
Ci doveva pensare la “banda” di senatori capeggiata da Pietro Ichino e Tiziano Treu che ha presentato a suo tempo il disegno di legge n. 1170 “Disposizioni in materia di sciopero virtuale” lo scorso anno, sdraiata sulla odierna linea del ministro Maurizio Sacconi e con il codazzo di sindacalisti gialli dietro del calibro del tristo Angeletti per
A dire il vero, l’articolo 40 della costituzione ancora in vigore qui, in Italia, si limita a recitare “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”, demandando la regolamentazione al parlamento, attraverso la legge.
Il brutto è che in parlamento ci sono PdL e Pd, con qualche rumoroso partito nanetto, ridicolmente giustizialista o stupidamente xenofobo, che si occupa di tutto meno che delle cruciali questioni economiche e sociali, e i due partiti sistemici, uno dei quali oggi malconcio, sembrano in sintonia nell’attacco al diritto di sciopero, portando l’affondo – per ora – nei servizi essenziali, con un occhio di riguardo al settore dei trasporti pubblici.
Certo, non possiamo dire di amare i Cobas dei ferrovieri che con scioperi continui colpiscono e danneggiano soprattutto i poveri: lavoratori pendolari, studenti, ecc.
Sicuramente non amiamo i super pagati piloti e assistenti di volo ex Alitalia, oggi Cai, che troppo spesso ci hanno lasciato a terra.
Tuttavia, questo attacco al diritto di sciopero, se nelle intenzioni dichiarate da Sacconi & C. e persino nelle parole dell’ingessato presidente della camera, Gianfranco Fini, vuole evitare continui disagi a chi fruisce di un servizio principale e essenziale, impedendo che l’esercizio dello sciopero comprometta «oltre misura il godimento di altri diritti della persona ugualmente garantiti in Costituzione» – secondo Fini – l’impressione è che il probabile, futuro decreto governativo in materia sarà una sorta di “cavallo di troia” per stroncare gli scioperi, quelli reali, anche in molti altri settori.
Intanto, come accennato, ci si appresta a rendere obbligatorio lo sciopero virtuale per determinate categorie professionali.
Conviene far riferimento, per un momento, al testo originale del disegno di legge richiamato in apertura, presentato nell’ottobre dello scorso anno alla presidenza del senato, in cui nella relazione d’apertura di definisce lo sciopero virtuale come «la forma di agitazione collettiva che un sindacato o una coalizione di altro genere possono scegliere di proclamare in alternativa rispetto allo sciopero tradizionale, soprattutto in un settore di servizi pubblici […ma il bello è che …] A seguito della proclamazione dello sciopero virtuale , i lavoratori vi aderiscono continuando a svolgere regolarmente le proprie mansioni, rinunciando tuttavia alle rispettive retribuzioni».
Strabiliante! Si resta quindi a lavorare e si deve “devolvere” la giornata di sciopero ad un fondo di solidarietà in cui mette qualcosa anche l’azienda.
Non a caso, il primo firmatario di tale capolavoro, che si sviluppa in quattro articoli, è il famigerato Pietro Ichino, nemico dichiarato dei “nullafacenti” del settore pubblico, ex indipendente del PCI e giuslavorista al servizio dello sfruttamento del lavoro dipendente, mentre il secondo firmatario della richiamata proposta è niente di meno che Tiziano Treu, quello dell’omonimo pacchetto – Pacchetto Treu, appunto – che ha contribuito all'introduzione del "lavoro atipico" nel paese e, anzi, ne ha permesso l'attuazione pratica.
Ciliegina sulla torta, per chiudere il cerchio, sembra che il primo ad aver scritto sullo spinoso tema è stato Marco Biagi, quel celebrato giuslavorista che con la sua opera di “consulente” governativo, in materia di lavoro, ha ridotto alla precarietà e contribuito a spingere verso la soglia della povertà milioni di incolpevoli connazionali.
Fatto sta che già dal mese di ottobre dello scorso anno, oltre al disegno di legge sullo sciopero virtuale, sono pronte le linee guida per la definizione del disegno di legge delega, in materia di diritto di sciopero, di regolamentazione dello stesso diritto nei servizi pubblici essenziali, a cura del ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali nelle mani di quel Sacconi che sembra così in sintonia con Ichino, Treu e lo “spirito” di Marco Biagi.
Dopo la precarietà la virtualità dello sciopero, dunque.
Grandi novità ci aspettano e investiranno, in prima battuta e particolarmente il settore dei trasporti pubblici.
Fra queste si ricorda l’obbligo di procedere a referendum consultivo preventivo in caso di proclamazione di sciopero e la preventiva dichiarazione di adesione da parte del singolo lavoratore, si introduce l’istituto dello sciopero virtuale – o non-sciopero, direi io – e «la previsione di adeguate procedure per un congruo anticipo della revoca dello sciopero al fine di eliminare i danni causati dall’effetto».
Se poi si renderà obbligatorio lo sciopero virtuale, con il pretesto di non arrecare danno all’utenza, sarà chiaro che la linea dell’esecutivo, nonché del “centro-sinitra” e della gran parte dei sindacati – CGIL esclusa, va rilevato – è quella di sopprimere per via indiretta il diritto di sciopero, o quanto meno di renderne impossibile la pratica nel mondo reale.
Non rimarrà che fare come i dipendenti IBM, fra i quali migliaia di italiani, che non molto tempo fa hanno dato vita al primo sciopero autenticamente virtuale in Second life – ma non nel senso che vorrebbero i Sacconi e gli Ichino – occupando ben sette su trenta delle “piazze” virtuali di cui dispone il colosso informatico con i loro avatar … ma questa è un’altra storia, che ci riporta all’economia immateriale e all’etere, mentre gli autisti, i conducenti, i manutentori dei mezzi di trasporto vivono e lavorano in questo mondo, ostile e reale.
Eugenio

“Il Futurismo è un grande movimento antifilosofico e anticulturale!”.
