venerdì, 30 gennaio 2009

30 GENNAIO 1972: LA BLOODY SUNDAY

I can't believe the news today
Oh, I can't close my eyes and make it go away!
How long? How long must we sing this song? How long?
How long?
'Cause tonight...we can be as one
Tonight...
Broken bottles under children's feet
Bodies strewn across the dead-end streets
But I won't heed the battle call
It puts my back up, puts back up against the wall!
Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday (Sunday, Bloody Sunday)
All right lets go!
And the battles just begun
There’s many lost but tell me who has won
The trenches dug within our hearts
And mothers, children, brothers, sisters torn apart!
Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday
How long...how long must we sing this song?
How long?
How long?
'Cause tonight...we can be as one
Tonight,Tonight (Sunday, Bloody Sunday)
Tonight,Tonight (Sunday, Bloody Sunday)
Tonight, Come get some!
Wipe the tears from your eyes
Wipe your tears away
Wipe your tears away
I wipe your tears away (Sunday, Bloody Sunday)
I wipe your blood shot eyes (Sunday, Bloody Sunday)
Sunday, Bloody Sunday (Sunday, Bloody Sunday)
Sunday, Bloody Sunday (Sunday, Bloody Sunday)
Here I come!
And it's true we are immune
When fact is fiction and TV reality
And today the millions cry
We eat and drink while tomorrow they die!
The real battle yet began (Sunday, Bloody Sunday)
To claim the victory Jesus won (Sunday, Bloody Sunday)
Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday..

(“Sunday, Bloody Sunday”, U2, 1983)

 

Il 30 Gennaio 1972 è una data che ha segnato una svolta nella storia dell’Irlanda, e volutamente mandata frettolosamente in oblio dai mass media, che quando devono scegliere le “giornate della memoria” distinguono tra vittime di “serie A” e di “serie B”; come d’altronde fanno per il colonialismo, massima solidarietà agli africani colonizzati dai cattivoni europei, menefreghismo per gli irlandesi che tutt’ora vivono sotto il tallone di Londra.

 

Sappiamo più o meno tutti cosa ha rappresentato nei secoli la dominazione Unionista in Irlanda, quindi non mi dilungherò a parlarne in questa sede, concentrandomi solo su quello che avvenne quella fatidica “domenica di sangue”. Per la mattinata, nella città di Derry, o Free Derry come la chiamano i nazionalisti cattolici, l’ “Associazione per i diritti umani dell’Irlanda del Nord” aveva organizzato una manifestazione di protesta contro l’internamento, misura per la quale l’esercito inglese poteva arrestare militanti, o semplici simpatizzanti, nazionalisti, rinchiuderli in carceri di massima sicurezza e torturarli. Il diritto a manifestare venne negato, a seguito dei continui scontri avvenuti in città, teatro delle rituali marce orangiste, tra nazionalisti e unionisti. Nonostante questo, il corteo partì dalle colline sovrastanti per raggiungere il centro cittadino, ma una volta lì, il 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti Britannico, sotto la guida del Colonnello Wilford, aprì il fuoco sulla folla disarmata, colpendone 26, tra queste tredici , sei delle quali giovanissime, furono colpite a morte, mentre una quattordicesima persona morì quattro mesi più tardi per le ferite riportate. Due manifestanti rimasero feriti in seguito all'investimento da parte di veicoli militari.

 

La conseguenza di tale tragedia fu un aumento di intensità del conflitto: nei quartieri cattolici, il movimento dei diritti umani quasi scomparve, mentre i giovani correvano ad arruolarsi nell’IRA(Irish Republican Army), l’esercito indipendentista cattolico; mentre Londra aumentò la presenza militare e la repressione delle istanza nazionaliste. Il governo britannico nominò Lord Widgery di condurre un’inchiesta sull’accaduto, e come sempre accade quando ci sono coinvolte le forze dell’ “ordine”, il risultato fu l’assunzione dei militari, sostenendo che i manifestanti avevano sparato per primi, senza tenere conto che tutte le vittime erano disarmate.

 

Consiglio, a riguardo, la visione dello splendido film “Bloody Sunday” di Paul Greengrass, del 2002, girato in forma documentarista per rendere più reale la drammaticità dell’evento; in attesa che l’Europa ponga fine all’imperialismo inglese in Irlanda, e che tutta questa martoriata isola possa ottenere la libertà.

 

Manuel

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venerdì, 30 gennaio 2009

GIANO: IL DIO DEGLI INITIA

Proprio perché ogni cosa ha un inizio ed una fina riteniamo opportuno parlare di questa Divinità: Janus-Giano. Ora, perché Giano oggi come oggi e perché Giano come Simbolo di Sacralità del Tempo e di ogni impresa umana singola e di gruppo, qualsiasi significato gli si voglia dare? Presto detto: Giano in epoca Augustea fu riconosciuto come una Divinità assolutamente imprescindibile nell´opera di recupero della Tradizione e per il progetto di riaffermazione della Pietas nella Nuova Repubblica che poi divenne il Principato del Rex Augustus. Siccome si riteneva, già allora, parzialmente appannato da inaspettate evoluzioni sociali, il ricco patrimonio della tradizione giuridico-religiosa d´Italia, fu proprio sotto il segno di Giano degli Inizi che si volle cominciare una decisa opera di riaffermazione del carattere sacrale della Nazione intera e del Patto tra Uomini e Dei che si riteneva aver fatto di Roma una Capitale del Destino degli Uomini in meriti ad un ben preciso progetto civilizzatore universale. Per cui si ripartì da Giano perché fu Giano a officiare la nascita del Tempo sacro che vide in Roma un interprete così scrupoloso e perché fu Giano a definire l´essenza stessa del Tempo Sacro e dei suoi passaggi piccoli o grandi che siano. Questo Dio, per molti versi arcano e misterioso, era stato, parzialmente, offuscato in epoca appena pre-augustea in favore di altre Divinità anche straniere le quali ebbero molti meriti in ambito di arricchimento dell´ekumene romana. Il problema però si pose con il progetto di Restaurazione della Pietas vista anche come Mos Maiorum quindi come dovere del civis di proseguire il patrimonio indissolubile di riti e conoscenze in merito alle origini della propria civiltà. La sintesi tra Storia, Pietas tradizionale e Ordine Sociale vedeva come necessaria anche la riscoperta di Divinità originarie e non poteva, quindi mancare la figura di Giano. Il Dio Giano era un Dio totalmente romano e quindi italico, non aveva alcuna correlazione con Dei Ellenici o Egizi di cui andava di "moda" l´interpretatio e ciò aveva una ragione: i Romani pensavano che Giano fosse il vero e proprio Nume Tutelare del proprio Calendario e di tutto l’impianto Giuridico-Religioso romano, sicché per queste ragioni Ovidio ci può dire "nam tibi par nullum graecia numen habet"; per cui sappiamo che Egli è il Re d´Italia e che proviene dalla primeva Età dell´Oro, quando l´Indifferenziato diviene specificato nelle sue funzioni e nei suoi tempi sacri di lavoro, di guerra, di culto religioso in armonia con la natura e con gli astri. Giano infatti è il sigillo dell´apertura e chiusura del circolo del Tempo, in una concezione ovviamente non lineare e neppure progressiva ma circolare e ciclica. Nei dodici mesi egli apre e chiude le porte dell´anno e viene invocato per celebrare il vero e proprio Capodanno nel primo mese dell´anno che è Janua-rius, il mese della Porta sacra e dell´entrata del Tempo in una nuova ripetizione cronologicae. Nei riti si invoca Giano per qualsiasi attività si debba iniziare perché Egli è a sigillo di ciò che inizia, il Dio degli Inizi quindi Colui che ci può introdurre in una situazione, in una casa, in una celebrazione religiosa, in una attività anche profana. Giano è il Custode delle Porte del Tempo, le apre e le chiude con le chiavi sacre, le chiavi di Oro e Argento di cui tanto si discuterà, in ambiti più tradizionalisti, in merito alla appropriazione più o meno indebita operata dal mondo galileo e dalla struttura politica del Vaticano il quale ne ha adoprato i simboli in modo occulto nel suo stemma istituzionale. Le famose chiavi di San Pietro che, in modo neppure tanto velato, alludono alla custodia di un patrimonio sacro e alla apertura e chiusura delle porte del loro paradiso da parte di Pietro l´Apostolo di Gesù Cristo. Ovviamente non stiamo a entrare nel merito della nota diatriba in ambito tradizionalista di questo simbolismo che vede contrapposto il fronte di chi vede in questa simbologia una evidente continuità tradizionale e di chi ne vede invece la contraffazione o anche di chi giudica solo superficiale l’analogia dato che per alcuni Giano ha in mano una sola chiave che apre e chiude e non due. Ma di certo c´è che nel mondo Romano il Tempio di Giano era una sorta di presidio divino a guardia del tempo sacro, dei suoi ritmi tradizionali e anche delle sue attività più specifiche, vedi la Guerra e la Pace, ad esempio ma qualsiasi diade di espansione-contrazione, azione-reazione, lavoro-riposo, ciclo crescente solare-ciclo decrescente solare etc. Quindi abbiamo un Ianus Patulcius che apre e un Ianus Clusius che chiude.

Il Dio Giano infatti è un Dio doppio per via della sua iconografia: due sarebbero le chiavi che usa ma anche due i volti e spesso si associa alla sua Icona anche l’ascia bipenne con due lame uguali e contrapposte, tenute insieme da un asse fisso o anche immaginario come quello che separa e unisce le due porte del suo Tempio o anche le due teste del suo volto.

