
Nonostante i problemi del rublo e il ribasso del prezzo del petrolio, che hanno colpito l’economia russa nei mesi scorsi, il governo russo continua a essere molto attivo nell’attuare strategie di politica estera. I suoi sforzi sono concentrati nel controbattere i tentativi della NATO di accerchiamento, strategia centrale nella politica di Washington, attraverso operazioni diplomatiche attorno ai confini europei della Russia. Approfittando del raffreddamento delle relazioni tra gli Stati Uniti e
In aggiunta alle aperture verso
In pratica, Mosca si sta mostrando molto attiva nel nuovo “grande gioco geopolitico” in atto per il controllo dell’Eurasia.
Relazioni più strette con
Il governo del Primo Ministro Recep Erdogan ha mostrato una crescente insoddisfazione non solo nei confronti della politica di Washington nel Medio Oriente, ma anche verso i continui ritardi da parte dell’Unione Europea di considerare seriamente l’adesione ad essa della Turchia. In questa situazione, è ovvio che
Il Presidente turco Abdullah Gul ha effettuato un viaggio di 4 giorni nella Federazione Russa, tra il 12 e il 15 febbraio scorso, nel corso del quale si è incontrato col Presidente russo Dmitry Medvedev e col Primo Ministro Vladimir Putin; inoltre, si è recato anche a Kazan, la capitale della Repubblica russa del Tatarstan, per discutere di affari da realizzare in quella zona. Il presidente Gul era accompagnato dal Sottosegretario al commercio estero, dal Ministro dell’energia e da un’ ampia delegazione di uomini d’affari turchi. Successivamente, si è unito alla delegazione anche il Ministro degli Esteri, Ali Babacan.
Visita allo Tatarstan
Il fatto che il viaggio di Gul a Mosca abbia incluso una tappa nello Tatarstan, la più estesa repubblica autonoma della Federazione Russa, la cui popolazione è composta per la maggior parte da Tartari turchi musulmani, è un segnale di quanto le relazioni tra Ankara e Mosca si siano fatte più strette negli ultimi mesi, in corrispondenza del raffreddamento di quelle con Washington. Negli anni passati, Mosca era convinta che
Le relazioni economica tra Russia e Turchia si sono molto espanse nel corso dei decenni passati, con un volume di affari che ha raggiunto i 32 miliardi di dollari nel 2008, facendo diventare
La parte principale dei rapporti è rappresentata dalla collaborazione in tema energetico. Le importazioni turche di gas e di petrolio dalla Russia costituiscono la maggior parte degli scambi tra i due paesi. La stampa russa riferisce che entrambe le parti sono interessate a intensificare la cooperazione per quanto riguarda il trasporto di gas russo verso i mercati europei, facendolo passare dalla Turchia, secondo il progetto denominato “Blue Stream-
Alla Russia preme anche svolgere un ruolo importante nella politica turca volta a diversificare i suoi approvvigionamenti energetici. Un consorzio a guida russa ha recentemente vinto un appalto per la costruzione della prima centrale nucleare in Turchia; ma, dato che il prezzo offerto fosse più alto di quelli standard a livello mondiale, il destino del progetto, in attesa dell’approvazione parlamentare, resta oscuro. Prima del viaggio di Gul in Russia, il consorzio aveva presentato una nuova offerta, abbassando la cifra del 30%. Se la nuova proposta fosse considerata valida, a norma del bando di appalto, questo significherebbe che il governo turco ha ora la volontà di procedere col progetto.
Il mercato russo, inoltre, svolge un ruolo molto importante per gli investimenti e le esportazione turche oltremare; infatti,
Cosa ancora più importante, i due paesi potrebbero decidere di cominciare a usare la “lira turca” e il “rublo russo” per i commerci tra di loro, riducendo fortemente la loro dipendenza dal dollaro.
Ridotte le tensioni post-Guerra Fredda
Il messaggio principale lanciato dalla visita di Gul è stato la volontà di intensificare le relazioni politiche tra i due paesi; infatti, entrambi i leaders hanno dichiarato che essendo
Invece, al termine della sua ultima visita a Mosca, Gul ha dichiarato che “Russia e Turchia sono paesi vicini, i quali stanno sviluppando le reciproche relazioni sulla base della mutua fiducia. Spero che la mia visita contribuisca a instaurare questo genere di rapporto”; mentre,
L’obiettivo russo è di sfruttare le risorse energetiche per contrastare l’accerchiamento in atto da parte della NATO, partito dalla decisione di Washington di posizionare postazioni missilistiche e basi radar in Polonia e in Repubblica Ceca, minacciando Mosca.
Anche l’amministrazione Obama ha dichiarato di voler proseguire con la “politica difensiva missilistica” di Bush; tanto che Washington ha installato missili Patriot in Polonia, ovviamente non rivolti verso
Subito dopo il viaggio di Gul, alcuni giornali turchi hanno descritto la relazione russo-turche come una “collaborazione strategica”, termine solitamente usato per i rapporti tra Turchia e Stati Uniti. Per ricambiare la visita di Gul, Medvedev si recherà in Turchia per proseguire concretamente sul percorso della cooperazione. Le nuove relazioni tra Russia e Turchia sono la dimostrazione che la maggior parte del peso degli Stati Uniti in Eurasia è stato perso a causa delle recenti scelte statunitensi in politica estera, riguardo quella regione.
Washington sta vivendo il “peggiore degli incubi” descritto da Sir Halford Mackinder. Il padre della geopolitica britannica del XX Secolo, ha più volte sottolineato l’importanza per
F. William Engdahl
Fonte: www.globalresearch.ca
Traduzione: Manuel
Il Capo è rispettato ed a lui si deve il fasto pagano che ne celebri la grandiosità: quando raduna gli adepti pretende luoghi sontuosi, immagini cangianti e stupefacenti, il popolo dei fedeli plaudente ed assiepato in attesa dell’estasi che suscita la parola che scorre ad illuminare le menti.
“Il Capo”, post di Franco Marcomini ne Il blog di fuoriluogo.it
[http://www.fuoriluogo.it/blog/2009/01/13/il-capo/]
Dopo la kermesse sospesa fra avanspettacolo e falsa politica che ha sancito la nascita del cartello elettorale/ partito personale berlusconiano allargato agli apostati del MSI e ad alcune zanzare della politica sistemica di “centro-destra”, articoli e analisi si sprecano, sulla stampa ufficiale come su quella alternativa, per non parlare dei dibattiti online nel mare magno di internet.
Non infrequentemente, l’attenzione dei più accorti e lungimiranti si sposta sul dopo-Berlusconi, ipotizzando alcuni scenari, alcuni fra i quali inquietanti.
Nel caso di morte dell’ormai anziano [e caro?] leader c’è chi paventa il possibile ritorno “al manganello”, e quindi un supposto “pericolo fascista” con specifico riferimento al Fascismo-regime, rappresentato dagli [ex?]colonnelli di Fini venduti al liberal-liberismo dell’epoca – e forse dallo stesso Fini – presenti in qualità di minoranza compatta nel neonato PdL.
In questo caso, il “pericolo fascista” non sarebbe tanto rappresentato dal cavaliere nero – come ha definito Berlusconi, in passato, qualche spiritosone della sinistra di sistema – ma proprio dai subdoli [ex?]colonnelli finiani, che sarebbero disposti in qualsiasi momento a riprendere in mano quel simbolico manganello d’altra epoca, il quale dovrebbe ancora far parte del loro bagaglio politico, o addirittura del loro DNA.
Non possiamo non rilevare, però, che la tendenza all'apostasia di simili personaggi – evidente in particolare nei peggiori, da
Altre sono le dinamiche dalle quali i nostri sono stati fagocitati e, in caso di morte improvvisa del "Capo" [intendendo Berlusconi in questo ruolo, non certo il vuotissimo Fini], pur essendo ancora memori della passata partecipazione al partito erede del Fascismo – di quello del ventennio e del regime, ma in parte anche di quello movimentista, sansepolcrista e repubblicano – cercheranno di "piazzarsi" altrove al meglio, di veleggiare se necessario verso altri lidi politici, per mantenere i personali privilegi e i lauti compensi che la politica sistemica del politicamente corretto gli garantisce.
Si tratterà soltanto della riproposizione di un vile mercenariato, ben disposto ad ulteriori cambiamenti di comodo e all’abiura.