Così, proprio così, F. T. Marinetti tuonò innumerevoli volte salendo su di un palco e assalendo il pubblico, che di lì a pochi istanti sarebbe stato coinvolto in un’altra “Serata Futurista”, la colorata e assordante sarabanda nella quale consisteva uno spettacolo dei Futuristi.
Perché una certa notte di febbraio del 1909 Marinetti passeggiava per viali, strade e vicoli di Parigi? L’ansia dell’attesa lo condusse ad avviarsi verso uno scampolo di vita dolcissima e poetica: l’affaccendarsi degli scaricatori ai Mercati Generali. Alle prime luci dell’alba, l’ansia terminò con stringere tra le mani un giornale.
Lì di spalla, in alto a sinistra, sulla prima pagina de “Le Figaro”, ecco il suo articolo “Le Futurisme”. Il moto della storia batteva, per un attimo, più veloce.
Era il mattino del 20 febbraio 1909, era nato il Futurismo.
Era nato il movimento artistico che tenne a battesimo tutte le avanguardie d’Europa.
Era nato il Futurismo, l’unico movimento artistico che decideva dapprima cosa andava fatto. E poi lo faceva.
Una rivoluzione totale, che investì e mutò per sempre l’arte, la politica, la vita di tutti i giorni, in un carnevale ultravariopinto e scanzonato di poesia, felicità, arte e amore per l’Italia.
Guidato con straordinarie audacia e generosità, cantato dal genio poetico di Marinetti, il Movimento Futurista si lanciò all’assalto su qualunque fronte fosse disponibile.
Contro l’Accademismo dell’istruzione e della cultura artistica, contro i metri costrittori della poesia, contro la cultura pensosa e burocratica che non frequenta la vita, contro la serietà e contro la filosofia, contro le pipe, le barbe e le pance.
Le pattuglie di poeti, pittori, scultori, musicisti, aviatori, soldati, canzonettiste, cocotte, giovani, vecchi, atleti, agitatori politici, anarchici, arditi, cuochi e fotografi italiani sono innumerevoli.
Dal genio illimitato di Umberto Boccioni e Giacomo Balla, alle poesie icastiche di Ubaldo Serbo, il più giovane futurista di Italia della Gil di Vicenza, è tutto un catalogo incredibile di vite, trovate, allegria, festa, guerra e arte di eccelso valore.
La velocità e il dinamismo, le parole in libertà e l’aeropittura, l’interventismo e la rivoluzione, l’apprezzamento delle idee futuriste da parte di Lenin e di Mussolini: perché nel Futurismo ci fu posto per tutti.
Anarchici e fascisti, atei e religiosi, allievi e professori, tutti invitati a lasciarsi andare a qualunque libertà, tranne quella di essere vili, a una libertà assoluta che deve dominare su tutto, tranne su di una cosa: la parola Italia.
Ogni cosa fu rivoluzionata e travolta, eppure innumerevoli furono gli stili futuristi. Tuttavia ancora oggi, appena un quadro o una poesia futurista capitano sotto gli occhi, riesplode la loro carica dirompente, la loro allegria.
Vano sarebbe tentare di scegliere nell’elenco senza misura, un artista o un poeta.
Eppure, per chi voglia ritrovare la novità tuttora attuale, futurista appunto, di uno splendido quadro, facciamo un elenco, anzi un appello, seppure minimo, scegliendo tra la strapotente inventiva dei futuristi. Perché non è descrivendo noi un’opera futurista che possiamo ricordare questo centenario: nelle orecchie echeggerebbero assordanti le pernacchie di Marinetti e dei suoi amici. E ci sarebbe il rischio di prendere anche qualche cazzotto.
Lo possiamo ricordare invitandovi a guardare un quadro, o a leggere una poesia, o a conquistare una donna, o a ideare una trovata che domattina ridipinga il vostro lavoro di allegria. Solo così, ci si può permettere un centenario futurista. Salvandosi dai loro sonori sberleffi e dai loro altrettanto sonori ceffoni.
Chiamamoli dunque in passerella.
Il Dinamismo in pittura di Umberto Boccioni. E la sua idea di trascinare lo spettatore dentro il quadro.
La pittura dei suoni colori odori di Carlo Carrà.
L’astrattismo di Balla, che non rappresenta alcun soggetto, ma le sensazioni che esso produce.
La guerra-festa di Fortunato Depero e la sua ricostruzione dell’universo, dai fiori, agli animali, ai giocattoli.
I romanzi di fantascienza di Enzo Benedetto e Volt.
Le mogli altrui timbrate nel momento più dolce con inchiostro indelebile, per essere certi di non sottrarsi a un confronto con i loro mariti.
Marinetti in Russia che beve benzina, Marinetti volontario di tutte le guerre tranne quella di Spagna, troppo clericale, Marinetti col santino del sacro cuore sempre sul petto.
Martinetti ancora sul Don per combattere la guerra veloce multifronte mussoliniana.
I romanzi sintetici di Piero Bellanova.
Le astrazioni liriche di Enrico Prampolini e Fillia.
I futuristi al tavolo della presidenza in Piazza Sansepolcro il 23 marzo 1919, non perché siano proprio fascisti, ma perché il Fascismo rappresenta pur sempre il programma minimo del Futurismo.
I futuristi alla guerra-festa di Fiume.
Le formule sinestesiche delle Cucina futurista.
Il Manifesto “Il controdolore” di Aldo Palazzeschi, che proclama la necessità di irrompere nelle corsie degli ospedali e ai funerali con nasi finti e coriandoli.
La vita aerea ingrediente indispensabile per rinnovare tutte le arti: aeropoesia, aeropittura, aeroscultura.
Alfredo Ambrosi, che si schianta al suolo con il proprio aeroplano e mezzo morto chiede un pezzo di aereo per dipingerci sopra le illuminanti visioni avute durante lo schianto.
Il pittore Corrado Forlin, che nell’ultima cartolina scritta in Russia poco prima di morire paragona scherzando i carri russi a enormi insetti che fanno prurito alla schiena.
