martedì, 30 dicembre 2008

LIBERIAMO GAZA DA ISRAELE

In questi giorni in cui lo stato sionista attua un vergognoso genocidio nei confronti del popolo palestinese a Gaza, pubblico un articolo di Sonja Karkar, che spiega i motivi della lotta di liberazione portata avanti da Hamas.

Che genere di governo può negare, nel 21° secolo, a un altro popolo i diritti umani basilari - e cioè il diritto al cibo, all'acqua, all'alloggio, alla sicurezza e alla dignità? Che genere di governo impone sanzioni draconiane a un altro popolo per aver eletto democraticamente un governo non di suo gradimento? Che genere di governo chiude ermeticamente un territorio densamente popolato da un milione e mezzo di persone, in modo che nessuno possa entrare o uscire senza permesso, i pescatori non possano pescare nelle proprie acque, e gli aiuti umanitari non possano essere distribuiti alla popolazione affamata. Che genere di governo taglia il carburante, l'acqua e l'elettricità e poi fa cadere sulla popolazione le bombe e il fuoco dell'artiglieria? La risposta è: nessun governo onesto. E nonostante ciò, governo dopo governo, Israele continua a chiedere elogi e riconoscimenti come se fosse la prima democrazia del mondo, superiore a tutte le altre, nonostante il suo disprezzo per il diritto internazionale, le sue violazioni dei diritti umani, e la criminalità e la corruzione dei leader israeliani. Ancora peggio, il mondo ha accettato e ha accolto nel proprio seno ogni governante israeliano come ospite di riguardo. Questo dovrebbe dare a ognuno di noi il tempo di riesaminare le nostre nobili dichiarazioni di indipendenza e quelle sui diritti umani, sull'etica, la moralità, le convinzioni religiose, le libertà civili e lo stato di diritto. Stanno lì solo per essere mostrate o significano davvero qualcosa? Son state fatte solo per qualche popolo o per tutti i popoli? Il Presidente di Israele, Shimon Peres è solo uno dei molti leader che hanno favorito la politica e i programmi aggressivi di Israele, e tuttavia è stato insignito del titolo di cavaliere dalla Regina [d'Inghilterra] e probabilmente sarà insignito con una serie di conferenze a lui intitolate dal Balliol College dell'Università di Oxford. Onori decisamente dubbi, per un uomo che contribuì a espellere forzosamente 750.000 palestinesi dalla propria terra nella guerra del 1948. Oggi, vediamo a Gaza il genere di ghetto che il mondo pensava di non vedere mai più: il paragone è stato fatto all'inizio di quest'anno dal Ministro della Difesa israeliano Matan Vilnai, quando ha minacciato "un olocausto [shoah] più grande" contro i palestinesi di Gaza. In seguito, si è giustificato dicendo che aveva usato tale espressione con il significato di "disastro", quando in realtà il termine in questione è ben noto a chiunque. Ad ogni modo, la minaccia è stata sinistra a sufficienza. La morte lenta che colpisce i palestinesi a Gaza sta trovando le prime vittime nei più di 400 malati in condizioni critiche a cui è impedito di lasciare Gaza per cure mediche urgenti negli ospedali israeliani o arabi. Migliaia di altri pazienti vengono mandati via dagli ospedali, che soffrono di una grave penuria di 300 generi differenti di medicine. Gli ospedali sono stati privati di medicine e di attrezzature per così tanto tempo, che il filo di rifornimenti finalmente concessi, non può più soddisfare i bisogni vitali minimi della popolazione civile. Similmente, il carburante concesso è a malapena sufficiente a far funzionare la centrale elettrica di Gaza per un giorno. Questa distribuzione centellinata di soccorsi è stata suggerita dal consigliere Dov Weisglass del Primo Ministro israeliano, che nel Febbraio del 2006 disse: "L'idea è di mettere a dieta i palestinesi, ma di non farli morire di fame". Una politica così ostile ha condotto a una pesante crescita della denutrizione, poiché le persone vengono private dei loro bisogni primari. Non solo i mulini sono stati costretti a chiudere perché il carburante e l'elettricità sono cessati, ma ora tutte le scorte di grano si sono esaurite. Dei 72 panifici in funzione nella Striscia di Gaza, 29 hanno completamente cessato di cuocere il pane e gli altri li stanno per seguire. Questo significa che anche l'alimento più basilare - il pane - presto non sarà più disponibile per la popolazione affamata. Un rapporto della Croce Rossa descrive gli effetti dell'assedio come "devastanti". Il settanta per cento della popolazione sta soffrendo per l'incertezza del cibo, mentre la sospensione, dal 4 Novembre, dei soccorsi alimentari a circa 750.000 profughi nei pietosi campi di Gaza, ha ulteriormente devastato i palestinesi, che non hanno alternative. Le Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch hanno tutte definito come "crudele" il blocco di Gaza. L'ex Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, non si perita dal definire la situazione come un'"odiosa atrocità", equivalente a un crimine di guerra. In Inghilterra, la delegata di Oxfam, Barbara Stocking ha vivamente criticato il Ministro degli Esteri David Miliband per non aver nominato la "disperazione" di Gaza nel suo recente viaggio in Israele e in Palestina. La tattica di Israele potrebbe però essere controproducente. La chiusura di Gaza da parte di Israele è stata così draconiana, che i più grandi network mediatici del mondo, incluso il New York Times, si sono indignati che ai loro giornalisti è stato proibito di entrare nella Striscia di Gaza, e hanno protestato scrivendo al Primo Ministro Ehud Olmert. Anche i leader delle confessioni cristiane sono stati esclusi da Gaza. La settimana scorsa, Israele ha impedito all'Arcivescovo Franco, nunzio papale in Israele, di celebrare la Messa che segna l'inizio dell'Avvento che conduce al Natale. E nei territori occupati della Cisgiordania, il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha approvato la costruzione di centinaia di insediamenti illegali, in flagrante spregio degli accordi di pace, frustrando ulteriormente l'attuale amministrazione americana, desiderosa di ottenere una soluzione prima della fine del proprio mandato. Quello che è davvero sbalorditivo è il silenzio del mondo di fronte a tutto questo. La premura vergognosa di concedere a Israele ogni onore e riconoscimento per preservarlo dalla colpa storica di aver orchestrato la distruzione della società palestinese, è a dir poco irragionevole.

 

Fonte: www.oppostadirezione.altervista.org

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categoria: politica, attualità


venerdì, 26 dicembre 2008

POLIZIA AGGREDISCE TIFOSI SPAL

Riceviamo dal nostro amico Federico e volentieri pubblichiamo.

http://www.youtube.com/watch?v=maqg23YxE_M

tifoso spal

Chiediamo che gli agenti di Polizia siano obbligati a portare in evidenza il numero di matricola sulla divisa, in modo da poter essere denunciati qualora commettano dei reati.

Manuel

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lunedì, 22 dicembre 2008

IL SOLSTIZIO D'INVERNO: NASCE IL SOL INVICTUS

Quest’anno, il 21 Dicembre si celebra il Solstizio d’Inverno, una delle festività più antiche e celebrate del mondo.

Tra il 20 ed il 23 Dicembre, il Sole, lungo la sua eclittica, si trova nella sua massima declinazione, cioè raggiunge il punto più basso del percorso sotto l'equatore celeste e delinea l'arco diurno più corto tra il Sud-Est e il Sud-Ovest, segnando così l'inizio della stagione invernale astronomica nell'emisfero boreale; per questo viene detto “il giorno più corto dell'anno”.

 

Al contempo, questo Solstizio rappresenta l’inizio del nuovo anno solare, il momento in cui il sole “nasce” dalle tenebre e si appresta ad iniziare la stagione della rinascita, tanto per la Terra che per l’Uomo. Per la Tradizione Romana, è il periodo in cui nasce il “Sol Invictus” (Dies Natalis Solis Invicti, i Giorni del Natale del Sol Invictus); festività introdotta dall’Imperatore Aureliano, ed inclusa nei Saturnalia (dedicate a Saturno, il Re dell’Età dell’Oro), che duravano dal 17 al 25 Dicembre, giorno in cui si chiudevano con le Larentalia (dedicate ai Lari, divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia).

