelto un manifesto fascista?
Le hanno detto che bianchi e neri sono uguali, non è vero? Ha pur visto che chi dice che sono diversi se ne deve andare in galera. E allora che cappero di differenza fa se il violentatore del manifesto è nero oppure bianco? Ma non abbiamo detto che è uguale?
E poi, c’è scritto “Difendila!”. E non le vogliamo difendere le donne vittima di violenza?
E allora! Vai col manifesto della Repubblica Sociale per le vie e le piazze di Bologna. Vai con la locandina nella “Casa delle Donne”, all’ “Arcilesbica”, nei circoli del PD, nelle bacheche universitarie.
Favoloso.
Io non so se la storia della politica italiana avrà mai un episodio più divertente di questo.
Qualcuno, alla fine, se ne è accorto, e allora via con la solita litania di scuse e retromarcia e proclami di antifascismo.
Però io vi dico grazie! Grazie, amiche di Bologna, grazie di cuore.
Perché anche se non l’ho vista, la faccia che quello dell’Associazione Partigiani deve aver fatto aprendo la busta con la locandina, anche se non l’ho vista, me la sogno di notte.
Cristoforo Mercati

Signor Presidente, onorevole segretario generale delle Nazioni Unite, onorevole Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, signore e signori.
Ci siamo riuniti a seguito della conferenza di Durban contro il razzismo e la discriminazione razziale per cercare di agire concretamente in nome della nostra causa, che è sacra e umanitaria.
Nel corso degli ultimi secoli l'umanità ha attraversato grandi dolori e grandi sofferenze. Durante il Medio Evo, pensatori e scienziati sono stati mandati a morte. A quell'epoca è seguita l'era della schiavitù e della tratta. Persone innocenti sono state prese prigioniere a milioni, separate dalle loro famiglie e dai loro cari e deportati in Europa ed in America nelle peggiori condizioni di vita che si possano immaginare. Un periodo oscuro, cui non furono ignote le occupazioni, i saccheggi ed i massacri di persone innocenti.
Sono passati molti anni prima che le nazioni insorgessero e combattessero per la loro libertà e per la loro autodeterminazione: hanno pagato un prezzo molto alto nel farlo. Milioni di persone hanno perso la vita per cacciare le potenze occupanti e per stabilire governi indipendenti e nazionali. Tuttavia non trascorse molto tempo prima che le potenze rapaci imponessero due guerre all'Europa, due guerre che hanno afflitto anche parte dell'Asia e dell'Africa. Queste guerre terribili sono costate la vita a cento milioni di persone ed hanno lasciato il retaggio di devastazioni imponenti. Il fare tesoro della lezione impartita dalle occupazioni, dagli orrori e dai crimini di quelle guerre avrebbe senz'altro rappresentato una luce di speranza per le epoche a venire.
Ma le potenze vincitrici si sono autonominate conquistatrici del mondo, ignorando o minacciando i diritti delle altre nazioni con l'imposizione di leggi ed accordi internazionali oppressivi.
Signore e signori, prendiamo un momento in esame il COnsiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che è uno dei retaggi della prima e della seconda guerra mondiale. Quale logica regola un organismo i cui partecipanti hanno diritto al veto incrociato? Una logica simile come può non confliggere con i valori spirituali o umanitari? Non contrasta con i principi accettati di giustizia, uguaglianza davanti alla legge, amore e dignità umana? Non rappresenta una discriminazione, un'ingiustizia, una violazione ai diritti umani, un'umiliazione che colpisce la maggioranza delle nazionalità e dei paesi sovrani?
Per quanto riguarda la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionali, il Consiglio di Sicurezza è l'organo decisionale più importante del mondo. Come possiamo aspettarci una giustizia ed una pace effettive, quando di fatto le discriminazioni sono legalizzate e gli stessi organi legislativi sono in preda alla coercizione e alla forza, piuttosto che avere come guida la giustizia e i diritti?
La coercizione e l'arroganza sono all'origine dell'oppressione e della guerra. Anche se oggi molti sostenitori di fatto del razzismo condannano con parole e slogan la discriminazione razziale, un gruppo ristretto di potenze può ancora decidere per tutte le altre nazioni tenendo conto dei propri interessi ed a propria discrezione, e può facilmente violare tutte le leggi e tutti i valori umani, cosa già verificatasi.
Dopo la seconda guerra mondiale si è fatto ricorso all'aggressione militare per privare un popolo intero della propria terra, col pretesto delle sofferenze patite dagli ebrei, e sono stati inviati migranti dall'Europa, dagli Stati Uniti e da altre parti del mondo al fine di istituire un governo assolutamente razzista nella Palestina occupata. In concreto, nel tentativo di porre rimedio alle conseguenze del razzismo in Europa, si è aiutata la costruzione in Palestina della più crudele, repressiva e razzista forma di governo.
Il consiglio di Sicurezza ha contribuito a consolidare il regime di occupazione e lo ha sostenuto per sessant'anni, consentendo agli occupanti di commettere ogni sorta di atrocità. Ancora più deplorevole è il fatto che molti governi occidentali e quello degli Stati Uniti si siano impegnati a difendere questi razzisti intenti a perpetrare un genocidio, mentre le coscienze risvegliate e le menti più libere del mondo condannano l'aggressione, le brutalità ed i bombardamenti contro i civili perpetrati a Gaza. I sostenitori di Israele, a fronte di questi crimini, o approvano o tacciono.
Cari amici, illustri delegati, signore e signori. QUali sono le cause prime delle guerre statunitensi contro l'Iraq, o dell'invasione dell'Afghanistan?
Quali motivazioni hanno sostenuto l'invasione dell'Iraq, se non l'arroganza del governo statunitense, le crescenti pressioni esercitate dai ricchi e dai potenti per espandere la propria sfera di influenza per perseguire gli interessi di gigantesche aziende produttrici di armi a scapito di una nobile cultura con migliaia di anni di storia alle spalle, la volontà di eliminare tutte le minacce, potenziali o pratiche che fossero, dei paesi arabi contro il regime sionista, e quella di controllare e saccheggiare le risorse energetiche del popolo iracheno?
Per quale motivo quasi un milione di persone sono state uccise o ferite, ed altri milioni sono state strappate alla loro terra? Per quale motivo il popolo iracheno ha avuto danni per centinaia di miliardi di dollari? E perché il popolo americano è stato tassato per miliardi come risultato di queste azioni militari? L'aggressione all'Iraq non è stata forse progettata dai sionisti e dai loro uomini nel governo statunitense di allora, insieme ai paesi produttori di armi e ai detentori delle ricchezze? L'invasione dell'Afghanistan ha forse riportato la pace, la sicurezza e la prosperità economica nel paese?
