
L'inizio della distribuzione ufficiale del dvd del film "Gomorra", tratto dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano, è previsto per mercoledì 3 dicembre. Con quasi due settimane d'anticipo, nelle edicole del napoletano hanno iniziato a circolare le copie pirata, contraffatte proprio dalla camorra. Il film è recitato per buona parte in dialetto stretto e per questo sono stati inseriti, nella versione originale, i sottotitoli in italiano, tolti invece da quella "made in Forcella", forse perché ritenuti in qualche modo offensivi, forse per dare il messaggio che certe cose i forestieri non le devono poter capire...
A qualcuno potrà sembrare strano: Saviano, condannato a morte dalla camorra, è costretto a vivere blindato eppure la camorra stessa contribuisce alla diffusione della riduzione cinematografica della sua opera. Invece si tratta una mossa cinica e razionale.
Il libro “Gomorra” ha dato molto fastidio all’organizzazione perché ha rivelato dettagli, ha fatto nomi e cognomi ma, soprattutto, perché ha venduto moltissimo, ha dato notorietà e, quindi, concesso spazio al suo autore in televisione e sui giornali, gli ha permesso di portare il suo messaggio ad altri milioni di persone che il libro non lo hanno letto o non leggeranno mai. Il film invece non gli dà evidentemente noia: l'organizzazione trae vantaggio dal commercio di film contraffatti e rinunciare ad uno dei titoli di maggior successo del periodo significherebbe, ovviamente, perdere dei guadagni, ma scegliere di distribuire la pellicola significa anche pensare di non poter essere danneggiati dalla sua diffusione.
Il libro di Saviano, forse non un capolavoro da un punto di vista meramente letterario, deve il suo successo alle reazioni emotive di rabbia ed indignazione che ha saputo suscitare tra i lettori: emozioni sane, capaci di ispirare passione civile e speranza. Quello che la camorra non sopporta è proprio questo, che la gente possa tornare a sperare. Il film diretto da Matteo Garrone evoca invece un’atmosfera molto diversa, colma di disperazione, poiché rappresenta il potere assoluto dell’organizzazione, tanto che finisce per togliere la voglia di opporvisi più di quanto non ne dia.
Insomma il film, pur ben fatto, pur fedele allo spirito dell’opera che lo ha ispirato, depotenzia l’effetto del libro: la formula “riduzione cinematografica” appare in tal senso sinistramente efficace. Non si tratta di un caso isolato ma, piuttosto, di una regola generale: è prerogativa dell’immagine televisiva o cinematografica quella d’essere fruita in maniera passiva, mentre la lettura esige uno sforzo maggiormente attivo.
Proprio l’effetto ipnotico dell’immagine è alla base alla “società dello spettacolo” delineata da Guy Ernest Debord. La difesa più efficace di un sistema di potere nei confronti di qualcosa che può infastidirlo è la sua spettacolarizzazione: ogni forma di protesta, ogni resistenza risulta così fagocitata. L’appello di Alessandro Dal Lago, nell’intervista rilasciata a Tonino Bucci e pubblicata su Liberazione del 22 novembre, a salvare Saviano dal suo personaggio giunge probabilmente in ritardo e l’uscita del film di Garrone forse è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Ritorna alla memoria la dichiarazione, rilasciata poco di più di un mese fa da Maroni, per cui “Saviano non è l’unico simbolo della lotta alla camorra” poiché “la lotta alla criminalità la fanno polizia, magistratura, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine sui giornali”. Dichiarazione improvvida perché rilasciata pochi giorni dopo lo sfogo in cui Saviano aveva ventilato la possibilità d'andarsene dall’Italia, nonché, se si considera il reale significato della parola simbolo, anche sbagliata. La sensazione è che al ministro dell’Interno lo scrittore desse fastidio. Niente di strano, non stentiamo a credere che tutti, nel sistema politico italiano, tanto nel centrodestra che nel centrosinistra, preferiscono che non si parli troppo della criminalità organizzata, ovvero di qualcosa che non sono in grado di contrastare. Ancora peggio: forse non gli interessa neppure. Nel 1988, nei suoi Commentari, Debord scriveva: “Ci si sbaglia ogni volta che si vuole spiegare qualcosa opponendo la mafia allo Stato: essi non sono mai in rivalità”, nella sua analisi la mafia vive difatti accanto a quel simulacro del potere pubblico che è lo Stato, lasciandolo il più possibile intatto, colpendo sistematicamente quelle persone che volessero farlo funzionare oltre un livello semplicemente formale, ovvero il livello di funzionamento che gli compete nella società spettacolare. Insomma “la mafia trova dappertutto le condizioni migliori sul terreno della società moderna”.
Per contrapporsi davvero alla criminalità organizzata, quindi, la classe politica dovrebbe innanzitutto avere il coraggio di mettersi in discussione e, a quanto pare, non ne ha intenzione alcuna. Della camorra, quindi, meglio non parlare (“segreto generalizzato”) o, se non se ne può proprio fare a meno, parlarne spettacolarmente.
I soliti invidiosi accusano Saviano d’aver fatto i soldi “con la camorra”, ma solo il successo commerciale ottenuto gli ha permesso di avere voce, di farsi ascoltare: per questo merita solamente ammirazione e gratitudine. D’altronde lo stesso successo ha fatalmente innescato la spettacolarizzazione del suo messaggio e, di conseguenza, anche la sua neutralizzazione. E’ così che va il mondo.