Angelo Caviglioni, che esponeva i suoi quadri nei negozi di antiquariato e che per essi fissava le più incredibili cifre astronomiche.
Il pittore Mario Menin, di giorno combatte in Africa. Di notte non può dormire: perché Marinetti lo sveglia e lo obbliga a dipingere su teloni militari le battaglie della giornata.
Le aeropoetesse glorificatrici della guerra: Maria Goretti, Dina Cucini e Franca Maria Corneli, che durante
La poesia astratta di Alceo Folicaldi, scritta a passeggio tra i portici e i bordelli di Bologna.
Gli “intonarumori” di Luigi Russolo, i nuovi strumenti musicali indispensabili per distruggere il grazioso in musica.
Ma l’elenco è interminabile. I volti e le vite innumerevoli, le avventure mirabolanti. In Egitto con Nelson Morpurgo o a Capri con Gilbert Clavel, in Spagna con i legionari c’è Bruno Aschieri, a Napoli Francesco Cangiullo, in Sardegna si cantano le miniere, a Milano Mario Carli fonda l’ “Associazione Arditi d’Italia”.
In tutte le guerre i futuristi morirono allegramente per l’Italia: da Antonio Sant’Elia architetto al poeta Luigi Peroncabus, da Gioacchino Savarè caduto in Africa, a F. T. Martinetti, che lasciò in Russia i meccanismi del proprio cuore.
Un incredibile campionario di arte, vita, gioia e patriottismo scanzonato ma tremendamente serio.
I futuristi cantarono il disprezzo della donna, e ne furono ripagati da favolose conquiste. E le donne accorsero numerose tra le loro fila. Cantarono l’amore per il pericolo e partirono cantando per tutte le guerre che trovarono sottomano.
Il tutto condito da un assoluto favoloso amore per l’Italia.
Cercate un quadro futurista: ce ne sono perfino nei musei. Cercate un libro futurista: ce ne sono perfino in libreria.
Sarà questo il modo migliore per festeggiare questo giovanissimo Movimento di allegria e inventiva italiana che in questi giorni compie strillando i suoi primi teneri cento anni.
Adolfo Sansoni

"Venghino Signore e Signori”…così urlavano al circo per convincere la gente a vedere l’ultima attrazione. Oggi, si potrebbe utilizzare la stessa frase per convincere la gente a comprare la merce durante i saldi. Mentre, il popolo si sputtanava gli ultimi spiccioli rimasti in borse, scarpe e vestiti di cui non ha assolutamente bisogno, solo perché “sai, ci sono i saldi”. In altre parti del mondo, ovviamente quello più povero, i “padroni del mondo” correvano anche loro a fare spese, perché “sai, ci sono i saldi”.
Qua non si tratta più di svendere qualche capo d’abbigliamento della collezione scorsa, ma intere nazioni e popoli. Il caso più eclatante è quello del Madagascar, paese che sta venendo svenduto, letteralmente, alle multinazionali.
L’altro acquirente che ha tentato di approfittare dei saldi malgasci è stata
Fortunatamente, la popolazione del Madagascar è insorta (68 morti negli scontri tra manifestanti e polizia) e, almeno per il momento, l’operazione è saltata. Per quanto ancora si riuscirà ad impedirla?
Come detto il problema è che il sistema capitalista basato sulla “crescita infinita” non è più sostenibile per i paesi sviluppati, i quali stanno finendo le risorse, così che si inventano? Facile, si comprano la terra degli altri. Il Magascar non è che un caso di una tendenza in atto:
Ma ancora non abbiamo visto nulla; infatti, come rileva Chiara Tonelli, Docente di genetica all’Università degli studi di Milano e consulente dell’advisory group sull´alimentazione della Ue, “il 70% delle risorse idriche viene utilizzato oggi per l’agricoltura e il cambio delle abitudini mondiali dalla dieta vegetale alla carne aggraverà questo problema per produrre un chilo di riso ci vogliono mille litri d’acqua, per un chilo di carne 45mila). Ragion per cui chi può va a comprarsi e consumare l’acqua degli altri”. Se il buon giorno si vede dal mattino…
Insomma, “Venghino Signore e Signori”…c’è mezzo mondo da comprare in saldo!
Manuel

La sorte di Veltroni, dimissionario un istante prima che ci pensi la sedizione dalemiana ad attaccare la sua vacillante poltrona, non genera rimpianti e non commuove alcuno, anche perché il predetto non se ne andrà per strada, ma resterà comodamente seduto in parlamento e, se lo vorrà, potrà occupare il suo attico a New York.
Davanti a lui si apre un ventaglio di possibilità per il futuro, non essendo Uolter in età per fare il nonno, com’è accaduto al trombato Romano Prodi.
Torna d'attualità, ad esempio, il suo progetto di andare in Africa a far del bene in veste di missionario laico ... attenzione bingo-bongo, siete a rischio anche voi!
Oppure, avrà tutto il tempo di scrivere libri ispirandosi ai discorsi di celebri presidenti democratici americani, mentre in qualità di semplice deputato potrà dare contributi al Pd, se esisterà ancora fra qualche mese, bene inteso.
Di certo non amo Veltroni, eppure mi scappa un sincero: povero mozzarellone!
Ha svuotato i cassetti della scrivania e se n’è andato nello spazio di qualche ora, per quanto abbia cominciato a dimettersi già dalla notte di lunedì 16 febbraio.
Quegli ingrati della vecchia burocrazia democristian-comunista confluita nel Pd – contrari all'innovazione e alle "fughe in avanti", nonché a concedergli carta bianca per scongiurare le dimissioni – non gli hanno lasciato fare quello che voleva, gli hanno messo continuamente i bastoni fra le ruote.
Un’autentica Penelope, il nostro, che tesseva pazientemente la tela degli accordi politici, mentre il giorno dopo qualcuno smontava tutto … parole sue.