Gli Stati Uniti e i loro alleati non si sono limitati a fallire, nel loro intento di limitare la produzione di stupefacenti in Afghanistan; negli anni della loro presenza in Afghanistan le colture si sono perfino moltiplicate. La questione essenziale è: quali sono le responsabilità e le colpe del governo statunitense che decise l'invasione, e dei suoi alleati?
[Gli statunitensi ed i loro alleati] rappresentano forse tutti i paesi del mondo? Hanno ricevuto un mandato? Sono stati autorizzati dai popoli del mondo ad intromettersi ovunque, ed in modo particolare nella nostra regione? Questi comportamenti non sono forse un chiaro esempio di egocentrismo, di razzismo, di discriminazione, di prevaricazione nei confronti della dignità e dell'indipendenza delle nazioni?
Signore e signori, chi è responsabile per la crisi economica mondiale attualmente in atto? Da dov'è cominciata la crisi? Dall'Africa, dall'Asia o dagli Stati Uniti, paese dal quale si è diffusa in Europa e nei paesi alleati?
Per molto tempo il loro potere politico ha imposto all'economia internazionale regolamentazioni economiche inique. Hanno imposto un sistema finanziario e monetario privo di autentici meccanismi di supervisione internazionali a nazioni e governanti che non avevano alcun ruolo nelle campagne o nelle politiche repressive. Non permettevano neppure ai loro cittadini di supervisionare o controllare le politiche finanziarie messe in atto. Hanno introdotto una quantità di leggi e di regolamenti contrari a tutti i valori morali, al solo scopo di proteggere gli interessi dei detentori di ricchezze e di potere.
Gli Stati Uniti, inoltre, hanno imposto una visione dell'economia di mercato e della concorrenza che negava molte opportunità economiche cui invece sarebbe giusto accedessero anche gli altri paesi del mondo. Hanno scaricato i loro problemi sugli altri, mentre l'ondata della crisi imperversava infliggendo alla loro economia migliaia di miliardi di dollari di perdite. In questi stessi giorni, stanno iniettando centinaia di miliardi di dollari di denaro liquido preso dalle tasche dei loro cittadini e da quelli di altre nazioni in banche, compagnie ed istituzioni finanziarie sulla via del fallimento, complicando ulteriorimente la situazione per la loro economia e per il loro popolo. Stanno semplicemente pensando a come mantenere il loro potere e la loro ricchezza. Non potrebbe importargliene meno dei popoli del mondo; non si interessano neppure del loro.
Signor Presidente, signore e signori, l'origine del razzismo sta nell'ignorare che l'essenza dell'esistenza umana è data dal fatto che l'uomo è la creatura prediletta di Dio. Il razzismo è anche il risultato dell'allontanamento dall'autentico percorso della vita umana e dagli obblighi che, nel mondo creato, spettano al genere umano; un allontanamento che impedisce una consapevole devozione verso Dio rendendo incapaci di pensare al significato profondo della vita o al percorso verso la perfezione che sono i principali testimoni della presenza divina, e di valori immanenti che hanno ristretto l'orizzonte delle prospettive umane ad interessi effimeri e limitati, divenuti l'unico campo di azione. Ecco perché il potere del Male ha preso forma ed ha esteso il suo dominio, togliendo a tutti la possibilità di accedere ad opportunità di sviluppo eque e giuste.
Il risultato di tutto questo è stato lo scatenarsi di un razzismo che rappresenta ora una serissima minaccia per la pace tra le nazioni e che ha disseminato di ostacoli ovunque, nel mondo, il cammino verso la costruzione di una convivenza pacifica. Senza dubbio il razzismo simboleggia un'ignoranza profondamente radicata nella storia ed è segno indubitabile di frustrazione nello sviluppo della società umana.
Per questo è importantissimo identificare le manifestazioni del razzismo nelle situazioni o nelle società afflitte dall'ignoranza deliberata o dalla mancanza di conoscenza. Questa crescente consapevolezza generale, insieme alla comprensione del significato profondo dell'esistenza umana, è il principale strumento per combattere le manifestazioni razziste, e testimonia sia la centralità del genere umano nel creato, sia il fatto che la soluzione del problema del razzismo passa dalla riscoperta dei valori morali e spirituali ed in definitiva dalla propensione alla devozione verso un Dio onnipotente.
La comunità internazionale deve cominciare a muoversi collettivamente per stimolare questa consapevolezza nelle società più depresse, laddove l'ignoranza data dal razzismo ancora prevale, in modo da fermare la diffusione di questo malevolo contagio.
Cari amici, il razzismo che la comunità universale si trova ad affrontare oggi sta offuscando, in questo inizio del terzo millennio, l'immagine dell'umanità.
Il sionismo mondiale impersona un tipo di razzismo che falsamente si richiama alla religione, e che abusa dei sentimenti religiosi per mascherare il proprio odioso ed orribile volto. E'molto importante dunque mettere in luce gli obiettivi politici di alcune tra le potenze mondiali e di coloro che controllano enormi ricchezze ed enormi interessi in tutto il mondo. Costoro mobilitano tutte le loro risorse, la loro influenza economica e politica e tutti i media del mondo per sostenere, invano, il regime sionista e per diminuirne in piena malafede l'indegnità e la vergogna.
Qui non si tratta di una semplice questione di ignoranza, e questo brutto modo di agire non può essere contrastato semplicemente con l'azione dei consolati. Occorre fare sforzi concreti perché gli abusi dei sionisti e dei loro sostenitori politici ed internazionali arrivino alla fine, nel rispetto della volontà e delle aspirazioni dei popoli. I governi devono ricevere incoraggiamento e sostegno nella loro lotta volta a sdradicare questo razzismo barbaro ed a promuovere una riforma globale nei meccanismi che regolano le relazioni internazionali.
Non c'è dubbio che tutti voialtri siate consapevoli delle cospirazioni intessute da alcune potenze e dalle conventicole sioniste contro i traguardi e contro gli obiettivi di questa conferenza. Purtroppo esistono una vasta opera letteraria e molte prese di posizione in sostegno dei sionisti e dei loro crimini. Ed è vostro compito, onorevoli rappresentanti delle nazioni, svelare queste macchinazioni che vanno contro ogni valore ed ogni principio umano.
Deve essere chiaro che boicottare quest'assemblea, che ha un'enorme importanza internazionale, significa sostenere nei fatti questo palese esempio di razzismo. Difendere i diritti umani significa innanzitutto difendere il diritto di tutti i popoli di partecipare alla pari in tutti i processi decisionali internazionali di una qualche importanza, senza subire l'influenza di questa o di quella potenza mondiale.
