venerdì, 31 ottobre 2008

HALLOWEEN-SAMHAIN: INIZIA L'ANNO CELTICO

Alexei Kondratiev, Il tempo dei celti. Miti e riti: una guida alla spiritualità celtica Negli ultimi anni sta avendo sempre maggiore diffusione, anche qui da noi, la festa di Halloween. Come è noto si tratta del rientro in terra europea di un’antica festività celtica, importata e rielaborata in alcuni suoi aspetti negli States dagli immigrati irlandesi, gallesi e scozzesi. Oggi anche nei paesi celtici d’Europa la festa di Halloween sta sovrapponendosi ai caratteri originari della festa dei morti, secondo un modello seguito anche da altre manifestazioni culturali, come per esempio la musica tradizionale. Non sempre, comunque, queste variazioni stravolgono i caratteri originari. Talvolta le feste tradizionali mutano sino a divenire qualcosa di assolutamente alieno rispetto al loro spirito originario; in altri casi, invece, attraverso modifiche non sostanziali si conservano i caratteri più importanti, che risultano persino fortificati. Ed è probabilmente proprio questo il caso di Halloween.

Venceslas Kruta, La grande storia dei celti. La nascita, l'affermazione e la decadenza Gli antichi Celti celebravano intorno al primo di novembre, per una durata di alcuni giorni, la festa di Samhain, che coincideva con il capodanno secondo il loro sistema di computo lunisolare del tempo. A Samhain infatti si aprono le porte dell’aldilà e ogni incontro diviene possibile: entità magiche e fatate, esseri mostruosi e demoniaci, morti e vivi, tutto è presente. Per propiziare una simile unione (secondo la leggenda irlandese, la presenza alla festa era obbligatoria per tutti i membri del popolo, pena essere ritrovati morti il giorno successivo) si adoperavano appositi strumenti: la carne di maiale, che dona l’immortalità, la birra, l’idromele. I druidi avevano il diritto di accendere il primo fuoco della festa (un’antica tradizione che in Irlanda fu interrotta, secondo quanto narra la leggenda, da San Patrizio in persona). Nelle antiche vicende mitologiche, tramandateci dal monachesimo irlandese, la maggior parte degli eventi straordinari avvengono proprio a Samhain, e sono possibili le divinazioni del futuro. D’altronde l’antica festa celtica ha trasmesso buona parte delle sue caratteristiche alle celebrazioni cristiane di Ognissanti e di Tutti i Morti: corrispondono all’incontro con l’altro mondo, rispettivamente quello degli “spiriti” e quello delle “anime”.

Racconti di fate e tradizioni irlandesi Ancor oggi in Irlanda e Scozia rimangono residui antichissimi della festa di Samhain. Per esempio, si proteggono con semplici riti i bambini dal pericolo di essere rapiti dalle fate e si raccomanda loro di non mangiare i frutti selvatici, perché in quella notte gli spiriti vi urinano o sputano sopra; si compiono pratiche divinatorie per predire il tempo atmosferico, le prossime morti o i futuri matrimoni; e si praticano anche diversi curiosi “giochi divinatori”, per esempio tramite il bairín breac (una cesto della frutta dal quale si estraggono oggetti allusivi al futuro). Soprattutto si accendono fuochi, e non soltanto con candele poste dentro zucche e zucchini scavati in forme temibili. Ancora in anni recenti, la notte di Samhain vede impegnata in modo massiccio la Gardai di Dublino a spegnere fuochi lasciati espandere inavvertitamente da persone d’ogni età.

* * *

Tratto da Area 85 (2003), p. 80.


Alberto Lombardo

Fonte: www.centrostudilaruna.it

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venerdì, 31 ottobre 2008

LA GRANDE CRISI DEL 2008: QUELLO CHE LA GENTE NON SA

Stiamo subendo da circa un anno e mezzo una crisi economica e finanziaria che non ha avuto eguali per dimensioni e diffusione prima d'ora. E tutti sono convinti abbia avuto origine negli Stati Uniti e dagli States sia poi giunta al resto del mondo. Ebbene tale disastro è nato in Gran Bretagna, nella City e, nello specifico, all'interno di numerose società di ingegneria finanziaria. Dobbiamo tener presente che il 90% dei prodotti finanziari, buoni ma soprattutto non buoni, viene studiato e progettato presso queste società finanziarie/bancarie.

In questo caso, la causa dei principali mali del mondo è rappresentata dai cosiddetti strumenti derivati, denominati CDO e CDS.

Tali strumenti non sono altro che mutui immobiliari "impacchettati" e trasformati in obbligazioni. Quindi, grazie a questa operazione di "cartolarizzazione" (trasformare in carta un mutuo) tutte le principali Banche hanno potuto vendere a chiunque e all'esterno i debiti immobiliari dei loro clienti. Naturalmente il vantaggio delle Banche stava proprio nel fatto che potevano ottenere ulteriori profitti da queste obbligazioni strutturate: infatti, chi acquistava un'obbligazione garantita da un mutuo immobiliare prestava una certa quantità di denaro per un certo periodo di tempo ricevendo un interesse, garantito dai pagamenti rateali di chi aveva realmente sottoscritto il mutuo.

Si parla anche di mutuo "subprime"per indicare che questo è effettivamente un mutuo a rischio, detto in termini tecnici NINJA (No Income, No Job or Asset = Nessun Reddito, Nessun Lavoro stabile o Garanzia Finanziaria).

Praticamente, il circuito partiva dalle Società di ingegneria finanziaria che progettavano il prodotto, proseguiva poi con le Banche Commerciali (quelle che erogavano i mutui ai clienti) che impacchettavano i mutui e vendevano le obbligazioni alle Banche d'Affari o le collocavano direttamente sul mercato. In questo modo si creava una sorta di circolo vizioso con l'entrata di continua liquidità derivante dalla vendita delle obbligazioni strutturate, liquidità utilizzata per sostenere richieste di nuovi mutui e finanziamenti, e nuovamente per emettere altre obbligazioni strutturate.

Iniziata con gli Stati Uniti (a parte la progettazione avvenuta nella city di Londra) questa prassi è divenuta comune sia in Asia che in Europa tantoché pochissime Banche, anche europee, sono immuni da questo fenomeno.

E questo giochetto, che ha portato enormi profitti "facili" nelle casse delle Banche è andato avanti per anni, sostenuto anche dal continuo sviluppo del mercato immobiliare americano, con aumenti costanti del numero delle case costruite (esiste anche un indice economico basato sul numero dei nuovi cantieri) ed ovviamente con gli aumenti dei prezzi. Ciò ha portato inesorabilmente alla creazione di una bolla speculativa, che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni fa, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i mutui vengono, almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo.

Si è assistito quindi al blocco dell'aumento del prezzo delle case e successivamente al suo crollo, non ancora terminato.

Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai mutui subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano scesi profondamente, e le quotazioni furono sospese.

A seguito di questa crisi, diverse Banche americane dichiararono fallimento o pesanti insolvenze (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington, ecc...), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità.