Colpa dell’astuto D’Alema in perenne e strisciante fronda? Colpa del pelatone Bersani, l’ultra-liberalizzatore ai tempi di Prodi, quello che "non facciamo a cazzotti sul Titanic"? Colpa di Soru, papabile per la futura segreteria del Pd ma sconfitto miseramente in Sardegna?
Tutta colpa loro?
Non direi …
Rilevo che il nostro critico cinematografico [fallito?] e giornalista [professionale come il Mastella della RAI e de Il Campanile?] è reduce da ben tre clamorosi fallimenti, che i futuri biografi non potranno ignorare né minimizzare: L'Unità, il Comune di Roma e ora il Partito Democratico, ormai vaso di coccio fra vasi – apparentemente e per ora – di ferro, il PdL berlusconiano e l'IdV dipietrista.
Fra l’invasivo ologramma Berlusconi che ormai potrebbe essere più simile al Grande Fratello – quello di Orwell, non quello televisivo – che ad una mortale e fisica persona, e il Bertoldo della politica italiana, Antonio Di Pietro, una sensibilità come quella veltroniana risulta inevitabilmente schiacciata.
Burocrate di partito fin dagli anni settanta, come giustamente rileva Carlo Gambescia nel suo ultimo articolo "Le dimissioni di Veltroni", il topo gigio-kennedy della scassata politica nostrana non ha alle spalle approfonditi studi economici, concrete competenze nel sociale e neppure esperienze sindacali significative ma, bensì, le mostre e le fiere del cinema in Roma, le figurine Panini quali gadgets de L'Unità, il “se po’ fà” della campagna elettorale e il celebre “ma anche” che identifica una [non] politica in cui tutto e il contrario di tutto si confondono.
E dove finiranno i volti nuovi, i simboli in carne ed ossa del [presunto?] rinnovamento politico che il segretario del Pd ha raccolto quasi a casaccio, in fretta e furia, e proposto agli elettori non molti mesi fa, in occasione della campagna elettorale che ha battezzato il Pd?
Dove finiranno, quando e se si tornerà alle urne in Italia, gli Antonio Boccuzzi, operaio superstite della Thyssen Krupp, le Marianna Madia, giovanissima “economista”, figlia di un attore amico di Walter, e i Matteo Colaninno, poco dotato erede di grandi industriali?
Già da tempo sembrano scomparsi.
In compenso ci sono, eccome, tutti i volti vecchi, quali i Letta e i Parisi, i Rutelli e i Turco.
Se qualche ingenuo ha creduto veramente in Veltroni, confondendolo con l’uomo del destino che miracolosamente suscita il nuovo e l'imprevisto, in una società prostrata, dai resti ormai in putrefazione di partiti storici, ora dovrà ricredersi del tutto, dato che il nostro – come il suo solito – è scappato nel momento più critico, producendo al Pd danni anche maggiori di quel che potrebbero fare i competitori politici berlusconiani.
Ma si può stare tranquilli ... c’è di peggio: l’ipotesi che si fa è quella di una lunga reggenza affidata al puffo Franceschini!
Eugenio

Nella società moderna, e in quella italiana in particolare, sembra vigere un atteggiamento adattabile a qualunque situazione: non programmiamo nulla, cerchiamo solo di risolvere le emergenze. Ogni volta che scoppia una crisi si cerca di mettere una pezza, ma pochi giorni dopo ci si è già dimenticati di tutto e si pensa a chi vincerà la prossima edizione del Grande Fratello.
Poche settimane fa, sembrava che saremmo rimasti senza gas, quindi senza riscaldamento; poi per fortuna, l’emergenza è rientrata e tutto continua come se niente fosse successo. Visto che al ritmo del mondo contemporaneo, qualche settimana è un tempo enorme, ricapitoliamo brevemente cosa è successo.
Quello che però mi interessa valutare è la situazione Europea e dell’Italia in particolare. Complessivamente, si stima che
Questo significa che le sorti energetiche dei Paesi europei sono nelle mani di Mosca, e della Gazprom in particolare, nonostante le presunte rassicurazioni del governo Berlusconi, che per bocca del Ministro dello Sviluppo Economico, Scajola, garantiva che “Nonostante le difficoltà dell'importazione di gas dalla Russia, l'Italia non presenta particolari preoccupazioni, grazie agli altissimi livelli di stoccaggio (si calcola oltre il 90% della capacità massima) che possono assicurare riserve per alcune settimane, ed ai consumi relativamente bassi, dovuti tra l'altro a un inverno inizialmente mite”. Il Ministro, però, si è dimenticato di dire che gli “altissimi livelli di stoccaggio” sono consentiti dalle importazioni da altri Paesi: Libia; Algeria; Norvegia; Gran Bretagna; Olanda; e Qatar, il cui gas verrà pompato nella rete nazionale grazie al nuovo rigassificatore di Rovigo, che assicurerà, a regime, la copertura del 10% dei consumi nazionali. Inoltre, il governo sta valutando la “Soluzione Nord-Africana”, che consiste nel favorire il potenziamento delle importazioni già in atto dalle regioni trans-sahariane (Algeria, Marocco, Tunisia, Libia).
Come si può facilmente capire, la nostra politica energetica dipende quasi esclusivamente da paesi esteri, i quali non necessariamente attuano politiche in accordo con le nostre esigenze. Basta vedere la situazione creata dalle tensioni tra Russia e Ucraina, che ci hanno fatto sperare a “un inverno inizialmente mite”; o all’accordo capestro firmato con
L’unica soluzione è ricostruire la resilienza locale. Il termine, poco conosciuto al di fuori dei settori ambientalisti, indica la capacità di un sistema di resistere alla crisi di una parte di esso o ad attacchi esterni. Tale sistema si basa sull’idea che uno Stato, o una comunità, produca le sostanze (l’energia nel nostro caso) basilari per la propria sopravvivenza in maniera autonoma, importando dall’esterno solo quello non strettamente necessario. Se ci trovassimo in tale situazione, la crisi russo-ucraina o i capriccetti di Gheddafi non ci creerebbero particolari incubi notturni. Come fare? Due sono gli aspetti su cui intervenire: uno prettamente energetico, l’altro culturale. Per quanto riguarda il primo, è assurdo che l’Italia produca meno energia eolica e solare di paesi più a Nord del nostro, come
Insomma, mentre il popolino è imbonito da isole, festival e grandi fratelli, l’intero paese è in mano a mafiosetti russi e a dittatorelli libici; ma non preoccupatevi, guardate pure la vostra televisione e correte a televotare…finché Mosca e Tripoli ve lo consentiranno!!!