Come abbiamo detto, il Soslstizio d’Inverno è una delle festività più antiche, tento che ne troviamo traccia in ogni culto tradizionale: quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica; inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide); e tutte le popolazioni indo-europee lo hanno sempre festeggiato, i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”).

 

Con l’arrivo del Solstizio, il Sol Invictus nasce dalla Madre Terra e si incarna nell’Uomo, donandogli nuova forza, richiamandolo ai suoi doveri terreni (progettati e meditati durante il periodo che inizia col Sosltizio di Estate e termina proprio adesso) e spingendo a realizzare i suoi programmi per l’anno solare appena cominciato. Proprio come per la Terra, infatti, anche per l’Uomo comincia il periodo di “rinascita” dalle tenebre del buio, evento reso evidente dal percorso del Sole, che da questo giorno in poi splenderà sempre più in cielo, “allungando le giornate”, e dalle preparazione dei terreni per i raccolti che avverranno nei periodi dell’anno successivi.

Quindi, a differenza di quello estivo, il Solstizio Invernale è una data gioiosa, di luce appunto, che segna la nascita del nuovo anno e di nuove forze ed energie all’interno dell’Uomo. E’ anche un giorno pieno di “prodigi”, il più diffuso nei culti tradizionali, è quello degli animali che parlano dentro le stalle.

 

In tutte le Tradizioni, notiamo che attorno al 25 Dicembre, nascono le divinità principali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e il padre, Osiride, si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con, intorno al capo, un’aureola di dodici stelle.

 

Per concludere queste poche righe sul Solstizio Invernale, vorrei fare a tutti un augurio di Buon Anno, che possa rivelarsi felice e in cui ognuno possa trovare le forze per realizzare i progetti meditati durante il periodo di oscurità appena finito, e che il Sol Invictus possa sempre rinvigorirci tutti.

 

Manuel

 

 

 

 

 

 

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categoria: tradizione


sabato, 20 dicembre 2008

NON PIANGETE SUL LATTE PASTORIZZATO

L’essere umano esiste da un certo tempo. Un bel po’ di tempo. Tanto, ma tanto tempo, che se sei un evoluzionista bigotto e materialista è quasi anche di più che se sei un tradizionalista, magari un po’ evoliano, magari un po’ nostalgico. (Succede, succede, per esempio a me.)

Sì, perché se sei evoluzionista, tra una scimmia semi umana e uno scimmione umanoide, l’uomo esiste da una quantità di tempo fatta di cifre molto bizzarre: tipo 200.000 anni almeno almeno. Se sei tradizionalista e magari aristotelico, l’uomo esiste da molto più tempo: sì perché, non essendo

esistita la creazione, l’uomo esiste da sempre: che è un bel po’ di tempo.

Comunque, anche venendo a patti coi materialisti evoluzionisti, 200.000 anni sono sempre un bel po’ di tempo, mica due giorni. Sarà che l’"eternità" è più comprensibile tramite la metafora dell’ "istante", sarà quel che sarà, 200.000 sembrano anche di più.

Ma veniamo al punto che vorrei sviscerare: la "querelle" del latte crudo.

Dal momento che siamo italiani il nostro rapporto col latte crudo è stato il seguente.

> > Per 199921 anni, ce lo siamo bevuto bello crudo e appena munto. Poi nel 1929 abbiamo deciso di pastorizzarlo: e sono 79. Niente cabale, per carità (ma niente per davvero, non scherziamo con la

> > mobilia): un semplice calcolo matematico. Ma che dico matematico, aritmetico.

Intanto che ce lo bevevamo crudo ne abbiamo fatte delle belle: che so, dalla colonizzazione dell’India (che andarci a piedi dalla Germania, non è mica uno scherzo), all’Impero Romano; dall’Impero Persiano (magari non piace a tutti: però a me piace), ai Templari. Passando per Re Artù, Federico Barbarossa, Toro Seduto: tutti accaniti bevitori di latte crudo.

Vichinghi, Spartani, Sudisti: latte e crudo e massiccismo sono un connubio di successo.

Perfino un qualunque Sravakabuddha ( e il nostro editore sa cosa intendo!), si beveva del buon latte crudo.

Oh, intendiamoci. Anche nel 1929, con il Regio Decreto che introdusse la pastorizzazione in Italia, non è che le cose cambiassero poi molto. Anche il vostro Desiderius, per esempio, negli anni ’70 (ma ci pensate che gli anni ’70 sono diventati il buon tempo antico?), andava dal contadino

con la sua bottiglia rigorosamente non lavata e se la faceva riempire con del latte non dico crudo, ma nemmeno filtrato. Sì, perché perfino chi scrive si è nutrito metodicamente con il pus delle

infezioni che le vacche del contadino avevano e che Dio ha voluto che finisse nel latte: e lasciatemi dire che quel pus, non solo era buonissimo, ma mi sembra che fosse proprio fortificante.

Infatti, il vostro Desiderius, non appena ha visto la prima macchinetta distributrice di latte crudo, pur essendo un po’ triste perché lo sapeva che tanto glielo avrebbero filtrato, ci si è gettato a capofitto, e se ne beve un comodo, ed economico (euri 1), litro al giorno. Senza dialisi.

Il problema, per finirla, non è tanto il dispetto che i grandi produttori di latte provano a vedersi sottratta una quota di mercato, per altro piccolina. Il problema è il normale rapporto che abbiamo maturato, non dico con il latte, ma con la realtà. E’ sufficiente che un comportamento sia logico, normale, perfino abitudinario e subito sentiamo l’istinto di soffocarlo. Alla prima occasione abbiamo eletto Miss Italia una bella morettina di Santo Domingo. Alla prima occasione abbiamo fatto fare il portabandiera alle olimpiadi a uno che si chiama Myers di cognome: un cognome tipico della zona di Verbania e Vercelli, come è noto. Alla prima occasione abbiamo avuto un presidente del Toro, la squadra del Torino FC, non solo juventino, ma che aveva anche, letteralmente, ammazzato il penultimo giocatore simbolo del Toro stesso. Presto avremo un Papa non cattolico, presto avremo un presidente dell’Arcilesbica maschio e fallocrate.

Il mondo invece, anzi, facciamo il Cosmo, è bello così come è. Anzi, è perfetto.. Insomma: le mucche producono dell’ottimo latte. Però non è pastorizzato. Beviamolo così, che è buono e fa bene. Al cervello innanzi tutto. Un bel bicchiere di latte crudo potrebbe infatti servire a risolvere tanti problemi. Ad accettare che d’inverno è molto freddo. Ad accettare che d’estate è molto caldo. Ad accettare che se invecchi ti cadono i capelli se sei maschio, e il pettose sei femmina.

Perfino ad accettare che se un popolo esotico ha delle abitudini diverse dalle nostre, forse la cosa più giusta da fare non è caricare di bombe da 10.000 kg i nostri B52 e andare a sganciargliele sulla testa. Ma adesso esagero.

Meglio accontentarsi: di un buon bicchiere di latte crudo.