Nel caso in cui il PdL manifesterà una buona tenuta e una certa durata, dovute in primo luogo alla longevità, non soltanto politica, di Silvio Berlusconi, AN sarà destinata a non rappresentare a lungo un gruppo compatto all’interno del “partito personale allargato”, ma a sciogliersi come l’idrolitina nell’acqua.
I suddetti hanno ormai “venduto l’anima” alla liberaldemocrazia e al Mercato, e del manganello sembrano essersi liberati per sempre.
Con altre parole, la celebre Svolta di Fiuggi del 1995 [ma questo processo è iniziato ben prima, durante gli anni ottanta] ha comportato niente altro che il passaggio dall’ormai imbarazzante post-fascismo – imbarazzante per opportunisti e “traditori”, ovviamente – ad una sorta di neoliberismo casereccio.
Il discorso può però essere complicato, introducendo lo spinoso tema di una più tranquilla successione "pianificata" a Berlusconi.
Senza supporre una sua improvvisa scomparsa o un improvviso golpe degli apostati del MSI fagocitati dal PdL, è da credere che se ci sarà – in un futuro non troppo lontano, data l’età anagrafica del cavaliere – l'ascesa al Colle di colui che possiamo ironicamente definire come un "bonaparte di provincia", si pone la questione della sua successione alla guida del presunto “blocco sociale” che sarebbe politicamente rappresentato dal PdL, in tal caso “tranquilla” e pianificata.
A questo proposito, significativamente sospetta mi sembra l’esclusione dell’Osservatorio di Marco Tarchi dall’evento della nascita formale del PdL, per impedire che qualcuno, troppo curioso, possa fare analisi approfondite che riguardano, soprattutto, il futuro del cartello elettorale/ partito personale berlusconiano allargato ai predetti apostati e a qualche zanzara della politica ufficiale e sistemica di “centro-destra”.
Ricordo che Tarchi è professore universitario a Firenze e, da qualche anno, ha messo in piedi un Osservatorio che studia i partiti politici fin dalla loro costituzione.
Il taglio del ricordato Osservatorio è accademico, in quanto di analisi e studi riguardanti la scienza della politica e la comunicazione politica, non rappresentando di certo una copertura per attività destabilizzanti e sovversive …
Perché dunque questa paura del “Capo” Berlusconi – e di chi lo circonda, in particolar modo – a discutere apertamente, approfonditamente e in modo chiaro del futuro e della sua successione, paura che indubbiamente esiste, anche se qualche esponente del PdL osa sollevare pubblicamente la questione?
A mio sommesso avviso, perché il suo potere è talmente personalizzato, incentrato su un’immagine destinata a morire con lui, e un successore vero non c’è, anzi, non ci può proprio essere.
Nel caso dell’uscita di scena del suddetto, ci sarà la gestione di una fase transitoria e probabilmente la costituzione di un nuovo aggregato politico sistemico – o di più di uno – nell’area attualmente occupata dal PdL, il “centro-destra”.
Berlusconi, in effetti, sembra essere un ologramma unico e “irriproducibile”, non certo un classico burocrate politico facilmente clonabile, anche e soprattutto per il gruppo di potere che sta alle sue spalle.
Eugenio

All´inizio degli anni sessanta su Che Guevara circolava una sorta di leggenda metropolitana. Raccontavano cioè che Fidel Catro,conquistato il potere a Cuba, radunò i suoi fedelissimi per ripartire gli incarichi più importanti, e dovendo assegnare alcuni incarichi economici, chiese:" Chi di voi è un economista?".
Il "Che" alzò immediatamente la mano e gridò: "Io!". E così fu nominato Capodipartimento dell´Industria nel neocostituito Istituto Nazionale di Riforma Agrario e qualche settimana dopo Presidente della Banca Nazionale di Cuba.
Il "Che", terminata la riunione, si meravigliò con Fidel Castro per quella nomina. "Perché propio io all´Industria?"." Ma come, gli rispose Castro, non hai detto che sei un economista, ed hai anche azato la mano"?
"Economista? Ma io avevo capito che tu chiedessi: "Chi di voi è comunista...".
La storiella, naturalmente, era inventata di sana pianta.
Definire però Che Guevara un economista, come fa quasi provocatoriamente Luciano Vasapollo nel suo recente libro, che ha appunto per titolo"Che Guevara economista" (Edizioni Jaka Book, pag 233, euro 21) sembra alquanto improprio. Il suo interesse per i temi dell´economia e per i rapporti di essa con la politica è indubbio, ed un merito di Vasapollo è quello di aver messo in luce questo lato del "Che" ignoto al grande pubblico. Ma le riflessioni sui problemi economici del rivoluzionario argentino ( e lo ammette lo stesso Vasapollo) non avevano certo carattere sistematico, né il "Che" fu attratto dagli aspetti teorici del pensiero economico. Ciononostante le sue osservazioni, le sue tesi, stimolate quasi sempre dai problemi concreti e dalle conseguenti decisioni da prendere, furono tutt´altro che estemporanee e superficiali, tant´è che nel dibattito economico che si sviluppò allora a Cuba, ed anche tra Cuba e gli altri Paesi del blocco socialista, la posizione assunta da Guevara, spesso polemica nei confronti del "Manuale di economia" ortodosso dell´Accademia Sovietica, presenta una sua originalità, ed una limpida coerenza cui il tempo, su alcuni punti, sembra aver dato ragione.
Un testo accademico ma apertamente schierato
Luciano Vasapollo, che con il contributo di Efrain Echevarria Hernandez (docente all´Università cubana di Pinar del Rio, nonché Direttore del Dipartimento di Studi marxisti) e di Alfredo Jam Massò (Direttore di analisi macroeconomica del Ministero dell´economia e della Pianificazione di Cuba) ripercorre con minuziosa attenzione quel periodo di storia cubana, con l’ occhio volto al passato ma col pensiero al presente ed al futuro, insegna economia all´Università
Un libro dunque, quello di Vasapollo, che ha il taglio della ricerca storica e la dignità di un testo accademico, ma anche un libro inequivocabilmente schierato, come appare chiaro anche dalla scelta dei collaboratori: la "Rete dei comunisti" e l´Associazione "Politica e classe", con l´apporto in particolare di Rita Martufi, Mauro Casadio, Sergio Cararo (che ha scritto una stimolante prefazione), Enzo Di Brango e Biagio Borretti.
Ma torniamo al tema del libro, cioè al "Che" economista, che Vasapollo ha l´indubbio merito di aver riproposto, restituendoci un´immagine più vera e più completa del rivoluzionario argentino, ridotto oggi troppo spesso ad una sorta di icona, se non addirittura a "gadget" per il "merchandising"di manifestazioni politiche più o meno "alternative".
Lavorare meno, lavorare tutti
Quanto Guevara fosse conscio dell´importanza dei problemi economici e della necessità di affrontarli immediatamente con spirito rivoluzionario lo evidenzia un episodio riportato nel libro di Vasapollo da Alfredo Menendez Cruz, il quale ricorda che il "Che", dopo il suo arrivo nell´Escambray a capo della colonna di guerriglieri "Ciro Rotondo" chiese che gli venissero inviati libri sull´economia cubana.
Un ultriore episodio, sempre narrato da Menendez Cruz, mostra poi come il dibattito politico nella sinistra da più di mezzo secolo giri attorno agli stessi problemi irrisolti. Una delle prime cose infatti che Guevara chiese a Menendez Cruz (membro allora del Partito popolare clandestino cubano ed esperto dell´industria saccarifera) fu di preparargli una relazione sulla possibilità di fissare a sei ore la giornata lavorativa nell´industria dello zucchero, calcolando quanti posti di lavoro in più avrebbe "creato" tale misura.
Come si vede, è la stessa idea di "lavorare meno, lavorare tutti" che la sinistra estrema proverà a riproporre quasi mezzo secolo dopo, a fronte della crisi ocupazionale indotta dalla globalizzazione nei Paesi avanzati d´Europa.
Una misura che è facile agli economisti di scuola classica bocciare perché ridurrebbe la produttività ed incrementerebbe i costi, dimenticando peraltro che così ragionando saremmo ancora ad una giornata di lavoro "da sole a sole", cioè dall´alba al tramonto, com´era agli albori del capitalismo, e che la poduttività non è data tanto dalla durata dell´orario di lavoro, quanto dai progressi tecnologici ed organizzativi, che consentono appunto di ottenere risultati maggiori con minor tempo di lavoro.
Ma questo è un altro discorso, il cui rifiuto da parte del capitalismo globale oggi i giovani amaramente vivono sulla loro pelle.