Orso
Fonte: Rinascita del 28/11/2008

Abbiamo ancora tutti negli occhi le impressionanti scene degli “attacchi terroristici” di ieri a Mumbai, la capitale economica dell’India. Ovviamente, è arrivata la prima rivendicazione, a firma “Deccan Mujahideen “, sigla praticamente sconosciuta. Chiaramente, per poter fare un’analisi completa della vicenda, bisognerà aspettare qualche giorno, e cercare di capire quali piste siano le più credibili; infatti, va ricordato che in India è anche presente una forte componente di guerriglia comunista. Personalmente, mi sbilancio e penso che si tratti di quello che in gergo viene chiamato “False flag attack”, cioè un’ operazione condotte, o tollerata, dai servizi segreti per poter scatenare una reazione esponenzialmente superiore, i più famosi casi del genere sono Pearl Harbour e l’11 Settembre
Per spiegare la mia opinione, farò un piccolo passo indietro, alla campagna elettorale americana e alla sua “mente occulta”. Il vero “cervello” dell’”operazione Obama” è tale Zbigniew Brzezinski, docente universitario e fondatore della Trilateral Commission. Non mi dilungherò troppo su tale argomento, ma basti dire che
La mia impressione, pertanto, è che assisteremo, nel breve tempo, ad un’accentuarsi dei conflitti in Asia. Anzi a dire il vero ci sono già i primi segnali: basti considerare la situazione della Thailandia che internamente è minata dall’esercito(da sempre vicino alla CIA) che sostiene gli oppositori del governo, e all’esterno attaccata dalla Cambogia che da tempo ha l’appoggio di elementi del Bilderberg Group; oppure al Pakistan, e alle dimissioni forzate di Musharraf; e ora tocca all’India, colpita pochissimo tempo dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, e dove i “terroristi” non volevano colpire gli occidentali in genere, ma “casualmente” solo quelli di nazionalità Britannica o Statunitense.
Tutto questo, potrebbe fornire una “giustificazione” a Obama per “invadere” il cuore di Asia, secondo i disegni della sua guida Brzezinski. Più o meno quello che successo con l’Afghanistan e l’Iraq dopo l’11 Settembre. Il che mi porta a due considerazioni. La prima è che forse tutti quelli che si sono esaltati per la vittoria di Obama, dovrebbero riflettere meglio su quello che è realmente successo a Washington. La seconda è che stavolta non so se
Manuel
“Abbiamo veduto il Giappone del dopoguerra rinnegare, per l’ossessione della prosperità economica, i suoi stessi fondamenti, perdere lo spirito nazionale, correre verso il nuovo senza volgersi alla Tradizione, piombare in un’utilitaristica ipocrisia, sprofondare la sua anima in una condizione di vuoto”.
(Proclama letto il 25 Novembre 1970, prima del suicidio rituale)

Il 25 Novembre 1970, Yukio Mishima, pseudonimo di Hiraoka Kimitake, entra, insieme ai suo fedelissimi seguaci, all’interno dell’ l'ufficio del Generale Mashita dell'Esercito di Difesa Giapponese, all’interno del Quartier generale della base militare di Ichigaya, a Tokyo, e dopo aver letto un proclama in diretta televisiva, si toglie la vita tramite il rito del “Seppuku”, sventrandosi con
Cosa ha spinto, uno dei più grandi scrittori e critici giapponesi di ogni epoca, a questo gesto estremo? Ripercorriamone brevemente la vita ed il pensiero per capirlo.
Mishima nasce il 14 gennaio 1925, anno XIV dell’epoca Taisho, a Tokyo nel quartiere Yotsuya, da Azusa, alto funzionario del ministero dell’Agricoltura, e da Shizue, secondogenita di un professore di lettere. Nel 1931 viene iscritto alla scuola GakushÅ«in, la scuola dei Pari, frequentata dall’aristocrazia nipponica, dove viene imposto uno stile di vita estremamente spartano. Viste le umili origini ed il fisico non adatto a tale stile di vita, Mishima deciderà di dedicarsi allo studio, in particolar modo della letteratura. Nel Settembre 1944 ottiene il diploma liceale col massimo dei voti, e premio dell’Imperatore Giapponese. Intanto infuria
Ripresosi dalla delusione si iscriverà all’Università alla Facoltà di Diritto, ma coltiverà sempre la passione per la scrittura, conducendo una doppia vita: studente di giorno, scrittore di notte. La situazione muterà, portandolo a lasciare gli studi, nel 1949, con la pubblicazione del romanzo “Kamen no Kokuhaku” (Confessioni di una maschera), che gli porterà il successo del pubblico e della critica. Nel frattempo si sposa con Yoko Sugiyama, da cui ebbe due figli.
Nel 1951, ci sarà un’altra svolta nella vita di Mishima. In quell’anno effettuerà viaggi in Occidente, negli Stati Uniti, in Brasile ed in Europa, come corrispondente dell' “Asahi Shinbun”. Rimarrà folgorato della Grecia, in particolar modo dalla cultura ellenica classica. La sua vita muterà radicalmente. Inizierà a dedicarsi alla cultura, a volte estrema, del corpo e della sua bellezza, tanto che inizierà a maturare tendenze omosessuali. Comincerà a praticare assiduamente il culturismo e le arti marziali, in particolar modo l’Aikido e il Kendo. In Giappone è ormai un personaggio famosissimo, grazie ai suoi romanzi (di questo periodo è Shiosai (La voce delle onde) pubblicato nel 1954) e appare in diverse riviste in pose che ricordano i Samurai, nonché in un film del 1966, YÅ«koku (Patriottismo), la storia di un giovane ufficiale che decide di uccidersi col rito del Seppuku, il suicidio tradizionale dei Samurai disonorati, insieme alla moglie.