In secondo luogo, è necessario ripensare le organizzazioni internazionali esistenti ed i regolamenti che le fanno funzionare. Questa conferenza è una specie di esperimento e l'opinione pubblica mondiale di oggi e di domani trarrà precise conclusioni sulle nostre decisioni e sulle nostre azioni.
Signor Presidente, signore e signori, il mondo sta attraversando mutamenti rapidi ed epocali. Le relazioni di potere sono diventate deboli e fragili. Possiamo sentire scricchiolare i pilastri del sistema mondiale. Le istituzioni politiche ed economiche più importanti sono sull'orlo del collasso. Si sta avvicinando una crisi mondiale per la politica e per la sicurezza. Il peggiorare della crisi economica mondiale, per la quale non si intravedono prospettive di miglioramento, dimostra la montante ondata di cambiamenti globali di portata molto ampia. Ho spesso sottolineato l'importanza di correggere la rotta sulla quale il mondo viene a tutt'oggi mantenuto ed ho anche messo in guardia sulle conseguenze che qualunque ritardo nell'affrontare questo compito di fondamentale responsabilità potrebbe portare con sé.
Oggi, in questa preziosa occasione, vorrei ribadire a tutti i leader politici, a tutti i pensatori e a tutti i popoli del mondo rappresentati in questo incontro, a tutti coloro che desiderano la pace e la prosperità economica che le politiche economiche mondiali basate sull'ingiustizia sono giunte alla fine del loro cammino. Lo stallo cui si è giunti era inevitabile, a causa della logica vessatoria che sta alla base di queste politiche.
Alla base del controllo condiviso degli affari mondiali ci sono invece aspirazioni nobili, incentrate sugli esseri umani e sul primato d'Iddio Onnipotente, che rendono vano ogni politica ed ogni piano che vada contro la volontà vera dei popoli. La vittoria del giusto sull'ingiusto e l'instaurazione di un sistema globale basato sulla giustizia costituisce la promessa d'Iddio Onnipotente e dei suoi profeti, ed ha rappresentato un obiettivo comune per tutti gli esseri umani nelle diverse società e nelle diverse generazioni che si sono succedute nella storia. La realizzazione di un futuro come questo dipende dalla consapevolezza della creazione e dalla fede dei credenti.
La costruzione di una società globale rappresenta infatti il raggiungimento di un nobile obiettivo, rappresentato dall'instaurazione di un sistema comune globale che dovrà funzionare con la partecipazione di tutti i popoli del mondo ai processi decisionali più importanti; la costruzione di una società globale è anche la radice stessa di questo sublime obiettivo.
Le competenze scientifiche e tecniche e le tecnologie di comunicazione hanno prodotto una capacità di comprensione comune e diffusa ovunque nella società mondiale, ed hanno anche fornito il terreno necessario all'edificazione di un sistema comune. Adesso tocca agli intellettuali, ai pensatori ed ai politici del mondo farsi carico delle proprie responsabilità storiche, credendo fermamente nella base di cui dispongono.
Voglio anche porre l'accento sul fatto che il liberalismo occidentale ed il capitalismo sono arrivati alla fine, perché non sono riusciti a percepire la vera essenza del mondo e degli esseri umani.
Hanno imposto i loro obiettivi e le loro direttive agli esseri umani. Non esiste in essi alcun riguardo per i valori umani e per quelli divini, per la giustizia, la libertà, l'amore e la fratellanza; hanno basato la vita sulla competizione estrema, ponendo avanti a tutto gli interessi materiali individuali e di gruppo.
Adesso dobbiamo fare tesoro del passato sforzandoci tutti insieme di affrontare le sfide del presente, e a questo proposito, in conclusione, vorrei indirizzare la vostra gentile attenzione su due questioni importanti.
In primo luogo, è assolutamente possibile cambiare in meglio la situazione mondiale presente. Sarà possibile farlo soltanto attraverso la cooperazione di tutti i paesi, che permetterà di ottenere il meglio dalle competenze e dalle risorse esistenti. Partecipo a questa conferenza perché sono convinto dell'importanza delle questioni affrontate, del fatto che è nostra comune responsabilità difendere i diritti dei popoli a fronte del sinistro fenomeno del razzismo, e perché è importante che io stia con voi, i responsabili del mondo.
In secondo luogo, tenendo conto dell'inefficienza del sistema politico, economico e di sicurezza internazionale, è necessario non perdere di vista i valori divini ed umani, facendo costante riferimento ad un'autentica definizione di essere umano basata sulla giustizia e sul rispetto dei diritti di tutti i popoli in ogni parte del mondo e riconoscendo gli errori commessi in passato da chi controllava il pianeta. Occorre intraprendere azioni comuni per la riforma dei sistemi esistenti.
Sotto questo aspetto è fondamentale riformare rapidamente il funzionamento del Consiglio di Sicurezza, eliminando l'istituto discriminatorio rappresentato dal diritto di veto, e cambiare il sistema finanziario e monetario mondiale.
E' evidente che il non comprendere quanto questi cambiamenti siano urgenti significherà affrontare ritardi a caro prezzo.
alla dignità umane è come seguire la corrente rapida di un fiume. Non dimentichiamo l'essenza dell'amore e degli affetti. La prospettiva del futuro promesso all'umanità rapprsenta una grande risorsa che può tenerci uniti nella costruzione di un mondo nuovo.
Per fare del mondo un posto migliore, pieno di amore e di benedizioni, un mondo privo di povertà e di odio, che raccolga la crescenti benedizioni d'Iddio Onnipotente e la retta gestione operata da esseri umani nella loro completezza, stringiamoci tutti le mani, per l'amicizia e per la costruzione di un mondo nuovo.
La ringrazio signor Presidente, ringrazio il Segretario Generale e tutti i signori partecipanti per aver avuto la pazienza di starmi ad ascoltare. Molte grazie.
Fonte: www.ariannaeditrice.it
Le posizioni della Universal Studios, ultimamente, sono state di forte sostegno all’impero statunitense, come dimostrano film come “I figli degli uomini”(2006), “Jarhead”(2005), e “The Good Shepherd (2006); inoltre, con film del genere di “U-
Il caso più eclatante che riguarda

Il film “Munich”(2005) della GE/Universal- il racconto di Steven Spielberg della vendetta israeliana in seguito all’attentato palestinese, avvenuto alle Olimpiadi di Monaco del 1972- ha avuto una storia simile. Nonostante che la “Organizzazione Sionista Americana” avesse chiesto di boicottare il film, perché metterebbe sullo stesso piano Israele e i terroristi, questa lettura risulta poco convincente. Di fatto, al momento in cui il film uscì nelle sale, alcune frasi della propaganda si vennero stampate nella mente della gente, grazie al lavoro delle “Forse Speciali” israeliane: “Ogni civiltà ha sempre dovuto scendere a patti con i propri valori”, “Uccidiamo per il nostro futuro, uccidiamo per la pace”, “Non rompete i coglioni agli Ebrei”. Probabilmente, Israele è uno dei clienti più fedeli della GE, visto che ha comprato da lei i missili laser “Hellfire II”, i sistemi di propulsione per i caccia “F-16 Falcon”, i caccia “F-4 Phantom”, gli elicotteri da guerra “H-64 Apache”, e l’elicottero “UH-60 Black Hawk”. Per la tutta la durata di “Munich”, ben 167 minuti, la voce della causa palestinese, è ridotta a due minuti di un dialogo semplicistico. Piuttosto che come “un accorato grido di pace”, come lo ha definito il Los Angeles Times, “Munich” della General Electric è più semplicemente interpretabile come un subdolo film di propaganda prodotto da una multinazionale per appoggiare gli interessi di un suo fedele cliente.