Infatti sappiamo che Giano era rappresentato come un Volto bifronte, a volte con aspetto maschile-femminile i quali potrebbero figurare come una simbologia di tipo alchemico rispetto alla Natura dell’Uomo che racchiude entrambe le polarità e le essenze, ma non solo l’uomo ma qualsiasi cosa della nostra natura: Ianus così diventa un Simbolo dell’Essere stesso e della sua polarizzazione. Ma è anche il Sigillo dell’Ordine che delimita tempi e modi dell’azione umana secondo le direttive indisponibili di Juppiter che è l’Ordinatore, il progetto della Vita e la Legge che conforma in modo logico ed equilibrato "tutte le cose visibili e invisibili", parafrasando la nota preghiera cristiana di sicura origine "altra". Sicchè Ianus diventa il Custode del Tempo e della regolarità del progetto di Juppiter e Colui che impedisce l’arbitrarietà dell’azione rituale e profana nei vari campi del nostro vivere, il Custode dell’Ordine cui tutti ci dobbiamo adeguare per vivere in maniera corretta il ciclo che abbiamo a disposizione nei tempi e modi giusti. Non stupisce quindi che il Nuovo Corso di Augusto e la sua Auctoritas siano propiziati dal recupero di Ianus e sotto il segno di Ianus-Quirinus: il Giano delle opere e delle attività concrete e della propiziazione alla prosperità ed alla "Felicità" di tutto ciò che si sarebbe dovuto iniziare e concludere nel migliore dei modi. Ad ogni modo vi sono aspetti arcani di questo Dio legati ai cicli naturali e agli stessi Solstizi, per questo si parla di Porte dell’anno con i passaggi del Sole nelle fasi specifiche di Solstizio di Inverno e di Estate e quindi di un ciclo temporale e di potenze che agiscono sotto il dominio di Giano che le incardina al suo Tempo sacro, ma ricordiamo anche che, cosa importante in questa sede e spesso non compiutamente ricordata, questo Dio tutela anche vari luoghi della Penisola. Giano risulta esistente nella toponomastica e nella denominazione di alcuni luoghi in varie regioni, a tutela, pare certo, di: porti, laghi, montagne e grotte ma anche di campi coltivati, terreni adibiti a pascolo, le stesse case. Giano quindi va visto non solo come Axis Mundi e in funzioni di Orologio Cosmico ma anche di funzioni ben delimitate e ordinatrici della nostra vita umana e negli spazi che noi occupiamo e delimitiamo. Possiamo definirlo anche il Dio del Limite? Assolutamente si, il Dio dei Limina, dei confini, della misura di ciò che si fa e del lavoro dei campi e nei campi. Giano è un Dio antico, arcaico ma anche molto riconoscibile nelle moderne necessità dato che ogni qual volta si parla di definire un confine ed un termine da vigilare si parla di Giano e anche questo non è ignoto alla toponomastica che ci indica, in alcune regioni, le attività che lo avrebbero visto come Nume Tutelare. Giano è a guardia dei confini, non dobbiamo aver tema di errori a definirlo in tal modo, quindi da Dio prettamente simbolico e occultato diventa una figura manifestamente attiva e partecipe della vita degli antichi Gentili Italici che ne avevano diffuso il culto in molte aree agricole ma anche a delimitazione di aree selvagge a mo’ di divisione tra il mondo selvatico ed il mondo degli uomini e delle relative attività umane. In una concezione totalmente organica di Tempo, Spazio e attività umane non stupisce che il Dio Giano sia un sigillo di confini intercittadini o naturali ma anche del sacro confine (Limes) che vede l’Italia intera giurare per Augusto e rimettere nelle mani di Augusto il fato della penisola e dei suoi popoli ora unificati in una onorevole e bene ordinata Repubblica dalle Alpi a tutte le coste girando per la Penisola e tornando alla Regione Istriana partendo dal famoso Faro dell’attuale zona di Montecarlo. Pare certo, analizzando i cippi confinarii del periodo che tutta l’operazione fu giuridica e religiosa e che vide trasporsi la figura dell´Augustus Octavianus alla figura di un contadino che delimita dei confini per stabilire una Patria Potestas su un terreno e poterlo poi coltivare con tutti i crismi della sacralità e degli auspici favorevoli. Questa attività di conduzione e di coltura erano posti sotto il segno di varie Divinità ma la prima di esse, nella serie dei Numi chiamati a soccorso e a tutela della propria azione rituale e politica, era proprio Giano con funzioni Augustee. Prova ne sia la citazione del Dio nei fasti di Ovidio in cui si specifica che sotto il suo segno le attività rendono l’anno propizio per attività produttive anche sotto il profilo della volontà di trasformazione di qualcosa: sotto il segno di Giano l’anno e l’azione che si inizia va a termine nella direzione di un compimento di un Opus, di un´opera di realizzazione e non di una semplice inerzia (iners annus) che vede una qualsiasi azione come una semplice e meccanicistica operazione di sopravvivenza. Augusto diventa Rex come Giano è un Rex a tutti gli effetti e Augusto cosa fa? Produce un’Opera di costruzione giuridico-religiosa e solca dei confini sacri che dovranno essere accompagnati dalla propriziazione a Giano perché essi diventino come un campo coltivato con un confine ben precisato e un’attività di ordinamento delle varie opere da svolgere: si crea una Nazione anzi si riconosce una Nazione che non è più uin semplice agglomerato tribale ma diventa altresì un vero e proprio terreno fecondato dall’azione rituale e dal lavoro fisico e spirituale del Re e Augure e quindi dotato di possibilità di "augere" e di comando. Ianus così esplica in toto le sue funzioni di passaggio da uno stato di quiete e di stasi ad uno stato di operosità e di cambiamento, in questa maniera secondo noi del mondo della tradizione romano-italiana, si esplica il più puro simbolo della funzione Januale di sigillo degli initia e di passaggio di stato materiale oltrechè, aspetto molto più conosciuto e palese, temporale e cosmico.

Giano diventa un suffisso di ogni operazione sacra e quindi di ogni Opus in ambito spirituale ma anche materiale e fisico, Janus presiede il nostro iniziare una pratica religiosa e mette sotto la giusta luce della Pietas anche le azioni profane purché, ovviamente, conformi allo Jus ed al Mos Maiorum.

 

Stefano

 

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giovedì, 29 gennaio 2009

COSI' SI TIFA SOLO IN PARADISO!

Sono tanti anni, ma proprio tanti, che vado allo stadio.

Tra Toro e Bologna, le mie due fidanzate, di batoste ne ho subite un sinfiterio. E a casa con con 4 gol sul groppone ci son tornato un bel po’ di volte. E non è mai stato divertente. Mai, tranne domemica scorsa.

Bologna-Milan, si annunciava divertente. Sui giornali, la formazione del Milan faceva paura: c’erano proprio tutti, ma tutti tutti. Eusebio, Di Stefano, Beckenbauer, George Best, Lev Jascin in porta, poi Zico, Maradona, Pelè e un paio di fotomodelle.

 

Sul campo, il Bologna gioca con ardore, come scrivevano i cronisti degli anni ’30.

Sul campo c’è pure l’arbitro Tagliavento: c’è da fidarsi, è stato indagato per Calciopoli e a tal proposito successivamente premiato. Ha potuto infatti dirigere la partita Bassa Silesia- Burgas, finale della massima competizione per rappresentative amatoriali europee.

Devono essere soddisfazioni.

 

Un rigore qui, un’espulsione là, e il Milan vince tre a uno già alla fine del primo tempo. La partita era finita un po’ prima. Tuttavia, accade qualcosa di imprevisto.

 

Sarà stata l’atmosfera: sì, perché lo stadio è stracolmo di milanisti. Gente che va allo stadio anche una volta all’anno, gente che sa tifare, e lo si capisce dai continui  gridolini assordanti, tipo quelli delle adoloscenti ai concerti rock. Gente capace anche di fare 300 foto col cellulare in una partita.  Ed ecco dunque il secondo tempo. Modelle che sculettano, divi in passerella, flash ininterrotti, e quando Kakà, lanciato sulla fascia destra da Dio in persona, svirgola malamente, i milanisti adorano all’unisono: “OOOOOOOOHHHHHHH!!!”.

 

Sarà dunque la presenza di Dio in campo, sarà che come si gioca in Paradiso però, lo sanno solo quelli di Bologna, ma capita questo.

Capita che i 10 manovali del Bologna corrono come dannati, pressano, attaccano ogni pallone, entrano su ogni modella gli passeggi accanto, si difendono e ripartono.

Segnano? No, questo no.

Ma giocano. Mentre i pochi bolognesi presenti allo stadio, quelli senza cellulare, quelli che non tirano le mutande sul campo per capirci, cantano.

Cantano, incitano, applaudono i loro 10 giocatori, almeno per un tempo veri atleti di un tempo che fu. E poi cantano, ma cantano tutti. Cantiamo anche in tribuna, che non l’abbiamo fatto quasi neanche il giorno della promozione.

“Tutti in piedi”, chiama la curva. E ci alziamo tutti anche in tribuna, e via con la standing ovation, scusate il francese. Poi un’ovazione a Sinisa in tribuna, che qualche cromosoma serbo mi sa che c’era in quel secondo tempo da leggenda. Poi ancora gli olè ogni volta che un rossoblù tocca la palla, tutti un po’ commossi, un po’ fieri.

Un milanista sotto di me, che ha la memoria del cellulare piena e non può più far foto mi chiede: “Ma fate sempre così quando perdete?”. Poveretto, bisogna capirlo. È un anno che non va allo stadio, ha le idee confuse.

Poi, dopo quell’ “OOOOOHHHH” alla svirgolata di Kakà, ecco Ronaldinho che batte un fallo laterale. Tutta Bologna sottolinea: “OOOOHHHH”. Ecco Beckam, che passa un pallone all’indietro. Bologna lo vede: “OOOOOHHH”. Ancelotti si gratta il mento e Bologna che sa riconoscere i campioni: “OOOOHHHHH”.

 

 

La partita ormai è terminata. Il Circo Barnum si prepara a esibirsi in un’altra città, sul campo restano le paillettes. Le ballerine, gli acrobati e le fotomodelle si avviano  verso una doccia qualunque di una domenica qualunque.

 

Bologna però chiama ancora i suoi 10 amici. Sotto la curva, che applaude e ringrazia, applaudono anche i giocatori. Un po’ impacciati, ma sorridenti.

 

Non so di chi sia stato il merito.

Il merito di rifiutare carta patinata e gossip, realtà virtuali costruite con migliaia di mila di milioni ed esigenze degli sponsor (quelli che hanno vietato a Kakà di andare in Inghlterra), i lifting e i sorrisi Durban’s del domatore delle splendide tigri ammaestrate a strisce rossonere.