Inoltre, sotto l’influenza delle Milizie Spartane, decide di fondare l’associazione “Tate no Kai” (la “Società degli Scudi”). L’intento è quello di formare una piccola milizia, un centinaio di giovani, che attraverso lo studio della “Via del Guerriero”, la filosofia tradizionale dei Samurai, rappresenti l’avanguardia per il riscatto del Giappone, nonché, nell’immediato, pronta a difendere l’Imperatore da un’eventuale colpo di stato Comunista. Parte importante del progetto di Mishima è quello di risvegliare l’orgoglio dei militari, quindi parteciperà con la sua Milizia alle esercitazioni della forza di autodifesa, il Jieitai. Ma dopo poco tempo, le gerarchie militari, ormai assoggettate all’invasore americano, cominceranno a guardare di cattivo occhio questi giovani idealisti e li allontaneranno.
Anche la produzione letteraria va a gonfie vele; infatti nel 1965 apparirà il primo volume della tetralogia-chiave di Mishima, “HÅjÅ no Umi” (Il mare della fertilità), il cui ultimo libero (sulla cui ultima pagina viene riportata la data 25/11/1970) apparirà nel 1970, poco prima il suicidio.
Proprio il 25 Novembre, ormai disilluso dall’esercito, che segue con entusiasmo gli ordini degli invasori, e convinto che la morte eroica per una giusta causa, sulla scia dei Samurai e degli Spartani, sia l’apice della vita di un vero uomo, compie il gesto di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo.
Diversi sono i punti di interesse nel percorso letterario ed intellettuale di Yukio Mishima. Sicuramente il principale è il rifiuto della modernizzazione di società tradizionali, come quella giapponese precedente
La cosa incredibile di Mishima è l’estrema attualità della sua analisi e l’incredibile adattabilità alla realtà italiana attuale.
Tre sono i libri di cui consiglio la lettura:
“Abito da sera”, uscito da poco in Italia, si tratta di una feroce satira della borghesia del secondo dopoguerra che scimmiotta l’invasore americano, dimentica del suo glorioso passato tradizionale. Non sarà difficile notare la somiglianza con la situazione italiana, tanto del dopoguerra, quanto di oggi.
“Lezioni spirituali per giovani samurai”. Si tratta di un libro in cui Mishima fornisce “istruzioni” ai giovani che vogliono agire contro la decadente società giapponese, secondo l’idea che pensiero e azione devono camminare assieme. In alcune edizioni si trova accompagnato al “Proclama” letto da Mishima prima del Seppuku
“Sole e Acciaio”. Libro in cui Mishima espone le teorie che lo spinsero, influenzato dalla cultura ellenica classica, ad abbracciare la “cultura del corpo. Il Sole rappresenta la forza e lo spirito interiore; l’Acciaio, il corpo nella forma mitizzata tipica delle culture guerriere (Spartana e dei Samurai su tutte).
Manuel

Che i mass media esercitino un potere fondamentale nella società odierna è risaputo, basta leggere il libro di Chomsky “La fabbrica del consenso” per farsene un'idea. Ma alcuni episodi accaduti recentemente sono emblematici; anche se in fondo lasciano aperta qualche speranza per il futuro.
Il primo caso che vorrei citare è la campagna elettorale di Barack Obama, che lo stesso nuovo Presidente degli Stati Uniti ha definito la “migliore campagna elettorale della storia”. In effetti, la gestione dei mass media da parte dell’entourage di Obama è stata straordinaria. Prima, salta fuori la parente immigrata clandestina, che viene prontamente scaricata, “da cacciare come tutti gli altri clandestini”, in modo da rassicurare l’elettorato più conservatore; poi due fantomatici ragazzetti del Sud, che apparterrebbero all’ “Alleanza Ariana”, che secondo ridicoli calcoli avrebbero dovuto uccidere Obama e altri 101 persone di colore (per motivi di decenza e per non offendere l’intelligenza di alcuno, preferisco non dire come si è arrivati alla cifra di 102…); infine, la nonna che “casualmente” muore qualche ora prima del voto, non c’è che dire…curiosa coincidenza!
Il secondo caso, invece, riguarda casa nostra, ovvero gli “incidenti” di Piazza Navona. Ora che la situazione si è raffreddata si è scoperta la verità dei fatti. Ma quello che vorrei sottolineare, non è tanto chi ha cominciato le scaramucce, bensì quello che è successo a livello mediatico. Fin dalla mattina, i poteri forti avevano cominciato a raccontare una parte assolutamente faziosa della vicenda, per trasmettere la solita immagine del “fascista sporco e cattivo”. E questo è durato anche nei giorni successivi, addirittura obbligando una trasmissione come “Chi l’ha visto?” ad occuparsi di vicende politiche che nulla hanno a che vedere col programma. Ripeto, non mi interessa stare qua a sindacare su chi avesse ragione, quanto il fatto che i poteri forti abbiano pensato subito di utilizzare i mass media per falsificare la realtà ed ottenere uno scopo politico: spezzare l’unità degli studenti nella migliore delle ipotesi, farci scappare il morto, nello scenario descritto da Cossiga (uno che di lavoro sporco se ne intende).
Come i due casi analizzati evidenziano, bisogna prestare molta attenzione a ciò che i poteri forti propugnano attraverso i mass media; anzi, visti i tempi di crisi e forte contrasto sociale che ci aspettano, bisognerà fare molta attenzione, perché la situazione sociale è destinata ad esplodere, con le inevitabili tensioni che ne conseguiranno. Gli “anni di piombo” in Italia e l’omicidio di J.F. Kennedy in America, per restare in tema, avvennero in contesti storico-sociali molto simili.