Manuel
“Gridiamo a tutta forza Pietà l’è morta”, era il verso conclusivo di una nota canzone della guerra partigiana, scritta da Nuto Revelli.
“Un dio che è morto ai bordi delle strade/ Dio è morto nelle auto prese a rate” cantava il poeta Francesco Guccini nel 1968.

Oggi dobbiamo invece constatare che l’Italia è morta, con l’osceno DDl noto come il pacchetto sicurezza, con la morte di Eluana Englaro, ostaggio negli ultimi giorni di non vita della politica degenere e dei suoi giochi perversi, con l’espulsione di migliaia di precari dal mondo del lavoro e la cassa integrazione quale anticamera della perdita del posto di lavoro, con la legge fondamentale dello stato ridotta strumentalmente a un totem oppure, per contro, a un rotolo di carta igienica, con la scomparsa dello stato di diritto, con l’attacco al contratto nazionale dei lavoratori per evitare incrementi salariali, complici i sindacati gialli, con la trimurti dell’intontimento di massa Nazionale-Milan-Ferrari, con l’audience riservata dagli italiani, in odor di essere il moderno prototipo del popolo bue, al programma simbolo dell’immondizia mediatica, il Grande Fratello.
La nostra non è soltanto “una stanca civiltà”, per usare le parole di Guccini, avviata da tempo sul viale del tramonto e non ci sono più combattenti che calcano il patrio suolo, mossi da un qualche ideale, disposti ad affrontare “fatica, freddo e fame”, come scrisse Revelli nel testo della sua canzone, ma l’intera Italia sembra essere un malato terminale in preda ad una lunga agonia – popolata da incubi mediatico-berlusconiani e attraversata da spettri tardo-sinistroidi – prossimo ormai all’estinzione.
Alle ore 19.35 di lunedì 9 febbraio 2009 moriva in una clinica di Udine per arresto cardio-circolatorio dovuto a disidratazione una povera inferma, da diciassette anni tenuta in vita artificialmente, grazie a prolungati interventi terapeutici, e priva di coscienza.
Nonostante l’evento, nonostante il valore simbolico che negli ultimi giorni era stato attribuito alla vicenda della sfortunata Eluana Englaro, a causa dell’inedito scontro istituzionale fra la presidenza della repubblica e l’esecutivo di Berlusconi su un simile tema, se da un lato le indegne cagnare fra opposti schieramenti sono continuate in parlamento, dall’altro all’esterno della clinica
Per Berlusconi e i suoi il vero obiettivo non era e non è certo quello di difendere la vita umana, simboleggiata in quel drammatico caso dalla Englaro – come richiesto dalla Chiesa, la quale, facendo il suo mestiere, non può che metterne le sorti dell’uomo in mani divine – ma, bensì, quello di lanciare un attacco all’ospite del Quirinale, iniziando l’assedio del Colle per insediarvi in futuro il cavaliere, e naturalmente di accontentare la parte più intransigente e meno informata dell’elettorato cattolico, per il quale l’accanimento terapeutico non esiste e l’eutanasia è sempre e comunque sinonimo di omicidio.
Come se non bastasse, quella stessa sera ben otto milioni di italiani assistevano all’indecorosa kermesse del Grande Fratello incollati allo schermo televisivo, sotto gli auspici di Mediaset e indifferenti a tutto il resto, tanto da far credere che il lavaggio collettivo del cervello è ormai arrivato a buon punto.
Intanto procede spedito l’iter del DDl n° 733 che si rivelerà, a causa della sua insensata durezza da caccia alle streghe per compiacere l’elettorato leghista più tribale e più ringhiante, un errore fatale quanto lo furono le leggi razziali del 1938, dalle quali prese successivamente le distanze anche chi all’inizio le appoggiò, come fece il più grande filosofo italiano del novecento, Julius Evola ...
I grandi filosofi e le grandi intelligenze oggi sembrano definitivamente scomparsi, su questa penisola, ma in compenso c’è Maroni agli interni, che dichiara di voler essere duro e determinato, particolarmente con i più deboli, primi fra tutti gli immigrati e meglio se clandestini.
Forti con i deboli e deboli con i forti [ad esempio con il cartello bancario e la grande finanza internazionale] sembra essere il motto di maggior successo in questo paese esausto e lacerato.
Nel citato DDL si va dal reato di clandestinità, stabilito a prescindere dalle azioni commesse dall’immigrato non in posizione regolare, al meccanismo del permesso di soggiorno a punti, come se si trattasse di una semplice patente di guida, fino alla legalizzazione delle ronde private – per ora non armate, a dispetto delle intenzioni dei bottegai bossiani – spacciate per associazioni volontarie di cittadini, ma che saranno alimentate a nord dalle peggiori milizie leghiste.
Si schedano i senza tetto registrandoli su un apposito registro, nuovo di zecca, ma non certo per assisterli nella loro sfortunata condizione, non per evitare che muoiano di freddo per le strade – come è accaduto alla fine di dicembre del
Tutte queste misure rivelano l’abisso di ignoranza, bieco opportunismo e viltà che si cela dietro alle logiche discriminatorie che animano questo capolavoro dell’esecutivo in carica, fino a giungere ad indurre i medici, i quali hanno il dovere di assistere tutti, a varcare la soglia della delazione, denunciando i clandestini che ricorrono alle loro cure.