Singolare è che allora l´esperto cubano, che pure era marxista-leninista, abbia espresso parere sfavorevole alla riduzione a sei ore dell´orario di lavoro, con motivazioni che purtroppo il libro non riporta.
Il problema centrale della disoccupazione
Ma ben più cogenti erano le motivazioni che di tale misura dava il "Che". Il problema maggiore della rivoluzione, egli sosteneva, è la disoccupazione. Se la rivoluzione non lo risolve, non potrà mantenere il potere. Considerazione che vale peraltro per ogni regime: rivoluzionario, reazionario o moderato-democratico che sia. Nessun sistema politico alla lunga può infatti durare se nega il più fondamentale dei diritti: il diritto al lavoro. Cosa che i talebani del liberismo e gli apprendisti stregoni della globalizzazione sembrano oggi aver dimenticato.
L’interesse di Guevara per i problemi economici si esplicò, come già accennato, in due direzioni, tra loro strettamente connesse. Da un lato i problemi pratici, quotidiani, della gestione delle imprese, in una situazione estremamente critica quale era quella di Cuba in quegli anni: un Paese sino allora “dependance” coloniale degli Stati Uniti, con un’economia basata quasi esclusivamente sulla monocultura della canna da zucchero, arretrato socialmente ed economicamente, privato di buona parte dei suoi tecnici, fuggiti negli Usa, e sottoposto poi al blocco ed alle sanzioni da parte degli Stati Uniti, decisi a non accettare la nascita di una Repubblica socialista in un’area che consideravano “il cortile di casa”. Col rischio del contagio che un tale esempio avrebbe potuto avere sul resto dell’America latina, che aveva già conosciuto il peronismo argentino, innervato di nazionalismo e di fermenti populisti ed anti-yankee. E non a caso lo stesso Guevara nella sua prima gioventù aveva guardato con attenzione all’esperienza peronista.
Fermenti che oggi ritornano, in chiave più dichiaratamente “socialista” (ma non immemore di radici bolivariane) nel Venezuela di Chavez e nella Bolivia di Morales.
La testimonianza di un ex contabile
Abbiamo accennato ad un primo aspetto dell’attenzione di Guevara per i problemi economici: quello cioè riguardante i problemi pratici delle imprese. Una testimonianza significativa a questo riguardo è fornita nel libro di Vasapollo da Alexis Codina Jménez che attualmente insegna all’Università dell’Avana, ma che da giovane ricoprì incarichi di contabile e di amministratore in varie imprese cubane, e fu assunto rispondendo ad un annuncio del Ministero dell’Industria, superando colloqui, esami e test psicometrici suggeriti proprio dal Che, alla caccia disperata di tecnici validi che rimpiazzassero quelli emigrati negli Stati Uniti, lasciando spesso dietro di sé il caos di una situazione contabile disastrosa, risultando difficile ritrovare carte e registri contabili, per cui bisognava lavorare anche di notte per cercare di rimettere ordine nei conti.
Ebbene narra Codina Jeménez che una notte, alle due bussarono alla porta della sua fabbrica. Quando andò ad aprire si trovò davanti il Che. “Ma che fa lei qui Comandante?”, riuscì solo a dirgli..
”Dovrei chiederlo io a te, visto che sono io il ministro dell’Industria, cui questa impresa appartiene”, gli rispose il Che. Poi volle visitare in lungo ed in largo la fabbrica, che produceva il pane che veniva distribuito la mattina, volle parlare coi lavoratori, chiedendo del lavoro, delle loro famiglie.
Tre domande significative
Al contabile poi fece solo tre domande:
1°- Come andiamo con i costi? Che evoluzione hanno?
2°- Gli inventari delle materie prime sono aggiornati e controllati?
3°- Come siamo messi con le entrate e le uscite?
Solo più tardi, racconta Alexis Codina Jménez (allora aveva solo 19 anni) compresi l’importanza di quelle domande: la prima era il principale indicatore dell’efficienza, perché nei costi e nella loro evoluzione si esprime il corretto utilizzo delle risorse; gli inventari poi, ed il loro costante controllo,
garantivano la continuità della produzione (vitale per un bene di primissima necessità quale è il pane); la terzo misurava la disciplina e lo stato di salute finanziaria dell’impresa.
Come si vede il Che non si faceva certo scrupolo nell’utilizzare concetti e categorie comportamentali che sembrerebbero proprie dell’economia capitalistica. Anzi, egli guardava con grande attenzione al capitalismo più avanzato ed alle sue tecniche organizzative, oltreché alle innovazioni tecnologiche (l’uso nascente dell’informatica “in primis”) per applicarle però ad una economia ove era lo Stato a detenere i mezzi di produzione, per traghettare un’economia socialista verso il comunismo.
Le radici del disaccordo con l’Unione sovietica
Ed è poroprio applicando rigorosamente questi concetti che “Che” Guevara si trovò in disaccordo con il modello economico proposto (ed imposto) dall’Unione Sovietica in tutti i Paesi del “socialismo reale”.
Ricapitoliamo brevemente i termini del divario. La discussione riguardava il sistema di pianificazione, e più in generale il modello economico adottato nell’Uurss dopo Stalin, e cioè il cosiddetto “Calcolo Economico”.
La fase dei “piani quinquennali” avviata dopo la fine della “Nep”, nel 1928, cioè la fase di industrializzazione forzata, aveva comportato squilibri drammatici fra campagna e città, cioè tra contadini ed operai, che Vasapollo non sottace (ricorda ad esempio che tra il 1932 ed il 1933 la fame causò stragi e la causa non fu la scarsità del raccolto, ma l’accumulazione forzosa dei cereali destinati all’esportazione, con l’obbiettivo di mantenere le entrate in divisa estera in una congiuntura internazionale di calo dei prezzi.A molti contadini venne confiscato ogni raccolto, perché quelle risorse erano necessarie per l’acquisto di macchinari industriali e per sostenere il ritmo dell’industrializzazione (“Che” Guevara economista, pag.122).
Un metodo brutale che sembra ricorrente nell’accumulazione capitalistica dei Paesi a capitalismo di Stato. Nella Romania di Ceausescu, ad esempio, negli anni ‘60 non era possibile acquistare neppure un chilo di carne bovina, perché veniva tutta esportata per reperire valuta. Ed anche lo sviluppo attuale della Cina “comunista”, a ben guardare, si sostanzia in una politica mercantilistica che fa affluire centinaia di miliardi di dollari nelle casse della Banca centrale cinese, mentre il tenore di vita delle campagne, cioè della stragrande maggioranza dei cinesi, resta ancora miserabile.
Dall’accumulazione forzata al “Calcolo Economico”
E’ pur vero che nell’Unione Sovietica questa accumulazione brutale pose le fondamenta di un’industrializzazione a tappe forzate, che trasformò rapidamente un Paese feudale ed agricolo in una potenza industriale.
Ma è evidente che quella politica non poteva durare all’infinito. Ed infatti negli anni cinquanta e sessanta sia nell’Unione Sovietica che nei Paesi del Comecon iniziò un riesame che condusse appunto al nuovo metodo detto del Calcolo Economico. La pianificazione, prima rigidamente imperativa, tendeva ora ad essere orientativa. Alle imprese infatti veniva concassa maggiore autonomlia e venivano lasciate maggiori quote di profiutto. Alle banche era ridato un ruolo finanziario, e nelle imprese venivano istituiti incentivi materiali, anche individuali. L’obbiettivo da raggiungere era quello di una maggiore efficienza economica tramite un certo grado di autogestione, anche finanziaria. A monte di tutto c’era il dibattito sulla “legge del valore”, che riemergeva malgrado il dichiarato carattere socialista dell’economia.
L’alternativa del “Sistema Budgetario”
A questo metodo del “Calcolo Economico” Che Guevara contrapponeva un “Sistema Budgetario di finanziamento”.
Quali le differenze? Il sistema Budgetario, ricorda Vasapollo “ si fonda su un controllo centralizzato dell’attività dell’impresa; il suo piano e la sua gestione sono controllati direttamente dagli organismi centrali, la vendita di un prodotto da un’impresa all’altra o da un ministero all’altro non sono di natura mercantile, nella misura in cui questa transazoione è considerata come facente parte di un processo unico.... non si generano operazioni di pagamento né di incasso, ma solo contratti di consegna e richieste di acquisto corrispondenti, valorizzate sulla base di costi pianificati....un prodotto non acquisisce la condizione di merce se non quando esce dal settore statico per essere consumato dalla popolazione o esportato all’estero”.