DESIDERIUS HAMPEL

 

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categoria: cibo alimentazione e salute


venerdì, 19 dicembre 2008

CONFERENZA DI POZNAN: UN'ALTRA INUTILE PERDITA DI TEMPO

Venerdì scorso si è conclusa a Poznan, in Polonia, la 14ma Conferenza della Parti (COP-14) che hanno sottoscritto la “Convenzione quadro della Nazioni Unite sui cambiamenti del clima” (Unfccc). Circa 8.000 delegati in rappresentanza di quasi 200 paesi, si sono riuniti per 12 giorni, per lavorare sul programma che dovrebbe guidare la politica ambientale globale fino alla conferenza di Copenaghen del 2009, da dove dovrà uscire il documento che sostituirà quello di Kyoto, in scadenza nel 2012, e che finora è rimasto lettera morta. Infatti, nonostante i moniti, e le teoriche sanzioni, previsti dagli accordi di Kyoto, le emissioni inquinanti, e in grado di alterare il clima terrestre, provenienti dall’uomo, nel periodo 2000-2007, sono aumentate notevolmente: l’incremento medio annuo è stato del 3,5%, quattro volte superiore a quello degli anni ’90 del secolo scorso, immettendo nell’atmosfera il 38% di gas serra rispetto al 1990!

 

Le premesse sembravano buone, col Segreteraio Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, che invitava i paesi più ricchi a non perdere ulteriore tempo; il Commissario all’ambiente della UE, Stavros Dimas, che facendo un paragone tra le due gravi crisi del presente, economico e ambientale, invitava a non commettere gli stessi errori che stanno causando il collasso del sistema finanziario globale; fino alla Cina, che per bocca del suo Vice-capo delegazione, Su Wei, si diceva pronta a fare la sua parte. Come al solito, quando dai buoni propositi si passa alla pratica, le cose non sono le stesse.

Bisogna dire che l’appuntamento di Poznan era più che altro un momento di passaggio, in attesa di Copenaghen 2009, destinato a disegnare una “road-map” programmatica, più che a prevedere provvedimenti concreti. Ma il fatto è che si continua a perdere tempo con problemi tecnici, mentre il tempo scorre e la situazione peggiora, resta inquietante.

Anche le realtà che erano maggiormente aperte alle soluzioni ecologiche, come l’Unione Europea e l’Australia, stanno facendo significati passi indietro. All’interno dell’Europa, solo la Germania ha ridotto le proprie emissioni già del 18% dai livelli del 1990 investendo molto sulle nuove tecnologie e fonti pulite; mentre, per esempio, l’Italia le ha aumentate del 9,8% rispetto al 1990, oltre a non voler firmare l’accordo europeo per “le tre 20”, che invece sembrava volere sostenere. Dall’altra parte del mondo, delude non poco il nuovo governo di centro-sinistra australiano; infatti, nonostante i proclami elettorali, tentenna sull´adozione di obiettivi a medio termine che prevedono riduzioni tra il 25 e il 40% delle emissioni entro il 2020 in rapporto a quelle del 1990.

Restano ferme su posizioni “inquinanti” gli Stati Uniti, che pur annunciando di non voler intralciare il lavoro del nuovo governo, ribadisce che ci vuole un’attenta analisi dei termini “paesi in via di sviluppo” e “paesi industrializzati” prima di proseguire sulle trattative.

 

Proprio su questa problematica, di fatto, si blocca anche la Cina. Pechino ha infatti rilanciato l’idea della “visione condivisa”, incentrata sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change - Unfccc), sull Protocollo di Kyoto, sulla Road Map di Bali e sugli accordi concreti nei settori dell´attenuazione, sull´adattamento, il trasferimento di tecnologie e la fornitura di risorse finanziarie ai paesi poveri. Ma la realtà è che gioca astutamente sui soggetti che dovranno farsi carico di tutti questi bei propositi. Come quasi tutti i “paesi in via di sviluppo”, la Cina pretende che a farsene carico siano soprattutto i paesi di “antica industrializzazione”, USA e Gran Bretagna in primis, in quanto inquinatori da maggior tempo. Ma, e non credo si possa dargli torto, Washington risponde che se anche Pechino, ad oggi il maggior inquinatore al mondo, non assume le stesse restrizioni sull’uso delle risorse fossili, il tutto si tramuterebbe unicamente in un vantaggio economico per le aziende cinesi, le quali non sono sottoposte ad alcun controllo sull’inquinamento.

 

La cosa migliore di queste giornate di meeting, l’ha detta Kemal DerviÅŸ, amministratore del Development programme dell´Onu (Undp), quando ha dichiarato che bisogna “affrontare le tre grandi crisi del pianeta: turbolenze finanziarie, povertà mondiale e cambiamenti climatici, come unico problema, e non separatamente”. Perché qua sta il punto della questione; è del tutto inutile continuare a tenere meeting, a Bali come a Poznan, se non si ammette una verità ormai sotto gli occhi di tutti: il sistema economico globale, basato sul consumismo e sull’utopia della crescita infinita, è la vera causa del disastro ambientale a cui stiamo andando incontro.

Ha ragione, in parte, Pechino nel sostenere che i “paesi industrialmente più antichi” hanno maggiori responsabilità, ma non per questo la via del “capitalismo di Stato” imboccata dalla Cina è meno colpevole. Finché non si ripenserà un mondo che abbia nei limiti fisici del pianeta un ostacolo invalicabile e che consideri l’uomo come olisticamente facente parte della Natura, e non come signore incontrastato del pianeta, i problemi ambientali non saranno mai risolti.

 

Viene da chiedersi se la strada che si sta imboccando sia questa . Penso che un esempio possa bastare a rispondere al quesito. Sapete chi gestisce il programma per la salvaguardia delle foreste? Facile, la Banca Mondiale, uno dei maggiori centri di diffusione della globalizzazione. Il risultato è che dal 1999 ad oggi, la maggior parte del portfolio di crediti di carbonio (tra il 75 e l'85%) gestito dalla Banca Mondiale ha finanziato industrie nel settore chimico, del ferro, dell'acciaio e del carbone, mentre meno del 10% dei fondi a disposizione è stato investito in progetti di energie rinnovabili. Con queste promesse, anche per Copenaghen non vedo all’orizzonte buone notizie.

 

Manuel

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categoria: ecologia


martedì, 16 dicembre 2008

IL GRANDE AFFARE ARCI

Nessuno controlla i circoli culturali, si lamentano i baristi e i ristoratori. Eppure qualche sorpresa c’è stata. A Mignanego, 3.300 anime in provincia di Genova, i carabinieri che hanno suonato al campanello dell’Arci «Più o meno» non hanno interrotto il solito cineforum sul realismo sovietico, o un dibattito sulla pace nel mondo. Ma un’allegra maratona di sesso di gruppo. «Qual è il problema? – ha risposto scocciato il titolare, Francesco I., quando gli hanno ritirato l’autorizzazione – Il sesso è cultura, e l’orgia rappresenta un momento di aggregazione». E ancora: «In due sere ho portato all’Arci 130 soci, roba che neanche in un mese di Feste dell’Unità». L’Arci Bitte di Milano – 900 metri quadrati con ristorante, giardino e libreria – in sei mesi di soci ne aveva fatti addirittura 12 mila. Un record, in una città tradizionalmente non proprio «rossa». Poi a maggio sono arrivati i vigili urbani e hanno messo i sigilli. Il motivo? «Non agivano da semplice circolo, erano un locale pubblico a tutti gli effetti». Il presidente dell’Arci milanese, Emanuele Patti, l’ha presa malissimo: «Quel circolo si è inserito in un certo circuito di locali milanesi, cui evidentemente dà fastidio».

Su questo l’Arci ha perfettamente ragione. Il Bitte dava molto fastidio ai proprietari dei locali pubblici. E danno altrettanto fastidio i 34 mila «circoli culturali e ricreativi» italiani che vendono cibo e bevande (anche alcoliche, naturalmente) ai loro soci. Perché fanno un giro d’affari – denuncia la Fipe, Federazione italiana dei pubblici esercizi – di 5,5 miliardi di euro l’anno. Praticamente esentasse. E danno lavoro a 80 mila dipendenti mascherati da «volontari», pagati solo attraverso un rimborso spese, pochi euro all’ora senza contributi. Quanto ci rimette lo Stato? Oltre un miliardo di euro all’anno. Per intenderci, con quei soldi in cassa il governo potrebbe triplicare la «social card».