Il merito di applaudire degli atleti forse anche un po’ “tristi”, cioè brocchi in bolognese, ma gagliardi (una volta si diceva così).

Il merito di preferire qualcosa di semplice e vero, ai soliti effetti speciali hollywoodiani.

Il merito di amare, anche solo per un tempo, lo sport come tale. Il merito di avere anche un po’ voglia di scherzare. Cose che al circo, dove i sorrisi son dipinti sulle facce, non si vedono mai.

 

Non so di chi sia il merito.

Forse un po’ di Bologna.

Forse un po’ di un serbo, membro di un popolo bizzarro che nel XXI secolo ha ancora il vezzo di essere genuino. Molto genuino.

 

Dino Fiorini

 

 

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giovedì, 29 gennaio 2009

IMMIGRAZIONE: QUELLO CHE NON VIENE DETTO

Dopo gli ennesimi fatti di cronaca, si torna a parlare di immigrazione e di cosa si dovrebbe fare per risolvere il problema: chiusura delle frontiere, espulsioni, militari, e chi più ne ha più metta. Il problema è che ormai la politica si è trasformata in un reality-show, dove al posto delle ideologie e della programmazione, si è stabilito un tele-voto mass mediatico, con la conseguenza che ormai l’importante è spararla grossa, che così a casa ci votano, il resto si vedrà.

Ovviamente il tema è gigantesco, ma credo che andrebbero fatte alcune riflessioni che mai, o quasi mai, trovano posto sui mass-media.

 

Innanzitutto, andrebbe detto che questi fenomeni migratori di massa, non sono il frutto del capriccio di delinquenti poveracci in cerca di paesi dove le leggi sono ridicole e il sistema giudiziario comico. In realtà, sono, in massima parte, frutto di un mondo che si sta sempre più, e sempre più ingiustamente, polarizzando, tra un Nord ricco, seppur in crisi economico-finanziaria, e un Sud sempre più povero, dove oltre all’atavica povertà si sta assistendo agli effetti devastanti del cambiamento climatico e al ritorno di malattie di cui da noi faticano a ricordarsi i nonni (si pensi alla lebbra, ad esempio). Il dramma è che i frutti di queste scellerate politiche guidate dalle lobby finanziarie, non ricadono sulle loro teste, rinchiuse in quartieri signorili, ormai spesso con guardie armate davanti ai cancelli, ma sulle spalle delle classi lavoratrici occidentali, che vengono sapientemente, e ad onor del vero con loro massimo gaudio, distratte da veline, Isole, Grandi fratelli e amenità varie. Finché non sarà questo scenario economico-politico globale a cambiare, scordiamoci di poter evitare folle di disperati poveracci che si vendono tutto pur di raggiungere l’ Eldorado occidentale.

 

Da qui, passiamo a vedere come l’Italia sta cercando(?) di affrontare la situazione. L’atteggiamento è piuttosto ondivago, rispetto alla gestione delle frontiere: si passa da accordi bilaterali con i paesi da dove partono i migranti, a accordi come quello di Schengen che rendono il controllo degli ingressi ingestibile. Approfondendo un attimo la questione si scopre, che per i primi non tutti funzionano; infatti se l’intesa con l’Albania ha dato i frutti sperati, quella con la Libia, peraltro fatta a discapito degli italiani a cui il regime libico ha sottratto ogni avere e che hanno perso le ultime possibilità di ottenere giustizia, si sta rivelando totalmente fallimentare. Peraltro, il motivo è abbastanza facile da comprendere: in Albania i migranti sono locali, quindi il governo può gestirli, mentre dalla Libia partono persone già emigrate lì, da Tunisia e Egitto soprattutto, quindi è chiaro che Tripoli ha tutto l’interesse a sbarazzarsene, piuttosto che tenerseli sul proprio territorio. Ancora più grave la situazione dell’accordo di Schengen alla luce dell’ingresso della Romania nella UE; infatti, seppur andrebbe detto che nulla hanno a che spartire i rumeni e i ROM, va riconosciuto che molti di questi arrivano con la semplice carta d’identità e quindi diventa impossibile gestirne i flussi. A questo punto, non dico l’abrogazione dell’accordo, ma quanto meno il rivedere certe parti mi pare una scelta non più rinviabile.

 

Alcuni aspetti deliranti sono contenuti anche nella legge conosciuta come “Bossi-Fini”, che uniti alla mala-burocrazia italica, rendono ancor più improbabile la gestione degli immigrati, e paradossalmente dei clandestini in primo luogo. Secondo la legge, un extracomunitario che volesse venire a lavorare in Italia, dovrebbe essere chiamato direttamente da un’azienda italiana nel suo paese di origine, oltre che rientrare nei “flussi” annuali autorizzati dal governo. Scusate, ma chi è l’imprenditore bisognoso di operai, o la vecchietta che necessita di una badante, che conosce personalmente un extracomunitario che risiede ancora all’estero? E’ evidente che questo meccanismo genera la clandestinità di buona parte di immigrati che lavorano in Italia, si badi bene che non parlo di delinquenti, ma di onesti lavoratori.

Ma anche ammesso che il sistema funzioni, esiste una procedura per l’ottenimento, o ancor peggio del rinnovo, dei permessi di soggiorno, talmente delirante che rende di fatto impossibile qualsiasi controllo. Eviterò di entrare nei dettagli, per evitare di annoiare e di scrivere un romanzo, quindi ridurrò il tutto a poche righe. Dopo aver raccolto tutta la documentazione necessaria, ci si può recare in Questura, gratuitamente, o alle Poste Italiane, a pagamento, e avviare la pratica. Premesso che spesso ci si trova davanti a personale impreparato, figlio della lottizzazione per le Questure e incapace spesso di fare il servizio postale, figuriamoci quello di Polizia, per le Poste, da lì inizia il calvario per il richiedente, e la “zona grigia” per lo Stato. Dal momento in cui la documentazione viene ricevuta dall’impiegato preposto, il quale effettua un mero controllo formale, l’extracomunitario riceve un tagliando, che attesta l’attesa di ricevere la risposta dalla Questura competente. Anche stavolta si faccia attenzione: non si attesta la regolarità della domanda, e quindi il diritto ad ottenere il permesso di soggiorno, ma semplicemente che il richiedente aspetta una risposta, che ovviamente potrebbe essere anche negativa! Il problema è che il tagliando vale all’incirca come permesso di soggiorno, tranne per il fatto che non ci si può recare all’estero esclusa la madrepatria; il risultato è che per mesi e mesi, qualunque extracomunitario, sia che abbia i requisiti per restare in Italia sia che non li abbia, possiede un documento che gli consente di girare liberamente senza rischiare l’espulsione: in pratica, esistono migliaia e migliaia di persone, per le quali non si sa se regolari o no, che hanno un valido “permesso di soggiorno”, salvo dopo svariati mesi ricevere notizia che tali requisiti non li avevano mai avuti! Come si può pensare che in tale situazione vi sia un reale controllo dei clandestini???

Va tenuto presente, che non è solo l’ingente mole di richieste la causa dei mesi di attesa, ma anche l’ottusità della burocrazia. Un caso per tutti: se chiedete un visto matrimoniale, l’unico documento sostanzialmente richiesto, è il certificato di matrimonio, cosa che nel 2008, potrebbe avvenire nel giro di qualche secondo via Internet. Invece, l’extracomunitario deve andare in Comune, portarlo in Questura e attendere mesi per ottenerlo. Problema suo direte voi! Invece no, perché per pochi che siano, richiedono comunque un impiegato del Comune che lo stampa, uno della Questura che lo accetta e uno che lavora per compilare il permesso di soggiorno…a discapito dei lavoratori in attesa e dei cittadini che non hanno sufficiente protezione dalle forze dell’ordine chiuse in ufficio a perdere tempo. Per brevità, vi risparmio il delirio e la perdita di tempo, per ottenere la cittadinanza italiana!!!

 

Poi c’è il problema CPT ed espulsioni: penso che qua si raggiunga il ridicolo! Una volta riconosciuto che l’immigrato non ha i requisiti per stare in Italia, non viene espulso, ma viene “parcheggiato” nei Centri di Permanenza Temporanea, a data da destinarsi. Uno dei motivi principali è che non si sa da dove provengono, quindi sono in espellibili; ma non basta, pur non essendo “regolari”, ma nemmeno “delinquenti”, vengono portati in strutture a metà tra il carcere e l’ostello, peraltro in condizioni umane discutibili e a carico dei cittadini italiani. Ora direi che i casi sono due: o sono “irregolari” e quindi in qualche modo vanno espulsi; o sono “regolari” e quindi lasciati liberi…solo in Italia può esistere il caso di una persona “regolare” ma arrestata. A tal proposito vorrei ricordare la genialità della proposta dell’attuale governo, che voleva introdurre il reato di immigrazione clandestina, ma senza pena!!!!

 

Insomma, la situazione è difficile, caotica, gestita da teleimbonitori e incapaci, che addirittura ci prendono anche in giro. Ora, per giustificare le loro colpe si sono inventati la storiella dell’immigrato, specialmente musulmano, che distruggerebbe la civiltà europea, solo perché vuole costruirsi le moschee o perché prega in piazza per le migliaia di martiri caduti a Gaza. Ma qualcuno vorrebbe spiegare a questi cialtroni che sono stati proprio loro a distruggere la “Civiltà Europea”, che ovviamente a poco a che fare con qualche crocifisso appesa nelle classi elementari, regalando la sovranità (economica, politica e culturale) all’invasore a “stelle a strisce”; a regalare l’indipendenza monetaria a una manica di speculatori finanziari con sede a Bruxelles e a New York; ad aver riempito i centri cittadini con Mc Donald’s e schifezze varie (altro che i kebab d’asporto); ad aver riempito la testa della gente con veline, schedine e zoccole varie; ad aver distrutto ogni vincolo comunitario in nome del libero mercato, ecc…altro che due lavavetri o qualche frutta e verdura pakistano!!!!

 

Giusto per concludere, un breve invito al presidente del consiglio: invece di fare battute “esilaranti” o voler trasformare l’Italia in una caserma (ovviamente solo per arrestare chi ruba una mela, non per chi evade milioni di euro di tasse, grazie ai bilanci falsi legalizzati!), provi a ricostruire un po’ di senso comunitario, e vedrà che buona parte dei problemi saranno già risolti.