La major più “liberal” di questi ultimi anni è stata
Per avere un’idea di cosa succede ai film, quando non ci sono di mezzo gli interessi delle multinazionali, consideriamo il caso del distributore indipendente “Lions Gate Films”, che pur facendo parte del sistema capitalista (si è costituito in Canada coi soldi di banche di investimento), non è di proprietà di multimiliardarie multinazionali con interessi nei settori più variegati. Oltre a una serie di pellicole di azione e politicamente vaghe, la “Lions Gate” ha anche messo sul mercato un gruppo di film tra i più coraggiosi e originali del panorama del cinema americano degli ultimi dieci anni, in cui viene criticato il peso delle multinazionali negli Stati Uniti (“American Psycho”, 2000), la politica estera di Washington (“Hotel Rwanda”, 2004), il mercato delle armi (“Lord of War”, 2005), il sistema sanitario statunitense (“Sicko” di Michael Moore, 2007) e il sistema politico statunitense in generale (“USA contro John Lennon”, 2006).
In conclusione, risulta evidente che Hollywood è guidata dal desiderio di guadagnare denaro, piuttosto che da intenzioni artistiche. In considerazione di questo, sempre più spesso nei film vengono pubblicizzate merci di vario genere: giocattoli, automobili, sigarette, armi (si pensi alla citazione della Boeing in “Iron Man” del 2008). L’aspetto che risulta meno evidente, e che solitamente viene meno indagato, è quello relativo all’influenza che le multinazionali padrone degli studios esercitano sul cinema, sia a livello sistemico che delle singole pellicole. La nostra speranza è che la critica sposti la sua attenzione sui veri produttori di questi film, per spiegarne il contenuto e, alla fin fine, rendere possibile al pubblico di prendere decisioni informate su quali pellicole andare a vedere. Mentre mangiucchiamo i nostri popcorn, sarebbe meglio che tenessimo a mente che dietro la magia del cinema, ci sono i maghi delle multinazionali.
1) Altrove abbiamo affermato che esponenti della Universal avevano partecipato alla proiezione; ma non è vero.
2) Shaheen, in seguito, ha lavorato anche alla realizzazione di “Syriana”(2005) della Warner Bros.
Autori: Matthew Alford e Robbie Graham
Fonte: www.globalresearch.ca
Traduzione: Manuel
Tom Cruise, “la celebrità più influente del mondo” secondo la rivista Forbes, è stato licenziato senza tante cerimonie nel 2006. Il suo allontanamento è stato particolarmente shockante, perché non è avvenuto per mano del suo diretto datore di lavoro,
La vicenda che ha coinvolto Tom Cruise fa capire che i meccanismi che dirigono Hollywood non sono determinati completamente dai desideri del pubblico, come ci si potrebbe aspettare, e nemmeno indirizzati a soddisfare le esigenze dei creativi degli “studios”, nemmeno quando questi ultimi ne sono i proprietari. Nel 2000, l’Hollywood Reporter ha pubblicato una lista delle 100 personalità più influenti del settore degli ultimi 70 anni. Rupert Murdoch, capo della News Corporation, che controlla
Ogni compagnia influente di Hollywood (gli “studios”) è attualmente di proprietà di multinazionali più grandi; quindi, non sono aziende indipendenti o che conducono affari in modo separato dagli altri settori, ma sono solamente una fonte di guadagno facente parte dell’attività della casa madre che ne è proprietaria. Gli “studios” e le sue proprietarie sono: Twentieth Century Fox (News Corp), Paramount Pictures (Viacom), Universal (General Electric/Vivendi), Disney (The Walt Disney Company), Columbia TriStar (Sony), e Warner Brothers (Time Warner).
Le multinazionali proprietarie sono tra le più ricche e potenti del mondo, e sono normalmente dirette da avvocati e da dirigenti di banche di investimento(2). Molto spesso, i loro interessi economici coinvolgono settori legati al mondo della politica, come l’industria delle armi, e quindi tendono a schierarsi dalla parte del governo in carica al momento, per ottenere favorevoli provvedimenti legislativi e finanziari.
Come evidenziato da Ben Bagdikian, un giornalista vincitore del premio Pulitzer, in passato, gli uomini e le donne, che possedevano i media potevano essere contenuti in una “sala da ballo di un modesto albergo”; oggi, i proprietari (tutti maschi) possono tranquillamente essere contenuti in una “grande cabina telefonica”. In realtà, avrebbe potuto aggiungere che personaggi come Rupert Murdock o Sumner Redstone, non sceglierebbero mai una “grande cabina telefonica” per incontrarsi; ma, preferiscono scegliere lussuosissimi posti come il “Sun Valley” nell’Idaho per riunirsi, stabilire e perseguire i propri interessi collettivi.
Ovviamente, non si può dire che i contenuti di ogni film degli “studios” siano interamente determinati dagli interessi economici e politici delle multinazionali loro padrone. Normalmente, un amministratore degli studios gode di una certa libertà nel realizzare un film come ritiene più opportuno, senza subire le ingerenze dei suoi veri padroni; però, in generale, i contenuti dei film prodotti a Hollywwod rispecchiano gli interessi corporativi più ampi delle multinazionali padrone degli “studios”, le quali, alcune volte, incidono direttamente sulla realizzazione di alcune pellicole. E’ in corso una battaglia tra forze che vanno “dall’alto verso il basso” e altre che vanno “dal basso verso l’alto”; il problema è che i mass media e il mondo accademico si occupano solo di queste ultime, tacendo delle prime.