Solo l’Arci, «l’associazione culturale e ricreativa italiana» – che per statuto «si riconosce nei valori democratici nati dalla lotta di liberazione contro il nazifascismo», «promuove cultura, socialità e solidarietà» e che ha aderito allo sciopero generale della Cgil di venerdì –, ha 5.577 circoli sparsi per l’Italia, e conta la bellezza di un milione, 150 mila e 393 soci. Venerdì sera al circolo Magnolia di Milano c’erano centinaia di giovani, fino alle 4 del mattino. Per discutere di antifascismo? No, la meglio gioventù ha ballato fino all’alba al ritmo del dj set «Fucked from above», tra una Guinness media (4 euro) e un mojito (7). Già, proprio quello che si fa all’«Hollywood», la discoteca delle veline e dei calciatori, anche se lì la coda all’entrata è più lunga e i clienti per vestirsi seguono un codice diverso.

I punti ristoro dei circoli Arci non pagano l’Iva, non pagano imposte dirette e nemmeno quelle locali. In pratica devono versare solo la tassa dei rifiuti ma in versione «ridotta», pari a un quinto di quella pagata da bar e ristoranti. Risultato: il «punto ristoro» di un circolo risparmia rispetto a un bar il 24% del giro d’affari in sconti fiscali e un altro 12% in risparmi sul costo del lavoro.

Un’indagine del Cirm rivela che il 43,6% di chi frequenta i circoli lo fa per «bere con gli amici», il 16,6% per «fare sport», il 13,5% per «ascoltare musica e ballare». Meno di 7 tesserati su 100 frequentano abitualmente «dibattiti e conferenze». Se «l’orgia è un momento di aggregazione» (e non ci sono dubbi) anche i superalcolici e la musica techno «promuovono la socialità». Resta da capire perché lo Stato decide di regalare un terzo degli incassi allo spettacolo discodance di «Puccia Recchia e i fanscazzisti», in cartellone all’Arci emiliana «Fuori Orario», mentre pretende fino all’ultima tassa dalla concorrenza che si esibisce nelle vicine discoteche della riviera romagnola. «Questa è concorrenza sleale – attacca il direttore generale della Fipe, Edi Sommariva –. Nel Dopoguerra, i circoli avevano davvero una funzione sociale, e anche politica, che oggi non hanno più. Occupano il nostro stesso mercato, offrono semplicemente divertimento, e in cambio chiedono soldi ai loro clienti». Ma tra un bar e un circolo non c’è proprio nessuna differenza? «Una sola – conclude Sommariva –. Al bancone dell’Arci non fanno scontrini».

 

Paolo Beltramin

Fonte: Il Giornale

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categoria: attualità


venerdì, 12 dicembre 2008

LA FINE DI UN'ERA. INTERVISTA A WALDEN BELLO

Autorevole economista e sociologo filippino, docente universitario e direttore di Focus in the Global South , Walden Bello ha fatto della combinazione tra la ricerca intellettuale e la militanza politica una vera e propria cifra distintiva, che gli ha fatto meritare nel 2003 il Right Livelihood Award (il Premio Nobel alternativo) e prima ancora la stima di molti di quelli che si battono per un'altra globalizzazione. Quanti non hanno occasione di incontrarlo nelle manifestazioni di piazza o nelle affollate assemblee del World Social Forum lo possono conoscere attraverso i suoi libri (tra cui Domination , Nuovi Mondi Media 2005; Deglobalizzazione , Baldini Castoldi Dalai 2004; Il futuro incerto: globalizzazione e nuova resistenza 2002) dedicati all'analisi delle diseguaglianze create dal sistema capitalistico contemporaneo e alla critica dei progetti imperialistici dello stato a stelle e strisce. Noi l'abbiamo incontrato a Viterbo, dove ha partecipato agli incontri organizzati dall'associazione "Greenaccord" in occasione del VI Forum Internazionale dell'informazione per la salvaguardia della natura su "Ambiente e sviluppo per il Sud del mondo" chiuso il 28 novembre.

Nel libro "Domination. La fine di un'era", lei identifica tre elementi che segnalerebbero la fine dell'egemonia americana: una crisi da sovrapproduzione (dimensione economica), una crisi da sovraesposizione (dimensione strategico-militare) e una di legittimità (dimensione politico-ideologica). Ci vuole spiegare meglio a cosa si riferisce?

La crisi da sovrapproduzione deriva dalla straordinaria capacità produttiva del sistema capitalistico che supera e contraddice la limitata capacità di consumo e d'acquisto della popolazione. Dalla metà degli anni Settanta questa crisi ha raggiunto un livello tale da spingere il capitale a ricorrere a tre vie d'uscita: la ristrutturazione neoliberista, la globalizzazione e la "finanzializzazione", che però non solo non hanno funzionato, ma anziché risolverla o mitigarla hanno aggravato la crisi da sovrapproduzione. Oggi assistiamo alla dimostrazione plateale di questo fallimento. L'altra dimensione è la crisi da sovraesposizione, che si situa al livello dello Stato e riguarda la sua capacità di "proiettare" potere; sin dalla guerra in Afghanistan abbiamo sostenuto che gli Stati Uniti si stessero sovraesponendo, rendendo manifesto lo scarto tra gli obiettivi del sistema imperiale e la mancanza delle risorse per ottenerli. La terza dimensione è quella della legittimità, senza la quale tutti i sistemi sono destinati al fallimento. Credo che il sistema democratico liberale, la cui diffusione è stata fortemente promossa dagli Stati Uniti soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sia oggi ampiamente discreditato a causa del modo in cui gli Usa hanno usato sia la democrazia che le istituzioni multilaterali come la Banca mondiale, l'Fmi e il Wto per promuovere i propri interessi strategici. Se si mettono insieme questi tre elementi e vi si aggiunge la crisi ambientale, si avrà di fronte una tempesta perfetta. Quella che ha ereditato Obama.

Ma allora l'attuale crisi finanziaria non è tanto il risultato di una mancata regolamentazione del settore finanziario, quanto l'incancrenirsi di una delle contraddizioni centrali del capitalismo globale…

E' così: la mancanza di regolamentazione, come l'avidità, sono soltanto parte della risposta, mentre la parte ben più rilevante va ricercata nel tentativo di superare la crisi dei profitti che deriva dalla crisi da sovrapproduzione attraverso la "finanzializzazione", con la speranza di poter assorbire il surplus e creare profitto. Invece del profitto, però, ne abbiamo ricavato la crisi che viviamo, che non rimanda semplicemente a una questione di regole non rispettate, ma alla peculiare dinamica del sistema capitalistico.

Da diversi anni lei sostiene che «ci sarebbe sicuramente bisogno di controlli sul movimento dei capitali, sia a livello regionale che locale», ma continua a dirsi scettico sull'istituzione di un'autorità monetaria mondiale. Perché?

Perché ritengo che le istituzioni centralizzate, anche laddove si suppone che operino per il multilateralismo, finiscano spesso sotto il controllo dei poteri dominanti, che ne sovvertono il funzionamento per soddisfare i propri interessi invece che quelli della maggioranza. La risposta alla crisi del sistema multilaterale non sta nella creazione di un nuovo gruppo di istituzioni centralizzate, ma nella promozione di un processo di decentralizzazione e regionalizzazione e nell'edificazione di un sistema di "checks e balances" fra istituzioni non eccessivamente potenti, che si possano controllare reciprocamente. Ciò di cui si ha bisogno per realizzare uno sviluppo sostenibile è lo spazio: le grandi istituzioni centralizzate non solo non creano spazio per le persone e per i paesi più vulnerabili, ma spesso finiscono per sottrarglielo.

Ci può spiegare perché ritiene che la globalizzazione debba essere intesa come «il tentativo disperato del capitale globale di scappare dalla stagnazione e dai disequilibri caratteristici dell'economia globale negli anni Settanta e Ottanta» piuttosto che come una nuova fase nello sviluppo del capitalismo?