Questa ultima misura è particolarmente grave, perché in stridente contrasto con l’articolo 32 di quella vigente costituzione che tutto l’agone della politica di sistema dice di voler rispettare, il quale testualmente recita:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
E’ chiaro che questo esecutivo non è incline a riconoscere la salute come fondamentale diritto dell’individuo, di tutti gli individui, non soltanto di coloro che hanno cittadinanza o altro titolo formale per stare nel paese, né tanto meno brilla per rispetto della persona umana, ed esercita con il decreto una sorta di pressione sui medici – che dovrebbero essere soggetti in ogni angolo del pianeta al ben più importante giuramento di Ippocrate e ad un codice deontologico stringente – tale da spingerli a fare la spia, come è stato già rilevato da più parti.
Di più: leggendo il giuramento di Ippocrate nella sua versione antica, si scopre che “In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.”
Fin dalla notte dei tempi, dunque, il medico deve evitare di cagionare offesa e danno volontario a chi necessita delle sue cure.
Mi sembra evidente che denunciare gli immigrati irregolari bisognosi di assistenza è un atto che, per il medico, va contro lo stesso giuramento di Ippocrate …
Eluana Englaro è morta, moriranno molti immigrati non formalmente in regola i quali, pur afflitti da gravi problemi di salute, sfideranno la sorte non ricorrendo al medico per timore di essere denunciati, i senza tetto, schedati su apposito registro, continueranno a morire come prima, sulle panchine e per strada, a causa del freddo e dell’assenza di cure.
Anche il contratto nazionale di lavoro – unica vera fonte di garanzia per il lavoro dipendente – sta per morire, lasciando libero il campo agli interessi di un capitalismo cialtrone e parassita, a nuove forme di schiavitù che non riguarderanno soltanto gli immigrati.
Con loro se ne va anche il nostro futuro.
Italia l’è morta.
Eugenio

Al politico di mestiere, abituato a distribuire chiacchiere e ad alimentarsi con le pubbliche risorse, non conviene andare – che ne so – in Danimarca, dove da sempre i parlamentari sono molto meno pagati dei loro omologhi italiani, oppure negli Stati Uniti d’America, dove i ministri dell’amministrazione federale si dimettono [è accaduto durante la trista era di G.W. Bush] perché devono mandare i figli ad un buon college e non guadagnano a sufficienza, nel loro pur importante ruolo.
Men che meno l’astuto politico di mestiere, che vuol continuare ad evitare il lavoro senza rinunciare a benefit e redditi elevati, deve mettere piede sul suolo sloveno, perché in questi giorni i ministri dell’esecutivo di Ljubljana si sono tagliati la paga, a partire dal corrente mese, di 215 euro …
Non è certo la soluzione decisiva per i problemi che la crisi comporta anche nella piccola e ordinata Slovenia, ma è indice di senso di responsabilità, nei confronti dei cittadini di quel paese, e di una certa moralità di chi copre importanti cariche pubbliche.
Doti sconosciute, queste ultime, ai politici più pasciuti e meglio trattati del mondo, anche se poi si rivelano immancabilmente i più immorali e i più inefficienti: quelli italiani.
Infatti, basta aprire un quotidiano per apprendere che il premier sloveno Borut Pahor – assumiamo questo termine di paragone, perché d’attualità – arriva a guadagnare poco più di seimila euro lordi mensili, più o meno quanto i suoi ministri, con un tenore di vita, in quel paese, di poco inferiore a quello italiano.
Niente di paragonabile, dunque, al costo di un Berlusconi che è già straricco di suo, e tanto meno a quello del celebre dormiente del Quirinale, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, al quale spettano – a titolo di compenso, trascurando le numerose spese che il nostro con la sua semplice presenza genera – più di duecentomila euro lordi l’anno … che moltiplicati per i sette anni di mandato fanno una cifra non male, tanto da rappresentare i sette anni delle vacche grasse di craxiana memoria, ma soltanto per il presidente in carica e relativa consorte!
A prescindere dal fatto che una parte più che significativa della retribuzione di un deputato o di un senatore italiano è dovuta ai miserabili trucchetti dei rimborsi spese, comprese quelle riguardanti i rapporti con gli elettori, e che gli euro-parlamentari italiani sono i meglio pagati dell’assemblea [tanto paghiamo noi, non la mitica Europa dell’unione], non possiamo non rilevare che i pregevoli parlamentari italiani – fregandosene bellamente di una situazione sociale e occupazionale difficile, dalle fosche prospettive future – si sono di recente concessi, all’unanimità, un aumento stipendiale di ben 1.135 euro mensili, che per loro saranno anche noccioline, visti i cachet al quali sono abituati, ma che per un lavoratore metalmeccanico rappresentano praticamente una mensilità intera.
Del resto, l’italiano che ha la sfortuna di non essere “occupato in politica” l’abbonamento a piscine e palestre se lo deve pagare di tasca sua – esattamente come il biglietto dell’autobus – mentre per i “nostri” parlamentari tutto questo è gratuito e, più in generale, ogni cosa è ormai oggetto d’immeritato benefit.
E non si creda che a livello di enti locali, quali ad esempio le regioni, le cose siano molto diverse.
Prendo come esempio il consiglio della regione a statuto speciale Friuli Venezia Giulia [regione in cui vivo], in cui di recente è scoppiato l’inquietante e grottesco caso dei “consiglieri regionali a vita”, indicativo di come la degenerazione che parte dal centro ha ormai investito in pieno anche la remota periferia, per non dire la profonda provincia del paese.
L’antefatto è che nella citata regione vige una disposizione che impedisce ai consiglieri regionali di restare in carica per più di quindici anni [l’equivalente di tre legislature] e la pietra dello scandalo è rappresentata da alcuni furbetti del gruppo consiliare del PdL che ne hanno proposto l’abolizione, adducendo motivazioni sospette e fumose – quale, ad esempio, quella di voler “liberare” la politica da lacci e laccioli – e tentando il blitz proprio nel momento in cui i nostri occhi sono sempre di più puntati sul rapido deteriorasi della situazione economica e sociale.