Prendendo esempio dal capitalismo avanzato
Curioso e singolare è che Guevara ritenesse che il sistema Budgetario di pianificazione centralizzata
derivasse tecnicamente dal capitalismo più avanzato delle multinazionali, mentre il sistema del Calcolo Economico si ispirasse piuttosto ai metodi del capitalismo premonopolista.
Ed osservava ancora Guevara che non solo il capitalismo avanzato opera secondo piani industriali pluriennali, ma “dedica una particolare attenzione allo stimolo morale”.
In questo capitalismo avanzato, diceva ancora,”vi sono i germi tecnici del socialismo molto più che nel vecchio sistema di Calcolo Economico, che è stato superato in sé stesso”.
Il far leva inoltre sugli stimoli materiali e sul profitto d’impresa, il reintrodurre a pieno titolo nel processo economico dei Paesi socialisti la “legge del valore”, secondo il “Che” avrebbe condotto non alla transizione verso il comunismo, ma alla reintroduzione del capitalismo. Alla luce di quanto è accaduto nei Paesi del “socialismo reale”, e particolarmente in Cina, si direbbe che la storia gli abbia dato ragione.
Il socialismo come lo intendeva Guevara, cioè come stadio di transizione verso il comunismo, e soprattutto come momento di costruzione dell’ “uomo nuovo”, sembra pressoché scomparso dalla faccia della terra, nel senso che nessuno Stato sembra più ispirarsi ad esso. Ma alla luce di quello che sta accadendo in questi giorni sui mercati finanziari e nelle economia di tutto l’Occidente, dire che “la storia è finita” e che il capitalismo ha vinto definitivamente, appare sempre più azzardato.
G.V.
Fonte: www.finanzaitaliana.net

Ah, io me ne ricordo. Sì, sì, me lo ricordo proprio bene.
Me lo ricordo, guardate, come se fosse adesso: ma quanto erano noiosi i “reduci”, con i loro ricordi! Una noia, una noia, ma una noia, quegli album dei ricordi.
Ecco, adesso, un piccolo album dei ricordi, ce l’ho anch’io. E ve lo sciroppate buoni buoni, proprio come facevo io tanti anni fa.
Il primo ricordo, ma proprio il primo, fu un sabato pomeriggio che andai in Piazza Minghetti. Ci saranno stati tanti Carabinieri da far felice Obama se glieli dessero da mandare in Afghanistan. Erano i Carabinieri da Ordine Pubblico di una volta, non quelli vestiti da robocop di oggi. Giacca, cravatta e carabina da dare in testa ai facinorosi. In un angolo della piazza, su un palco piccolo, misero e sbilenco, c’era ‘sto ragazzetto bianco bianco, smunto, con due occhialoni neri tipo fondo di bottiglia spessi quattro dita, l’unico non carabiniere in giacca e cravatta. Gianfranco Fini parlò verso le 18,30, un tre ore dopo che avevo comprato la mia prima croce celtica. Una noia, ma una noia. Non lo ascoltò più nessuno in capo a 4 minuti. Io avrei voluto andare a cantare delle terribili canzoni guerriere insieme con quelli di Trieste, ma non ne ebbi il coraggio.
Un’altra mattina non andai a lezione perché nel Vicolo era arrivata una visita importante. Un ragazzotto coi capelli lunghi, i camperos e un giubbotto di jeans con la scritta Champagne. Era praticamente il Capo. Io ero riuscito a trovare una copia del “Secolo” in una delle 4 edicole della città che lo vendevano. Cazzo, c’era un articolo interessantissimo su alcune proposte sindacali della Cisnal, e anche sul fatto che al telegiornale non facevano mai vedere gli scioperi della Cisnal. Appena vedo il capo, lo abbordo col “Secolo” in mano, per un commento. Non mi menò perché i camerati mi allontanarono con le spicce. Comunque non mi offesi, sapevo che era un pò teso. Gianni Alemanno, quella mattina, doveva andare a incatenarsi nell’aula del Tribunale per solidarietà agli imputati nella strage di Bologna.
Una domenica pomeriggio, si decide di andare a Venezia, a vedere
I più fortunati, e più atterriti, tra i turisti furono quelli a cui proprio il capo dei romani, Maurizio Gasparri, spiegava che i Futuristi erano stati tutti fascisti, e dunque, a squarciagola, vai con “Camerata Richard”.
Qualche anno dopo, a Rimini, in trasferta per due o tre giorni, che c’è il Congresso. Praticamente lo scontro finale. Noi, che siamo i rautiani, contro di loro, che sono i reazionari, i passatisti, insomma i finiani.
Di giorno, noi, che siamo veramente avanti, fischiamo Le Pen osannato dai finiani.
Addirittura incassiamo l’appoggio di Pisanò: “Camerati, ricordatevi che quando voterete il Duce vi vede. E Tatarella no!”.
Di notte, nel palazzo dello sport, come da tradizione, ce le si da di santa ragione.
Poi arriva il giorno dello spoglio.
I finiani a destra della platea, ovvio. Noi a sinistra, ovvissimo.
Lo spoglio viene fatto a voce alta scheda per scheda.
I finiani che sono tutti, ma proprio tutti compresi i delegati, in camicia nera, salutano ogni scheda per Gianfranco con salve di saluti romani e alalà.
A me mi fanno far su e giù con l’area delegati, perché mi hanno scambiato per un altro. Vado e rivado da un delegato di Massa Carrara che tiene il conto scheda per scheda di chi ha votato in ordine alfabetico.
Uno preciso: mentre noi soffriamo come bestie, a 40 schede dalla fine si toglie gli occhiali e dichiara: “Abbiamo vinto noi.”
Partono i nostri cori: “Nietzsche, Sorel, Drieu
I finiani continuano ignari a fare orge di saluti romani.
All’ultima scheda, l’intera adunata intona
“Il Domani appartiene a noi”, la canzone che tutti amano perché pensano, anche se non è vero, che sia l’inno della Hitler Jugend, mentre i romani distribuiscono un volantino con il testo, in un tripudio di bandiere rosse con la celtica.
Pensavamo di avere rifatto
Ah, quanti ricordi!
Invece, quel giorno fu l’ultimo. Certo, l’agonia iniziò solo tre
oquattro anni dopo. Poi,finalmente, domenica, il trapasso.
Con tutti i ricordi mica nemmeno più in solaio. No, no, proprio con i rigattieri che vengono a svuotarlo, il solaio.
Addio ciclostile, rayban, colla per i manifesti, giubbotti di pelle e sahariane, antifascismo e anticomunismo, autonomi e digos, Servello e Lo Porto, celtiche e fiaccole, Secolo e Linea, Compagnia dell’Anello e ZPM.
Tutto caricato verso la discarica, su dei camion della spazzatura, che si allontanano sulle note di “Fratelli d’Italia”, scortati da tre grosse auto blu con i vetri blindati.
Era ora.
Anche io, adesso, sono finalmente un reduce.
Benito Gelati
Bologna, 28 Marzo 2009
Sala dell’Angelo- Via San Mamolo, 24
Ore 15:30
L’associazione “Anchesetuttinoino” organizza la conferenza:
Comunitarismo come alternativa alla Globalizzazione
Presentazione del libro “Alla ricerca della speranza perduta”
Interverranno:
Prof. Costanzo Preve (Filosofo e autore del libro)
Luigi Tedeschi (Direttore della rivista Italicum e autore del libro)
Prof. Eduardo Zarelli (Direttore casa editrice Arianna)
Manuel Zanarini (Associazione Anchesetuttinoino)
A seguire cena comunitaria!!!
Bologna, 28 Marzo 2009
Sala dell’Angelo- Via San Mamolo, 24
Ore 15:30
L’associazione “Anchesetuttinoino” organizza la conferenza:
Comunitarismo come alternativa alla Globalizzazione
Presentazione del libro “Alla ricerca della speranza perduta”
“Alla ricerca della speranza perduta” è un libro scritto da Luigi Tedeschi e dal Prof. Costanzo Preve, pubblicato per le edizioni Settimo Sigillo nel 2008. Il testo nasce dall’incontro di due pensatori che nel secolo scorso presero parte al conflitto generazionale sulle parti opposte delle barricate: Tedeschi a destra, Preve a sinistra. Finito quel periodo, pur senza rinnegare nulla, entrambi sentono oggi la necessità di superare certe logiche fuori tempo, l’ “antifascismo senza l’esistenza del fascismo” come dice Preve, e cominciare a riflettere su possibili alternative, culturali e politiche, alla globalizzazione e al dominio globale unilaterale statunitense.