Nell' Accumulazione del capitale Rosa Luxemburg sostiene che per estendere i tassi di profitto il capitalismo ha bisogno di incorporare nel sistema sempre nuove aree del mondo, che siano semi-capitalistiche, non-capitalistiche o pre-capitalistiche, e in questo senso io credo che la globalizzazione e la continua integrazione nel sistema capitalistico di nuove parti del mondo sia da intendere come una risposta alla crisi da sovrapproduzione piuttosto che una nuova e qualitativamente più elevata fase del capitalismo. Proprio su questo punto sono nati moltissimi errori all'interno del movimento progressista, perché si è creduto che i processi di globalizzazione fossero irreversibili. Invece sono del tutto reversibili. Oggi molti, sulla scia di Stiglitz, sostengono che il processo irreversibile della globalizzazione debba essere "salvato" dall'influenza dei neoliberisti, grazie ai socialdemocratici. Per me non è così.

Lei infatti è sempre stato lontano dalle posizioni "social-democratiche" di quanti immaginano sia possibile "umanizzare" la globalizzazione. Ha scritto: «il compito urgente che ci troviamo di fronte non è quello di orientare la globalizzazione guidata dalle corporations in una direzione "social-democratica", ma fare in modo di ritirarci dalla globalizzazione». Perché ritiene che sia impossibile "umanizzare" la globalizzazione?

Perché l'integrazione globale dei mercati e delle società è guidata dalle dinamiche capitalistiche, dunque dal profitto, e non invece da una necessità radicata nei bisogni dell'uomo. Non sta dunque nella natura nell'uomo, ma è un semplice strumento creato per cercare di risolvere una crisi di una certa economia, che contraddice quei bisogni proprio perché è disumanizzante. Inoltre la rapida integrazione dei mercati è assolutamente controproducente, poiché elimina quelle barriere tra le economie che permetterebbero a ognuna di essere più indipendente e dunque più sana perché meno vulnerabile alle crisi delle altre: una grave crisi all'interno di un'economia non si tradurrebbe come accade oggi in una grave crisi per tutte le altre. La terza ragione è che la globalizzazione risponde perfettamente alla logica del capitalismo di ridurre le dinamiche dell'economia a pochi centri di potere. Quelli che sostengono "la globalizzazione è irreversibile, dobbiamo soltanto umanizzarla" si illudono: è impossibile umanizzare la globalizzazione, dovremmo piuttosto capovolgerla.

Secondo la sua analisi, dovremmo passare dunque per un processo di "deglobalizzazione". Ma com'è possibile ottenere una «spostamento radicale verso un sistema della governante economica globale che sia decentralizzato e pluralistico» e che «sviluppi e rafforzi, anziché distruggerle, le economie nazionali»?

Per prima cosa "deglobalizzazione" non significa ritirarsi dall'economia internazionale, ma istituire con essa una relazione che possa accrescere le capacità di ognuno anziché soffocarle o distruggerle. Il vero problema del libero mercato e della globalizzazione guidata dalle corporation è che nel processo di integrazione le economie locali e le capacità nazionali vengono distrutte sotto il peso della presunta razionalità della divisione del lavoro, che nei fatti annienta ogni diversità. Mi sembra però che ci stiamo avvicinando a comprendere che la diversità è essenziale anche per lo stato di salute dell'economia. Il criterio dell'efficienza contraddice il benessere generale. Piuttosto che di efficienza avremmo bisogno di efficacia, perché laddove si parla di efficacia si parla anche degli strumenti economici più adatti per assicurare la solidarietà sociale e per creare un sistema economico che sia subordinato ai valori e ai bisogni della società, non viceversa. Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno spinto molti a interrogarsi sulla razionalità di un sistema che subordina i valori della società al mercato: dovremmo approfittare della crisi del sistema capitalistico per rivendicare la necessità di abbracciare la logica della solidarietà sociale.

 

 

Giuliano Battiston

Fonte: Liberazione

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categoria: economia, dossier


venerdì, 12 dicembre 2008

GUERRA AL LATTE CRUDO O AI PRODUTTORI LOCALI DI LATTE?

Il sottosegretario alla salute, Francesca Martini, annuncia che è allo studio "la possibilità di emanare un'ordinanza per sospendere la distribuzione di latte crudo fino a quando non ci sarà un adeguamento dell'informazione per la salute nella quale sia chiaro che il latte crudo va consumato solo dopo la bollitura".
Come mai simili raccomandazioni?
Perché ad oggi sarebbero 9 (6 nel 2008 e 3 nel 2007) i casi della grave malattia renale provocata nei bambini dal batterio Escherichia coli O157 "collegati" al consumo di latte crudo.
Stiamo parlando della malattia chiamata “sindrome emolitica uremica”, che si manifesta con una grave insufficienza renale che può rendere necessaria la dialisi. Questi 9 casi hanno "una probabile correlazione con il consumo di latte crudo", ha detto il direttore generale della Sicurezza alimentare e nutrizione del ministero della Salute, Silvio Borrello.


Quindi consumo di latte crudo in Italia è a rischio di infezione causata dal batterio Escherichia coli O157?

 Sembrerebbe di sì, secondo una circolare del ministero del Welfare.
La circolare, del dipartimento per la “Sanità pubblica veterinaria, nutrizione e sicurezza degli alimenti” e dalla direzione generale della “Sicurezza degli alimenti e della nutrizione”, si riferisce a segnalazioni di ''casi umani'' di infezione da Escherichia coli O157 ''associate al consumo di latte crudo''.
Dai controlli eseguiti nelle aziende di produzione - prosegue sempre la circolare - ''sono state riscontrate diverse positivita' per E. coli O157 sia nel latte crudo, destinato come tale al consumo umano, sia nelle feci degli animali produttori''.

 

 Quali sono le differenze?
- LATTE FRESCO: è il latte pastorizzato, venduto nelle confezioni che si acquistano normalmente al bar o al supermercato. Viene trattato a temperature relativamente basse per un tempo piuttosto breve, sufficiente per uccidere i germi patogeni senza rovinare prodotto, che resta fresco.
- LATTE A LUNGA CONSERVAZIONE: viene trattato con il calore in modo più drastico, tanto che può essere consumato nell'arco di sei mesi.
- LATTE CRUDO: viene commercializzato così come viene munto, senza alcun trattamento ad eccezione di una filtrazione.

 

 Cosa dice l’epidemiologia:  


L’Osservatorio epidemiologico della Regione Campania ha realizzato un’indagine sulla Sindrome emolitica uremica (Seu).

 A partire dal 1988, ogni anno sono stati osservati circa 30-40 casi di Seu (Sindrome emolitico uremica), per un totale di 439 casi notificati complessivamente tra il 1998 e il 2004. Sono inoltre stati identificati alcuni focolai epidemici, negli anni 1992, 1993 e 1997.
Il tasso nazionale d’incidenza medio annuale della Seu nello stesso periodo (1988-2004) è stato di 0,27 casi per 100mila abitanti, inferiore rispetto a quanto rilevato in altri paesi europei.

 Quindi ogni anno ci sarebbero, secondo l’Osservatorio della Campania, circa 30-40 casi ogni anno di questa Sindrome emolitica uremica.

 

Come mai soli 3 casi nel 2007 e 6 nel 2008 hanno fatto intervenire il Ministero del Welfare per bloccare la vendita di latte crudo? Dove sta il problema?
Ovviamente non esiste alcun problema sanitario, come non lo è stato il morbillo, la meningite, ecc.
Semmai il “problema” viene mediaticamente creato ad arte per raggiungere un ben preciso scopo.
E' doveroso precisare che il latte vaccino, cioè il latte di vacca, è un alimento che non va bene per l’essere umano: dovrebbe essere di esclusivo appannaggio dei vitelli.
Non è un caso infatti che il latte provoca più intolleranze alimentari in adulti e bambini di qualsiasi altro prodotto alimentare.
Il latte di capra invece è molto più vicino al latte umano.