Ma, come dicevo all’inizio dell’articolo, c’è qualcosa che fa ben sperare. Piaccia o no, se ne vogliano elencare le infinite controindicazioni, Internet rappresenta un elemento che potrebbe essere chiave in questa lotta per la verità. Infatti, subito dopo l’elezione di Obama, sono apparsi in rete decine e decine di articoli in cui si denuncia la natura mistificatoria del nuovo Presidente degli Stati Uniti, che i poteri forti hanno utilizzato come “maschera” per passare dal regime dei “neocon”, a quello del “soft power”, per dirla con il Prof. Preve, riuscendo comunque a mantenere le leve del potere ben salde in pugno.
Lo stesso fenomeno è accaduto in Italia. Nonostante i soliti tentativi dei poteri forti di mistificare la realtà per far tornare indietro il paese al ’77, guarda caso anche qua utilizzando le “maschere” dei giornalisti “di sinistra”, grazie ad Internet la verità è venuta fuori.
Quindi, se da un lato è desolante vedere come ancora una volta i poteri forti cerchino di manipolare la coscienza della gente attraverso i media, dall’altro c’è da notare la possibilità, forse veramente per la prima volta nella storia, per il popolo di avere in mano uno strumento per opporsi al potere. Sta a noi utilizzarlo al meglio.
Manuel

Non sempre le notizie importanti stanno sulle prime pagine dei giornali o nei titoli di testa dei tg. A volte sono rintanate nelle pagine di cronaca, magari quelle locali, che non vanno al di là della cinta daziaria cittadina. Oppure vengono annegate in poche righe d'agenzia,
Due episodi che arrivano da Torino, città che - nel bene e nel male - viene spesso considerata come quella che anticipa i fermenti e le tendenze nazionali. Due vicende di secondo piano che aiutano a svelare i volti del capitalismo contemporaneo, fino a poco tempo idolatrato come un totem e adesso scricchiolante sotto i colpi della recessione (e delle malefatte di troppi finanzieri da filibusta).
Prima scena. Periferia nord della città. Da un vecchio edificio industriale, ristrutturato con gusto, esce una fila di persone dall’aria smarrita. Sono giovani, uomini e donne fra i trenta e quarant’anni, abbigliamento casual e uno scatolone in mano. I famosi scatoloni che ci siamo abituati a vedere in televisione quando va in onda lo spettacolo del crollo di Wall Street. Sono dipendenti del centro di ricerca del colosso americano Motorola, ingegneri elettronici e tecnici informatici. Colletti bianchi, forse qualcosa in più. Li hanno cacciati dall’oggi al domani perché l’azienda a stelle e strisce è in crisi e deve tagliare. Ma soprattutto deve “delocalizzare”, cioè con un brutto neologismo trasferire la produzione (in questo caso pure la ricerca) laddove il costo del lavoro è più basso. In India, forse in Cina. Via dall’Italia e via dall’Europa, comunque. I Motorola boys sono frastornati. Gli hanno chiuso le porte in faccia da un giorno all’altro e hanno potuto ritirare le loro cose soltanto sotto gli occhi dei guardiani, perché i dirigenti temevano che potessero rubarsi i progetti segreti degli ultimi modelli di telefonino. Poi hanno scoperto che Motorola non ha versato all’Inps la quota per la copertura degli ammortizzatori sociali: niente mobilità, quindi. Solo l’indennità di disoccupazione. Probabilmente i vertici del colosso di Chicago (toh, la patria di Obama…) ci hanno sempre considerato alla stregua dell’India e della Cina, anche dal punto di vista delle tutele. La mossa piratesca dell’azienda americano ha spiazzato i vertici di Comune e Provincia di Torino e della Regione Piemonte, tutti di stretta osservanza democratica e quindi entusiasti per qualsiasi cosa arrivi dagli States. Così entusiasti da aver regalato a Motorola, negli anni scorsi, 10 milioni di euro in incentivi pubblici affinché scegliessero Torino come base del loro centro di ricerca. Dieci milioni che il colosso dell’Illinois ha intascato per poi lasciare per strada 370 fra ingegneri e ricercatori. Così quando si ascolta il vicesindaco Tom Dealessandri (ex sindacalista Cisl) bofonchiare stramberie come «Ci resta un centro d’eccellenza, un gruppo di cervelli che ha saputo creare decine di modelli messi sul mercato, speriamo che qualcuno non lasci cadere ciò che rappresenta il centro Motorola», ti viene da pensare che il poveretto abbia parlato in chiaro stato di choc. Perché non puoi credere che pensi veramente una simile puttanata.
Seconda scena. Venaria, cintura industriale del capoluogo. Il presidente della Mollabalestra, storica azienda con 120 dipendenti specializzata nella produzione di balestre e sospensioni per mezzi pesanti, mostra compiaciuto il nuovo tetto dello stabilimento. Settemila metri quadrati sui quali sono stati collocati 2600 pannelli solari, in grado di produrre 600 mila kilowatt/ora. Il più grande impianto fotovoltaico del Torinese, costato la bellezza di 2 milioni e mezzo di euro. Che in tempi di crisi, non è poco. In questo modo, grazie ai raggi del sole, l’azienda risparmierà il 20 per cento del proprio fabbisogno energetico ed eviterà di immettere nell’atmosfera 300 tonnellate di anidride carbonica. «Alla fine del ciclo - ha spiegato il residente - ogni 12 mesi riusciremo a risparmiare dai 60 ai 70 mila euro. Per noi è una grande boccata di ossigeno che ci consentirà di tenere duro e di non fare dei tagli al personale».