E veniamo all'ultimo atto, ovvero all'approvazione da parte dell'Amministrazione Bush, naturalmente in collaborazione con la Fed, del pacchetto di misure d'emergenza mediante la costituzione di un mega fondo pubblico da 700 miliardi di dollari (si stima però che il vero "buco" si attesti intorno ai 1.500 miliardi di dollari), che avrà la funzione di raccogliere, per il prossimo biennio, questi titoli finanziari "tossici", ormai privi di mercato e detenuti dalle Banche Usa. L'obiettivo è senz'altro quello tentare di stabilizzare i mercati finanziari, dai quali poi dipende la sorte di tutti gli altri settori economici.

Ora gli effetti, come sempre, partendo dagli Usa stanno arrivando anche in Europa dove molte Banche hanno acquistato e rivenduto ad altre Banche, Sim, Gruppi Assicurativi, Fondi Pensione, Amministrazioni Pubbliche (Stati, Regioni, Provincie e Comuni), Gruppi Industriali, le obbligazioni strutturate sui mutui subprime. Immaginiamo quali potranno essere le conseguenze dell'azzeramento di valore di queste obbligazioni per i Fondi Pensione o per le Amministrazioni Pubbliche, e quindi per la collettività, che le detengono nel proprio portafoglio...

In Europa, però, non c'è ancora alcun accordo su un eventuale piano di salvataggio comune.

Anche l'Italia non è immune da tale situazione negativa ed i principali Gruppi Bancari (Unicredit, e prossimamente anche Intesa ed MPS) iniziano ora a far uscire comunicati stampa con i quali si dichiarano notevoli difficoltà finanziarie legate al possesso e alle perdite causate da questi titoli (obbligazioni strutturate e derivati). E' proprio di questi giorni l'annuncio dell'Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, relativo ad un prossimo aumento del capitale sociale della Banca necessario per far fronte a tali problematiche. E pensare che lo stesso Profumo, fino a pochi mesi fa, intervistato, continuava ad affermare che era tutto sotto controllo, i fondamentali erano più che buoni e la Banca da lui condotta non aveva certo da temere nulla (forse non aveva detto tutta la verità); nel frattempo il valore del titolo ha perso oltre il 50%.

E questa possiamo definirla la cronaca della nascita e sviluppo della nuova crisi finanziaria del 2008.

Ma, al di là della mera e tecnica cronistoria, mi sembrano doverose alcune considerazioni, alle quali vorrei lasciare la risposta ai lettori:

è giusto che il conto di tale disastro finanziario sia poi pagato dai cittadini?;

è giusto che la maggioranza della Comunità ripiani il conto salato causato da una minoranza di avidi, ricchi, egoisti, imbroglioni, bugiardi e ladri?;

è giusto che i veri autori di tale "truffa" finanziaria legalizzata (i nomi sono sempre quelli delle principali Banche d' Affari Usa e delle Banche Commerciali loro complici americane, asiatiche ed europee), alla fine escano impuniti con il benestare delle principali Autorità Governative e di Controllo?;

è giusto che gli amministratori di queste note Banche d' Affari e Commerciali, dopo aver causato un tale dissesto mondiale, semplicemente si dimettano dalle loro cariche e se ne escano con liquidazioni di 30-40-60 milioni di dollari ciascuno?;

è giusto che all'interno delle più alte cariche governative e degli organi di controllo siedano personaggi provenienti da queste famigerate Banche d' Affari? (l'esempio emblematico è il caso di Henry Paulson, Ministro del tesoro Usa, con patrimonio personale stimato intorno ai 700 milioni di dollari e, guarda caso, proveniente da Goldman Sachs; ma ricordiamo anche Mario Draghi, oggi Governatore di Banca d'Italia, proveniente dalla stessa Banca d'Affari, e lo stesso Romano Prodi, ex Primo Ministro del Governo Italiano e proveniente sempre dalla stessa Banca...);

è giusto che le società di Rating, che dovrebbero essere degli Enti imparziali e super partes, ma che invece sono in collusione con queste Banche d'Affari, applichino giudizi e punteggi positivi a queste obbligazioni e a quelle delle Banche amiche pur non avendone i requisiti? (ricordiamo che le obbligazioni di Lehman Brothers avevano AAA, ovvero il massimo punteggio di affidabilità e, nella sola Italia, i risparmiatori truffati possessori di tali titoli si stima siano oltre 300.000).

Inoltre, un nuovo pericolo è all'orizzonte sul sistema finanziario Usa, e successivamente in Europa: il rischio fallimenti relativamente ai rimborsi legati alle carte di credito.

E' infatti sempre maggiore il numero di clienti che non riescono a far più fronte ai pagamenti, in un'unica soluzione e rateali, sulle carte di credito. E forse non tutti sono a conoscenza che, nei giorni scorsi, mentre al Congresso Usa si votava il piano di salvataggio di Paulson, è stata approvata, sempre dal Congresso, una Legge a favore dei detentori di carte di credito, in difficoltà nei pagamenti, che impedisca alle Compagnie Finanziarie e assicuratrice di alzare indiscriminatamente gli interessi retroattivamente, senza preavvisare la clientela. Dopo le segnalazioni di migliaia di clienti, la stessa Federal Reserve ha dovuto ammettere che queste rappresentano pratiche "ingannevoli".

Ed i numeri di tale fenomeno non sono per niente incoraggianti: nel solo 2007 ed inizi 2008 il tasso delle insolvenze è aumentato in maniera vertiginosa e si stima che circa 2.5 milioni di cittadini rischino il fallimento personale.

 

 

Fabrizio Zampieri

-economista ed analista finanziario-

fabrifinanz@hotmail.com

 

Fonte: www.disinformazione.it

 

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categoria: economia, dossier


giovedì, 30 ottobre 2008

PROTESTA STUDENTESCA O DI PARTITO???

Oggi è il giorno dello sciopero del “presunto” personale delle scuole. Perché “presunto”? Perché il sospetto che avevo fin dai primi giorni della protesta contro la “riforma Gelmini”, si è tramutato in certezza.

 

In realtà, non siamo di fronte ad una protesta del mondo studentesco, degli insegnanti, del mondo universitario. No, siamo di fronte ad una protesta del PD e della Sinistra radicale contro il Governo. A questo punto, mi interessa poco entrare nel merito delle tematiche inerenti al mondo dell’istruzione; infatti, tutto a questo punto ha una sua logica e tutto si ridimensiona. Non ha molto senso stare a disquisire delle bontà o meno delle norme varate dal governo. L’unica cosa che a questo punto ha senso dire è: chi appoggia le opposizioni di Sinistra scenda in piazza e tutti gli altri vadano a scuola. Infatti, l’intento di queste scioperi non è promuovere una battaglia per il diritto sacrosanto ad una scuola di qualità, ma contestare il governo Berlusconi per un mero tornaconto elettorale.

 

Cosa mi fa giungere a questi conclusioni? Tre episodi rivelatori di una chiara matrice partitica della protesta.