 
Detto questo, è anche vero che se qualcuno vuole berlo (a prescindere dalle problematiche legate al muco, al ristagno delle vie aeree, ecc.) deve avere tutti i diritti di poterlo comprare allo stato crudo (certamente migliore di quello pastorizzato) e soprattutto ad un prezzo accessibile: il latte crudo viene venduto appena munto, da un minimo di 80 centesimi ad un massimo di 1 euro al litro. Crudo è meglio del pastorizzato .
La pastorizzazione, che prende il nome da Louis Pasteur, è il processo di riscaldamento cui vengono sottoposti il latte o altri prodotti alimentari.
Generalmente sono condotti a temperature variabili da 54 a 70 °C e per tempi compresi tra i 20 e i 30 minuti. I nuovi metodi "flash" riscaldano il latte da 65 a 76°C per 15-22 secondi.
La pastorizzazione HTST (High Temperature Short Time), porta il latte ad una temperatura di 72- 75°C per 15 secondi.
Mentre il trattamento UHT (dopo una pastorizzazione a 80°C ), porta il latte a temperature di circa 140°C per pochi secondi.
La sterilizzazione consiste nel riscaldare il latte ad una temperatura tale che tutti i microrganismi presenti sono distrutti.  In questo modo si distruggono i batteri patogeni (compresi quelli vitali) e si ritarda lo sviluppo di altri batteri. Il calore della pastorizzazione è però sufficiente per distruggere anche i batteri lattici importanti per la vita, come il Lactobacillus acidophilus, che contribuisce a sintetizzare la vitamina B nel colon (intestino crasso). Acidificando il latte che poi coagula, i batteri lattici tengono i batteri della putrefazione sotto controllo. Il latte pastorizzato, non avendo questa protezione, si potrà alterare. L'ironia della pastorizzazione è che distrugge le proprietà battericide del latte. Il latte crudo mantiene al suo interno i batteri lattici utili  

 

Principali vantaggi commerciali della pastorizzazione:

 

 1) Il produttore può permettersi la sporcizia:
Gli standard qualitativi degli animali che producono latte crudo sono considerevolmente più alti di quelli dei soggetti che producono latte da pastorizzare.

 

2) E' conveniente per il produttore e per il contadino:
Nonostante il latte crudo si mantenga più a lungo del latte pastorizzato, se non viene prodotto in condizioni di massima pulizia si potrà cagliare prima di quest'ultimo.

 

3) La pastorizzazione compromette il potere nutrizionale?
Il riscaldamento di ogni alimento oltre i 50 °C determina la distruzione degli enzimi, i trasformatori biochimici. Per esempio la pastorizzazione elimina la fosfatasi enzimatica che è necessaria all'assimilazione del calcio.

 

4) Malattie provocate dalla pastorizzazione:

 La perdita delle vitamine lipo-solubili come la A e la E può aumentare di oltre due terzi. La perdita della vitamina B e C può andare dal 38 all'80 per cento. Il 20% dello iodio si perde volatilizzato. Il consumo di proteine da latte cotto è dimostrato correlarsi con l'alta incidenza della trombosi. E gli animali da laboratorio degenerano più rapidamente quando sono nutriti con tale latte.

 Latte, osteoporosi e acidificazione del terreno.

Quindi la pastorizzazione permette ai grossi produttori nazionali una peggiore qualità del prodotto e dei bassi standard di igiene complessivi (alla fine del processo industriale, si fa bollire il latte, e chi s’è visto s’è visto). Tale bollitura però distrugge la “fosfatasi alcalina” (ALP) che è un enzima presente nel latte crudo molto sensibile al calore. Questo enzima serve all’assimilazione del calcio nelle ossa. La sua mancanza impedisce di fatto alle ossa di integrare il calcio disponibile.
Quest’ultimo infine, per essere assimilato deve disporre di un certo quantitativo di magnesio che nel latte (come in una dieta tradizionale) è molto scarso!

 Questo è il motivo per cui una dieta a base di latte pastorizzato invece di apportare calcio alla struttura ossea - come invece dicono i medici - lo sottrae alla stessa!  

Ma non è tutto, perché il magnesio (che partecipa a circa 800 reazioni biochimiche) serve anche a contrastare con la vitamina B6 l'acidosi metabolica indotta dai sali di calcio e dalle proteine animali.
Se il nostro terreno biologico è prevalentemente acido, a causa di un eccesso di proteine animali (latte, formaggi, carni, ecc.) i nostri meccanismi di tamponamento naturale per neutralizzare questo eccesso di acidità ricorrono alle riserve minerali che abbiamo principalmente nelle ossa e muscoli!
Sapete cosa significa questo? Significa che vengono sottratte da ossa e muscoli i minerali tampone che servono per riequilibrare l’acidosi e portare all’equilibrio.
Questo meccanismo a circuito chiuso spiega perché l'osteoporosi non è una mancanza di calcio ma una perdita di calcio a seguito delle nostre abitudini alimentari scorrette, tra cui appunto bere latte pastorizzato (carni, formaggi e proteine animali).
Ricordiamo in conclusione che l’acidosi del terreno biologico ci predispone in una situazione precancerosa…

 

Latte pastorizzato (morto) va bene, quello crudo (vivo) no. Come mai?
I nostri governanti stanno facendo di tutto per farci bere solo latte pastorizzato, cioè quel liquido biancastro che dal punto di vista chimico è perfetto, ma dal punto di vista energetico è morto, privo di vita e vitalità. In pratica vogliono farci bere solo quella bevanda che a lungo andare potrebbe farci ammalare.  Viene da sé che l’ordinanza del Ministero del Welfare, non ha niente a che vedere con la nostra salute - semmai il contrario - ma è un chiaro attacco dei grandi produttori industriali di latte contro le piccole aziende locali che vedono nei distributori una possibilità di sbocco commerciale della propria attività. Da quando i distributori di latte crudo hanno fatto la loro comparsa nel territorio locale, sicuramente le casse delle grandi aziende ne hanno risentito il colpo e sono quindi corse ai ripari…

 

Consiglio spassionato ai bevitori di latte crudo
Se trovate i sigilli ai distributori, non perdetevi d’animo, e soprattutto non andate nei supermercati a comperare un qualsiasi altro latte, perché così facendo darete ragione al sistema e parteciperete alla chiusura totale dei piccoli allevatori.  Prendete invece la vostra bottiglia e andate direttamente dal produttore di latte crudo (ogni distributore riporta il nome  del produttore). Se non lo trovate perché è lontano, non comperate più latte fino a che non verranno ripristinati i distributori. Esistono ottimi sostituti: latte di capra, succo d’uva, latte di riso, mandorle (il tutto biologico ovviamente).
E’ necessario e importante dare un chiaro e forte segnale.

 

Marcello Pamio

 

Fonte: www.disinformazione.it

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categoria: cibo alimentazione e salute


mercoledì, 10 dicembre 2008

SULLA VIA DEL NECROCAPITALISMO

Mentre il sistema scricchiola ed anche i più agguerriti liberomercatisti ci ripensano e fanno retromarcia, torna utile un agile saggio uscito alcuni mesi fa da Bollati Boringhieri che costituisce una tappa della ricerca che Vanni Codeluppi ha condotto e conduce sulla società contemporanea: Il Biocapitalismo. Verso lo sfruttamento totale dei corpi, cervelli ed emozioni. Sostiene l’autore che il Biocapitalismo costituisce l’ultimo stadio evolutivo del modello economico capitalistico che ha come caratteristica prima l’intreccio sempre più inestricabile con la vita degli esseri umani. Produce valore sfruttando in maniera totale il corpo inteso come strumento materiale di lavoro ma anche del corpo inteso nella sua globalità. In sostanza si basa su una nuova forma di valore economico il “biovalore”, il quale può essere estratto dalle proprietà vitali delle creature viventi. Per realizzare questo controllo totale le aziende nel Biocapitalismo coinvolgono sempre di più sia i loro dipendenti, sia i consumatori. 