 

Manuel

 

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mercoledì, 28 gennaio 2009

VIDEOGAME

Il tonfo sordo della sacca sul pavimento distolse definitivamente la sua attenzione dalle cosce della ragazza bionda che rideva parlando al tipo atletico appoggiato vicino alla porta di ingresso dell'aula di fisica e dai sorrisetti ammiccanti che i due si scambiavano e che non facevano che aumentare la sua rabbia.
Dopo averla appoggiata al suolo pensò che era stata una bella fatica portarla attraverso tutto il Campus fin lì, ma ogni macchina doveva essere lasciata nei parcheggi all'entrata e non si poteva fare eccezioni, neanche per lui e neppure in un giorno speciale come questo.
Su per le scale la cinghia quasi gli aveva segato il palmo della mano da quanto era pesante, così che per un attimo era stato dell'idea di aprirla lì ... e al diavolo tutto quanto. Ma sarebbe stato goffo e poco divertente e poi non doveva andare così.

Inginocchiatosi tirò lentamente la cerniera della sacca e ne ispezionò il contenuto, anche se l'aveva già fatto una decina di volte da ieri sera, sapendo bene cosa vi avrebbe trovato.

I due piccoli fucili mitragliatori uzi calibro 9 risplendevano sotto le luci al neon del corridoio affascinandolo, come quando due mesi prima li aveva presi in mano per la prima volta togliendoli dalla scatola portatagli a domicilio dal postino. La Beretta calibro 9 invece l'aveva già infilata nella cintura dei jeans e ne sentiva sulla pelle il freddo della canna, ma da lei non si separava più da tempo, era ormai come una seconda pelle.
Accanto ai due fucili mitragliatori uzi vide le quindici scatole di caricatori, il nastro isolante e  le venti bombe a mano, queste ultime erano delle sfere nere così rotonde, lisce, regolari, come fossero state gli addobbi scelti dal Diavolo per il proprio albero di Natale.
Si tranquillizzò perché tutto era al suo posto - come immaginava - e richiuse la sacca.

Alzati gli occhi, guardò fuori sul viale attraverso la finestra accanto a lui e per un attimo seguì con lo sguardo una foglia staccarsi dal ramo di una quercia, volteggiare sempre più lentamente nell' aria, come se questa stesse scegliendo con cura dove terminare la sua corsa, per poi posarsi delicatamente ma con estrema grazia al suolo sul marciapiede sottostante, venendo però quasi subito calpestata da due studenti che correvano in fretta per raggiungere un altro padiglione del Campus.
Quegli stronzi non stanno mai attenti a dove mettono i piedi, pensò.

"Ezril!" si sentì chiamare d'improvviso alle sue spalle. Voltandosi incrociò lo sguardo di Elisabeth, la capoclasse, che stava venendo a passi decisi verso di lui con la sua minigonna ed il suo golfino attillato seguita da Bryan, il suo ragazzo, con il suo solito sorriso ebete di chi si sente superiore a tutti solo perché gioca da anni nella squadra di football della scuola.
"Anche oggi non sei venuto a lezione" gli disse con una smorfia Elisabeth fissandolo "il Prof. Whilson ha chiesto di te e ci ha detto di dirti che con questa assenza non puoi più mancare, altrimenti non ti ammetterà neppure all'esame". "Ora che fai ?" continuò "Non vieni neppure alla lezione della Kirloch in aula di chimica?".

Non gli rispose, in silenzio distolse lo sguardo e, sollevata di nuovo la sacca, si allontanò dirigendosi rapido verso la biblioteca in fondo del corridoio, lasciando lì Elisabeth ed il suo ragazzo per un attimo perplessi da quell'atteggiamento, anche perché erano curiosi di sapere come mai quel tipo timido e taciturno, ma apparentemente intelligente, da più di un mese non si fosse più visto al Campus.

Certo che ci vengo in aula di chimica a trovarvi - si disse fra sé Ezril mentre si allontanava - e vedrete poi come si noterà la mia presenza, ma non adesso. Anche voi tra poco avrete finito di dirmi cosa devo o non devo fare.

Percorrendo il corridoio ignorò anche Henry Johansonn - quel biondo "surfista" del cazzo  pensò - e il suo amico Michael che anche stavolta, vedendolo, lo apostrofarono ad alta voce prendendolo in giro per il suo abbigliamento, come facevano sempre, anche per farsi notare dagli altri. Ma anche ad essi non prestò attenzione; tanto sapeva che, di lì a poco, li avrebbe incontrati di nuovo giù in sala mensa in compagnia dei loro amici.

L' appuntamento anche con loro era solo rimandato ... chissà - si chiese sorridendo tra sé - se tra una decina di minuti avrebbero ostentato entrambi tutta la loro sicurezza e giovialità.
Loro infatti erano alcuni di quelli per i quali si era riservato un trattamento speciale; con loro avrebbe usato le pallottole "dum dum", quelle dirompenti, con le quali aveva riempito due interi caricatori, ai quali aveva fatto sopra una segno con la vernice arancione proprio per riconoscerli velocemente nella sacca.

Nulla infatti era lasciato al caso. Nulla doveva andare storto. Tanto è vero che nell'ultimo mese invece di andare a lezione quasi ogni giorno era andato nel bosco dietro casa sua ad allenarsi con le sagome di cartone, alle quali prima sparava alle gambe e poi alle braccia e quindi alla testa, come nel videogioco. Fantasticando di come, dopo una tale sequenza di colpi e prima di finirli, magari li avrebbe anche potuti vedere strisciare a lungo tutti quegli stronzi, godendosi anche stavolta lo spettacolo ... oh sì, proprio come nel videogioco.

Percorso il corridoio, arrivò dinanzi alla porta dei bagni, che era appena prima di quella della biblioteca, si soffermò, l' aprì lentamente, sbirciò all' interno per entrare quindi nella toilette più vicina. Appoggiò la sacca sul water e l'aprì, mentre sentì che qualcuno dietro di lui entrava in fretta e si chiudeva nella toilette alla sua destra.

Con calma, quasi assaporando in modo mistico i gesti, cominciò a fasciare con il nastro isolante a gruppi di due le bombe a mano, appendendole delicatamente ai ganci che aveva predisposto sulla cintura dei pantaloni, così da poterle afferrare con estrema facilità, come aveva già provato da solo a casa. Inserì un caricatore in ciascuno delle mitragliette uzi, mentre con gli altri riempì le tasche del giubbotto e dei pantaloni. Quindi, dopo aver messo il colpo in canna ad entrambi i mitragliatori e tolto la sicura alla Beretta che era già carica, li impugnò.

Era pronto finalmente. Era a un passo dall' inizio, nessuno poteva ormai più fermarlo.
Cosa sarebbe successo dopo non gli interessava, non si era nemmeno posto il problema. Magari sarebbe andato a casa, avrebbe ordinato una pizza e nell'attesa si sarebbe rivisto in tv chiuso su in soffitta per non essere disturbato neppure da sua madre, che comunque quella sera era a lavoro in ospedale ed aveva il turno fino a tardi.

Sentì che chi era entrato poco prima nella toilette alla sua destra ne stava uscendo, aspettò dei lunghi secondi che quel qualcuno si fosse avvicinato ai lavabi, che avesse aperto e richiuso l'acqua e poi spalancò con un calcio violento la porta.

Dicono che i primi ricordi di un avvenimento nuovo ed emozionante che ti accade sono sempre quelli che ti restano più a lungo in mente, una sorta di imprinting emozionale. E gli occhi a mandorla oltre all'espressione, dapprima sorpresa, poi stupefatta ed infine terrorizzata di quell' asiatico del suo compagno di corso dal nome impronunciabile, Xiu Chang Li Chen o qualche merda di nome cinese del genere, furono ciò che in effetti ricordò più a lungo dei momenti successivi.
Dimenticò infatti quasi subito la testa mezza spappolata dello stesso Xiu Cheng Li Chen e la materia cerebrale che ne usciva dopo che lo aveva colpito con due lunghe raffiche.
In cosa era bravo quel tipo? Forse in matematica gli sembrava di ricordare. Sì, era certo così, tutti gli asiatici erano bravi in matematica, magari non erano bravi a difendersi, ma nelle materie scientifiche sapevano cavarsela.
Piuttosto - rifletté preoccupato - quelle due lunghe raffiche solo su quello stronzo di Xiu era stato un inutile spreco di colpi. Uffa! Doveva restare lucido e stare più attento a non esser avventato. Doveva restare calmo e concentrato per non sprecare munizioni inutilmente come nel videogioco, se voleva divertirsi a lungo. Ma era così difficile, perché adesso tutto era così dannatamente bello e reale ...

 

Isher

 

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categoria: cultura


mercoledì, 28 gennaio 2009

IMPRENDITORI UGUALE RICATTATORI?

Il caso FIAT è emblematico di come i più noti imprenditori e manager italiani, nella fattispecie l'AD Marchionne, possono permettersi di usare i posti di lavoro – e gli stessi lavoratori con le loro famiglie – come autentici ostaggi per ottenere i finanziamenti dallo stato.

Dopo aver siglato una lettera d’intenti per la Global Strategic Alliance [Alleanza Strategica Globale] con Chrysler, puntando con tutta evidenza sul mercato USA e su alcuni nuovi modelli di auto, parte di marchio Chrysler e parte di marchio FIAT-Alfa Romeo, da vendere in America attraverso locali concessionari, fra i quali quelli della celebre Dodge, Marchionne tenta la carta del ricatto nei confronti dell’esecutivo in carica in Italia: 60.000 mila posti di lavoro a rischio, in assenza di incentivi alla rottamazione per l'acquisto di nuove auto o, comunque, di un flusso di denaro pubblico a sostegno.

Se lo stato è disposto a impiegare miliardi di euro per correre in soccorso degli usurai delle banche, perché non dovrebbe dare i soldi anche a Marchionne?