Primo, pochi giorni fa su “Raitre” venivano intervistate alcuni studenti universitari che stavano occupando l’Ateneo. Uno di questi, il più sincero, affermava che aldilà del risultato finale, uno scopo importante queste proteste lo avevano raggiunto: “abbiamo posto fine alla luna di miele tra il governo Berlusconi e gli italiani”. Questo sarebbe un risultato che un movimento studentesco che si batte contro un progetto di riforma scolastico dovrebbe avere? Direi proprio di no. Quello che dovrebbe interessare ad un movimento studentesco è ottenere delle misure giuste per il mondo della scuola, a prescindere dal governo in carica e dal risultato elettorale che questi ottiene. Anzi, dovrebbe cercare di far approvare buone leggi approvate dalla maggioranza dei cittadini, se poi questo dovesse favorire il governo, è irrilevante.

 

Secondo, lo sciopero indetto oggi. Infatti, non si tratta di uno sciopero studentesco o del corpo insegnanti, sia ben chiaro, nemmeno nell’espressione sindacale. Le prove? Il corteo della “Triplice” non è aperto dai qualche docente, qualche insegnante precario, qualche studente; bensì da Veltroni e dalla Garavagli, il “ministro ombra” del Partito Democratico. Cosa c’entrano delle personalità partitiche con una protesta “genuina” del mondo scolastico?

 

Terzo, il fatto che questa non è una protesta aperta a tutti gli studenti, ma solo a quelli di Sinistra. Anche in questo caso non sono io a dirlo, ma i fatti. Ieri si è svolto l’ennesima manifestazione “studentesca” a Roma. E sono scoppiati disordini tra gli studenti. O almeno così raccontano i mass media. Peccato, che la realtà sia molto diversa. Si vede chiaramente, in Piazza Navona, un cinquantenne, minimo, aizzare gli studenti di Sinistra contro quelli di “Blocco Studentesco”, anch’essi presenti in piazza. Successivamente, arriva in piazza il corteo dei “centri sociali”, composto da qualche centinaia di 25/30enni armati di bastoni e pietre che si scaglia contro gli studenti di Destra. Tutto questo senza che la polizia intervenga a tutelare il diritto di manifestare di chi non sfila insieme alle organizzazioni di Sinistra, di cui qualche isolato rappresentante prova ad impegnarsi per evitare l’aggressione. Anzi, la polizia stessa avrebbe fatto arrivare in piazza questa “delegazione studentesca” per evitare disordini, tanto è vero che nessun cordone di sicurezza si schiera tra le due parti. Ancora più curioso che nonostante l’aggressione di diverse centinaia di adulti armati contro poche decine di ragazzini disarmati, il risultato sia stato di due ragazzini feriti, e due arrestati, un militante di Rifondazione Comunista di 33 anni, e uno studente di Destra di 19 anni.

Colpa di “Blocco Studentesco”? dei “centri sociali”? della polizia? Non lo so, ma quel che resta è il fatto che ci fossero dei cinquantenni ad aizzare gli studenti e degli adulti che si sono presentati al corteo studentesco per aggredire chi non la pensa come loro, col benestare della polizia.

 

Tutto questo sta a significare che siamo di fronte ad una protesta del mondo della scuola contro una riforma ritenuta sbagliata? Ai lettori la, purtroppo ovvia, risposta.

 

Manuel

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categoria: attualità, scuola e università


giovedì, 30 ottobre 2008

LOUIS DUMONT: IL SISTEMA DELLE CASTE

La storia dell´antropologia è piena di fraintendimenti di culture altre, dovute alla tendenza a cercare in esse qualcosa di familiare, fino a vedervelo anche quando non c´è, nonché di fascinazioni esotiche, tanto da suscitare, se non giustificare un´accusa di antioccidentalismo riferita alla disciplina nel suo insieme. La gran parte delle ricerche antropologiche è stata per lungo tempo dedicata a società per così dire "primitive", in genere numericamente piuttosto ridotte, e ha prodotto così un ricchissimo inventario di usi e costumi di popolazioni lontane. Non è un mistero che molti degli studiosi che hanno portato avanti tali lavori erano, per le loro posizioni ideologiche, portati alla critica nei confronti della società occidentale e che spesso hanno ceduto alla tentazione di esercitarla mediante il paragone tra i propri oggetti di studio e la società d´origine.

Però le cose cambiano quando l´oggetto di studio non è più una società molto piccola, ma una grande civiltà, la cui forma influenza la vita di moltitudini di esseri umani. Esempio: i cannibali del Borneo, nonostante il forte tabù che la loro pratica infrange (rispetto alla nostra cultura) sono visti come una curiosità, quindi si sospende il giudizio, per poi indignarsi molto di più per il fatto che i cinesi cucinano e mangiano i cani, come se ciò fosse più immorale di mangiare carne di manzo o di cavallo.

Insomma in questo campo, a differenza che in altri, le dimensioni contano: il pregiudizio antioccidentale degli antropologi, aumentando la grandezza dell´oggetto di studio, si rovescia diventando filo-occidentale; si tratta della matrice dei vari pregiudizi che influenzano pesantemente l´odierna politica, come quelli antirusso, anticinese, antiiraniano e via dicendo.

I pregiudizi colpiscono sempre non soltanto le loro vittime dirette, ma anche chi non ne ha: a pagare il prezzo di questo tipo pregiudizio è stato certamente Louis Dumont (1911-1998)  che dovrebbe essere considerato uno dei maggiori antropologi di ogni tempo, ma i cui libri, non molti, ma notevoli, non hanno ricevuto tutti i consensi che meritavano.

Tutta la carriera di Dumont ruota attorno al suo Homo Hierarchus, pubblicato nel 1966 col sottotitolo Essai sur le systeme du caste (nella traduzione italiana Il sistema delle caste e le sue implicazioni). Il cuore del libro è il concetto di casta, sul quale l´Occidente ha accumulato una quantità d´equivoci, partendo dal quale Dumont giunge al confronto tra due modelli fondamentali di società: quello olistico  e quello individualistico

La forza dell´opera è nel suo doppio aspetto di studio su una realtà particolare e di fondazione metodologica di una teoria generale della, o meglio delle, società. La società indiana è studiata, nota bene attraverso l´osservazione diretta, come un fenomeno totale. Alla casta, descritta estesamente dal punto di vista istituzionale, economico e sociologico, viene riconosciuto un fondamento religioso che la colloca all´interno di un ordine trascendentale nel quale l´individuo non ha spazio autonomo. Il sistema sociale che ne risulta è armonico con la mentalità collettiva che lo caratterizza. Parallelamente la civiltà occidentale è per Dumont coerente con lo spazio che viene concesso al suo interno all´individualismo. I due tipi di società sono entrambi giustificati, per la loro conformità con i rispettivi presupposti: in un tipo di società l´autonomia dell´individuo è una minaccia per l´armonia sociale, nell´altro ne è la condizione essenziale: le ideologie fondanti sono tutte e due animate, per così dire, da ottime intenzioni e perciò il giudizio etico è in entrambe le situazioni assolutorio.