La cosa, per fortuna, non è passata inosservata ed ha suscitato reazioni politiche, all’interno della stessa maggioranza come dell’opposizione, finendo in bella evidenza sui giornali locali.
Il presidente del consiglio regionale, Edouard Ballaman, di provenienza e di fede leghista, si è opposto in ossequio al suo elettorato visceralmente anti-politico, come pure il cartello del Pd, al quale non è sembrato vero di poter attaccare l’avversario dopo la cocente, doppia sconfitta elettorale dello scorso anno, in occasione delle politiche e delle amministrative.
All’interno dello stesso PdL, vista la malaparata e la risonanza mediatica del miserando casus belli, sono nati dissensi e lo stesso coordinatore regionale del cartello, Isidoro Gottardo – accortosi che la cosa avrebbe fatto perdere consensi a cappellate – ha tagliato la testa al toro sventando il proditorio abbattimento dei tre mandati, ma si è ben guardato di condannare duramente l’iniziativa … infatti, il nostro si è limitato a dire che la questione in oggetto non è urgente, non è politicamente opportuna e non rientra nei patti.
C’è da essere certi, comunque e vista la sostanza morale dei politici autoctoni, che in futuro tale “liberalizzazione” dei mandati potrà essere riproposta e forse, in un momento di generale distrazione dovuto alla crisi e alla disoccupazione che avanza ad ampie falcate, riusciranno a farla passare, garantendosi – oltre al lucroso cachet di non meno di sei mila euro mensili – anche il posto a vita.
Alla faccia del popolo che li elegge e soffre, che soffre e che continua – per un mix di stupidità, disperazione e mancanza di vera alternative – ad eleggerli.
E’ l’Italia, dunque, il vero paradiso dei politici, meglio se avidi e incapaci … purtroppo per noi!
Eugenio

Al momento, in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, è in discussione un Disegno di Legge sul problema della somministrazione di psicofarmaci ai bambini.
Il movimento "Giù le mani dai bambini" lancia la seguente petizione, che penso sia importante sostenere.
Il link dove firmare è: : http://www.giulemanidaibambini.org/petizione.html
Speriamo che una volta tanto i politici facciano qualcosa di veramente importante per le giovani generazioni.
Manuel
![]()
”25 Dicembre 2008, Bolzano.
Uno sciatore travolge sulle piste un altro sciatore, che poco dopo morirà per i traumi riportati. Anziché prestare soccorso, lo sciatore è fuggito. Dopo tre giorni, si costituisce solo perché vede l’identikit diffuso dalle forze dell’ordine.
Nel giro di sole 24 ore, viene rimesso in libertà.
23 Dicembre 2008, Viterbo.
Carmine Schiavone, esponente di spicco del clan dei Casalesi, dopo la segnalazione di uno dei figli, viene arrestato nella sua abitazione perché in possesso di un fucile e di una pistola detenuti illegalmente.
Nel giro di sole 24 ore, viene rimesso in libertà.
11 Novembre 2007, Arezzo.
L’agente della Polizia Stradale Luigi Spaccarotella uccide un tifoso già sulla sua vettura in autostrada con un colpo di pistola. Spaccarotella è accusato di omicidio volontario.
Non ha mai fatto un solo giorno di arresto.
25 settembre 2005, Ferrara.
Dopo l’intervento della Polizia, un giovane di 18 anni, Federico Aldrovandi muore in circostanze ancora poco chiare. Gli agenti che intervennero quella sera sono accusati di omicidio colposo.
Non hanno mai fatto un solo giorno di arresto.
7 dicembre 2008, Cesena.
Dopo la partita Cesena – Spal, nei pressi della stazione della città romagnola, scoppiano alcuni tafferugli, non cercati dai tifosi, tra questi ultimi e le forze dell’ordine. Al termine degli scontri, alcuni tifosi della Spal vengono ricoverati in ospedale per ferite di una certa gravità a tal punto che SARANNO PRESENTATI 29 ESPOSTI CONTRO LE FORZE DELL’ORDINE PRESENTI A CESENA. Il giorno successivo, due tifosi spallini vengono arrestati, condotti in carcere e, dopo alcuni giorni, costretti ai domiciliari in stato di arresto. Il capo di imputazione è lancio di oggetti e resistenza a pubblico ufficiale.
Oggi, 1 Febbraio 2009, ormai passati 2 mesi da quel fatto, permane lo stato di arresto, con le conseguenti restrizioni e con l’impossibilità, per uno dei due arrestati, di recarsi al lavoro, lavoro che, a causa di questa restrizione, ha perso.
Il dato di fatto è che ormai l’equazione ultras = criminale è stata del tutto assimilata dalla pubblica opinione e sposata da quasi tutti gli organi di stampa. La tolleranza zero, tanto sbandierata dai nostri governanti come unica soluzione per ogni minaccia sociale, vale dunque solo per pochi.
NOI NON VOGLIAMO ERGERCI A GIUDICI DI NULLA, NON VOGLIAMO EMETTERE SENTENZE, PERÒ VOGLIAMO, ESIGIAMO, RIVENDICHIAMO CON FORZA EQUITÀ DI TRATTAMENTO. VOGLIAMO CHE
La conferenza stampa dell’avvocato difensore dei due ragazzi arrestati, nel servizio trasmesso ieri da Rai Tre durante l’edizione serale del TG regionale: http://www.youtube.com/watch?v=AK3G8b9LbTo
ERIK E LUCA LIBERI

Obama produrrà cambiamenti epocali, in relazione al sistema economico e sociale vigente, con ricadute positive sull’organizzazione politica degli stati e delle nazioni e miglioramenti nelle relazioni internazionali?