Le aziende, nella costante e disperata ricerca della riduzione dei costi, tentano da un lato di recuperare efficienza sfruttando di più i lavoratori dipendenti, dall’altro di scaricarli sui consumatori. Telefoni cellulari, personal computer, connessioni wireless sottraggono tempo libero al dipendente inducendolo ad una reperibilità continua anche in orari un tempo destinati alle sue faccende private. I consumatori si trovano invece a fare dei lavori che un tempo erano eseguiti dalle aziende stesse con loro personale. La forma più nota è il modello a self-service dei fast food, o le operazioni che Ikea impone ai suoi clienti: self-service all’acquisto, imballo della merce, assiemaggio dell’oggetto acquistato disassemblato. 

Ma c’è di più nel Biocapitalismo. Alvin Toffler ha teorizzato l’avvento nella società della nuova figura del prosumer, unione di producer e di consumer, che si dedica a quello che lui chiama il “terzo lavoro”. Cioè un lavoro non retribuito che si affianca al lavoro retribuito e a quello che ognuno di noi dedica a se stesso, alla famiglia ed ai suoi affari. Esempi ne esistono a bizzeffe. Alcune società di software fanno testare ai consumatori le nuove versioni dei loro programmi, gratuitamente, invece che procedere a test interni. Alcune testate giornalistiche chiedono ai lettori di trasformarsi in reporter impiegando il telefonino per fare fotografie, oppure di realizzare veri e propri video (la TV è piena di trasmissioni, a costi ridotti, che presentano video amatoriali).

 I consumatori sono utilizzati ancora per promuovere i loro prodotti, con i sempre più efficaci passaparola. Diventano cioè dei promoter a costo zero. Il consumatore, dunque, mentre consuma, produce lavoro ed informazioni gratuite che poi sono utilizzate dalle aziende per fare profitto. Insomma tra l’impresa ed il consumatore si sta producendo una situazione di crescente commistione. E l’impresa ne approfitta per chiedere al consumatore di fare una parte del suo lavoro. Ma nel Biocapitalismo il controllo sul corpo assume altre forme ancora più inquietanti, come la crescente commercializzazione del corpo stesso. Le multinazionali del farmaco sono alla ricerca spasmodica di corpi-cavia su cui testare i loro prodotti (come ci ricordano alcune scene del film Dick e Jane: operazione furto).

  

Oppure nell’ambito biologico il significativo fenomeno di privatizzazione e commercializzazione che riguarda i geni. L’ufficio brevetti statunitense nel 1987 ha esteso la possibilità di brevetto a tutti gli organismi viventi pluricellulari manipolati geneticamente, inclusi gli animali. Dunque, gli embrioni e i feti umani, ma anche i geni, le linee cellulari, i tessuti e gli organi umani potevano essere brevettati. D’altronde, poichè negli USA ogni anno vengono rilasciati oltre 4000 brevetti sul DNA, è stato stimato che più del 20% dei circa 35000 geni del genoma umano è già diventato proprietà di qualche società farmaceutica o università. E naturalmente su questa situazione si innesta il traffico internazionale di organi umani da trapiantare che rende ancora più esplicita la consapevolezza che si sta sviluppando una nuova forma di economia per la quale non vale più il tradizionale principio che vieta il commercio di parti del corpo umano, che sono considerate merci da cui trarre un profitto. Ma il Biocapitalismo entra anche prepotentemente nella sfera culturale, perché oltre al controllo sul corpo, vuole anche il controllo totale sulla mente e sulle emozioni umane. Per realizzare questa colonizzazione del nostro immaginario non si fa scrupolo di introdursi, come un corpo alieno, con il brand, in ambiti da cui era escluso o vi entrava in modo funzionale (tramite le sponsorizzazioni), utilizzando mezzi come il cinema,la TV, la musica che diventano tramite di questa invasione. 

Ma quello che è più inquietante è il tentativo di asservimento della letteratura come è testimoniato da questo brano di Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia «Capelli corti, quasi a spazzola, sfumatura dietro il collo alta come quella di un marine, un giubbotto Levi’s scuro. Il colletto tirato su, una Marlboro in bocca, i Ray Ban agli occhi. Ha un’aria da duro anche se non ne ha bisogno. Un sorriso bellissimo, ma sono pochi quelli che hanno avuto la fortuna di apprezzarlo. Alcune macchine in fondo al cavalcavia si sono fermate minacciose al semaforo. Eccole lì, in riga come in una gara, se non fosse per la loro diversità. Una Cinquecento, una New Beetle, una Micra, una macchina americana non meglio identificata, una vecchia Punto. In una vecchia Mercedes 200, un esile dito dalle piccole unghie mangiucchiate dà una lieve spinta a un cd. Dalle casse Pioneer laterali la voce di un gruppo rock prende improvvisamentevita. Lui scende dai gradini di marmo, si sistema i suoi 501 e poi sale sull’Honda blu VF 750 Custom. La sua Adidas destra cambia le marce…»

  

A testimoniare che il processo di occupazione della cultura sociale da parte delle marche è ormai abnorme. Insomma le marche tentano di integrarsi progressivamente nella cultura sociale, fondendo i propri testi con quelli circolanti nella società. Non si tratta più di una sponsorizzazione, ma il tentativo di trasformarsi in un’autonoma forma di cultura. Ciò che avviene è un paradossale ribaltamento di ruolo per cui il soggetto parassitario (la marca sponsorizzante) sembra diventare più significativo del soggetto da cui assorbe la sua energia vitale (l’artista o l’evento culturale). Insomma il cancro, corpo estraneo di un fisico sano, si sviluppa fino ad appropriarsi di tutto. Questo lo scenario nell’epoca del Biocapitalismo descritto nel saggio di Codeluppi che a me sembra una forma di capitalismo ormai virata verso un nuovo sistema-mostro: il Necrocapitalismo. 

Molti sono gli esempi che possono essere citati per testimoniare questo ultimo regresso che ci riporta, noi che ci diciamo moderni, a delle forme deformi antichissime e degradate dove, ad esempio, il fare i figli non era segnale di invito alla vita, ma inizio di una catena di una lunga schiavitù che, per tutto il corso della vita, non veniva mai spezzata. Fare figli un tempo era una necessità. La necessità di avere nuove braccia da dedicare alla cura dei campi che i vecchi egoisti padri non erano più in grado di coltivare. Si mettevano al mondo figli non per generosità nei loro confronti ma per puro egoismo. Per assicurarsi una vecchiaia non derelitta e per avere manodopera a basso costo. Oggi nel “migliore dei mondi possibili” noi moderni replichiamo questa nefandezza. Costretti dai mutui in stile spagnolo, quei mutui eccessivi che estendono il loro debito sulle generazioni future, a mettere al mondo figli che si facciano carico anche di quel debito, dopo che gli abbiamo rovesciato sulla schiena il nostro debito pubblico, la dilapidazione di tutte le riserve di materie prime non riformabili, l’inquinamento dell’aria che non potranno respirare se non trasformandosi in mutanti dai polmoni con filtri per l’anidride carbonica. 

 

Abbiamo quindi percorso tutta la strada del Biocapitalismo giocandoci i nostri corpi, i nostri desideri, il nostro futuro e ci accingiamo a vampirizzare i nostri figli, futuri zombie abitatori di un nuovo mondo “un ulteriore mondo. Il migliore dei mondi possibili”. Di questa vampirizzazione esistono altri esempi già in atto da tempo, come la pratica necrofila di acquistare le nude proprietà delle vecchiette e poi aspettare, come il più famelico degli avvoltoi, che tirino le cuoia per avventarci sui suoi resti ed incassare il nostro premio. Se non è Necrocapitalismo questo. 