Durante la settimana, l’energia prodotta dai tetti dello stabilimento di Venaria servirà per alimentare le lavorazioni meccaniche, nel fine settimana sarà immessa nella rete Enel, che la comprerà dalla Mollabalestra. Nell’ultimo decennio l’azienda ha investito 10 milioni di euro, raddoppiato il personale e aperto un altro stabilimento in provincia di Torino e uno in Emilia. Non risulta che quei 10 milioni siano stati regalati dai lungimiranti amministratori pubblici della zona.
Giorgio Ballario
Fonte: www.mirorenzaglia.org
Ore 16,00: “Tramonto dell’occidente e civiltà faustiana” -Dott. Stefano Vaj
Ore 17,00: “In cammino verso l’Imperium” – Dott. Adriano Scianca
Ore 18,00: Conclusione
Di fronte all’Europa di oggi, declinata in termini unicamente economici, lo scopo di questo convegno è quella di tracciare una prospettiva culturale alternativa in grado di assicurare un futuro “altro” al nostro Continente. Vorremmo offrire “suggestioni, idee e fondamenti” culturali, filosofici e spirituali per proporre una visione, alternativa a quella che si è sostanziata, che si rifaccia alle idee originali ed originarie della cultura europea.
L’Associazione Culturale Edera intende affrontare queste tematiche attraverso il contributo del Dottor Adriano Scianca, saggista e pubblicista, collaboratore de “Il Secolo d’Italia” e responsabile culturale C.P.I., e del Dottor Stefano Vaj, saggista e autore di libri quali “Indagine sui diritti dell’uomo” e “Biopolitica”, collaboratore della Rivista “L’Uomo Libero”.
www.associazioneedera.org
info@associazioneedera.org
info: 349/6721944

L’autunno delle contestazioni studentesche ha molti commentatori. Non basta insegnare in un liceo per dire cose non banali, ma perlomeno garantisce una testimonianza credibile; infatti, ci si sente schizofrenici nel vedere tanta tensione sui media rispetto all’ordinaria vita scolastica di un istituto centrale in una importante città italiana. Plesso occupato e centro di agitazione per qualche giorno, partecipe per la maggior parte dei suoi studenti e insegnanti al recente sciopero generale, ma in tutto ciò privo di qualsiasi nota difforme dalla ciclicità stagionale degli eventi descritti. Sarà la capacità delle strutture sindacali di governare le istanze sociali nel mondo del lavoro; sarà il consenso di molti docenti con le rivendicazioni in corso, ma un primo dato rappresentativo - per uscire dalla stucchevole retorica degli eterni cantori della propria giovinezza, vale a dire del ‘68 o del ‘77 - è che voler trasgredire con l’approvazione sociale, anzi con la sicurezza individuale garantita, è una contraddizione in termini dell’opulento occidente. La mentalità contemporanea che fa della trasgressione un “diritto”, ne uccide sul nascere la possibilità di rimettere realmente in discussione ciò che contesta. Per dei giovani poi, che modellano il loro carattere in questa fase nitida dell’esistenza, la trasgressione è solo per chi sa assumersene le conseguenze, anche estreme e non sembra proprio che ci sia nell’aria nulla di realmente radicale, esistenziale, in gioco.
In piazza c’è sicuramente la legittima ansia delle giovani generazioni in un paese gerontocratico e clientelare, amplificata dalla constatabile crisi socio-economica; c’è il tentativo politico di utilizzare pro domo sua la questione reale dell’inadeguatezza della trasmissione culturale e della conoscenza nel nostro paese; c’è il naturale protagonismo dei vent’anni, ma manca la consapevolezza di voler cambiare alla radice le cose, di uscire dal recinto dell’individualismo risentito e giocare la partecipazione come modello altro di vita e di società.
L’istruzione è il midollo osseo di una società - anche se spesso le migliori menti e pensatori si sono formate a prescindere da scuola e università – e rappresenta quel momento di formazione imprescindibile nel definire la cultura individuale e collettiva. Limitarsi quindi a dibattere sulla formazione del sapere in termini di tagli nella finanziaria limita la questione alla funzionalità del sistema. La sinistra, in tal senso, confonde demagogicamente lo stato sociale con la clientela assistenziale; la destra, confonde lo stato liberale con la razionalizzazione aziendale. In entrambi i casi non si è in grado di assicurare parità democratica d’accesso al sapere e merito nella sua resa pubblica. Manca cioè l’orizzonte del bene comune per cui spendere un ideale disinteressato capace di aggregare le giovani generazioni in uno scarto epocale che rimetta in discussione il paradigma del sapere.
L’istruzione non è un corpo avulso dalla società edonistica e individualistica in cui vive il disorientato uomo contemporaneo. Non si cambia né rendendola un servizio di assistenza sociale permissivo, né inseguendo la competizione economica, in entrambi i casi trainate dal suicida determinismo della globalizzazione. Bisogna, in contro tendenza, avere la forza di emanciparsi dal mercenario spirito dei tempi e riformulare un primato del pensiero disinteressato rispetto al pragmatismo utilitaristico della società industriale. Karl Polanyi ben descrisse - di contro agli economisti classici liberali e marxisti - che oltre allo scambio e alla redistribuzione, c’è la reciprocità comunitaria. Questa è individuabile nei soggetti socio-culturali dove la dimensione dello scambio è colto sul piano del dono, antropologicamente pre-economico.