Oppure la nuova speranza di un mondo afflitto dalla prima, inedita crisi “globale” si rivelerà soltanto un timido riformatore, che metterà in campo misure poco più potenti dei semplici palliativi, nonostante la cifra record di oltre ottocento miliardi di dollari da impiegare nei salvataggi?
Cosa pensa veramente, il brillante e telegenico avvocato di colore – che a detta di qualche maligno ha iniziato a preparare, con gran diligenza, la sua campagna elettorale fin dal conseguimento della laurea – del liberismo, del libero mercato senza limiti, dell'iniziativa economica privata all’ennesima potenza, moltiplicatore dello sviluppo, e del classico motto che tutto ciò storicamente riassume: laissez faire?
Ecco cosa pensa il nostro in proposito: "la questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto".
E’ bene analizzare con attenzione questa frase, perché rischia di essere rivelatrice del vero pensiero del novello presidente USA, non soltanto in materia economica e sul piano sociale, ma anche per quanto riguarda la politica internazionale e i rapporti con gli altri paesi.
Anzitutto, il riferimento, su un piano squisitamente etico, al bene e al male trattando di economia e in relazione alle politiche economiche da seguire – liberiste, dirigiste, keynesiane, ecc – rivela un approccio confuso e stranamente simile a quello dell’alleanza theocon–neocon, con una punta di immancabile sionismo e con gli interessi delle multinazionali e della classe globale, che ha sostenuto e manovrato per i suoi scopi, fino all’ultimo, il pessimo Bush.
Frase rivelatrice della presenza di una credenza messianica, comune a molti americani, la quale assegna agli Stati Uniti il ruolo della nazione eletta che rappresenta il bene assoluto, in contrapposto alle forze del male assoluto – che si celerebbero nei “coni d’ombra” ancora esistenti in vaste aree del mondo – sempre in agguato e pronte ad offendere, come nel caso del celeberrimo attacco del 11 settembre del 2001, e a contrastare con ogni mezzo l’unico popolo indispensabile esistente sulla faccia della terra, come ebbe a dire, a suo tempo, addirittura un presidente democratico: Bill Clinton.
Senza arrivare al punto di chiedersi se il male, per Barak Obama, va inquadrato prioritariamente in una prospettiva teologale, antropologica o cristologia, ci si può però interrogare sulle vere intenzioni del nostro, e più precisamente se il giovane presidente intende continuare – per altre vie, beninteso, e con mezzi diversi e più soft, rispetto alla precedente amministrazione – la lotta diuturna che fu di G.W. Bush e che tanti lutti addusse agli umani.
Scopriamo che il mercato è ancora, per Barak Obama e nonostante i disastri sociali e ambientali che ha provocato e sta provocando nello stesso continente americano, autentico generatore di benessere, che consente di espandere la libertà non soltanto negli Stati Uniti, dove questa c’è già, ma altrove nel mondo.
Il fine di espandere la libertà nel mondo – leggi l’esportazione del modello americano, dell'american way of life – è uno dei principali compiti che Dio ha assegnato alla nazione eletta, all’unico popolo indispensabile, e perciò i confini del libero mercato, che genera benessere e libertà, devono essere continuamente superati per fagocitare nuove aree del pianeta, fino ad arrivare al suo estremo limite.
Come altri presidenti americani che lo hanno preceduto, anche il giovane avvocato ha giurato sulla Bibbia e si è rivolto a Dio, nei suoi discorsi.
Discorsi molto belli, indubbiamente, condotti con un eloquio apprezzabile da un oratore affascinante, ben diversi da quelli aggressivi e pieni di gaffes del suo maldestro predecessore, ma dai quali non infrequentemente traspare l’ombra della mission affidata all’America dal divino.
E come nel caso di molti altri presidenti americani, anche dietro di lui si intravede come è inevitabile – più che il divino e il trascendente – l’ombra di potenti lobby economico-finanziarie, squali da oligopolio con appetiti monopolistici quali IBM e Microsoft, ad esempio, nonché famigerate banche d’affari del calibro JPMorgan, che fondano il loro potere e la loro stessa esistenza sull’espansione del libero mercato.
Ciò potrebbe spiegare perché il liberismo economico non scomparirà di certo con l’avvento dell’amministrazione di Barak Obama, a meno che i veri esperti in materia del team, che sono Larry Summers, nominato capo del National Economic Council e già uomo di Bill Clinton, e Thimoty Gheitner, ministro del tesoro federale, non impazziscono contemporaneamente.
Nondimeno, ciò potrebbe spiegare perché ai colossi dell’auto americana si preferisce prestare denaro pubblico in gran quantità, anziché nazionalizzarli e gestire direttamente, probabilmente con costi inferiori e maggiori benefici per la collettività, lo stato di crisi assicurando l’occupazione.
Per quanto riguarda i rapporti politici internazionali, certo questi saranno forse meno esplosivi e meno sanguinosi rispetto alla triste era Bush, senza però credere che Barak Obama potrà rinunciare a difendere la preminente posizione degli USA nel mondo, oppure che abbandonerà il sempre più aggressivo e determinato stato israeliano al suo destino.
Non verrà meno, come si è detto e come appare chiaro anche dalle parole dello stesso Obama, la mission americana nel mondo, né si rinuncerà ai principi del liberismo economico, al libero mercato, che vanno di pari passo con la libertà.
Segnali distensivi sono già stati dati, dal nuovo presidente, in particolare al mondo islamico – per segnare fin da subito uno spartiacque con i comportamenti della precedente amministrazione, ma senza interrompere l’impegno militare in Afghanistan – e al vero competitore degli USA, in una nuova, nascente fase bipolare:
Tuttavia, questa disponibilità del brillante avvocato e giovane presidente a tendere la mano a tutti, a riconoscere addirittura gli errori commessi dal suo paese, con Bush e i neocon alla guida, probabilmente trae ispirazione da una frase pronunciata, oltre un secolo fa, da uno dei più celebri presidenti americani, Abraham Lincoln: “Non sto forse sconfiggendo i miei nemici rendendoli miei amici?”
Eugenio