Da qualche tempo poi è diventata corrente un’altra moneta che sta sostituendo le altre che passano, una dopo l’altra, di moda. E anche qui c’è un incredibile ritorno ad un passato che pensavamo superato dalla nostra modernità. Dopo la pecora prima moneta nel baratto, dopo la pecunia d’oro, dopo la carta moneta collegata all’oro, dopo la carta moneta svincolata dal nobile metallo, dopo la carta di credito e di debito (monete di plastica), si torna a nuove forme di scambio in natura ed al baratto. Pagando non più con pecore del nostro gregge, ma prima con i nostri figli (nelle innumerevoli tratte dei minori) e poi, nel passaggio dal Biocapitalismo al Necrocapitalismo, con i nostri stessi organi di vita (reni, cornee su tutti), decretando anticipatamente una forma di pagamento autoantropofagica che ci conduce inevitabilmente ad un tardo cannibalismo e all’autovampirizzazione. 

Infine assisteremo all’esproprio di questo corrotto diritto residuale. Quando questa moneta fatta di carne e di sangue avrà pieno corso, sorgeranno allevamenti di individui portatori sani di organi da espiantare. Ma non saremo noi ad allevarli. Come nel passato ci sarà vietato emettere la nostra moneta. Ci sarà una Banca Centrale degli Allevatori che si arrogherà il diritto, non di battere moneta, ma di allevare la nuova moneta sanguinolenta. E così saremo ritornati di nuovo al punto di partenza, impossibilitati pure a vendere il nostro corpo a pezzi in caso di necessità. Il nostro rene sarà messo fuori corso e reso illegale a fronte di un rene certificato dalla Banca Centrale degli Allevatori.

 

Ma in tutto questo buio iconoclasta che ci preannuncia l’Avvento dei Vampiri, una piccola luce di speranza potremo ancora coltivarla. Questa moneta, costituita dai nostri stessi organi o dagli organi dei portatori sani allevati alla bisogna, non può essere accumulata. Nel senso che se espiantati ed accumulati in forzieri, i nostri organi vanno rapidamente in putrefazione. Se devono essere accumulati bisogna foraggiarli (dar da mangiare agli individui da espiantare), non generano ricchezza dal loro semplice accumulo. Sono cioè moneta deperibile che non genera ricchezza di per sé. Potrebbero dunque rappresentare un primo barlume di rivolta “Contro usura”. Da una putrefazione l’inizio di una riflessione.

 

Con la benedizione di Zio Ezra

 

Mario Grossi

 

Fonte: www.mirorenzaglia.org

 

 

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categoria: cultura, politica, dossier


martedì, 09 dicembre 2008

INTERVISTA A BUTTAFUOCO

Pietrangelo Buttafuoco è specializzato nel gettare sassi (ma sarebbe meglio dire enormi massi) nello stagno della cultura. E anche il suo ultimo libro (in libreria da mercoledì), Cabaret Voltaire. L’islam, il Sacro e l’Occidente (Bompiani, pagg. 226, euro 18), è un bel colpo di bombarda sparato contro i bastioni del pensiero occidentale fatto vulgata, dei valori libertari, mediamente e pigramente condivisi. Tanto per dire Voltaire e gli illuministi vengono impallinati, ma con loro viene impallinata anche la destra filo-americana colpevole, secondo Buttafuoco, di essere solo il cane da guardia di un pensiero unico che annichilisce il senso del sacro. Non bastasse, sono durissime le accuse alla censura che l’Occidente opererebbe contro i teorici della spiritualità islamica, come Khomeini o Ahmadinejad a partire dal fatto che «sono solo le discriminazioni di natura religiosa ad avere moneta corrente negli inaccessibili forzieri del pensiero unico occidentale».
Buttafuoco, lei mette nelle prime pagine un’ampia citazione di Ahmadinejad sui diritti della donna. Qualcuno reagirà male, leggendo…
«La citazione nessun giornale italiano l’ha riportata anche se era un discorso all’Onu. Mi meraviglio sempre dell’assoluta ignoranza in cui ci muoviamo, l’ho messa per quello. Esattamente nessuno sa quanto i musulmani venerino la Vergine. Insomma, si pretende lo scontro di civiltà quando ignoriamo tutto…».
Lei parla di un Occidente che si fabbrica il suo happy end mentre in realtà si limita a consumarsi. È l’altra faccia di questa ignoranza?
«Io sono cresciuto in una famiglia che ha fatto dell’Occidente una bandiera, sono cresciuto a pane e Pino Romualdi, quindi può capire la sofferenza. Ma oggi questa parola è solo il cavallo di Troia con cui la sinistra fa fare il lavoro sporco alla destra… Per fare un esempio, quando vedo tutti starnazzare attorno alle moschee mi chiedo: ma non sarebbe meglio chiudere le discoteche? La destra una volta era il senso della tradizione, della fede, della patria. Ora cos’è che dovremmo difendere: le minigonne? La vita à la page? Il consumo?… Oppure tutti quei miscredenti che parlano di valori solo perché non tollerano di vedere altri, i musulmani, che sono capaci di fermarsi e di pregare mentre noi non ci riusciamo più?».
È questo che intende dicendo: «La destra ha prodotto il peggior Occidente»?
«Sì, la destra è diventata custode della sovversione, è solo una sinistra senile. Ha dimenticato l’identità greco romana, il cattolicesimo, il Golgota. È carica di pregiudizi. Quei pregiudizi che sono il veleno che ci hanno inoculato gli illuministi…».
A partire dal titolo del libro, Voltaire è visto come uno dei simboli dei nostri mali. Ma è sicuro?
«È stato Voltaire a fabbricare quel pregiudizio sulla religione che ci ha avvelenato… Mentre la religione è l’istinto di sopravvivenza dell’uomo. La religiosità è alla base. Ecco perché nel libro insisto sul Venerdì Santo, sulle processioni che, grazie a Dio, in Sicilia hanno ancora un senso. Insisto sulla croce che un tempo era simbolo di Occidente e ora è rimossa. Pensi a Mel Gibson, l’hanno stanato come un cane rognoso solo perché ci ha messo davanti agli occhi il Golgota. Il Golgota dà fastidio perché è verità…».
Lei delinea una triade che ha difeso la spiritualità nel ’900: Heidegger, Wojtyla e Khomeini. Sull’ultimo si può dissentire.
«È una grande vittima del pregiudizio, quelli che lo osannavano come rivoluzionario sono quelli che ora si scagliano contro di lui in nome della guerra di civiltà. Nessuno però si è preso la briga di studiare davvero la sua storia e il suo pensiero. È un personaggio di enorme spiritualità che ha portato avanti una rivoluzione che è solo in minima parte politica e inoltre aveva un’enorme capacità predittiva… Ha visto in anticipo il crollo dell’Unione Sovietica».
Leggendo si può avere l’impressione che lei dia la nostra civiltà per spacciata e che per questo scriva con rabbia…
«Con rabbia no, diciamo che ci ho messo il sangue… E no, non do la nostra civiltà per spacciata, bisogna scavare all’indietro, recuperare i valori. Sino ad ora siamo andati avanti solo a colpi di rimozione. Bisogna recuperare la tradizione, ma come materia viva… Non è una cosa che si può imporre… Dobbiamo in un certo senso svegliarci da un lungo sonno… Dobbiamo riscoprire la nostra tradizione: Petrarca, Galilei, Leonardo. Qualcuno pensava di andare alla guerra di civiltà armato solo di poche e frettolose voglie».
Ha dedicato il libro a Giuliano Ferrara. Ma il direttore del «Foglio» su molte cose, come la guerra in Irak, la pensa diversamente da così…
«Io e Giuliano, pur nella diversità, stiamo sulla stessa barricata. Io su quella barricata porto uno scudo in più, quello della spiritualità, e la spiritualità nell’Islam sopravvive…».

Matteo sacchi

www.ilgiornale.it

http://nemanjic.wordpress.com/

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categoria: cultura