La leva del cambiamento è la parte per il tutto, ma nel contesto dell’educazione ha un suo primato esemplare. Il degrado dell’istruzione intacca ancor prima del ruolo sociale, la dignità del docente e l’irripetibilità del discente. Il compromesso impiegatizio, lo squallore familistico del baronato accademico, l’ignoranza studentesca che si propaga e raggiunge i vertici professionali in ogni dove… Nessuno è più disponibile a giocarsi coerentemente la vocazione di una scelta di vita, a trasmettere la cultura come evento irripetibile nella formazione spirituale dell’essere, del sentirsi partecipe di un tutto comunitario.
La domanda da porsi è banale, elementare: chi è il bravo insegnante, quello che cova la sua frustrazione nei mille rivoli del compromesso sociale o quello che fa una lezione meravigliosa sull’origine dell’universo? Il paradosso è che l’insegnante che si limita a fare lezioni straordinarie, di quelle da incantare anche i sassi, è bravo perché non è “misurabile”. Ma per i funzionari del grigiore questo è intollerabile: una lezione “invisibile”, non è valutabile, scende nell’anima, s’inabissa chissà dove e magari agisce dopo vent’anni e crea uno sconquasso. Chi la misurerà mai? Peccato che sia l’unica “prestazione” che distingue un “maestro” da un intrattenitore sociale. Ma le “riforme” succedutesi senza posa inseguono le imprese, le banche, che devono intervenire per dare uno “scopo” a Dante e Platone: e se invece - a costo zero - ci venissero in soccorso i movimenti studenteschi e le famiglie, cambiando modo di vivere e ricominciando a educare i figli (meno weekend per esempio, meno consumi?).Ma può esistere oggi un’idea alternativa di scuola, se non esiste un’idea forte del mondo, della società, della vita e della morte?
Il gioco, ragazzi, è a somma zero: dentro o fuori del muro della mercificazione, dentro e fuori di voi. Ribelli solo se per cambiare veramente la società in cui domani sarete voi ad insegnare.
Eduardo
Fonte: www.ariannaeditrice.it

Ha ragione Sabina Guzzanti: in Italia c’è un regime insopportabile, sembra di essere tornati al Fascismo.
In televisione non esiste più la libertà, ormai Berlusconi è proprietario di tutto e non si può più fare satira in santa pace. Ora basta, libertà per i “satiri” che vanno lasciati liberi di deridere i potenti!!!
Pensate, ieri sera guardavo una puntata di Matrix su Canale 5, ovviamente di proprietà del Cavaliere, presentata dal noto “Feldmaresciallo” Enrico Mentana. A discutere di libertà di espressione c’erano il “Fascistissimo” Vauro, un’imitatrice della bolscevica Mara Carfagna, i “Cameratissimi” Trio Medusa, e la “Faccetta Nera” Rula Jebreal.
Durante il programma, altri pericolosissimi esponenti del neo-fascismo italiano sono apparsi sullo schermo: su Raitre, nemmeno a dirlo di proprietà del governo e quindi del Berluska, Santoro che presentava Sabina Guzzanti che prendeva in giro il Presidente del Consiglio (ovviamente non poteva essere Berlusconi, che mai lo avrebbe tollerato…); su Raidue (maledetto ancora Berlusconi alla proprietà…)Corrado Guzzanti che imitava un qualche personaggio politico (ovviamente non poteva essere Tremonti, che sarebbe intervenuto a colpi di olio di ricino…); su LA7, finalmente non sotto le grinfie del “Duce di Arcore”, e si vede, Crozza che ironizzava (ah si?) su Veltroni…visto che dove c’è libertà anche la sinistra viene presa in giro!!!!
Oddio, rileggendo quello che ho scritto temo di non aver ben capito le lamentele dei “comici” di sinistra. A ben vedere a Matrix c’erano quasi tutti ospiti, conduttore compreso, di centro-sinistra, noti per prendere in giro i personaggi al governo. Poi fanno vedere spezzoni di programmi trasmessi sulla Rai e ancora comici che irridono il governo. E si badi bene, sono tutte reti televisive che l’opposizione sostiene essere gestite dal “Tiranno di Arcore”. Infine si vede un programma di una televisione indipendente e si vede un comico, sempre di sinistra ovviamente, che unico caso della serata ironizza sul capo dell’opposizione. Insomma, non riesco a capire se il regime dittatoriale è imposto dal governo o dall’opposizione…
Fortunatamente, oggi sono riuscito a sciogliere il dubbio. Mi ha aiutato un noto conduttore di programmi della RAI, se ho capito bene fascista in quanto lavora per una rete di Berlusconi, tale Santoro Michele. Costui, solerte difensore del diritto alla Guzzanti di fare ironia sul Dittatore, ha fatto causa, per la “popolare” cifra di due milioni di Euro, ad un comico radiofonico, tale Joe Violanti, il quale fa scherzi ai politici di turno spacciandosi, e prendendo in giro, il Santoro medesimo, il quale non gradisce e chiede la censura.
Ecco finalmente ho capito. Bisogna abbattere questo regime che tollera la satira ed instaurare la “democrazia santoriana” che tollera la satira solo contro l’avversario politico e censura quella contro di sè….oddio, credo che il discorso totalitarismo/democrazia non funzioni così, ma non vorrei che Santoro chiedesse 2 milioni di Euro anche a me, quindi…viva la satira, viva Santoro, viva la libertà…ovviamente quella di Santoro!!!
Manuel
Due giorni fa si è spento Michael Crichton, uno degli scrittori contemporanei più famosi al mondo.
E’ conosciuto soprattutto per aver scritto “Jurassic Park”, libro a mio avviso molto sottovalutato. In realtà, era un’acuta riflessione sul tema della manipolazione genetica, e dei rischi che l’umanità corre quando agli scienziati viene lasciato troppo potere. Infatti, in questi casi i laureati pensano di potersi sostituire addirittura a Dio.