Consideriamo il successo dell’anno scorso, “Australia” , di Baz Luhrmann. Due dei suoi aspetti salienti sono il sottovalutare il dramma degli Aborigeni, e, in secondo luogo, presentare l’Australia come un posto favoloso dove andare in vacanza. Non dovrebbe essere particolarmente sorprendente, visto che la proprietaria della Twentieth Century Fox,
Ci sono precedenti storici di siffatte interferenze. Nel 1969, Haskell Wexler- direttore della fotografia del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”- ha avuto non poche difficoltà a far produrre il suo film “America, America, dove vai?”, a causa della sua partecipazione alla manifestazione contro la guerra, durante
Wexler ha spiegato come questo piano dei poteri forti fu messo in atto senza attirare l’attenzione dell’opinione pubblica: “
Poi c’è stato un caso ancora più famoso, riguardo il film “Fahrenheit 9/11”(2004), il blockbuster di Michael Moore, del quale

Visti i precedenti, difficilmente si rimane sorpresi di fronte al fatto che
Mentre film come “Australia” e “Pearl Harbour” hanno ricevuto questi trattamenti di favore, altri film maggiormente “pericolosi” sono stati spesso gettati nel dimenticatoio cinematografico. E’ questo il caso di “Salvador”(1986) di Oliver Stone, un’esposizione cinematografica della guerra civile avvenuta in Salvador, attraverso un’esposizione sincopata in cui venivano mostrate le gesta dei guerriglieri comunisti e contemporaneamente venivano lanciate esplicite critiche alla politica estera degli Stati Uniti, condannando l’appoggio statunitense alla giunta militare salvadoregna, famosa per i suoi squadroni della morte. La pellicola di Stone fu rifiutata dai maggiori studios di Hollywood, uno dei quali l’ha definita “un lavoro odioso”, nonostante i lusinghieri giudizi della critica. Alla fine, il film venne finanziato da investitori messicani e britannici, riuscendo però a godere di una distribuzione limitata. Altri documentari controversi recenti, come “Loose Change”(2006/2007)(*), che definiva l’11 Settembre come un “affare interno”, oppure “Zeitgeist”(*1)(2007), che fornisce uno scenario terrificante dell’economia globale, sono stati visti da milioni di persone nel mondo, grazie a Internet, unica realtà dove non possono essere modificati o bloccati(4).
Note:
1) Da ricordare che Tom Cruise ha dichiarato il suo amore per Katie Holmes, mentre rimbalzava su e giù da Oprah (il talk show, non la persona)
2) La classica delle società più ricche, stilata dalla rivista Fortune nel 2008, vedeva
3) Cosa interessante, secondo Mark Crispin Miller su “The Nation”, l’amministratore delegato della Disney, Michael Eisner, in prima persona, allo show “Bill Maher's Politically Incorrect”, dopo che un ospite commise il “peccato mortale” di affermare che l’utilizzo che gli Stati Uniti fanno dei missili “Cruise” è più vile degli attacchi dell’11 Settembre, convocò “Maher per una riunione riservata, nel suo ufficio”.
4) Un caso meno evidente, ma non per questo meno intrigante, è quello dell’influenza politica/economica sulla distribuzione del film fantascientifico “Essi vivono”(1988) di John Carpenter, che avvertiva il mondo sui pericoli di un’invasione da parte di alieni alleati col sistema politico americano. Il film fu ben accolto dalla critica (tranne le rilevanti eccezioni del New York Times e del Washington Post) e balzò in testa alle classifiche del botteghino. Rientrò del modesto investimento richiesto (4 milioni di dollari) già nel primo weekend di programmazione, e, anche se dopo la seconda settimana era sceso al quarto posto, incassava altri 2.7 milioni di dollari. La casa di distribuzione,
(*):http://video.google.it/videoplay?docid=6536713546859321156
(*1): http://video.google.it/videoplay?docid=4684006660448941414
Autori: Matthew Alford e Robbie Graham
Fonte: www.globalresearch.ca
Traduzione: Manuel

Il paese maggiormente animato da orgoglio nazionale e attaccato alla bandiera dell’Europa occidentale e continentale, oltre ad entrare nel comando integrato della NATO in seguito ad una discussa decisione del gruppo di potere dell’attuale capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, che in tal modo ha tradito il vecchio spirito di indipendenza gollista, è oggi scosso da una serie di episodi che potrebbero preludere, come accade in Gran Bretagna, ad una nuova stagione di disordini con esiti rivoluzionari.
Quando i sistemi tradizionali e legali di lotta per la difesa del posto di lavoro e dei propri diritti non funzionano più o sembrano armi spuntate, si può e si deve ricorrere a nuove forme, se non si vuole accettare passivamente un destino tracciato da altri.
Questo è quanto sta accadendo in Francia – ed anche in Belgio, paese in cui sono presenti concessionarie FIAT[1] – con il moltiplicarsi dei “rapimenti” di esponenti del middle management, i quali operano nell’impunità più assoluta ristrutturando le unità produttive e licenziando per conto terzi.
Marzo e aprile sembrano essere stati mesi abbastanza caldi, al di là della meteorologia, con i dipendenti di almeno tre aziende, come Sony France, 3M e Caterpillar che hanno preso in ostaggio i manager, chiudendoli nei loro uffici.
A titolo d’esempio, gli operai hanno sequestrato, nello stabilimento di Grenoble della storica Cat produttrice di macchinari per costruzione, quattro dirigenti, a fronte di un piano industriale che prevedeva più di settecento licenziamenti, scomodando lo stesso Sarkozy e costringendolo a promettere il salvataggio dell’unità produttiva.
La libertà per i manager tenuti sotto sequestro in cambio del mantenimento del posto di lavoro, in fondo, è una richiesta minima, tenuto conto che se il sequestrato è, ad esempio, debole di cuore, viene subito rilasciato [è accaduto anche questo] e che il tasso di violenza, in tali sequestri, è molto basso se non inesistente.
Del resto, privare per qualche ora della libertà personale individui [definibili lacchè dei poteri forti?] che distruggono le altrui esistenze, in cambio di benefit e cospicui incentivi economici, sembra più un atto di giustizia che una violenza, un crimine.
Siamo già un passo oltre lo sciopero e le consuete, rituali manifestazioni di piazza.
I francesi, sulla base di recenti sondaggi, sembrano dividersi in due schieramenti di pari consistenza nell’approvare o rigettare queste forme di lotta.
Anche nel paese della recente rivolta della “recaille” nelle grandi banlieues, secondo una sprezzante definizione degli insorti data da Sarkozy, allora ministro degli interni, nella Francia dei giovani figli e nipoti d’immigrati che senza una guida e una regia affrontavano la polizia e bruciavano auto e mezzi pubblici, sospesi nel limbo dei senza identità[2] – non più margrebini e non ancora francesi, anche se cittadini della République fin dalla nascita – si avverte una sfiducia montante nella politica ufficiale, tanto più che l’opposizione sistemica socialista, in parlamento e nel paese, non pare poi tanto diversa, tanto più vitale e attiva del nostrano Pd attraversato dai brividi dello scioglimento.