I problemi nascono quando si vuole giudicare la società di tipo olistico basandosi su punti di riferimento individualistici, si tratta di una pretesa totalitaria e Dumont lo afferma, senza tentennamenti:

 

"la tolleranza gerarchizzante tradizionale cede qui il passo a una mentalità moderna, che è una mentalità totalitaria, la struttura gerarchica è sostituita da una materia unica e rigida".

 

La lezione di Dumont è preziosa non soltanto per gli antropologi, ma per chiunque voglia comprendere quelle società in cui a tutt´oggi il principio olistico è prevalente e ne voglia parlare con un minimo di onestà intellettuale. Quindi per tutti coloro che si interessano alla politica internazionale.

Esemplare questo passaggio:  

"Da parte mia non credo che il paragone tra le società debba farsi sotto il segno del concetto che esse hanno della persona, perché questo, a mio avviso, è fondamentale per certe persone e non per altre, anche se ogni concetto di società implica necessariamente un determinato modo di concepire gli uomini".  

Per l´autore la gerarchia è il "principio di gradazione degli elementi di un insieme in riferimento all´insieme" o "una relazione che si può succintamente definire inglobamento del contrario", riconoscendone così uno dei pregi maggiori: l´inclusione, cui si contrappone il rischio d´esclusione che caratterizza in modo crescente le liberaldemocrazie occidentali.

"Gerarchia" è diventata una parolaccia, il cui solo suono evoca atmosfere sulfuree, Dumont ci spiega che ciò avviene perché, ormai, "chi dice gerarchia dice sfruttamento", ma riconosce:

  "Il sistema delle caste dovrebbe sembrare meno sfruttatore, di quanto lo sia la società democratica. Se l´uomo moderno non vede ciò è dovuto al fatto che egli non concepisce più la giustizia al di fuori dell´uguaglianza".  

La regola generale proposta da Dumont per il confronto tra culture è questa:  

"la comparazione richiede concetti che tengano conto dei valori che società diverse hanno scelto per sé".

Questa è una formulazione del relativismo culturale, ovvero di una delle vette del pensiero antropologico, da non confondere col relativismo etico: rifiutare il primo è segno di una mentalità totalitaria, accettare il secondo è pura e semplice immoralità.

Gli antropologi riconoscono l'esistenza di pochissimi universali culturali, ovvero di norme che accomunano tutte o quasi le culture. Uno di questi universali, in campo etico, potrebbe essere questo: mantenere la parola data è giusto, non farlo sbagliato. Non esistono, difatti, culture che innalzino la menzogna a valore. E' allora inutile parlare della civiltà occidentale come superiore, se essa non mantiene le proprie premesse e promesse: essa si fonda sui principi della libertà e dell´uguaglianza (se non ontologica, almeno di fronte alla legge), Vi sembra forse che queste premesse vengano rispettate?

Orso

(*):Pubblicato su Rinascita di mercoledì 29 ottobre

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mercoledì, 29 ottobre 2008

LA CRISI FINANZIARIA MONDIALE DELL'AUTUNNO 2008

Si dice spesso che capitalismo sia sinonimo di crisi, ovvero che esso si nutra delle crisi che provoca, oppure che la sua « facoltà d’adattamento » sia illimitata, lasciando così intendere che esso sia indistruttibile. In realtà, è necessario distinguere le crisi cicliche, congiunturali (descritte ad esempio dai celebri « cicli » di Kondratieff), dalle crisi sistemiche, strutturali (come quelle che ebbero luogo tra il 1870 ed il 1893, all’epoca della Grande Depressione del 1929, o quelle occorse tra il 1973 ed il 1982, quando una disoccupazione di tipo strutturale ha cominciato ad apparire tra i paesi occidentali). Con la crisi finanziaria attuale, è indubbio che ci si trovi di fronte ad una crisi strutturale, corrispondente ad una rottura della pertinenza logica e della coerenza dinamica della totalità del sistema. Giunta dopo la crisi del mercato azionario del 1987, la recessione americana del 1991, la crisi asiatica del 1997, l’esplosione della bolla dei valori Internet del 2001, questa crisi, molto più forte delle precedenti, è decisamente la più grave che si sia conosciuta fin dagli anni Trenta. 

La maggior parte della gente comprende assai poco di ciò che sta accadendo. Gli si sono decantati per anni i meriti del « modello americano » ed assicurati i benefici della « mondializzazione felice ». Essa vede ora il modello americano diffondersi e la globalizzazione accrescere la miseria sociale. Lo spettacolo delle banche centrali - sia negli Stati Uniti che in Europa - che hanno immesso, dopo il 15 settembre, centinaia di miliardi di dollari e di euro sui mercati finanziari, le pone da pensare: da dove viene tutto questo denaro? Le domande inoltre si nutrono della sensazione che nessuno sembra veramente sapere che cosa si possa fare. Il relativo silenzio della maggior parte degli uomini politici a tale riguardo è significativo. Infine, la gente si domanda se questa crisi fosse o meno prevedibile. E se fosse stata prevedibile, perché non è stato preso alcun provvedimento tempestivo? Se viceversa non fosse stata prevedibile, non è questa una prova che nessuno controlla un sistema finanziario lanciato in una folle corsa in avanti? Di fatto siamo di fronte ad una tripla crisi: crisi del sistema capitalista, crisi della mondializzazione liberale, crisi dell’egemonia americana.

La spiegazione più frequentemente avanzata per interpretare l’attuale crisi è l’indebitamento delle famiglie americane dal versante dei mutui ipotecari immobiliari (i famosi « subprimes »). Si dimentica soltanto di dire perché si siano indebitate. Uno dei tratti dominanti del « turbo-capitalismo », corrispondente alla terza ondata della storia del capitalismo, è il completo controllo dei mercati finanziari globalizzati. Questo controllo dà un potere crescente ai detentori di capitale, ed in particolar modo agli azionisti, che sono oggi gli effettivi proprietari delle società quotate in Borsa. Desiderosi di ottenere un rendimento massimale il più rapido possibile dei loro investimenti, gli azionisti spingono alla compressione dei salari ed alla delocalizzazione opportunistica della produzione verso i paesi in via di sviluppo dove l’aumento della produttività va di pari passo con il basso costo salariale. Risultato: prima di tutto, l’aumento del valore aggiunto profitta ai redditi da capitale piuttosto che ai redditi da lavoro, la deflazione salariale si traduce nella stagnazione o nella perdita del potere d’acquisto della maggioranza della gente, e si ha infine la diminuzione della domanda solvibile globale.

La strategia attuale della Forma-Capitale è dunque di comprimere sempre più i salari, di aggravare crescentemente la precarietà del mercato del lavoro, producendo nel contempo un impoverimento relativo delle classi popolari e dei ceti medi che, nel tentativo di mantenere il loro tenore di vita, non hanno altra risorsa che l’indebitamento, nello stesso tempo che la loro solvibilità diminuisce. 