In caso contrario, Marchionne ha pur sempre qualche altra opportunità – nonostante la crisi della quale nessuno sa prevedere ampiezza e durata – negli Stati Uniti d'America, dove i finanziamenti alle grandi case produttrici di automobili li concedono, vedi il salvataggio G.M. ...

Il nostro brillante manager, alla testa di una casa automobilistica ristrutturata, riposizionata sul mercato – e inevitabilmente ridimensionata, rispetto ad un glorioso passato – può sempre ridurre  le attività in Italia e aumentarle altrove, in particolare in quei paesi dove i finanziamenti, i prestiti fatti con denaro pubblico si concedono.

Bene inteso, nella lettera d’intenti del 20 gennaio del corrente anno si precisa, oltre al corrispettivo concesso a FIAT nella misura del 35% del capitale di Chrysler, che il produttore americano avrà così “accesso a piattaforme competitive per veicoli a basso consumo, motori, trasmissioni e componenti che saranno prodotti negli stabilimenti Chrysler”.

Soddisfatti anche i sindacati americani, ed in particolare i vertici della United Auto Workers – il sindacato americano dei lavoratori del settore, con sede a Detroit – a partire dal Key People, per noi italiofoni presidente, Ron Gottelfinger.

Meno soddisfatti i sindacati italiani, CGIL in testa, per le fosche prospettive occupazionali che si profilano negli stabilimenti della FIAT auto nostrani e nell’indotto del settore.

Marchionne, con tutta evidenza, è certo di avere le risorse per mettere in atto l’accordo con Chrysler, ma vorrebbe anche un lauto contributo da parte dello stato italiano.

Ecco, allora, che si utilizzano i lavoratori FIAT come autentici ostaggi nei confronti del governo Berlusconi, incapace come i precedenti esecutivi di affrontare i problemi sociali che tendono ad ingigantirsi, assai poco coraggioso nel mettere in discussione i privilegi dei cartelli nazionali – quali, ad esempio, quello bancario e quello assicurativo – nonché prono nei confronti della U.E. e dei parametri di Maastricht ...

D'altra parte, perché Berlusconi non dovrebbe dare i soldi – non i suoi, bene inteso, ma i nostri, lavoratori italiani della FIAT auto compresi – agli imprenditori, quando ha proclamato ufficialmente non molto tempo addietro, davanti ad una folta  platea di aderenti a Confindustria, "sono uno di voi"? 

 

Abbiamo ormai ben compreso come per molti imprenditori e top manager la crisi rappresentasse, fra l'altro, una serie di opportunità e di vantaggi: ottenere soldi dallo stato a fondo perduto, non rinnovare i contratti di lavoro a termine, cassaintegrare i lavoratori, in particolare quelli "scomodi" o giudicati in soprannumero.

Unico fine, anche davanti alla tempesta che sta arrivando, mantenere alto il tasso di profitto.

A questo punto, non soltanto è scontato che il maggior peso delle gravi difficoltà economiche che si profilano all’orizzonte, graverà sulle spalle del lavoro dipendente, in particolare del settore privato, ma anche che gli stessi lavoratori, con moglie e figli al seguito, possono essere usati da grandi e privatissimi interessi come “merce di scambio”, o addirittura come ostaggi, secondo la banditesca logica: o tu, stato, mi finanzi, o io metto in strada decine di migliaia di persone.

E’ chiaro che un sistema che permette simili abomini dovrà giungere al capolinea, e forse, grazie alla crisi vi giungerà in breve tempo.

 

Eugenio

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categoria: economia


martedì, 27 gennaio 2009

NEWSLETTER N.10

DOSSIER

 

CRISI ECONOMICA O CRISI DEL SISTEMA?

 

CRISI ECONOMICA: Errate analisi e false soluzioni, di Manuel

LA GRANDE CRISI DEL 2008: Quello che la gente non sa, da disinformazione.it

CRISI FINANZIARIA MONDIALE DEL 2008: Intervento di Alain De Benoist

LA FINE DI UN’ERA: Intervista a Walden Bello, da Liberazione

TRACOLLO FINANZIARIO GLOBALE: Analisi e vere cause, di M. Chossudovsky

IL CAPITALISMO FALLIMENTARE E I VERMI DELLA PUTREFAZIONE, di Eugenio

SULLA VIA DEL NECROCAPITALISMO, da mirorenzaglia.org

LA VERITA’ DIETRO LA NAZIONALIZZAZIONE DI CITIGROUP, da ariannaeditrice.it

IL NUOVO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO IN ITALIA: Crisi e padroni, di Eugenio

UNA MATTINA DI UN TRANQUILLO GIORNO DI CRISI, di Eugenio

GUERRA FINANZIARIA: USA contro Europa, da ariannaeditrice.it

 

 

SPECIALE GUERRA A GAZA

 

PARLA HAMAS: Interviste al portavoce in Cisgiordania e al Capo Ufficio Politico

BOICOTTA ISRAELE: Iniziativa popolare, aziende da boicottare e intervento di N.Klein

VERITA’ SU HAMAS E SULLA GUERRA:Intervento di N. Finkelstein

VIAGGIO NELL’INFERNO SIONISTA: L’odio sionista per immagini

MASSACRO A GAZA: La testimonianza di Padre Manuel Mussallam

STRAGE DI GAZA E MONDO ARABO: Messaggio dell’Ayatollah Khamenei

LIBERIAMO GAZA DA ISRAELE: Commento da oppostadirezione.altervista.org

 

 

POLITICA

 

LE DEGENERAZIONI DEL COMUNISMO: I casi Cina e Italia, di Eugenio

GIU’ LE MANI DALLA SALSICCIA: L’ipocrisia di fronte alle preghiere musulmane, di

                                                                Desiderius Hampel

LA VITTORIA DI OBAMA E LA RUSSIA: Nuovi scenari geopolitici, da eurasia-rivista.org

OBAMA,BRZEZINSKI E MUMBAI: Una nuova operazione della CIA?, di Manuel

BARACK OBAMA E LA SINDROME DI STOCCOLMA: Italiani: schivi e felici, di Manuel

GUERRA IN CONGO: Multinazionali in azione, di Manuel

GUERRA TRA THAILANDIA E CAMBOGIA: Tensione in Asia Sud-Orientale, di Manuel

CRISI THAILANDESE: Cosa si nasconde dietro la crisi thailandese, di Manuel

CASO ALITALIA: La CGIL contro i lavoratori, di Manuel

 

ATTUALITA’

 

 

IL GRANDE AFFARI ARCI: Come l’ARCI truffa lo Stato, da Il Giornale

CASO SKY: Pay tv e libertà d’espressione, di Manuel

CASO GAVIANO: Già finito l’effetto Gomorra?, di Orso

MASS MEDIA E POTERE: Il ritorno della destabilizzazione politica, di Manuel

MANIFESTAZIONI STUDENTESCHE: L’aggressione a P.zza Navona e i giochi di

                                                                  potere, di Manuel

IL REGIME E LA SATIRA: Realtà o leggenda?, di Manuel

 

ECONOMIA

 

SOSTENIBILITA’ ECONOMICA E GIUSTIZIA SOCIALE:Intervista a Vandana Shiva

VOLTI CELATI DEL CAPITALISMO: Globalizzazione e Nord-Est, da mirorenzaglia.org

IL CONTRATTO CONCORDATO: Cos’è e cosa c’è da sapere, di Laura

 

 

SCUOLA E UNIVERSITA’

 

RIFORMA GELMINI: Realtà e propaganda, di Manuel

SCUOLA PUBBLICA E GLOBALIZZAZIONE: Contro la Riforma Gelmini, di Eugenio

ELEZIONI ALLA SAPIENZA: L’Onda dura poco…, di Manuel

SI STA COME D’AUTUNNO SUGLI ALBERI LE FOGLI: Gli studenti e il futuro, di Eduardo

PERCHE’ STUDIARE?, di Orso

 

ECOLOGIA

 

CONFERENZA DI POZNAN: L’ennesima perdita di tempo, di Manuel

 

CIBO, ALIMENTAZIONE E SALUTE

 

GUERRA AL LATTE CRUDO, o ai produttori locali?, da disinformazione.it

NON PIANGETE SUL LATTE PASTORIZZATO, di Desiderius Hampel

 

STORIA

 

LA RIVOLUZIONE UNGHERESE: Studenti, carri armati sovietici e Napolitano, di Manuel

CANZONI UNGHERESI: L’insensatezza dell’anticomunismo oggi, di Desiderius Hampel

 

CULTURA

 

DIFFICILE FARNE SENZA: La televisione iraniana in Italia, di Desiderius Hampel

CABARET VOLTAIRE: Intervista a P. Buttafuoco, da il giornale.it

YUKIO MISHIMA: Sole e Acciaio, di Manuel

STATO DI PAURA: Un romanzo del recentemente deceduto M.Crichton, di Manuel

LOUIS DUMONT: Il sistema delle caste, di Orso

IL MIRACOLO DI SANT’ANNA: L’ultimo capolavoro di Spike Lee, di Manuel

CAMMINI DEL CONOSCERE: Recensione del Prof. A. Porcarelli

BREITENFELD: La nuova “novella” di Isher

 

 

TRADIZIONE

 

LA BEFANA: Madre primigenia, da centrostudilaruna.it

SOLSTIZIO D’INVERNO: Nasce il Sol Invictus, di Manuel

IL GIORNO DI SAN NICOLA: La vera storia di Babbo Natale, di Desiderius Hampel

HALLOWEEN: Inizia l’anno celtico, da centrostudilaruna.it

 

SPORT

 

POLIZIA AGGREDISCE TIFOSI SPAL: Vogliamo la matricola sulla divisa!!!