L’analisi degli autori parte dalla constatazione che in nome del libero mercato, della dottrina dei “diritti dell’uomo” e della globalizzazione, viviamo ormai in un mondo dominato unilateralmente dagli Stati Uniti, e che assisteremo alla “Quarta Guerra Mondiale”, tra l’ “Impero centrale” e coloro che vi si opporranno. Per muoversi in questo scenario, gli schemi e gli schieramenti novecenteschi non sono più utili; ma, prima di imbarcarsi in avventure politiche è necessario analizzare la struttura sociale odierna e, in seguito, passare a studiare soluzioni credibili. Per capire come si è evoluta la società globalizzata, che Preve definisce “post-borghese e post-proletaria”, bisogna partire dall’idea che nei decenni passati abbiamo assistito alla “Seconda Restaurazione”, successiva a quella di epoca tardomedioevale a opera della nobiltà feudale, in cui gruppi ultracapitalistici globali hanno conquistato il potere assoluto, ottenendo al contempo un forte consenso di massa. Fondamentale è capire i modi in cui questi gruppi di potere hanno inglobato le masse “ex proletarie” nel sistema liberal-capitalista globale. Preve individua due Modelli di Interazione: quello Subalterno Moderno (MISM) e quello Subalterno Post-Moderno (MIPM). Mentre il primo soddisfa le esigenze del primo capitalismo, che vede l’incompatibilità tra il sistema tradizionale contadino e il nuovo sistema delle fabbriche, e quindi spezza ogni vincolo comunitario e culturale preesistente, offrendo in cambio una compensazione simbolica, la quale permette l’accesso al consumismo di massa e ottiene il conseguente imborghesimento delle masse popolari (tipico del boom economico); il secondo, al quale abbiamo assistito negli ultimi 30 anni, prevede la colonizzazione culturale senza la benché minima mediazione culturale, colonizzando la vita quotidiana (come ha fatto notare Habermas), attraverso la spazzatura televisiva e la distruzione della scuola pubblica, generando un consumatore globale anonimo, tanto post-borghese quanto post-proletario. Questo fenomeno è fortemente aiutato dal circo mediatico e dei professori universitari, ormai quasi interamente al soldo dei poteri economici mondiali, che inneggiano al nuovo “paradiso terrestre” della società globalizzata ottenibile grazie al progresso scientifico e alla crescita economica illimitata.
Il risultato di questo fenomeno di imborghesimento delle masse, ha ridisegnato la struttura sociale e la figura dell’ “uomo sociale”. Preve individua 3 momenti di evoluzione fondamentale, che hanno determinato 3 tipi di uomo diversi nel corso della storia: il primo, coincide con la costituzione della società capitalista (1748-1848), in cui si fronteggiavano l’ homo economicus e l’ homo moralis (secondo le teorie di Adam Smith); il secondo, che termina nel 1989, con la fine del comunismo storico, che vede l’ homo burgensis e l’homo proletarius; infine, il terzo e attuale, che vede da un parte l’homo consumans e dall’altra l’homo precarius. Tedeschi fa giustamente notare che quest’ultimo è il risultato delle strutture sociali, create dall’economicismo progressivo, che determinano le caratteristiche dell’individuo, rendendolo totalmente omologato e generando un’assoluta staticità sociale, spacciando la precarietà come prezzo necessario per soddisfare i bisogni individuali, che in realtà vengono creati artificialmente dai centri di potere stessi. Con l’affermarsi di questi due nuovi “tipi umani”, anche la struttura sociale è mutata. Tedeschi individua 4 ceti fondamentali: il proletariato, integrato in società dei consumi, tanto da fare suo l’ egoismo borghese; le elites capitaliste, che dettano i caratteri della cultura e quelli del modello sociale dominante; una piccola borghesia in via di estinzione, a causa della sua totale identificazione con le elites; e il ceto medio produttivo che sopravvive solo all’ombra del grande capitale finanziario. Sulla stessa linea si muove Preve, che identifica una piramide sociale: al vertice troviamo la classe dominante post-borghese, risultato della fusione tra la vetero borghesia nobiliare e la neo-borghesia degli arricchiti, che attua sistematicamente la distruzione della scuola umanista e dirige la “tv spazzatura”; al secondo piano, la classe media globale occidentale (western type global middle class), caratterizzata dall’accesso al consumismo sfrenato e all’interesse verso beni di consumi “colti” (rappresenta il settore a cui si rivolgono i giornali e le riviste), il costo di questo “consumismo” è la perdita dell’”inquietudine politica”; a livello sottostante, troviamo il post-proletariato precario, frutto di un mercato del lavoro de-sindacalizzato, e fruitore principe della “tv spazzatura” gestita dalle elites di potere; infine, alla base, troviamo l’esercito di riserva dell’industria, in larga parte formato dagli immigrati, totalmente immobile a livello sociale, e che indebolisce contrattualmente il terzo livello, contando sull’appoggio culturale del secondo, “fregato dal multiculturalismo e dalla società arcobaleno”.
La realizzazione concreta di questa piramide, ha generato una società “liquida”, per dirla con Bauman, nella quale il mondo si è trasformato in un’unica rete di scambi commerciali, con la distruzione di ogni vincolo comunitario, e che viene imposta dal cosiddetto occidente alle parti che la rifiutano (le società islamica) con una guerra permanente, e che si caratterizza come “metafisica dell’eterno presente”, dando vita all’ Uniformazione Antropologica Globalizzata. E’ importante sottolineare che il risultato attuale è figlio di quello che Preve definisce Universalismo Ideologico Liberale, che spaccia gli interessi delle elites dominanti come bene globale, e dal quale derivano, o per risposta o per derivazione, tutti gli altri universalismi. A questo punto, appare chiaro che né la “destra”, filo-atlantista e liberista, né la “sinistra”, altrettanto americanista e stupidamente pacifista, possono essere categorie, né tanto meno parti politiche, credibili ed efficaci. Per opporsi a tale “regime”, è necessario riportare al centro della società il lavoro, che Tedeschi interpreta come il principio fondante di ogni comunità, ma senza cadere nelle ingiuste forme di egualitarismo tipiche della sinistra, che nel secolo scorso hanno dato vita a regimi di dirigismo economico monpolistico senza diritti e garanzie individuali, che hanno portato alla proletarizzazione di massa e all’inevitabile ribellione sociale che ha causato la fine del “comunismo storico novecentesco”. Per realizzare tale scopo bisogna che le comunità, attraverso la politica, dirigano l’economia, fenomeno opposto a quello a cui assistiamo oggi, dove nel mondo globalizzato, è l’economia finanziaria a ricoprire il ruolo centrale e ha dominare l’intera società globale. Due sono gli strumenti che l’ “oligarchia finanziaria” utilizza per imporre tale controllo: l’ “atomizzazione” sociale, grazie alla quale le entità statali sono state private di ogni potere, dando vita a una serie di individui singoli indifesi; e l’annichilimento dell’ Europa, attraverso la sua occupazione militare in conseguenza dell’espansione della NATO, che giustamente Preve paragona a una situazione in cui la democrazia ateniese si fosse ritrovata dei dislocamenti della falange spartana in casa!
Il grosso problema è che finora il variegato fronte che si oppone all’imperialismo a stelle e strisce è riuscito a esprimersi solo in termini negativi, mancando nel compito di fornire un’alternativa costruttiva. In fondo, penso che la parte maggiormente “utile” del libro sia proprio questa: partire dall’analisi condivisa della situazione odierna, per designare nuove forme alternative di aggregazione sociale. Per poter parlare di democrazia, bisogna che sia il popolo a prendere le decisioni fondamentali, cosa che oggi non succede, visto che tale potere è in mano a organismi sopranazionali privati di ogni responsabilità popolare (UE, FMI, Banca Mondiale, WTO, Banche Centrali, ecc.). Questa “riconquista” non deve avvenire solo a livello politico, ma deve realizzarsi anche a livello economico e lavorativo, realizzando la democrazia economica, che preveda la partecipazione alla gestione e ai frutti delle imprese. Questo sistema è definito da Preve, comunitarismo solidale, e per essere correttamente analizzato, è necessario tornare a Marx. Nello specifico al Primo libro del Capitale, in cui il filosofo descrive come soggetto storico fondamentale il Lavoratore Collettivo Cooperativo Associato. A differenza di quello che viene comunemente detto, per Marx, non è la classe operaia ad essere il motore della storia e di quel movimento rivoluzionario che porrà fine al capitalismo. In realtà, si tratta di un soggetto interclassista, che va dal dirigente aziendale fino all’ultimo degli operai, e che riunisca tutte le potenze produttive create dal sistema capitalista. Attraverso questo nuovo soggetto, le comunità potranno riottenere il controllo politico sull’economia e instaurare forme di autogoverno, sia economico che politico.