La possibilità offerta alle famiglie di chiedere prestiti per sostenere le spese quotidiane o acquistare una casa è stata l’innovazione maggiore del capitalismo nel dopo-guerra. Le economie sono da allora state stimolate da una domanda artificiale fondata sulla facilità del credito. Oltreoceano, questa tendenza è stata incoraggiata dagli anni ’90 attraverso la concessione di condizioni di credito sempre più favorevoli (contributo personale prossimo allo 0 %), senza alcune considerazione sulla solvibilità di mutuatari ed imprestatari. Si è inoltre cercato di compensare il calo della domanda solvibile risultante dalla compressione dei salari attraverso l’entusiasmo per la macchina del credito. In altri termini, si sono stimolati i consumi attraverso il credito, non potendoli stimolare attraverso l’aumento del potere d’acquisto. È stato l’unico mezzo, per i detentori dei portafogli finanziari, di trovare nuovi giacimenti di rimuneratività, fosse anche al prezzo di rischi inconsiderati. Da qui il faraonico indebitamento delle famiglie americane, che hanno scelto dopo tanto tempo di consumare piuttosto che di risparmiare (considerando inoltre che nel frattempo il 17 % della popolazione è già privo di ogni copertura sociale). Le famiglie americane sono oggi due volte più indebitate delle famiglie francesi, e tre volte più indebitate delle famiglie italiane. Il loro stesso sovra-indebitamento è praticamente uguale al prodotto interno bruto (PIB) degli Stati Uniti. In seguito, si è speculato sui « crediti marci » dalla prospettiva della « cartolarizzazione », che ha permesso ai grandi attori della sfera del credito di sgravarsi - e di rendere liquidi – dai rischi di insolvibilità dei loro imprestatari. La « cartolarizzazione», che è un’altra fra le maggiori innovazioni finanziarie del capitalismo del dopo-guerra, consiste nella suddivisione in parti,  dette obbligazioni, di prestiti accordati con una banca o una società di crediti, per poi rivendere il montante, in altri termini il rischio, ad altri agenti finanziari appartenenti al mondo dei fondi di deposito. Si è creato così un vasto mercato del credito, che è nel contempo un mercato del rischio. È il crollo di questo mercato che ha provocato la crisi attuale.

Ma la presente è anche una crisi della mondializzazione liberale. La trasmissione brutale della crisi ipotecaria americana ai mercati europei è il frutto diretto di una mondializzazione pilotata e realizzata dagli apprendisti stregoni della finanza. Al di là della sua causa immediata, essa costituisce l’esito di 40 anni di deregolamentazione voluta da un modello economico globale secondo le ricette liberali. È in effetti l’ideologia della « dérégulation » che ha reso possibile il sovraindebitamento americano, esattamente com’essa era già stata all’origine delle crisi messicana (1995), asiatica (1997), russa (1998), argentina (2001), ecc. D’altra parte, è anche la globalizzazione che ha creato una situazione nella quale le crisi maggiori si propagano oramai quasi istantaneamente, in modo « virale » come avrebbe detto Jean Baudrillard, per la totalità del pianeta. È per tale motivo che la crisi americana ha toccato così rapidamente i mercati finanziari europei, a cominciare dal mercato del credito, con tutte le conseguenze che può avere una simile ondata di shock in un momento in cui l’economia americana come quella Europea sono ai limiti della recessione, se non della depressione. Da questo punto di vista, è una comica irresistibile osservare coloro che non demordono nell’incensare i meriti della « mano invisibile » e le virtù del mercato « autoregolamentato » (« è il mercato che si deve occupare del mercato», si legge regolarmente sul Financial Times) precipitarsi verso i poteri pubblici per chiedere loro ricapitalizzazioni o nazionalizzazioni di fatto. È la visione lampante dell’ipocrisia liberale: privatizzazione dei benefici e socializzazione delle perdite. Si sapeva già che gli Stati Uniti, grandi difensori del libero scambio, non si privano mai del ricorso al protezionismo ogni qualvolta esso giovi ai loro interessi. Ed ora si rende evidente come gli avversari del « big governement » si rivolgono allo Stato quando sono sull’orlo del fallimento. La nazionalizzazione di fatto di Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti del prestito ipotecario americano, rappresenta a tal riguardo un fatto senza precedenti. Mentre nel 1929 il governo americano fece l’errore di affidare la gestione della crisi ad un « sindacato di banchieri » diretto da Rockefeller, Henry Paulson, segretario del tesoro, e Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, oggi hanno deciso di nazionalizzare gli stabilimenti maggiormente minacciati. Decisione unica nella storia degli Stati Uniti dall’epoca di Ronald Reagan, ed intervento più radicale mai effettuato all’interno del privato mondo della finanza di tutta la storia della Federal Reserve. Si può qui osservare un brutale ritorno al principio di realtà. Ma è nel contempo, per l’ideologia liberale, l’affondamento di uno dei suoi principi di legittimazione (la sfera pubblica non deve mai interferire con i meccanismi del mercato, pena la perdita della sua efficacia).

Non si deve perdere di vista, infine, che questa crisi mondiale ha la sua origine negli Stati Uniti, ovvero in un paese che deve già fronteggiare un deficit di bilancio abissale, un debito estero che non cessa di crescere ed un deficit commerciale colossale. Dopo 10 anni, l’economia americana non ha più come motore la crescita dovuta alla produzione reale, ma l’espansione del debito e della rendita monetaria risultanti dal dominio mondiale del dollaro. L’indebitamento totale (debito pubblico + debito delle famiglie + debito delle imprese) rappresenta oggi l’equivalente del 410% del PIB (dunque il montante è di 13000 miliardi di dollari) - l’adozione del piano Paulson sarebbe tutt’al più chiamata ad aggravare il déficit ! Ora, la crisi non può che contribuire ad erodere la fiducia nel dollaro, che tenderà con tutta probabilità a diminuire ulteriormente. Il fatto che il dollaro sia nel contempo una valuta nazionale e un unità di conto internazionale, in più libera da ogni legame con l’oro dal 1971, ha permesso per lungo tempo agli Stati Uniti di affermare e di far pesare la loro egemonia mentre continuavano a registrare deficits colossali. Il procedimento è consistito – per gli Americani – nell’esportazione sistematica dei loro titoli di debito verso paesi eccedenti. Nell’avvenire, l’inquietudine dei grandi fondi pubblici e privati che, particolarmente in Asia, detengono quantità considerevoli di titoli pubblici e parapubblici americani (buoni del Tesoro ecc.), e dunque tanto credito nei confronti degli Stati Uniti, sarà determinante. Allo stato attuale, il 70 % di tutte le riserve straniere nel mondo sono costituite da dollari, e questa massa non ha da lungo tempo il minimo rapporto con il volume reale dell’economia americana. Negli anni che verranno, non è impossibile che i paesi esportatori di petrolio abbandoneranno a poco a poco il dollaro (i famosi « petrodollari ») in favore dell’euro. A lungo termine, questa situazione potrebbe portare paesi come la Cina e la Russia ad assumere responsabilità finanziarie internazionali, e a mostrare come si rapporteranno nei confronti di una concezione alternativa all’ordine finanziario internazionale attuale. George Soros nella primavera scorsa  lo disse senza ambiguità: « il mondo si avvia deciso verso la fine dell’era del dollaro ». 