 

BOLOGNA

 

POVERA BOLOGNA: Il triste scenario politico cittadino, di Manuel

 

EVENTI

 

UNA CULTURA PER L’EUROPA: Incontro a cura dell’Associazione Edera

lunedì, 26 gennaio 2009

PARLA HAMAS: INTERVISTA A KHALED MESHAL, CAPO DELL'UFFICIO POLITICO DI HAMAS

A metà di maggio 2008, i collaboratori di Counterpunch Alexander Cockburn e Alya Rea erano insieme ad un gruppo di americani che si è seduto a parlare per due ore, in una casa della periferia di Damasco, con Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas. Quanto segue è la trascrizione di ampi stralci dell’intervista.


dal sito Counterpunch
traduzione di Gianluca Freda


Meshal: Noi, come palestinesi, abbiamo l’onore di rappresentare una causa giusta. Abbiamo sopportato atrocità e occupazione. A causa d’Israele, metà del popolo palestinese vive sotto occupazione all’interno della Palestina e l’altra metà vive al di fuori di essa senza avere una casa. Oggi noi, come popolo palestinese, come nazione palestinese, desideriamo solo vivere in pace, senza più occupazione. Noi rifiutiamo l’occupazione. Rifiutiamo le atrocità. E rifiutiamo di restare senza una patria e lontani dalla patria. Non abbiamo problemi con nessuna religione del mondo, né con alcuna razza. Sappiamo molto bene che Allah onnipotente ha creato gli esseri umani in razze e religioni differenti e che ci ha chiesto di conciliare queste diversità. Per questo motivo, chiediamo la stessa cosa alle nazioni di tutto il mondo, affinché sostengano questa giusta causa. Il nostro problema è con la politica ingiusta della comunità internazionale: in particolare con la politica ingiusta dell’amministrazione americana. Naturalmente, non consideriamo il popolo americano responsabile di ciò. Ho visitato molte volte l’America. E so bene che il popolo americano è un popolo gentile. Ma il nostro problema è con la politica estera delle varie amministrazioni americane. Noi abbiamo accettato uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Ma la comunità internazionale non è riuscita a costringere Israele a fare la stessa cosa. Perciò, cosa resta da fare ai palestinesi se non resistere? Da parte nostra, preferiremmo un percorso di pace. Ma troviamo questo percorso di pace bloccato. Per questo, ai palestinesi non resta altra opzione che la resistenza. E questo spiega perché il popolo palestinese abbia eletto Hamas e perché, in mezzo alle carestie, alla fame e all’assedio inflitti oggi al popolo palestinese, si noti sempre la stessa cosa: il popolo palestinese sostiene Hamas.

Gaza è il più grande campo di concentramento della storia. Ricordate la legge di Newton, secondo la quale ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria. L’occupazione israeliana è l’azione, la resistenza è la reazione. Ogni volta che in un’occupazione si incrementa il livello delle atrocità, allo stesso livello si incrementa la reazione della resistenza. I nostri razzi rientrano in questa formula. Se le atrocità e l’occupazione si fermassero, anche i razzi si fermerebbero.

Israele è abituato a decidere da solo le proprie azioni, ad accendere il fiammifero quando vuole e spegnere il fuoco quando vuole. Non vogliono un accordo reciproco. Sapete perché? Perché sentono che gli arabi sono deboli. Perché allora dovrebbero rispettarli? Perché dovrebbero costruire con loro una qualsiasi formula di reciprocità? Ecco perché io dico che non può esservi pace tra un partito debole e uno forte. La pace si costruisce tra partiti forti. Siamo pronti alla pace, ma ad una pace forgiata dalla competizione e dalla reciprocità, senza più atrocità e senza occupazione.

Alexander Cockburn: Lei quale crede che sia la strategia o la prospettiva di Israele? Quale la sua idea di una soluzione?

Meshal: Io credo che Israele voglia tenersi la terra di Palestina. Gaza è un caso eccezionale. A causa delle dimensioni e dell’alta densità di popolazione, ad Israele è convenuto andarsene. Ma a causa di considerazioni religiose, possibilità di accesso alle fonti idriche e presenza di avamposti militari, Israele non accetterà mai di cedere la West Bank. Sì, forse potrebbero offrire il ritiro dal 60 o 70 per cento del territorio. A volte offrono il 40 o il 50 per cento. Ma è solo una tattica temporanea che serve a guadagnare tempo, a costruire o rafforzare una “realtà sul terreno”, ad espandere gli insediamenti e frammentare il territorio in modo tale da rendere impossibile la creazione di qualunque entità nazionale. In qualunque proposta di pace, Israele chiede sempre di mantenere quattro blocchi di insediamenti sulla West Bank. Il più grande è quello che circonda Gerusalemme; il secondo blocco è quello della zona settentrionale della West Bank; il terzo è quello nella zona meridionale della West Bank e il quarto è quello nella Valle del Giordano. E allora che cosa rimane della West Bank?

Quando l’ex presidente Carter è venuto a trovarmi, gli ho detto che le condizioni in cui si svolsero gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele non esistono più. In quei giorni, Israele era costretto o sottoposto a pressione per firmare gli accordi per due motivi. Prima di tutto, la guerra del 1973. In quel momento Israele aveva capito che l’Egitto non era un paese facile da sconfiggere. La seconda ragione è che l’allora primo ministro Begin aveva compreso che era nell’interesse di Israele isolare l’Egitto dal resto della comunità araba. Oggi Israele non è sotto il peso di nessuno di questi condizionamenti. Abbiamo detto all’ex presidente Carter che la resistenza palestinese è l’unico potere che possa spingere Israele a muoversi.

Domanda: Accettereste uno stato unico?

Meshal: Il problema non è che cosa i palestinesi o gli arabi accetterebbero. I palestinesi hanno accettato molte cose. E gli arabi hanno accettato molte cose. Ma Israele le ha rifiutate. Anche alle organizzazioni americane, che gli israeliani appoggiavano, sotto gli auspici dell’America, Israele non ha obbedito. La domanda da porsi è: Israele accetterà o no? L’errore nella strategia araba e nella strategia della ex leadership palestinese è consistita nelle varie offerte generose, puntualmente respinte dagli israeliani. Noi non seguiremo questa strada. E’ Israele a dover fare un’offerta. Devono essere loro a proporre ciò che sono disposti ad accettare. Poi noi daremo la nostra risposta.

Alexander Cockburn: Lei ha detto che la forza e la capacità di resistenza sono le uniche cose che Israele e i suoi sostenitori sono in grado di capire. Come continuerà e si svilupperà questa resistenza sotto la guida di Hamas?

Meshal: La resistenza in Palestina vive all’interno di una situazione del tutto anormale. Nelle normali condizioni in cui si sviluppa una resistenza, la Palestina non ne avrebbe alcuna. Non esiste un partito internazionale che la sostenga. I vicini arabi e le regioni limitrofe non apprezzano la resistenza, anche se ci sono alcuni partiti regionali che collaborano con essa. Quindi, in una prospettiva olistica, la “totalità” dovrebbe aver ragione della resistenza. Allora qual è il segreto dietro la tenacia della resistenza? Prima di tutto, la ferocia dell’occupazione. Una simile pressione crea una reazione nel popolo, che è appunto la resistenza. Il secondo elemento è l’intransigenza israeliana. I palestinesi hanno tentato l’opzione negoziale e hanno offerto al processo di pace una possibilità di avere successo: gli accordi di Oslo, il loro seguito, il 1991 e la Conferenza di Madrid. Il popolo palestinese ha rispettato il processo di pace, ha scelto la strada dei negoziati e il risultato è stato negativo. Di conseguenza, il popolo palestinese ha capito che ogni altra strada è bloccata. Questa realtà ha spinto i palestinesi ad essere tenaci nella resistenza. Terzo, non c’è nessun altro partito a livello internazionale su cui i palestinesi possano contare. L’amministrazione americana potrebbe esercitare pressione sugli israeliani, ma non lo fa. La comunità internazionale è inerme di fronte a Israele.

Per questo motivo, il popolo palestinese considera la resistenza non un opzione o un’alternativa, ma un sistema di vita, una regola per sopravvivere. Ora, questa resistenza ha un futuro o il tempo gioca a suo sfavore? Io direi che il futuro appartiene alla resistenza e che il futuro appartiene al popolo palestinese. Oggi Israele rifiuta le proposte fatte dagli arabi e dai palestinesi: è Israele a perderci, perché il futuro non gioca a suo favore.

Domanda: Hamas sarebbe disposto ad accettare una “soluzione dei due stati” se Israele si ritirasse entro i confini el 1967?

Meshal: Allo scopo di unificare sul piano politico le posizioni palestinesi, ci siamo accordati, nel 2006, su una piattaforma politica che poi abbiamo sottoscritto. Lo abbiamo chiamato Documento di Conciliazione Nazionale. E in esso abbiamo dichiarato di accettare uno Stato di Palestina sulla base dei confini del 1967, comprendente Gerusalemme, senza insediamenti e con il diritto al ritorno per i rifugiati. E’ una piattaforma a cui tutti abbiamo aderito. Ma per noi di Hamas c’è un punto molto importante, che è il rifiuto di riconoscere Israele. Ma il non riconoscerlo non implica fargli guerra. Ciò che vogliamo è uno Stato di Palestina fondato sui confini del 1967. Solo allora ci sarà un cessate il fuoco tra noi e Israele. Noi pensiamo che le relazioni internazionali tra gli stati non debbano per forza fondarsi sul riconoscimento reciproco. Quando lo Stato di Palestina sarà stato istituito, esso deciderà il tipo di relazioni che intende intrattenere con Israele. Oggi la grande sfida di fronte a tutti noi è quella di offrire ai palestinesi una possibilità di vivere in pace. Oggi il problema è che il popolo palestinese è la vittima. Metà di esso vive sotto l’occupazione israeliana in condizioni orribili. Il resto vive da rifugiato nei campi profughi, senza più una patria. Sarebbe dunque la vittima – il popolo palestinese – a dover riconoscere Israele? Questo mi sembra ingiusto.

Domanda: Cioè vi stanno dicendo: “Riconoscete Israele oggi stesso”? Stanno chiedendo ai palestinesi di dire “non fa niente se continuate a rubare la nostra terra, noi vi perdoniamo”?

Meshal: Proprio così.

Alexander Cockburn: Se avessimo fatto questa conversazione 30 anni fa, qualcuno avrebbe citato l’ONU, invece oggi nessuno lo ha nominato. Lei crede che l’ONU sia ormai un mero strumento nelle mani degli Stati Uniti?

Meshal: Sfortunatamente le Nazioni Unite sono diventate una barzelletta.

Domanda: Su questo punto lei la pensa come gli israeliani.