Il testo scritto a quattro mani da Tedeschi e Preve ha quest’aspetto particolarmente importante: offrire non solo un’acutissima analisi della situazione socio-politica attuale, e dei processi che l’hanno generata, ma, soprattutto, propone uno scenario futuribile per cui valga la pena impegnarsi, superando dicotomie ormai superate dalla storia.
Manuel


Se si ascolta la “vox populi”, la crisi “tocca ormai tutti”. Non c’è azienda, o settore produttivo ed economico, che non si lamenti del fatto che gli affari fanno male, e che quindi bisogna “tagliare”. Ogni giorno, ognuno di noi finisce in cassa integrazione, o conosce gente che ci è appena finita; i commercianti denunciano cali delle vendite del 30-40%; gli industriali piangono miseria (ovviamente a bordo di lussuosissime automobili), ecc.
Sembrerebbe la classica situazione del detto “mal comune mezzo gaudio”; in realtà le cose non stanno assolutamente così. Come sempre esistono “figli e figliastri”; in questo caso, i “figli” sono i dirigenti delle grandi banche, e più in generale il sistema bancario nel suo complesso.
Mentre operai e impiegati si disperano per una situazione economica sempre più drammatica, “lor signori” continuano a guadagnare milioni di euro come se niente fosse. Ma come, direte voi, ma se gli istituti bancari stanno fallendo? Si, ma i grandi manager, le menti illuminate uniche colpevoli del disastro economico che sta rovinando milioni di famiglie in tutto il mondo, incassano “bonus” multimilionari. Mentre gli Stati Uniti si indignano, o almeno fanno finta di farlo, per i “super bonus” incassati dai manager della Merril Lynch e della AIG, da noi non ci si fa più caso, visto che è un fenomeno diffuso da tempo, basti pensare a quelle dei parlamentari della passata legislatura o a quelli di Alitalia!
Ma, come detto, il problema non sono i singoli manager, ma tutto il sistema bancario e finanziario, che, nonostante i danni che ha creato, continua strenuamente a difendere i suoi privilegi da “padrone del mondo”; infatti, mentre in tutto il pianeta viene chiesto ai governi, che a loro volta pescano dalle tasche dei cittadini, soldi per far fronte ai rischi di bancarotta, nulla gli istituti di credito sono disposti a concedere in cambio. Già da tempo si chiede al sistema bancario mondiale di dire con estrema chiarezza a quanto ammonta il totale dei “titoli tossici” che hanno “in pancia”; diversamente, i vari stanziamenti pubblici si rivelano inutili (basti guardare ai fallimenti di Brown e di Obama per rendersene conto), e sui mercati continuerà ad aleggiare la paura e l’incertezza; ovviamente, ancora nulla è stato detto dai banchieri.
Ancora più esplicativo si rivela il caso italiano. Come sappiamo, il sistema produttivo nostrano si basa in larga parte sulla piccola e media impresa, che da sempre “lavora coi soldi della banca”. Di fronte alla crisi, gli istituti hanno deciso di stringere i cordoni della borsa, tanto che si parla di stime dimezzate rispetto agli anni passati (+4,2% la crescita anno su anno degli impieghi a gennaio, secondo i dati dell'Abi, contro una crescita a doppia cifra nello stesso periodo dell’anno scorso), col risultato che le aziende si trovano costrette a chiudere e i lavoratori perdono il posto di lavoro.
Per fronteggiare la situazione, sia le banche che Confindustria hanno chiesto al governo di stanziare fondi, i “soldi veri” invocati dalla Marcegaglia, per venire incontro alle esigenze del mercato, evidentemente dimenticandosi le teorie dello “stato minimo” portate avanti fino al giorno prima. L’esecutivo ha risposto emettendo i “Tremonti bond” e includendo nelle misure di intervento, il controllo da parte dei Prefetti, sulle procedure di emissione dei prestiti da parte delle banche, al fine, stando alle parole di Maroni, di “raccogliere informazioni sul credito direttamente dalle banche per avere un quadro diretto delle "criticità" del mercato, risolvere controversie sull'erogazione dei fidi ed eventualmente intervenire con una sorta di moral suasion” e di valutare se si verifichi un’ “ingiustificata azione restrittiva da parte delle banche”.
Penso che sia ovvio per tutti, banche in testa, che da sempre adottano controlli minuziosi sui propri debitori, che se lo Stato mette a disposizione denari, sostanzialmente a fondo perduto, voglia anche controllare come questi soldi vengono spesi e quali siano i criteri con cui gli istituti di credito agiscono sul mercato. Sembrerebbe ovvio, ma significherebbe anche che le banche dovrebbero subire un controllo da parte dello Stato, cioè del popolo, che dovrebbe essere sovrano in democrazia. Qua casca l’asino; infatti il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, è insorto davanti alla prospettiva di dover rispondere ai cittadini. In una circolare alle proprie filiali locali, spiega che i nuovi Osservatori, varati da Tesoro e Interni, non potranno “rivolgersi direttamente alle banche per ottenere cifre disaggregate sui prestiti concessi dai singoli istituti; ma solo i dati elaborati trimestralmente dalle filiali regionali della Banca centrale e, su richiesta, altre informazione statistiche, ovvero dati aggregati a livello territoriale”. In pratica il popolo italiano potrà sapere solo ciò che il Signor Draghi ritiene opportuno che sappia, ovviamente in cambio dovrà sborsare svariati milioni di euro. La cosa ancora più inquietante è che l’arroganza di Bankitalia trova sponda nell’opposizione, tanto che il nuovo segretario del Partito Democratico (sic!) afferma che “ci si alternerà alla guida del Paese, ma lasciamo stare
Trovo veramente vergognoso che
Ma in fondo, non c’è niente di nuovo, è solo l’ennesima dimostrazione che la democrazia in Occidente non esiste, e che viviamo in un regime di “aristocrazia finanziaria”.
Manuel
Sabato 28 Marzo a Bologna, alle ore 15,30, presso
L’evento è organizzato dal blog Anchesetuttinoino, che nato sotto le due torri, ha velocemente intessuto importanti collaborazioni con altre persone sparse per l’Italia.
Le tematiche affrontate dal blog sono spesso eterogenee per contenuti e punti di vista, ma sono accomunate, come suggerisce il nome stesso, dalla volontà di contrastare, con un esercizio di studio e confronto, lo schiacciante conformismo culturale di massa, cercando di andare oltre gli schemi interpretativi dominanti.
La conferenza di sabato rientra perfettamente all’interno di questo percorso di ricerca di nuovi modelli conoscitivi della realtà odierna e di proposizione di credibili proposte alternative.
“Alla ricerca della speranza perduta” infatti è scritto da due esponenti di opposte fazioni di destra e di sinistra, interpreti nei decenni passati di una guerra civile angosciosa che ha prodotto profonde ferite ancor oggi aperte, ma i due autori non hanno paura a mettere in discussione se stessi, con tutto il patrimonio culturale e spirituale che gli appartiene, confrontandosi francamente con le idee dell’altro.
Preve e Tedeschi non disconoscono le appartenenze di origine, ma considerano tali radici culturali un elemento di partenza, il cui superamento deve essere realizzato tramite una riflessione aperta sulle tematiche del lavoro, della giustizia sociale, del capitalismo, della globalizzazione, dell’imperialismo Usa, per giungere alla formulazione di modelli sociali differenti ma contigui e compatibili, che trovano uno sbocco comune nella proposta comunitarista.
E’ una posizione che rompe la staticità delle appartenenze ideologiche identitarie di destra e sinistra, ridotte ormai al ruolo di testimoni di un’epoca esaurita.
Una collocazione di questo tipo è solitamente impedita o emarginata; nella nostra città in modo particolarmente soffocante. Per tale motivo la conferenza è importante anche per dare ulteriore impulso al processo di superamento di un certo tipo di contrapposizioni politiche, che motteggiano gli anni’70, scleroticamente sopravvissute in sparuti gruppi per mascherare la mancanza di idee e soluzioni per l’attualità.