Adesso si rassicura sul fatto che sarà sufficiente « regolamentare » o « moralizzare » il sistema per evitare questo genere di crisi. Gli uomini politici, a cominciare da François Fillon e Nicolas Sarkozy, parlano di « deviazione della finanza », mentre altri stigmatizzano l’« irresponsabilità » dei banchieri, lasciando in tal modo intendere che la crisi non è dovuta che ad un’insufficienza di regolamentazione e che un ritorno a pratiche più « trasparenti » permetterebbe di rianimare e rimettere in gioco un capitalismo meno carnivoro. È un doppio errore. In primo luogo perché è precisamente l’impotenza dei politici nei confronti della crisi di efficacia del capitale che ha aperto la via alla liberalizzazione totale del sistema finanziario.

Di seguito e soprattutto, perché si ignora così la natura stessa del capitalismo. « Il capitale soffre ogni limite come un ostacolo », disse già Karl Marx. La logica dell’accumulo del capitale è l’illimitazione, il rifiuto di ogni limite, la razionalizzazione del mondo attraverso la ragione mercantile, la trasformazione di tutti i valori in merci, la Gestell di cui ha parlato Heidegger.     L’adozione del piano Paulson sarebbe certamente necessaria, ma avrebbe senza dubbio effetti perversi. In effetti, se le banche e le grosse società sull’orlo del baratro sono assicurate dal sostegno finanziario dei poteri pubblici, tale operazione rappresenta un incitamento indiretto al riprodursi delle stesse disfunzioni, conducendo così a nuove crisi speculative.  Nell’immediato, è significativo che né le iniezioni di liquidità provenienti dalla Federal Reserve e delle banche centrali, né l’adozione del piano Paulson sembrano aver provocato la reazione positiva sperata da parte dei mercati. È la chiara dimostrazione dei limiti di una politica puramente monetaria.

Nelle fasi di sovra-accumulazione del capitale, il rafforzamento del potere finanziario diviene la leva determinante di un’intera strategia volta ad aumentare la redditività del capitale stesso. Al di là della sola finanza, è infatti la regolamentazione dell’economia tutta attraverso il solo criterio del profitto, senza considerazione dei fattori umani, delle vite maltrattate, dell’esaurimento delle risorse naturali, dei costi non mercantili (le « esternalità negative »), che è messa in questione dalla crisi finanziaria. La causa ultima di questa crisi è la ricerca del profitto finanziario più elevato possibile nel minimo tempo, e dunque la ricerca dell’aumento massimale del valore del capitale ad esclusione di ogni altra considerazione. Per un effetto « domino », la crisi può portare alle estreme conseguenze i difetti di pagamento a catena di tutti gli agenti economici, e dunque un affondamento del sistema finanziario mondiale? Ciò non accadrà. È possibile che le misure prese in queste ultime settimane siano di una natura tale da impedire al sistema finanziario di crollare completamente. Ma nel migliore dei casi, la crisi economica si avvia a perdurare a lungo, con una recessione (o una depressione) negli Stati Uniti ed un forte rallentamento in Europa, che provocherà un balzo della disoccupazione. Risulterà inoltre necessariamente un calo importante dei profitti, che si ripercuoterà inevitabilmente sui mercati e sull’andamento della Borsa. Contrariamente a ciò che si dice talvolta, la linea tra l’economia speculativa e l’economia reale è ben tracciata ed evidente. Le imprese dipendono a tutti gli effetti dal sistema bancario, non fosse altro che per il credito di cui necessitano per i loro investimenti. Ora, la crisi porterà le banche, fragili per l’accumulazione di cattivi debiti generati dal campo immobiliare, a ridurre brutalmente i loro crediti (è il « credit-crunch »). Le conseguenze politiche e sociali si faranno sentire molto presto. Le difficoltà sono appena all’inizio. 

Alain de Benoist

Fonte: www.ariannaeditrice.it

(traduzione per opifice.it di Simone Belfiori)

 

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mercoledì, 29 ottobre 2008

IL MIRACOLO DI..SPIKE LEE

Nell’ormai sempre più piatto panorama cinematografico, fatto di cinepanettoni ed effetti speciali, spicca una vera chicca: “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee.

 

Il film è tratto dal romanzo “Miracle a St.Anna” di James Mc Bride, e narra le vicende di un gruppo di militari statunitensi, di colore, appartenenti alla 92sima Divisione “Buffalo”, organizzate dall’esercito USA per avere formazioni composte solo da soldati di colore. In effetti, la pellicola tratta il tema della discriminazione razziale che si registrava nelle truppe statunitensi, contro i soldati di colore. Il tema è già stato trattato in altri due splendidi film: “Glory, Uomini di gloria” (1989) e “Men of Honor” (2000). Inoltre il tema è stato al centro di un’aspra polemica tra Clint Eastwood e lo stesso Spike Lee, con quest’ultimo che ha accusato il primo di aver girato due pellicole sulla battaglia di Iwo Jima (“Lettere da Iwo Jima” e “Flag of our fathers), senza utilizzare nemmeno un attore di colore.

Il tema è affrontato in due scene topiche del film: un flash-back in cui i militari sono vittime di un episodio di discriminazione negli Stati Uniti; e un invito da parte delle truppe Naziste a disertare e a non combattere per uno stato razzista ed unirsi alle truppe tedesche.

In entrambi i casi, il sentimento di discriminazione è talmente forte che i militari pensano seriamente alla diserzione, suscitando forte preoccupazione tra i graduati “bianchi”.

 

Altro tema portante del film è l’amicizia che si instaura tra un militare statunitense (Omar Benson Miller) salva un bambino italiano (Matteo Sciabordi), e tra loro nascerà un sentimento che supererà le brutture della guerra e si rivelerà l’elemento decisivo per la trama del film.

 

Ultimo, e in Italia diventato principale, tema affrontato dal capolavoro di Spike Lee è l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. La strage è compiuta dall’esercito tedesco come rappresaglia a seguito di numerosi attacchi delle formazioni partigiane. Nel film, si vedono due episodi che hanno suscitato clamore: il tradimento di un partigiano e un graduato tedesco ripetere più volte che qualora i responsabili degli attacchi si consegnino, i civili sarebbero stati risparmiati. I partigiani restano nascosti e i civili fucilati. Penso che aldilà delle sterili polemiche, i fatti vengano raccontati come storicamente accaduti: le fucilazioni tedesche avvenivano sempre dopo ripetuti attacchi partigiani, che poi scappavano sulle montagne, lasciando i civili a pagare le conseguenze (emblematico il caso delle Fosse Ardeatine, per il quale Priebke è stato condannato per un mero errore di calcolo).