Nel prossimo futuro, le tensioni generate dalle questioni sociali che attraversano l’Europa, in conseguenza della crisi, potrebbero sovrapporsi alle fiammate di rivolta dei marginali, delle così dette sotto-classi urbane in un cocktail micidiale, minando progressivamente la stabilità dei governi liberaldemocratici e delle istituzioni e mettendone a nudo, oltre che un’intrinseca fragilità, anche la sostanziale irriformabilità.
A questo rischio non potrà sfuggire la stessa République ed è anche per farvi fronte che Nicolas Sarkozy, Bernard Kouchner ed Hervé Morin hanno rinunciato all’orgogliosa indipendenza gollista che dal lontano 1966 nessuno, in Francia, aveva messo seriamente in discussione.
Dalle dichiarazioni pubbliche di Sarkozy si comprende che “diplomazia forte”, “alleati forti e sicuri” e il riferimento a “serrare le fila” assieme alle altre democrazie occidentali, nascondono non tanto o non soltanto l’intenzione di aderire ad una sorta di ideologia atlantista, ma quanto di creare le condizioni per poter affrontare, con speranza di successo e unitamente agli alleati liberaldemocratici, i possibili disordini interni futuri.
In questo clima sta avendo una certa diffusione, in Francia, un pamphlet che risale al 2007 dal titolo vocativo di L’insurrection qui vient, edito da La fabrique di Eric Hazan e attribuito al poco più che trentenne Julien Coupat.
Il probabile autore è di famiglia agiata, ha contribuito a fondare una rivista filosofica e una sorta di comunità rurale a Tarnac nel Corrèze, e nel momento in cui scrivo è in prigione, perché accusato assieme ai suoi compagni di attentati contro le linee TGV, l’alta velocità francese della SNCF[3].
Sous quelque angle qu’on le prenne, le présent est sans issue.
Sono le semplici parole, che non hanno bisogno di traduzione, con cui inizia il pamphlet incriminato e ben rivelano la situazione di disorientamento, di sconcerto, di assenza di prospettive e di assoluta mancanza di fiducia “nelle istituzioni” comune a molti giovani, non soltanto francesi.
Se il presente non offre scampo, non ha via d’uscita, Il futuro non ha più avvenire, sembra essere il motto di un epoca oscura, in cui non ci sarà una soluzione sociale alla presente situazione. Il vago aggregato chiamato «società» è senza consistenza e l’impasse del presente è dovunque percettibile.
La sphère de la représentation politique se clôt. Da destra a sinistra è il medesimo nulla.
Coloro che hanno trovato nella strada del crimine meno umiliazioni e più benefici non deporranno le armi e la prigione non riuscirà ad infondergli l’amore per la società.
Ce livre est signé d’un nom de collectif imaginaire, e chi lo ha redatto non ne è l’autore.
Chi lo ha redatto si è limitato a mettere un po’ d’ordine fra i luoghi comuni dell’epoca, in ciò che si mormora ai tavoli dei bar, dietro la porta chiusa delle camere da letto.
Chi lo ha redatto altro non ha fatto che fissare delle verità necessarie [ineludibili?], quelle la cui rimozione universale riempie gli ospedali psichiatrici e gli sguardi di pena, di dolore e di afflizione.
Ho cercato, sia pure in modo libero e impreciso – spero non troppo rozzo – di tradurre alcune frasi che giudico importanti e rivelatrici nell’avvio di questo scritto e credo che le accuse di linguaggio che ricorderebbe quello delle Brigate Rosse, siano quanto meno superficiali e infondate, se non frutto di cattiva coscienza.
Ben poco a che vedere con i comunicati delle BR degli anni settanta e ottanta, diversi i riferimenti e il contesto storico e sociale, non comparabili gli esiti sperati, percepibili il disincanto e un certo goût du néant nel testo.
Il pamphlet prosegue suddiviso in cercle [cerchi], sette per la precisione, in cui chi lo ha redatto ci presenta una sorta di filosofia, una visione del mondo diversa rispetto a quella che il potere oscuro dell’epoca diffonde.
Il divertimento come bisogno vitale dell’uomo e la rivalorizzazione degli aspetti non economici dell’esistenza [« Moins de biens, plus de liens! »] ne sono la prova.
Non è l’economia che è in crisi, in quanto l’economia è la crisi.
L’ultima parte dello scritto, con En route!, Se trouver, S’organiser, e il gran finale di Insurrection, costituisce il corpo propriamente “insurrezionale” e incriminato della breve opera, benché, in Être en armes [parte di Insurrection], pur mostrando di preferire i profeti armati a quelli disarmati, pur non credendo nelle insurrezioni pacifiche e giudicando le armi necessarie, l’autore chiarisce che è necessario far di tutto per renderne l’uso superfluo.
Perché questo pamphlet mette a disagio il potere francese e il suo presunto autore è in carcere – seppure per la poco chiara vicenda degli attentati alle linee ferroviarie – e gli sono stati negati anche gli arresti domiciliari?
I tempi stanno diventando maturi e la storia si è rimessa definitivamente in marcia?
Eugenio
Fonte: www.ariannaeditrice.it
[1] Poco più di una ventina di lavoratori FIAT della concessionaria di Chaussée de Louvain, che è la maggiore in Belgio, il 9 di aprile del 2009 hanno preso in ostaggio per cinque ore tre dirigenti del gruppo, fra i quali un italiano, durante una trattativa sindacale per la chiusura del reparto riparazioni della officina di Bruxelles-Meziers. Pare evidente che questo metodo di lotta sta incontrando adesioni anche fuori dei confini francesi.
[2] La componente islamica dell'insurrezione non consiste in questo caso in una adesione ad alcuna corrente islamista. In Gran Bretagna la relativa integrazione sociale del mondo islamico ha reso possibile una protesta terrorista, infine una protesta di minoranza. In Francia invece è nato un fatto nuovo, la protesta di maggioranza che assume della linea islamista solo la totale rottura con l'Occidente. [Gianni Baget Bozzo, Il Giornale.it, giovedì 10 novembre 2005, www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=41862]
[3] Una breve nota biografica su Julien Coupat tratta da Wikipedia: né le 4 juin 1974 à Bordeaux, est un des fondateurs en 1999 de l'éphémère revue philosophique française Tiqqun. Depuis le 15 novembre 2008, il est suspecté d'avoir formé une « cellule invisible » à laquelle est imputé le sabotage d'une caténaire de ligne TGV, action qui a été revendiquée par un groupe allemand le 9 novembre 2008.