Il libro, pur uscito ormai più di un anno fa, è ancora estremamente attuale, dato lo stravolgimento che sta subendo l’ideologia dominante a causa dei trambusti della crisi economica internazionale; il mutamento in atto impone al sistema dominante incentrato sugli Usa di ridefinirsi, ed è necessario pertanto l’aggiornamento continuo, attraverso una riflessione profonda scevra da pregiudizi identitari, per comprenderne le nuove caratterizzazioni.
E’ uno sforzo che Preve e Tedeschi stanno compiendo da diversi anni ed è auspicabile che si prosegua su questa strada, senza farsi intimorire o frenare dalle difficoltà che inevitabilmente si incontrano.
Michele
Bologna, 28 Marzo 2009
Sala dell’Angelo- Via San Mamolo, 24
Ore 15:30
L’associazione “Anchesetuttinoino” organizza la conferenza:
Comunitarismo come alternativa alla Globalizzazione
Presentazione del libro “Alla ricerca della speranza perduta”
Interverranno:
Prof. Costanzo Preve (Filosofo e autore del libro)
Luigi Tedeschi (Direttore della rivista Italicum e autore del libro)
Prof. Eduardo Zarelli (Direttore casa editrice Arianna)
Manuel Zanarini (Associazione Anchesetuttinoino)

Il partito sciita libanese di Hizb'Allah (letteralmente Partito di Dio) , nato agli inizi degli anni Ottanta durante il conflitto civile libanese, si prepara - secondo le valutazioni degli analisti ed esperti di politica del Vicino Oriente - a vincere le prossime elezioni previste per il 7 giugno e a governare il paese dei cedri con una maggioranza parlamentare che permetterebbe agli uomini di Sayyed Hassan Nasrallah di portare al potere in Libano il blocco dei partiti dell'Opposizione Nazionale che sostengono
Organizzazione polivalente Hizb'Allah si è strutturata nel corso degli ultimi anni come braccio politico dell'organizzazione di Resistenza creata fin dai primi anni ottanta per contrastare l'occupazione israeliana nel sud del paese. A differenza di altri movimenti politici del Vicino Oriente il partito sciita libanese ha mantenuto le proprie caratteristiche di organizzazione
rivoluzionaria e intatte le sue strutture di base creando nelle banlieus meridionali della capitale Beirut, e nei centri della Beka'a settentrionale e del sud dove prevale l'elemento sciita, un'autentico "stato nello stato" costituito esclusivamente per ospitare gli sciiti che rappresentano - secondo stime non ufficiali - almeno il 40% della popolazione del paese. Nato come movimento di resistenza contro l'occupante sionista Hizb'Allah, attraverso i finanziamenti iraniani e l'aiuto siriano, ha saputo rappresentare per gli sciiti del Libano la sola alternativa possibile di fronte al ruolo storicamente marginale da questi occupato nella società e nella politica del paese dei cedri. Unitamente a Haraqat 'Amal ( partito sciita-gemello e casa- madre di Hzb ) il Partito di Dio ha intrapreso dunque una lenta trasformazione di tipo sociale che, soprattutto negli ultimi quindi anni, hanno portato quest'organizzazione ad incaricarsi della soluzione dei problemi e dello stato di indigenza della comunità sciita operando sia come partito politico con una vasta base popolare ed una nutrita delegazione parlamentare sia come forza attiva di governo , dall'estate 2005 ( tranne la parentesi compresa tra il novembre 2006 e il giugno 2008 nella quale Hzb ed i suoi alleati scelsero la strada dell'opposizione in piazza all'esecutivo filo-americano diretto dal premier Siniora ) responsabile della direzione politica ed economica del Libano.
Un'evoluzione che non ha mutato le caratteristiche proprie di un movimento di resistenza nazionale che mantiene saldamente le proprie milizie armate nel sud del paese, dove operano dal settembre 2006 i contingenti della missione internazionale Unifil, attivandole solo ed esclusivamente come forza deterrente rispetto alle numerose violazioni commesse dai sionisti che continuano a occupare stabilmente sia le fattorie di She'eba che il villaggio di Kfarshouba e rifiutandosi di utilizzarle contro altre formazioni libanesi. Senso di responsabilità, determinazione, volontà di costruire una realtà emergente ed in continua espansione ed evoluzione contrassegnano l'attività politica, sociale, economica e militare di Hizb'Allah fattore determinante la politica dell'intera area geopolitica e strategica del Vicino Oriente soprattutto all'indomani della "Vittoria Divina" dell'estate 2006 quando il partito sciita seppe resistere ed affrontare praticamente da sola - con il solo aiuto e la partecipazione attiva di poche unità militari di 'Amal e del Partito Comunista Libanese - l'aggressione ed il tentativo di invasione israeliani che costarono all'entità sionista una cocente sconfitta, la perdita di centinaia di uomini, di decine di mezzi corazzati (terrestri, navali e aerei); dimostrando una palese incapacità da parte dell'esecutivo Olmert e dei comandi militari di
Tel Aviv di venire a capo del "problema libanese".
A distanza di quasi tre anni da quel conflitto non si sono placate le polemiche attorno ai dirigenti israeliani responsabili di una disastrosa e scellerata condotta bellica: la stessa attuale leader del partito di maggioranza relativa del panorama politico israeliano, l'ex ministro degli Esteri Tzipi Livni, ha elettoralmente pagato gli errori che, con troppa semplicità, furono addossati esclusivamente ai vertici dell'esercito e al suo predecessore Olmert. La realtà fattuale dimostra invece che, dopo aver lanciato un'operazione di pulizia etnica e di aggressione genocida contro la striscia di Gaza alla fine dello scorso dicembre, l'entità sionista occupante
con i cristiano-maroniti di Michel Aoun, per esempio. Se Hezbollah vincerà in Libano avremo un altro Paese che da essere filo-occidentale diventa filo- iraniano. Sfortunatamente questo è il risultato della politica estera portata avanti dalle grandi potenze, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, ma anche da parte di Israele, che non è mai intervenuto, anche quando avrebbe dovuto fare pressioni sulla Siria per cambiare la situazione. Adesso è troppo tardi. La probabile vittoria di Hezbollah è anche causata dal comportamento dei Paesi del Golfo, come il Qatar, un altro di quegli stati filo-iraniani più che filo- occidentali”.
In vista delle prossime consultazioni elettorali di giugno dunque Hizb'Allah si appresta a diventare una forza di governo determinante gli assetti politici del paese: potrebbero, gli uomini del Partito di Dio ed i loro alleati (oltre a 'Amal si ricorda l'alleanza con il partito Tayyar o Corrente Libera Patriottica , partito laico e nazionalista guidato dal Gen. Michel Aoun, maggioranza tra i cristiani-maroniti libanesi), cambiare volto al paese dei cedri dando vita ad un esecutivo di unità nazionale che rilancerebbe l'economia disastrata del paese e inizierebbe quell'opera di ricostruzione nazionale fondata sul riconoscimento pieno del diritto alla resistenza finora spesso messo in discussione dalle formazioni del cosiddetto "fronte del 14 marzo" filo- occidentali e sostenute finanziariamente e politicamente dall'amministrazione statunitense. E' in questo quadro generale di svolta politica , che potrebbe determinare i futuri assetti non solo per il paese dei cedri ma anche per l'intero Vicino Oriente, che sono cominciate delle manovre diplomatiche da parte di numerosi governi europei per comprendere esattamente dove potrà andare, che direzione prenderà e verso quali approcci si indirizzerà la politica libanese dopo il 7 giugno. In particolare
Parlando invece dalla televisione del movimento, "Al Manar", il Segretario Generale, Sayyed Hassan Nasrallah, ha nuovamente ribadito lo scorso 14 marzo che il suo partito "non riconoscerà
Il Dipartimento di Stato americano ha replicato giudicando "prematuro" parlare di contatti e si è dichiarato pronto a valutare quali saranno le reazioni e i risultati della missione britannica. Fonti diplomatiche , citate dal quotidiano israeliano "Haaretz" e per questo da utilizzare con molta prudenza, avrebbero comunque segnalato la volontà di Washington di seguire con attenzione gli
sviluppi dell'iniziativa inglese. Nasrallah dal canto suo ha sostenuto che anche Hizb'Allah ha le proprie condizioni una, tra queste, che il suo movimento mai riconoscerà l'esistenza dello stato ebraico e sostenendo che non esiste alcuna novità rispetto alla posizione della precedente amministrazione Bush. Contatti, smentite, voci di corridoio che confermerebbero comunque un certo interesse e una rinnovata attività della diplomazia internazionale nei confronti della politica libanese al centro della quale si potrebbe posizionare , da una condizione di forza tale da risultare decisiva per i prossimi anni, il movimento sciita che - a tutt'oggi - rimane nella "lista nera" delle organizzazioni "sponsor" del cosiddetto Terrorismo Internazionale in Canada, Stati Uniti, Australia e Olanda oltre naturalmente alla vicina entità sionista alias "stato d'Israele".