A questo punto, non credo che un film, o un romanzo, debbano prendere le parti di uno schieramento o dell’altro, partigiani o nazisti. Compiti di un’opera storica è riportare i fatti come sono realmente accaduti, non fare politica. Ma forse, è questo il problema in Italia: qua non si è mai fatta storia, ma solo propaganda politica, come lo stesso Spike Lee ha fatto notare in conferenza stampa.

 

Come per tutte le opere di Spike Lee, la poesia, la storia e la vis polemica si fondono in un mix unico, che produce autentici capolavori. A livello artistico vorrei segnalare la scena in cui la preghiera viene ripresa da tutti i punti di vista dei soggetti coinvolti (espediente già usato dal regista sia in “Fa’ la cosa giusta” che ne “La 25° ora”), assolutamente toccante; e la prova maiuscola, come sempre, di un grandissimo attore italiano, Pierfrancesco Favino (“Romanzo criminale” e “Saturno contro” tanto per citare due capolavori), nel ruolo del “partigiano buono”.

 

Assolutamente da non perdere per chi ama, o vuol scoprire, uno dei più grandi registi contemporanei, Spike Lee, per chi vuole vedere un film assolutamente poetico, e per chi vuole conoscere il punto di vista di un regista americano su un periodo della nostra storia.

 

Manuel

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martedì, 28 ottobre 2008

RIFORMA GELMINI: REALTA' E PROPAGANDA

Salvo che non viviate su Marte, sarete tutti a conoscenza delle proteste, più o meno di massa, riguardanti la cosiddetta “Riforma Gelmini” sulla scuola. Probabilmente, conoscerete anche le motivazioni della protesta (per chi volesse leggere cose più intelligenti della media, vi consiglio di leggere il brillante articolo del nostro Eugenio). Quello che probabilmente molti di voi non sanno è che purtroppo, e come al solito, le proteste sono nella stragrande maggioranza dei casi figlie della propaganda di partito (del PD in questo caso) e non  di un’analisi obiettiva della realtà. Quest’utlima cosa è quello che, modestamente, proverò a fare in questo breve articolo.

 

Penso che si debba partire da alcuni dati di fatto oggettivi.

Primo, esiste una crisi finanziaria ed economica globale come non si vedeva dal 1929, anzi forse questa sarà ancora peggiore.

Secondo, l’economia italiana già disastrata sarà una di quelle che ne pagherà maggiori conseguenze.

Terzo, il bilancio dello Stato presenta un buco di non so più nemmeno quanti milioni di Euro, e salvo che non si pensi di intervenire sul “signoraggio”, ma cosa che come tutti capiamo non potrà avvenire a breve termine, ammesso che potrà mai accadere, da qualche parte i fondi per rientrare bisogna trovarli; e le vie sono due: o si aumentano le tasse o si diminuiscono le spese. Alla politica spetta il compito di scegliere. Qualcuno crede che il “sistema-Italia” potrebbe sopportare un aumento delle tasse?

Quarto, la scuola italiana, tutta, è alla più totale deriva: strutture fatiscenti, classe insegnante assolutamente impreparata, studenti diplomati e laureati tra i più ignoranti al mondo, sbocchi professionali inesistenti, università in mano al clientelismo ed al nepotismo…se ho scordato qualcos’altro scusatemi! A fronte di questo, la spesa pubblica è enorme. Trovo stucchevole il balletto delle cifre di raffronto con gli altri paesi Occidentali. Il motivo? Molto semplice, in quasi tutte le classifiche economiche europee siamo agli ultimissimi posti, riusciamo (e nemmeno sempre) a “battere” solo la Grecia ed il Portogallo. La deduzione è semplice: siamo tra i paesi più poveri e derelitti d’Europa, come si può pensare di investire nella scuola come “superpotenze” quali Francia, Germania ed Inghilterra?

Quinto, che poi è già evidente nel quarto, l’Italia è un paese povero, molto più simile ai paesi del Terzo e Quarto Mondo, che non a quelli Occidentali (scusate se qualcuno vi sveglia dal sogno del “Belpaese”). Quindi qua bisogna fare i cosiddetti “conti della serva”, altro che voli pindarici. Come tutti quelli che “tengono famiglia” bisogna stare attenti anche ai  10 Euro, parafrasando lo slogan dei girotondini, il motto deve essere uno solo: “Risparmiare, risparmiare, risparmiare”. Salvo che qualcuno non proponga di spendere tutto quello che c’è finché c’è e poi fare la fine dell’Argentina!

 

Bene, ora si può passare a quello che è successo “realmente” a livello legislativo.

Cominciamo col dire che la protesta delle Università è un clamoroso “falso storico”. Non vi è la minima traccia di provvedimenti riguardo gli Atenei presi dal Ministro Gelmini!!!

Al momento esistono solo 3 articoli della finanziaria già approvata che riguardano le spese per le Università. Sul come intervenire non è stato ancora deciso nulla. Perché? Semplice, nessuna norma incide seriamente sull’anno accademico prossimo venturo, quindi c’è ancora un anno per decidere cosa fare. Non ci credete? Bene, vediamo i fatti. Per l’Università, lo Stato Italiano spende ogni anno 10 miliardi di Euro. Per l’anno accademico che inizierà nel 2009 sono previsti tagli per appena 100 milioni di Euro...praticamente nulla!!! I tagli veri inizieranno nel 2010, quindi tra un anno!!! Ma di che cifre si parla? Nel corso di pochi anni si taglieranno finanziamenti per il 3% annuo. Cifre clamorose? A ben vedere no, ma ci sarà tempo per ragionarci. Intanto questi sono i fatti, il resto è propaganda!!!! Anzi, piccola postilla, al momento sono in corso concorsi per assumere circa 4.000 docenti universitari!

 

Quindi direi che sia opportuno concentrarci sul “Decreto Gelmini”. Cosa prevede?

Per l’anno scolastico in corso 4 provvedimenti: obbligo di indossare il grembiule alle scuole elementari; sostituzione dei giudizi con i voti; reintroduzione del voto in condotta nella media scolastica, se si è insufficienti si viene bocciati; introduzione della materia di “educazione alla cittadinanza”, dove si tratteranno l’educazione all’ambiente, alla salute e al codice della strade, il tutto per un’ora alla settimana, per un totale di 33 ore annue.

Dall’anno scolastico 2009-2010, inizieranno i “problemi”.

Nelle scuole elementari si tornerà al “maestro unico” (o prevalente come ha tenuto a sottolineare Berlusconi), invece degli attuali tre insegnanti. Va subito detto, che nel testo del decreto non c’è alcuna traccia di licenziamenti, quindi attendiamo gli eventi per capire se effettivamente si perderanno 87.000 posti di lavoro come sostiene l’opposizione, e se i “maestri in più” serviranno per aumentare addirittura del 50% le classi a tempo pieno, come invece afferma la maggioranza. Vorrei solo ricordare che già al tempo della Moratti assistemmo a queste polemiche, con le solite scene patetiche di bambini di 5-6 anni trascinati dalle maestre in piazza per protestare contro una riduzione del tempo pieno che in realtà non era mai stata nemmeno proposta.