Alexander Cockburn: Lei ha detto prima che il futuro di Israele non è né positivo né luminoso. Potrebbe specificare meglio quest’affermazione?

Meshal: Quando cerchiamo di leggere il futuro lo facciamo nella prospettiva del passato e del presente. E lo leggiamo secondo l’ottica dei valori delle nazioni e dei loro popoli. Esiste un futuro per l’occupazione e per gli insediamenti? Esiste una nazione, in tutta la storia del mondo, che abbia insistito per vedere riconosciuti i propri diritti senza riuscirvi? Terzo punto: a partire dal 1948, se volessimo tracciare un grafico dei progressi di Israele, voi credete che la curva punterebbe verso l’alto, apparirebbe piatta o punterebbe verso il basso? Io credo che essa sia ormai discendente. Oggi la potenza militare di Israele non è in grado di portare a termine i suoi compiti in modo che per Israele risulti soddisfacente.

Dal 1948, Israele ha sconfitto 7 eserciti. Nel ’56 sconfissero l’Egitto. Nel ’67 sconfissero tre paesi contemporaneamente: Egitto, Siria e Giordania. Nel ’73 la guerra finì in una sorta di parità tra Egitto e Israele; se a quell’epoca Nixon non avesse fornito supporto aereo alle forze israeliane, oggi il mondo sarebbe diverso. Nell’82 Israele sconfisse l’OLP a Beirut. Ma dall’82, cioè da 26 anni, gli israeliani non hanno più vinto nessuna guerra. Non hanno sconfitto la resistenza palestinese e non hanno sconfitto la resistenza libanese. Da quell’epoca, Israele non ha più avuto alcuna espansione, anzi ha ridotto le sue dimensioni. Si sono ritirati dal sud del Libano e da Gaza.

Questi sono indicatori che il futuro non è favorevole ad Israele. Oggi Israele, con tutte le sue capacità militari – convenzionali e non convenzionali -, non è in grado di garantire la propria sicurezza. Oggi, con tutte queste capacità, non sono in grado di impedire che da Gaza venga lanciato un semplice razzo.

Per cui la grande domanda è: la potenza militare basta a garantire la sicurezza? Per questo possiamo dire che quando Israele rifiuta l’offerta araba e palestinese di uno Stato di Palestina fondato sui confini del 1967, Israele perde una grande opportunità. Fra pochi anni una nuova generazione palestinese e nuove generazioni arabe potrebbero non accettare più queste condizioni, perché l’equilibrio dei poteri potrebbe non essere più a favore di Israele.

Alya R.: La mia domanda riguarda l’uso di mezzi violenti. Quando vengono usati mezzi violenti, inevitabilmente si provoca la sofferenza di persone innocenti, soprattutto bambini; non solo palestinesi, ma anche bambini israeliani. Lei cosa pensa dell’uso della violenza?

Meshal: Buona domanda. A noi non piace che ci siano vittime, soprattutto se donne e bambini, nemmeno da parte israeliana, anche se è stato Israele ad attaccare noi da principio. Ma sfortunatamente, il fatto che i nostri aggressori insistano con la repressione violenta porta sangue innocente sulle strade. Fin dal 1996, 12 anni fa, noi abbiamo proposto di escludere i bersagli civili dal conflitto (da ambo le parti). Israele non ha dato alcuna risposta. Se Israele insiste ad uccidere i nostri bambini, i nostri vecchi, le nostre donne e i nostri rappresentanti, a bombardare le case con le cannoniere, gli F16 e gli Apache, se Israele continua questi attacchi, ai palestinesi cosa resta da fare? Si stanno solo difendendo con i mezzi che possiedono. Se anche noi possedessimo missili intelligenti, non li lanceremmo mai se non contro bersagli militari. Ma i nostri missili e razzi sono molto primitivi. Per questo li utilizziamo secondo le loro capacità, per reagire alle atrocità di Israele. Non sappiamo esattamente che cosa colpiranno. Se avessimo missili intelligenti – e speriamo che qualche paese possa fornirceli – è certo che non prenderemmo di mira se non bersagli militari.

Fonte: www.ariannaeditrice.it

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categoria: politica, attualità


venerdì, 23 gennaio 2009

PARLA HAMAS: INTERVISTA A AYMAN H.DARAGHMEH, PORTAVOCE IN CISGIORDANIA

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Ayman H. Daraghmeh, deputato di Hamas, è stato appena eletto portavoce del movimento islamico in Cisgiordania. La nomina ha poco a che fare con la sua carriera di parlamentare del Consiglio Legislativo palestinese. Daraghmeh è uno dei pochi deputati di Hamas rimasti in libertà, visto che il suo predecessore è stato arrestato dalla polizia israeliana, nel silenzio di Fatah, il giorno prima. Lo stesso Daraghmeh, da un giorno all'altro, potrebbe seguire i suoi compagni di partito.

Se le venisse offerta una possibilità, in due parole, come spiegherebbe il movimento di Hamas?
Hamas è un movimento di resistenza, che lotta per ottenere la libertà nell'ambito della legge internazionale. La legge internazionale che vuole per lo stato indipendente di Palestina i confini del 1967, Gerusalemme capitale, il rilascio dei prigionieri politici e il ritorno dei profughi. Storicamente la Palestina è dei palestinesi, ma noi a queste condizioni accettiamo un compromesso con la politica.
Riconoscere l'esistenza di Israele? Lo decideranno i palestinesi, ma già da tempo i leader di Hamas si sono detti pronti a rivedere le posizioni del passato se i diritti dei palestinesi verranno rispettati.

Dovremmo parlare di politica e di democrazia, ma è difficile in queste condizioni. Ancora un parlamentare palestinese arrestato, sono 45 i deputati in carcere.
Noi abbiamo cominciato il nostro processo democratico nel 2006, nell'ambito di elezioni che tutta la comunità internazionale ha valutato valide. L'ex presidente statunitense Carter le ha definite una delle migliori tornate elettorali nel mondo, in quanto a trasparenza. Solo Israele non ha gradito il risultato, boicottando il risultato delle urne e dando il via alla violazione del rispetto della sovranità popolare palestinese. Perché a loro non piacciamo, perché il risultato non era buono per Olmert o per Condolezza Rice. Allora cos'è questa democrazia? I palestinesi hanno eletto i loro deputati, nessuno può ritenere che questi non vadano bene. Eppure nessuno ha imposto a Israele di rispettare le nostre elezioni. Nessuno. Come nessuno chiede a Israele di rispettare le risoluzioni dell'Onu, i confini del 1967 o lo status di Gerusalemme. Nessuno. Israele viola apertamente il diritto internazionale e pretende di parlare di processo di pace mentre manipola la situazione sul terreno, cambiando le carte in tavola a suo favore. Le faccio un esempio: dopo gli accordi di Oslo del 1993, da tanti salutati come un passo verso la pace, Israele ha permesso l'insediamento di mezzo milione di coloni in Cisgiordania. Questa non è pace. Non è pace costruire un muro. Loro dicono che è per la loro sicurezza, ma lo costruiscono sulla nostra terra. Lo stesso accade per le risorse naturali, l'acqua in particolare. Il popolo palestinese è tenuto in carcere. Si, in queste condizioni si fa fatica a parlare di democrazia. Soprattutto ora, considerando il massacro di Gaza, dove civili innocenti vengono uccisi senza colpa. E la comunità internazionale non muove un dito. Com'è accaduto sempre, anche durante la Seconda Intifada. Israele non vuole la pace. Tutto qui. Perché Israele non è una democrazia.

In questi giorni, raccogliendo le testimonianze di tanti palestinesi, non si capisce però, vista la situazione internazionali, per quale motivo lanciando i razzi verso le cittadine israeliane voi continuate a offrire un pretesto per operazioni come quella di Gaza.
La questione ruota attorno all'accordo della Mecca. Con il sostegno popolare abbiamo accettato una tregua, per permettere alla popolazione civile di Gaza di migliorare le loro condizioni di vita. L'accordo prevedeva, in cambio della sospensione degli attacchi contro Israele, l'apertura effettiva dei valichi di Gaza, perché potessero entrare generi di prima necessità per i civili. In cambio di queste garanzie avremmo sospeso il lancio dei razzi. Il governo israeliano ha violato questo accordo, tenendo sigillata la Striscia di Gaza, portando la popolazione civile allo stremo. E continuando anche gli attacchi contro i civili. Lo stesso in Cisgiordania. Non usiamo i razzi perché siamo costretti a farlo per combattere l'assedio e l'occupazione. Bush, quando è stato eletto, aveva promesso che non avrebbe lasciato la Casa Bianca senza portare la pace in questa regione. Fosse stato vero, fosse nato lo stato di Palestina, non avremmo bisogno di nessun razzo, mi creda. Avremmo offerto a Bush la presidenza onoraria della Palestina! Se hanno tutta questa propensione alla pace, e si lamentano dei nostri razzi, non si capisce perché hanno riempito di armi le forze di sicurezza palestinesi, quelle vicine a Fatah, armi che sono state usate contro di Hamas in Cisgiordania. Questa è pace? No, questo è un accordo con la parte dei palestinesi che fa comodo a Israele, ma che non rappresenta la popolazione civile palestinese. Io credo che sia sempre più evidente il progetto che spesso è trapelato dalla diplomazia israeliana: la Striscia di Gaza annessa all'Egitto e la Cisgiordania annessa al reame di Amman. Noi ci opponiamo a questo disegno.

Quali sono adesso le relazioni tra Hamas e Fatah?
La realtà la conoscono tutti, anche se in tanti tentano di mistificarla. Hamas ha subito un colpo di Stato da parte di Fatah. L'amministrazione Bush e Israele sono responsabili di quello che è accaduto. Ci sono le prove del sostegno dato a Fatah per rovesciare il risultato delle urne a nostro danno. In un altro contesto si dovrebbe andare in tribunale perché i responsabili vengano puniti. Invece il colpo di Stato è avvenuto, dividendo la popolazione e stringendo l'assedio a Gaza. Adesso la situazione è quella che conosciamo tutti e i contatti sono quotidiani. Non è facile, perché le pressioni internazionali non agevolano un accordo, ma almeno a Gaza si è ripreso il dialogo tra noi e Fatah, visto che non sono pochi i combattenti di Fatah che si sono uniti alla resistenza. Le divisioni politiche vanno messe in secondo piano, perché la nostra gente ci chiede di fermare questo massacro. Non condividerò mai la visione politica di Abbas, tutta appiattita sulla linea egiziana, quindi più interessata alle priorità occidentali che a quelle palestinesi, ma serve una tregua per la popolazione civile. Adesso questa è la priorità e Fatah e Hamas lo sanno.