Dal 29 marzo all’8 aprile scorso si è svolta a Bonn l’edizione 2009 dei “Climate change talks” dell’ ONU, in cui gli esponenti dei vari paesi mondiali si sono trovati per fare il punto sul cambiamento climatico globale e per continuare i lavori preparatori per la conferenza di Copenaghen del dicembre prossimo. Come al solito, il tutto si è chiuso con un nulla di fatto, ma alcune considerazioni emerse durante l’assise sono interessanti, soprattutto se paragonate alle ultime idiozie profuse dal governo italiano a riguardo.
Uno dei temi più interessanti trattato, è quello delle nuove sostanze chimiche, non incluse nel “Protocollo di Kyoto”, ma utilizzate nel settore industriale, che possono avere in prospettiva un notevole impatto sul clima. Le nuove sostanze chimiche in esame includono: nuovi tipi di PFC e di idrofluorocarburi (HFC), trifluorometil pentafluoruro di zolfo (SF5CF3), eteri fluorurati, perfluoropolieteri e idrocarburi, dimetiletere (CH3OCH3), metilcloroformio (CH3CCl3), cloruro di metilene (CH2Cl2), cloruro di metile (CH3Cl), dibromomethane (CH2Br2), bromodifluoromethane (CHBrF2) e trifluoroiodomethane (CF3I). La maggior parte non sono ancora ampiamente utilizzate, ma almeno uno, il trifluoruro di azoto (NF3), è un componente standard per la produzione di computer, degli schermi piatti e dei televisori Lcd. Secondo uno studio pubblicato nel 2008 da “Geophysical Research Letter”, l’NF3 è un gas serra 17.000 volte più potente della CO2 ed entro il 2010, la sua produzione dovrebbe raggiungere le 8.000 tonnellate all’anno, il che equivarrebbe a circa 130 milioni di tonnellate di CO2. La cosa notevole è che il Protocollo di Kyoto includeva una serie di sostanze chimiche che sono state rimpiazzate proprio dal NF3, come a dire “fatta la legge, trovato l’inganno”. Come detto, non sono sostanze ancora diffusissime, ma come dichiarato dal direttore del Global Wind Energy Council, Steve Sawyer, un lobbying group industriale: “In termini di impatto, quello che questi nuovi gas avranno nel corso del prossimo decennio, non è significativo. Quello che è importante è il messaggio politico che si trasmette al settore dell’industria chimica: basta con l’invenzione di gas con un elevato potenziale di riscaldamento globale”. L’idea, nonostante i soliti tentennamenti statunitensi, è quella di inserire una nuova lista di sostanze vietate già nel documento che si dovrà stilare a Copenaghen.
Altro tema discusso, e ovviamente non risolto, è quello della drammatica situazione dei paesi insulari, che rischiano di scomparire a causa del cambiamento climatico. La situazione a riguardo si sta facendo sempre più drammatica; infatti, il mese scorso un gruppo di ricercatori ha reso noto uno studio che prevede un accelerazione del ritmo di aumento del livello del mare in questo secolo, con un innalzamento fino ad un metro, circa il doppio delle proiezioni dell’Ipcc del
Sulla stessa lunghezza d’onda degli stati insulari, si sono espressi i paesi in via di sviluppo, guidati dalla Cina, i quali hanno chiesto che i paesi sviluppati si impegnino maggiormente soprattutto sui piani del trasferimento delle tecnologie e della messa a disposizione per i paesi più poveri, che sono anche i primi a subire le conseguenze del cambiamento climatico, di maggiori risorse finanziarie. A sostegno di queste rivendicazioni si esprime anche il rapporto “Climate policy, integration, coherence and governance”, pubblicato nei giorni scorsi dalla Partnership for European Environmental Research (Peer), che riunisce sette tra i principali istituti di ricerca ambientale europei, il quale afferma che “le politiche create appositamente per far fronte ai cambiamenti climatici saranno efficaci solo se le questioni climatiche saranno pienamente integrate in altre aree politiche, come il regime fiscale e la pianificazione del territorio”. Interessante la proposta del Presidente del Messico, Felipe Calderon, di istituire un “green fund”, in cui i paesi ricchi convoglino risorse finanziarie, in base a reddito pro capite, prodotto interno lordo ed emissioni totali di CO2 sia nazionali che pro capite, e a cui i paesi più poveri possano attingere per fronteggiare il cambiamento climatico.
Come si può intuire, “niente di nuovo sotto al sole”, i grandi della terra continuano a parlare, mentre i poveri continuano a pagare i danni del cambiamento climatico, che è bene ricordare, arricchiscono solo i pochi potenti della Terra, e di certo non tutta la popolazione dei paesi sviluppati. Interessante è però la posizione dell’Italia, per meglio dire del governo italiano, che primeggia sulle altre.
Non bastava la fesseria del nucleare, che a nulla servirà, per i problemi già più volte ricordati; ora, 37 senatori del PdL hanno presentato una mozione, nella quale si afferma che il legame tra l'aumento della temperatura e la concentrazione di CO2 non è “affatto chiarito” e che, se anche fosse, da un aumento di temperatura potrebbero esserci maggiori benefici rispetto ai danni descritti da rapporto di Stern. Secondo i senatori del PdL, “il livello dell'acqua non sta aumentando a ritmo preoccupante, i ghiacciai basati su terraferma nelle calotte polari non si stanno sciogliendo”.
Tralasciando tutti i dati scientifici che smentiscono tali affermazioni, penso sia utile riportare i dati contenuti nel “Climate change science: The status of climate change science today”, il documento elaborato sulla base del “ Fourth Assessment Report”, prodotto dall’organo scientifico delle Nazioni Unite,
Insomma, mentre il mondo discute di come porre un freno al cambiamento climatico, pur senza ottenere nulla (cosa inevitabile finché non si passerà da una ecologia di superficie a un’ “ecologia profonda”, che elimini la concezione utilitaristica dell’ambiente, sostituendola con una olisitca), il governo italiano perde tempo dietro a sogni nucleari vecchi di 30-40 anni, e la maggioranza che lo appoggia spara idiozie frutto di ignoranza e malafede; ma noi italiani non possiamo lagnarci troppo…come si suol dire: “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”.
Manuel

Si torna a parlare, poco e male a dire il vero, della situazione politica thailandese, purtroppo anche stavolta in seguito a proteste e cruenti scontri di piazza.
Ho già scritto a proposito della nascita e di una parte dell’evoluzione dell’attuale scenario politico del Paese, quindi non mi dilungherò a parlarne in questa sede, tranne un breve “riassunto delle puntate precedenti”.