Ma il libro che secondo me andrebbe letto, dell’autore americano, è “Stato di paura”. Pubblicato nel 2004, fu al centro di infuocate polemiche, in quanto attaccherebbe le preoccupazioni legate al surriscaldamento globale. In realtà, l’intento di Crichton era quello di criticare, nuovamente, la scienza, o per meglio dire lo strapotere degli scienziati ed il loro modo di agire. Aldilà della teoria nati-ambientalista dell’autore, che non condivido minimamente, è un libro da leggere per riflettere su alcuni dati caratteristici della nostra società, in particolar modo sulla ricerca scientifica.
Quello che emerge dal libro è che, tanto gli ambientalisti, quanto le industrie, corrompono, finanziandoli, i ricercatori, in modo che i risultati dei loro studi servano allo scopo del committente. Ecco perché ciclicamente escono test scientifici che affermano tutto ed il contrario di tutto. Altro elemento tipico del mondo scientifico è la presunzione di onniscienza. E’ vero solo ciò che è provabile scientificamente, il resto è fantasia. Peccato, che nella storia dell’uomo, quello che, secondo la scienza, era vero ed inconfutabile ieri, si è scoperto essere falso in segutio. Questo dovrebbe far riflettere sull’assoluta necessità di mettere dei paletti alla ricerca scientifica, e soprattutto all’importanza che gli scienziati hanno ricoperto nel mondo odierno. Per saperne di più, vi rimando alla lettura del libro.
Piccola curiosità. Il libro comincia con un omicidio all’interno di un laboratorio, nel quale viene simulato uno tsunami. Il libro esce nel 2004, quindi finito di scrivere almeno un annetto prima. Pochi mesi dopo uno tsunami, questa volta vero, devasta il Sud-Est asiatico, causando miglia e migliaia di morti, ma, anche, fornendo alle superpotenze politiche mondiali, Stati Uniti e Cina in testa, di estendere il loro potere attraverso i finanziamenti alle popolazioni colpite. Solo una coincidenza?
Manuel

Cosa si intende per “Sindrome di Stoccolma”? Nel 1973, la “Kreditbanken” di Stoccolma venne presa d’assalto da alcuni rapinatori, i quali, una volta scoperti dalla polizia, vi si asserragliarono dentro, tenendo in ostaggio alcuni dipendenti per sei giorni. Tra i sequestrati ed i sequestratori si instaurò un rapporto di comprensione reciproca, che spine i prigionieri a collaborare coi ladri, ed una volta liberati a chiedere per questi la clemenza della corte. Questo stato d’animo, che a volte si instaura tra vittima e colpevole, venne definito, dallo psicologo e criminologo svedese Nils Bejerot, “Sindrome di Stoccolma”.
Che nesso c’è tra un disturbo psichico e l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti? L’elemento comune è l’atteggiamento del popolo, e dei mass media, italiano verso tutto quello che succede dall’altra parte dell’oceano.
Vorrei ricordare, nel caso qualcuno se lo fosse scordato, che l’Italia è invasa militarmente dagli Stati Uniti dal lontano 1945, e che in questi oltre 60 anni, i “padroni del mondo” hanno sfruttato il Belpaese, imponendo governi e misure economiche a loro piacimento. Giusto per una rapida ripassata: Pentapartito, con l’impossibilità per le opposizioni di governare, per almeno 50 anni; liberalizzazione selvaggia dell’economia; privatizzazioni di quasi ogni settore statale strategico; costituzione dell’Unione Europea delle banche e delle multinazionali; Ustica; strage di Bologna; anni di piombo, con la teoria degli “opposti estremismi”; Cermis; omicidio Calipari… e chi più ne ha più ne metta!
Tutti questi esempi dimostrano che gli interessi degli Stati Uniti non coincidono con quelli italiani, e visto che un Presidente statunitense cercherà di fare l’interesse del proprio popolo, di conseguenza la sua politica non favorirà certo noialtri, o nella migliore delle ipotesi non se ne curerà. Fin qua tutto logico, non vedo perché un governo straniero dovrebbe fare gli interessi di noi italiani, soprattutto se pensiamo che neppure i nostri di governi se ne occupano.
La conseguenza dovrebbe essere un misto di insofferenza e fastidio verso quel rito di facciata che si chiamano elezioni presidenziali statunitensi. Invece, da settimane non si parla di altro, con divisioni quasi calcistiche: visto che uno si chiama come me tifo Obama, allora io mi schiero con McCain. Certo, saranno solo chiacchiere da bar, roba che fanno i pensionati da una partita a briscola e una a scopa….niente affatto, le televisioni inviano decine di reporter negli Stati Uniti, sondaggi, opinionisti, maratone elettorali, ecc. I politici si contendono le idee del vincitore come se fossero un bel pacchetto di soldi, ecc.
Ma il massimo lo si è visto il giorno della vittoria di Obama. Direi che lì la vita politica italiana ha toccato un fondo da cui non penso potrà scendere ulteriormente. Il Partito Democratico ha organizzato a Piazza Navona, la festa per la vittoria di Obama!!!! Ma la cosa più inquietante non era tanto Veltroni che vaneggiava cercando di accreditarsi come leader delle “forze di Centro-Sinistra in ogni parte del mondo”, oppure D’Alema, formatosi nell’Unione Sovietica, applaudire festante. No, la cosa più allucinante erano le centinaia di persone, spero prezzolate, che agitavano cartelli blu e bianchi con scritto “Obama for President”!!!!!!