Crede che senza il controllo capillare esercitato in questi giorni da Fatah in Cisgiordania ci sarebbe stata una sollevazione generale? Sarebbe cominciata la Terza Intifada?
Non lo so, perché alla gente in Cisgiordania è stato negato il diritto di dimostrare liberamente. Solo poche persone, molto controllate. Tanti sono stati arrestati e minacciati, addirittura sono stati utilizzati gas lacrimogeni contro le manifestazioni di solidarietà alla popolazione civile di Gaza. Ma non potrà durare a lungo. Se continua questo massacro, la popolazione si solleverà. Anche contro Fatah.

Cosa pensa delle dichiarazioni di alcuni leader del suo partito rispetto al mandato presidenziale di Abbas? E' ancora il suo presidente, o ritiene esaurito il mandato?
Come ho detto fino a questo momento non è questo il punto della questione. Il suo mandato è scaduto, ma lui si ostina a rimanere. Penso però che abbiamo cose più urgenti delle quali occuparci ora.

Cosa accadrà adesso? La Striscia di Gaza è a pezzi, mille morti e migliaia di feriti. Cosa pensate di fare a Gaza e in Cisgiordania?
La situazione è drammatica. La popolazione palestinese continua a vivere in una condizione disumana, come un popolo prigioniero, la cui esistenza è scandita dai check - point israeliani.
Credo che, prima o poi, si arriverà a una nuova tregua. Il presidente Abbas lavora per questo, per sospendere gli attacchi e per alleviare le condizioni della popolazione. Ma nel lungo periodo non ho grandi aspettative, perché non condivido l'entusiasmo di molti per l'elezione di Obama negli Stati Uniti. Potrà cambiare qualcosa in Iraq, ma in Palestina l'atteggiamento Usa resterà lo stesso. Un giorno, ne sono certo, anche se non so quando, avremo l'indipendenza, e allora nessuno parlerà più di razzi.

Christian Elia

tratto da http://it.peacereporter.net/

14 gennaio 2009

 

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categoria: politica, attualità


venerdì, 23 gennaio 2009

ISRAELE NON VUOLE LA PACE

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a fermare gli enormi crimini di guerra a Gaza.

Un’urgente azione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu è necessaria e possibile.

L’impunità di Israele deve essere fermata da un’azione collettiva della comunità mondiale.

 

Dopo quasi due settimane di impotenza, durante le quali si stima che 790 palestinesi siano stati uccisi a Gaza -tra cui 230 bambini- e altri 1080 bambini sono tra i 3300 feriti, Il Consiglio di Sicurezza ha votato – con l’astensione degli Stati Uniti – una debole e indeterminata risoluzione che non è riuscita a costringere lo stato di Israele a fermare il suo criminale assalto alla popolazione occupata di Gaza, circondata ed incapace di evitare di essere massacrata.

Oggi, il gabinetto di sicurezza del governo di Israele, manifestando nuovamente il suo disprezzo verso gli obblighi derivanti dall’essere un membro delle Nazioni Unite, ha rigettato questa risoluzione senza esitazioni, sostenendo che lo stato di Israele non ha mai accettato che “un organo esterno” potesse determinare la sua politica militare, ritenendo la risoluzione “non praticabile”, una risoluzione, questa, che era anche dalla parte di Israele, non citando Hamas, il governo eletto della Palestina. In altre parole, il massacro continuerà, a prescindere dal fatto che il Consiglio di Sicurezza richieda la sua fine o meno.

L’impunità di Israele e la complicità del Consglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Questa conseguenza è la dimostrazione che Israele agisce con sistematica impunità. E’ anche prova, come riconosciuto dal Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel d’Escoto-Brockmann, che il Consiglio di Sicurezza è “mal funzionante”, giustificando, con delle omissioni, gravi e massicci abusi dei diritti umani, quando questi sono perpetrati da uno dei suoi membri permanenti o dai loro alleati.

Nel fare ciò, e nonostante schiaccianti prove – più volte trasmesse in televisione – dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità israeliani a Gaza, che portano alla sostanziale prova del crimine di genocidio contro la popolazione palestinese,  il Consiglio di Sicurezza ha effettivamente dimostrato che non può – o non vuole – mantenere la pace internazionale, la sicurezza e non vuole soddisfare il diritto nazionale della popolazione palestinese di vivere in pace, libera nella sua terra.

Uniti per una risoluzione di pace

Il mondo ha bisogno di non far durare questo orrore. Un meccanismo che possa portare la salvaguardia della pace, della sicurezza internazionale e della popolazione palestinese, fuori dalle mani del Consiglio di Sicurezza e affidarla all’intera comunità mondiale, rappresentata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il Presidente dell’Assemblea Generale,  d’Escoto-Brockmann sostiene questo meccanismo e la Malaysia ha già ottemperato agli obblighi procedurali necessari a uno stato membro per fare una tal proposta.

Alcune ore prima che il Consiglio di Sicurezza votasse una risoluzione così debole e mancante di un meccanismo coercitivo, tanto che Israele ha potuto accantonarla, si sarebbe dovuta tenere una sessione di emergenza dell’Assemblea Generale. E’ evidente che questa prospettiva ha forzato il Consiglio di Sicurezza ad agire, per bloccare l’appello alla Risoluzione n. 377. Visto il risultato, e considerato il rigetto di Israele all’autorità del Consiglio di Sicurezza, è urgente che questa sessione di emergenza venga indetta e che imponga un immediato cessate il fuoco a Israele, considerando la schiacciante volontà della comunità internazionale e della gente ovunque, oppure affronti l’ostracismo internazionale.

Israele teme la Risoluzione n. 377

Secondo la Risoluzione n. 377 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, speciali sessioni di emergenza della stessa Assemblea sono autorizzate ad intervenire in luogo  del Consiglio di Sicurezza, laddove questo “fallisca nell’esercitare la sua primaria responsabilità di mantenimento della sicurezza e della pace internazionale”. Il governo stesso di Israele ha garantito il fallimento del Consiglio di Sicurezza nell’esercitare la sua primaria responsabilità del mantenimento della sicurezza e della pace internazionale.

Il fatto che le violazioni da parte di Israele delle leggi umanitarie internazionali e delle leggi sui diritti dell’uomo a Gaza siano così evidenti e il fatto che Israele rigetti l’autorità del Consiglio di Sicurezza, suggerisce come unica strada possibile – e come ultima risorsa per la popolazione palestinese di Gaza – la convocazione di una sessione di emergenza dell’Assemblea Generale, dove non è possibile esercitare il diritto di veto, per imporre ad Israele un immediato cessate il fuoco, supportato da credibili misure collettive.

Un’urgente chiamata ad agire

Come sostenuto dalla comunità palestinese per i diritti umani nel loro appello a ricorrere alla Risoluzione n. 377 : “la popolazione civile dell’occupata Striscia di Gaza continuerà inevitabilmente a soffrire dure perdite senza l’intervento esterno della comunità internazionale.”

Nel rinnovare l’appello ad invocare la Risoluzione n. 377, noi sosteniamo la richiesta dell’inviato speciale Richard Falk a “tutti gli stati membri, a tutti i rappresentanti e ad ogni organismo rilevante all’interno del sistema delle Nazioni Unite, di attivarsi  con le regole dell’emergenza non solo per condannare le gravi violazioni di Israele, ma anche per sviluppare nuove forme di approccio per fornire una protezione reale alla popolazione palestinese.”

Solo l’Assemblea Generale può imporre, laddove il Consiglio di Sicurezza fallisce, un immediato cessate il fuoco a Israele.

Noi chiediamo ai gruppi per i diritti umani, agli avvocati e alle organizzazioni legali, ai sindacati, agli intellettuali, ai movimenti contrari alla guerra e a tutte le persone di coscienza di sostenere il Presidente d’Escoto-Brockmann nella sua richiesta di convocazione di una sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale in ottemperanza alla risoluzione n. 377 e a partecipare al crescente boicottaggio internazionale e alle sanzioni del movimento contrario a Israele.

Noi chiediamo alle organizzazioni per i diritti umani in seno all’ONU di autorizzare una effettiva indagine sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità di Israele, inclusi gli omicidi volontari, l’uso di armi bandite a livello internazionale, la distruzione di infrastrutture civili, l’aver colpito scuole, istituzioni di educazione superiore, moschee e rifugi civili ed anche operatori umanitari internazionali. Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha l’obbligo di investigare questi elementi di genocidio e così facendo di contribuire a far sì che questi finiscano.

Come segnale ad Israele, noi chiediamo a tutti gli stati di tagliare le relazioni diplomatiche con Israele immediatamente, e per gli alti membri contraenti la convenzione di Ginevra, di tenere immediatamente una conferenza per ristabilire il rispetto delle leggi umanitarie internazionali. Sulle basi della sua passata e presente immunità, Israele dovrebbe essere espulsa dalle Nazioni Unite.

Tutti dovrebbero richiedere un immediato cessate il fuoco da parte di Israele, l’immediato ritiro di tutte le forze militari israeliane belligeranti e la fine dell’isolamento. Fino alla realizzazione di ciò, massicce misure collettive dovrebbero essere prese a tutti i livelli per finire l’occupazione israeliana della Palestina e per obbligare la società israeliana a rispettare l’uguaglianza dei diritti umani. Fin quando l’occupazione della Palestina non finirà, noi sottolineiamo il diritto legale e garantito della popolazione palestinese di resistere alle aggressioni israeliane con tutti i mezzi.  

Il comitato del Tribunale di Brussells

9 gennaio 2009

Per favore firmate e fate circolare ampiamente il comunicato.

Per adesioni individuali e di gruppo: info@brusselstribunal.org

Fonte: www.cpeurasia.org

 

 

 

 

 

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