Dopo le ultime elezioni, il blocco di partiti facente riferimento all’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato militare, aveva formato un governo forte di una solida maggioranza parlamentare; ma un paio di ridicole sentenze della Corte suprema, con le quali sono stati cancellati i tre partiti di maggioranza relativa, hanno fatto cadere il legittimo governo, in quanto il Presidente del Consiglio presentava un programma televisivo di ricette…terribile conflitto di interessi!!!
Le sentenze, oltre che frutto della politicizzazione della Corte, sono derivate dalle manifestazioni illegali dei sostenitori del Partito Democratico all’opposizione, le famose “magliette gialle”, i quali hanno impedito per mesi al governo legalmente in carica di riunirsi e hanno occupato i due aeroporti di Bangkok sequestrando centinaia di turisti internazionali, tra i quali anche diversi gruppi di italiani. Per cercare di riportare la legalità nel Paese, il governo aveva dichiarato lo “stato di emergenza”, ma l’esercito si rifiutò di eseguire l’ordine e la protesta continuò indisturbata. A questo punto, in puro stile italiano, il Partito Democratico ha messo a segno il classico “ribaltone”; infatti, un gruppo di parlamentari della maggioranza si “accorda” con l’opposizione e viene nominato il nuovo governo, tutt’ora in carica, guidato da Abhisit Vejjajiva.
A differenza di tutta la storia politica thailandese, nel corso della quale la politica è sempre rimasta un affare dell’elite politico-economica del paese, stavolta assistiamo a uno scontro tra due blocchi sociali ed economici ben precisi: la classe dominante, sia a livello economico che militare, soprattutto espressione dell’alta borghesia di Bangkok, schierata col Partito Democratico e con le “magliette gialle”, da un lato; e le classi popolari, del sottoproletario urbano e soprattutto del ceto contadino del nord e del nord-est del paese, con l’opposizione favorevole al ritorno di Thaksin, dall’altro.
Il coinvolgimento delle masse popolari in politica è un fatto assolutamente nuovo per
Le “magliette rosse” sono molto radicate soprattutto nel nord del Paese, dove, de facto, impediscono al governo di operare; basti pensare che lo stesso neo Primo Ministro annuncerà più volte una riunione straordinaria dell’esecutivo a Chiang Mai, la principale città della zona, ma ogni volta sarà costretto a tornare sui suoi passi, per motivi di sicurezza.
La situazione si fa sempre più tesa col passare dei mesi, fino ad arrivare ai giorni nostri. Dal 10 al 12 aprile scorso, era in previsione il vertice dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni dell'Asia Sud-Orientale), da tenersi a Pattaya, una cittadina balneare e turistica a circa
La protesta si estende, e il giorno successivo, oltre 60.000 magliette rosse si radunano nel centro di Bangkok per chiedere lo scioglimento del governo figlio del ribaltone e l’indizione di nuove democratiche elezioni. Alla protesta si uniscono i guidatori di taxi e di autobus, mandando in tilt il normalmente caotico traffico della capitale. Nella notte, la polizia arresta uno dei leader dell’UDD, Arisman Pongruangrong, che aveva guidato la manifestazione di Pattaya. Come prevedibile, la situazione degenera, con le magliette rosse che bastoni e machetes alla mano assaltano i palazzi governativi chiedendone l’immediata scarcerazione. Il primo assalto viene portato al palazzo del Ministero dell’Interno, dove un funzionario si salva solo grazie ad alcuni spari delle guardie del corpo, mentre il Ministro riesce a fuggire alla folla inferocita per pura fortuna. Abhisit ordina lo “stato di emergenza”, e questa volta, a differenza di quando a bloccare il lavoro delle istituzioni erano le magliette gialle, l’esercito scende in strada mitra alla mano.
Gli scontri sono intensi: militari in assetto anti-sommossa e mitra spianati contro magliette rosse armati di sassi e bombe molotov. I dati non sono certi, anche perché alle televisioni tailandesi è stato messo il bavaglio e durante i due giorni di guerriglia nessuna notizia è stata diffusa; ma sembra che si siano registrati due morti tra i manifestanti, un militare ferito gravemente a colpi d’arma da fuoco a un posto di blocco, e oltre 150 feriti, alcuni dei quali piuttosto seriamente. Inoltre diversi edifici governativi sono stati distrutti, tra i quali il Ministero della Pubblica Istruzione dato alle fiamme. Nel momento in cui scrivo, uno dei leader delle magliette rosse, Veera Musikhapong, ha chiesto ai manifestanti di porre fine alla rivolta e di rientrare a casa, anche perché molti di loro vengono dai sobborghi sottoproletari della capitale e della province contadine settentrionali, assicurando che la polizia non li arresterà. Quindi, la situazione sta tornando alla normalità, almeno per ora.
Penso che alcune considerazioni siano necessarie. A differenza di quello che i media occidentali hanno sostenuto, in Thailandia non c’è al momento uno scontro tra fazioni, ma esiste un problema di carenza di libertà; infatti, dal momento in cui Thaksin ha cominciato a toccare i privilegi delle classi dominanti, introducendo la sanità pubblica, i prestiti sociali per i contadini e dando il via a una lotta serrata al narcotraffico, nel Paese non si ha più una situazione democratica in cui il governo vincitore delle elezioni possa governare: prima il colpo di stato militare; poi le proteste delle magliette gialle, sostenute dall’esercito, che hanno impedito per mesi al legittimo governo di legiferare; infine il ribaltone. Quello a cui abbiamo assistito per le strade di Bangkok non è uno scontro tra fazioni politiche, si tratta di una manifestazione, seppur violenta, di classi sociali povere e sfruttate che chiedono solamente libere elezioni e che il Paese imbocchi finalmente la strada della democrazia e delle riforme sociali.
Oggi, il governo Abhisit, che è bene ricordare essere espressione delle classi dominanti e sfruttatrici thailandesi, potendo schierare l’esercito, ha vinto la battaglia; ma, se non prende in considerazione il fatto che la stragrande maggioranza del popolo, e tutte le ultime elezioni democratiche sono lì a dimostrarlo, appoggia Thaksin e i suoi successori, difficilmente il Paese potrà uscire da questa gravissima crisi sociale e politica. Anche perché, come detto all’inizio, oggi, grazie all’UDD le masse sottoproletarie e contadine sono prepotentemente entrate nell’agone politico, e come insegna la storia europea del secolo scorso, se non se ne tiene conto, difficilmente si potrà evitare una rivoluzione violenta.
Infine, una piccola nota sul sistema dei mass media occidentali. Mentre ci si è dedicati per mesi, peraltro giustamente, alla Birmania e al Tibet, poche immagini sono state riservate alla rivolta thailandese (tanto che per avere notizie e analisi serie bisognava seguire Al-Jazeera o l’iraniana Press Tv). Come mai? Forse perché le prime due situazioni servivano a contrastare
Manuel