Al centro della scena politica libanese, prossimo ad una vittoria elettorale che rimetterebbe in discussione completamente i rapporti di forza regionali, Hizb'Allah si prepara ad una difficile campagna elettorale che, assieme ai suoi alleati, dovrà cercare di capitalizzare ogni singolo voto per imprimere quella svolta necessaria al Libano per uscire da una situazione di paralisi politica e da una crisi economica che ne hanno paralizzato la vita del paese negli ultimi tre anni. Una nuova sfida per gli uomini di Nasrallah pronti , come sempre, ad una nuova vittoria.
Dagoberto Husayn Bellucci
Direttore Responsabile Agenzia di Stampa "Islam Italia" ,da Haret Hreik (Beirut sud) - Libano
Fonte: ariannaeditrice.it

I capaci e lungimiranti imprenditori italiani strattonano senza dignità alcuna la giacca di Berlusconi, il quale, come ben sappiamo, è uno di loro e li rappresenta degnamente.
Dimentichi per un attimo delle belle parole dal sapore propagandistico e ideologico, quasi un “mistero della fede”, con le quali per anni si sono riempiti la bocca – dalla mitica innovazione alla produttività del lavoro, dal “fare sistema” alla necessaria, continua ristrutturazione – altra alternativa non hanno, per mantenere alto il tasso di profitto e i loro “consumi di prestigio” dei quali spesso il paese non beneficia, e mostrano il vero volto del liberismo economico, di quella libera iniziativa privata che nelle fiabe raccontate dai pubblicisti dell’economia di mercato significherebbe assunzione responsabile di rischio, aumento dell’efficienza, incremento delle quantità prodotte e consumate, avanzamento planetario verso “più elevati tenori di vita”.
Arrivano da tutti i distretti, e in particolare da quelli del nord est del paese, e da ogni angolo in cui si produce il tanto decantato [almeno in altri tempi] made in Italy, per abbeverarsi alla fontana delle risorse pubbliche, quelle erogate dal tanto disprezzato stato centrale, percepito fino a ieri come un limite alla loro possibilità di espansione, di “crescita” futura, se non come un vero e proprio nemico che impone tasse e balzelli, opprimendo il mirabolante e dinamico mondo dell’imprenditoria.
Berlusconi, da parte sua, non è insensibile ai lai della pessima Marcegaglia – che parla anche per la cruciale industria media e piccola, in subbuglio a causa del credit crunch – perché gli concede qualcosa, ad esempio l’aumento delle risorse fino a 1,3 miliardi di euro destinate al fondo di garanzia per il credito, importante per garantire un certo afflusso di liquidità nelle casse degli imprenditori privati in periodo restrizioni creditizie, e l’innalzamento della soglia prevista per la compensazione fra crediti e debiti nei confronti dello stato.
In effetti, nell’elargire denaro vero e non soltanto promesse a fondo perduto, questo esecutivo rispetta una scaletta di priorità che è tipica dello stato “leggero” di matrice liberaldemocratica, asservito a grandi interessi privati: prima di tutto l’usurocrazia rappresentata dal sistema bancario, al fine di preservare le strutture finanziarie in essere mentre la crisi sistemica comincia a scatenarsi, poi la libera impresa privata con particolare attenzione in queste ore per
Non importa se il sistema bancario non concede più crediti alla piccola e media industria – volano di uno “sviluppo” che già da tempo si è inceppato, in questo paese – perché tanto ci sono le risorse pubbliche, le imposte e le tasse pagate da chi non può sottrarsi, che possono correre in soccorso del tasso di profitto preservando il vero idolo di Mercegaglia e della sua consorteria, come ha fatto notare dall’alto del suo scranno anche Mario Draghi, il quale ha sollecitato tempi più ridotti per il rimborso dei crediti che le imprese hanno nei confronti dello stato, essendo le pregevoli banche italiane impegnate in un difficile inventario dei titoli tossici e sempre più prudenti nelle pratiche di affidamento …
In altre parole, è ormai certo che la crisi la pagheranno gli strati sociali più bassi e i provvedimenti berlusconian-tremontiani puntualmente lo confermano.
Per ottenere fondi dallo stato e per facilitare la loro concessione, spesso si sbandiera la necessità della difesa dei posti di lavoro nazionali – come è accaduto per giustificare gli aiuti di stato all’industria dell’auto – e questo accade anche nel Nord Est della penisola, che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante di un sistema economico fondato sulla media e piccola impresa.
Di nazionalizzazioni di unità produttive in difficoltà, neppure si osa parlare …
Purtroppo, il fatto che si tratta dell’ennesimo spot, volto a dare una giustificazione “accettabile” al sostegno al tasso di profitto e alla persistenza di puri interessi privati [contrapposti ad esigenze concretamente sociali che la crisi in atto non farà che amplificare] attraverso l’impiego di soldi pubblici e risorse collettive, è ben dimostrato dal caso di Safilo Group, esploso in tutta la sua gravità proprio in questi giorni.
Safilo è attiva dal lontano 1934 nel campo della produzione di occhiali con un gran numero di prestigiosi marchi in licenza, da Armani a Gucci.
Fin dai tempi del suo fondatore, l’italo-americano Guglielmo Tabacchi, ha come area di insediamento originaria proprio il ricordato Nord Est [Venezia, Belluno, Padova], con un fatturato che nel
Per quanto riguarda le società estere del gruppo oggi esistenti, importanti e numerose sono quelle americane e canadesi, ma, nel resto del mondo, si va da Atene a Kuala Lumpur.
Orbene, il gruppo Safilo ha scelto la via dell’infedeltà nei confronti della comunità locale e della delocalizzazione futura degli stabilimenti di produzione – si parla ancora una volta della Cina – mantenendo, però, prudentemente alcune strutture e il marchio in Italia, per poter fregiarsi del solito made in Italy.
Il risultato è che si prevedono tagli occupazionali significativi, nell’ordine di un complessivo 20%, concentrati particolarmente negli stabilimenti in Friuli – per la precisione a Precenicco, con la chiusura dell’unità produttiva e la messa in mobilità di tutti i dipendenti, e a Martignacco, con una riduzione pesantissima dei posti di lavoro di oltre il settanta per cento – e ciò significherà la perdita secca di più di settecento posti di lavoro nella sola provincia di Udine.
Se alcuni imprenditori, profittando della crisi, ricorrono agli ammortizzatori sociali, cercano di liberarsi dei lavoratori “scomodi” e puntano ad ottenere un po’ di denaro pubblico, altri continuano imperterriti a spostare produzioni e know-how al di fuori del territorio nazionale, impoverendo il paese.
Naturalmente, dovrà intervenire lo stato per dare un po’ di respiro ai lavoratori espulsi dal processo produttivo.
In tal senso è significativo il caso di Safilo e svela una volta di più, fra le altre cose, che il marchio del made in Italy un tempo glorificato in mezzo mondo e considerato garanzia di elevata qualità del prodotto, ormai nasconde e neanche troppo bene falsificazioni e imbrogli.
Un’operaia friulana della Safilo, intervistata alla radio, ha dichiarato con estrema franchezza che nello stabilimento in cui lavora si mette il marchio agli occhiali e si fa ben poco d’altro.
Ecco cosa si nasconde dietro alle belle parole e alle frasi fatte che si sentono nei consessi ufficiali dell’imprenditoria italiana, a partire da Confindustria, e casi come quelli della Safilo non sono certo una rarità assoluta.
Quindi, tempi duri per il Nord Est d’Italia culla della P.M.I. e per le sue propaggini più orientali, perché la crisi dell’economia “reale” avanza e i processi di delocalizzazione – fenomeno eclatante e socialmente insidioso della globalizzazione dei mercati – anziché fermarsi continuano imperterriti.
Eugenio