A questo punto ho maturato la mia convinzione: gli italiani soffrono della Sindrome di Stoccolma, sono “innamorati” dei propri sequestratori, li appoggiano, e gioiscono con loro, senza rendersi conto che sono loro ostaggio. Diversamente non saprei spiegarmi tanta idiozia!
Giusto per spendere due parole sul risultato delle elezioni americane, trovo che i vari commenti siano uno dei più grossi cumuli di fesserie mai sentite negli ultimi anni. Facciamo un po’ di chiarezza.
Si dice, soprattutto a Sinistra: “Un presidente degli Stati Uniti di colore rappresenta una svolta epocale”. Qua si fa finta, almeno spero, di non capire. Forse qualcuno non si è accorto che i tempi sono cambiati dagli autobus dove i neri potevano sedersi solo dietro. Da anni, le multinazionali si contendono attori, cantanti, sportivi di colore (tanto per citarne qualcuno: Beyoncè, Puff Daddy, Michael Jordan, Tiger Woods, Lebron James, Kobe Bryant, le sorelle Williams, Denzell Washingotn, Oprah Winfrey, Naomi Campbell, Tyra Banks, ecc.), i quali rappresentano degli status symbol, oltre che una fonte inesauribili di miliardi di dollari. Ma oltre lo “star system” esiste una “middle-class” di colore che ormai ha raggiunto uno stile di vita esattamente identico a quello dei “WASP”, con mega-ville e super-suv compresi (gli amanti delle fiction americane si ricorderanno “Willy, il principe di Bel Air”, con l’altro super-idolo Will Smith). Da questa realtà esce l’avvocato Barack Obama, quindi non vedo dove sia la sorpresa nel fatto che abbia vinto, forse Condoleeza Rice non era di colore? La “svolta epocale” ci sarebbe stata se il neo-Presidente fosse uscito dalla comunità di Inglewood, il ghetto nero di Los Angeles, oppure dalla maggioranza dei carcerati, che è di colore.
Ma dirò di più, sarebbe bastato che le comunità ghettizzate degli Stati Uniti, i neri che vivono grazie ai sussidi di disoccupazione, senza scuole, senza assicurazione sanitaria, in mano agli spacciatori di crack,ecc, si fossero riconosciute in Obama, o anche solo, “turandosi il naso” avessero votato per lui.
Invece, nonostante gli inspiegabili trionfalismi della Sinistra nostrana, le frange povere, comprese quelle di colore, non si riconoscono minimamente in Obama, e a differenza nostra, se ne fregano di chi ha vinto le elezioni. Supposizioni? Salvo che la matematica non sia diventata un’opinione questa è l’inconfutabile verità. Secondo i primi calcoli l’affluenza alle urne dovrebbe essere stata del 60% degli elettori, con un aumento del circa 7% rispetto alle elezioni vinte da Bush. Ora, negli Stati Uniti, per votare devi iscriverti tu al registro dei votanti, praticamente l’opposto di quello che succede in Italia, e notoriamente le minoranza etniche, soprattutto le più povere, non vanno mai a votare. Quindi, dando per scontato che le classi medie e alte abbiano mantenuto l’affluenza delle altre elezioni, anche se sappiamo che non è andata così, questo significa che solo 7 poveri su 100 sono andati alle urne, e tra questi vanno considerati gli ispanici, gli asiatici, e le altre minoranze. Insomma, nella migliore delle ipotesi, per la nostra Sinistra ovviamente, solo 2 o 3 poveri di colore su
Come mai quindi le persone di colore non si riconoscono in Obama? Come già detto, il nuovo Presidente non è una loro espressione, ma rappresenta la stessa casta dei Bush, dei McCain & Co. Una prova a conferma? Il Center for Responsive Politics (organizzazione non governativa Usa che monitora i legami tra finanza e politica) ha pubblicato sul suo sito web OpenSecrets.org la lista dei maggiori sostenitori di Obama: Goldman Sachs (874.000 dollari), JPMorgan Chase (581.000 dollari), Citigroup (581.000 dollari), UBS, Morgan Stanley (425.000 dollari), grandi Università come Harvard e Stanford, giganti dell'informatica come Microsoft, Google e Ibm, major cinematografiche e televisive come Time Warner e National Amusements e i più potenti studi legali Usa, oltre al personale “supporto” di Gorge Soros.…alla faccia della campagna elettorale pagata con “le persone che versavano 5 o 10 dollari agli angoli della strada” come affermato durante il discorso di ringraziamento.
Ma c’è di più, e i neri che vivono nei ghetti lo sanno benissimo. Barack Obama è l’uomo dei poteri forti, delle menti grigie della globalizzazione e della crisi finanziaria in atto. Anche qua parlano i fatti. Il suo consigliere per la politica estera è Zbigniew Brzezinski, fondatore della Trilateral Commission e mente della globalizzazione. I membri principali del suo staff sono: il vice-presidente Joseph Biden, il quale ha dichiarato che Obama aumenterà la pressione militare in paesi come l’Afghanistan, il Pakistan e l’Iran; Dennis Ross, figura di spicco del Bilderberg Group e della fazione dei “neo-con” fautrice delle politiche imperialiste degli Stati Uniti degli ultimi 15/20 anni; e William J. Perry, altro noto membro del Bilderberg Group e Ministro della Difesa sotto Clinton, quindi organizzatore dei bombardamenti sulla Yugoslavia. E’ fautore di una politica talmente imperialista e militarista che ha ottenuto l’appoggio entusiasta del generale David Petraeus, comandante in capo delle forze strategiche nel Medio Oriente, e di Colin Powell.
A questo punto, qualcuno potrebbe pensare che avrei voluto che vincesse McCain. Beh, spiacenti, io
Manuel