Secondo punto, verrà messo in atto un provvedimento varato dall’ex Ministro del Centro-Sinistra Bassanini, riguardante la riorganizzazione delle scuole nelle comunità montane. Il problema sta nel fatto che ogni singolo comune ha una scuola, seppur sia frequentata da meno di 50 alunni. Cosa vuol dire questo? Un preside, un segretario, diversi bidelli, diversi membri di fantomatici personali amministrativi, ecc. Bene, la proposta del Ministro è che restino le classi così come sono, solo che un preside, o un segretario, possa seguire più di un istituto, evitando di avere due presidi per 30-40 alunni. Anche questo sembra assurdo, dopo che da mesi ci viene detto il contrario, ma basta leggere il decreto per scoprire che le cose stanno proprio così, nessuna classe verrà soppressa, nessun bimbo/a dovrà farsi chilometri su mulattiere di montagna…tutto resterà così com’è, solo si risparmieranno dei soldi!

Infine, aggiungo finalmente, sono in cantiere misure contro la “truffa delle nuove edizioni”. Ne parliamo da tempo di porre fine a questa vergognosa speculazione delle case editrici sulle spalle delle famiglie italiane (io personalmente sostengo questa battaglia da 20 anni!). Ora il Ministro sta pensando a dei paletti da imporre alle case editrici; un lasso di tempo (forse di 3-5 anni) entro il quale non possono uscire nuove edizioni, salvo non avvengano modifiche sostanziali. Come giustamente ha fatto notare la Gelmini, non credo che in 5 anni l’italiano per le scuole elementari possa subire chissà quale cambiamento. Altra idea è quella di obbligare gli istituti a scegliere libri di testo pubblicati solo da case editrici che abbiano accettato tale vincolo. Insomma, finalmente si dovrebbe provare a fare qualcosa a favore delle famiglie italiane, soprattutto per le più povere.

 

Ora, che sono state fatte le debite premesse, su cui credo non si possa discutere, in quanto sono dati di fatto oggettivi, passiamo a fare qualche considerazione, ovviamente del tutto discutibile.

 

Spesso si sente dire che la vergogna di questi provvedimenti è che sono stati “imposti” da Tremonti, il Ministro economico del governo, e non sono partiti dalla Gelmini, il Ministro della Pubblica Istruzione. Ora questa cosa proprio non la capisco. Sarà che gli studenti per definizione non hanno famiglia e quindi sono poco avvezzi alla gestione del denaro, ma le cose vanno così in ogni settore della vita privata e pubblica: prima si fa i conti di quanto si può spendere e poi ci si adegua. Ogni persona saggia, quando va a fare la spesa decide prima quello che può spendere e poi cosa comprare, non fa il contrario. Questo è il punto saliente di tutta la concezione dello Stato in Italia. Ha perfettamente ragione la Gelmini, nell’intervista rilasciata al “Corriere della Sera” di ieri, nella storia della repubblica italiana, la scuola (ma in generale l’impiego pubblico) è servita come serbatoio per dispensare favoritismi e curare i clientelismi, aldilà delle possibilità economiche dello Stato o della reale utilità dell’impiego assegnato. Il risultato è che ci troviamo una situazione in cui il 97% della spesa per la scuola è consumato dagli stipendi. Qualcuno mi sa indicare un’azienda che può sopravvivere con una tale percentuale? Mi direte, ma la scuola non è un’azienda! Bene, pensate ad una famiglia che spendesse il 97% delle proprie entrate solo per un affitto o per un mutuo, potrebbe sopravvivere? Capisco che per un ragazzino siano concetti al di fuori della propria realtà, ma almeno gli adulti dovrebbero avere dimestichezza con questi semplici calcoli.

La conseguenza è che i tagli non sono solo necessari, ma auspicabili. Ma vado oltre, non solo tagli, ma anche ristrutturazione della spesa: meno soldi in stipendi e più in ricerca ed infrastrutture. Come fare? I casi sono due: o stipendi più bassi o meno personale. Visto che i docenti vogliono essere consultati, facciamo scegliere a loro, e vediamo se esiste questo spirito di corpo davvero, o se c’è solo nel fare sciopero un Sabato o un Lunedì mattina.

 

Per andare invece nello specifico politico, dopo aver già elogiato le misure anti-truffa sui libri di testo, vediamo le questioni che riguardano le scuole primarie e secondarie. Primo punto, l’introduzione del grembiule. Qua non ho ben capito la ratio della norma, quindi aspetto di vedere gli esiti. Se lo scopo è evitare “disparità economiche nel vestiario”, sono assolutamente contrario. Non vedo assolutamente di buon occhio questo finto egualitarismo di maniera, sta nei genitori educare i figli a guardare oltre la marca e allo Stato educare le famiglie a non spendere migliaia di euro per mandare i propri figli a scuola; se non ci si riesce è altrove che bisogna guardare, non a norme da “socialismo reale”. Se al contrario, lo scopo è di evitare la vergogna di ragazzine vestite da Veline (e mi sono contenuto) e ragazzini coi “jeans altezza ginocchia”, sono iper-favorevole. Sia ben chiaro, non sono un perbenista, né uno che andava a scuola in giacca e cravatta, anzi. Ma a tutto ci deve essere un limite. Quale? Facile, la decenza.

Secondo, il maestro unico. Anche qua va smentita una bugia raccontata con costanza. La scuola primaria italiana era tra le migliori qualche tempo fa, ora, con le tre insegnanti siamo scivolati all’ottavo posto. Ma credo che il tema si possa chiudere citando due obiezioni mosse dai dimostranti: “i bambini non potranno fare più corsi come quello di ceramica” e “come farà un solo insegnante a spiegare in modo approfondito italiano e matematica?”. Ma veramente di fronte alla situazione economica italiana il problema sono i corsi di ceramica? Un maestro non sa spiegare il passato remoto e al contempo quanto fa “5x5”? Capisco la propaganda partitica, ma un minimo di serietà, please!!!! Diverso è il discorso dei presunti 87.000 insegnanti a rischio, ma come detto al momento in cui scrivo non esiste un solo documento ufficiale che parli di licenziamenti, quindi la protesta è quantomeno prematura!

Infine, sulla maggiore importanza del voto in condotta e sull’introduzione dell’ “educazione alla cittadinanza”, concordo che siano mosse più propagandistiche che di reale impatto, ma d’altronde qualcosa il governo doveva pur fare contro il cosiddetto “bullismo”, e comunque mi pare sempre meglio che niente.

 

Per concludere qualche parola sull’Università. Detto che ancora nulla si sa su come verranno gestiti i tagli previsti dalla finanziaria di Tremonti, certo è che questi ci saranno e probabilmente colpiranno i professori universitari e la ricerca, almeno nel sistema in cui esiste oggi.

Quello che mi sfugge della protesta, a riguardo, è il motivo per cui non si dovrebbe tagliare fondi a docenti che si vedono a lezione una volta l’anno; che gestiscono le cattedre come “proprietà privata”, dove fare arricchire parenti e “servetti” vari; che considerano i fondi per la ricerca come pozzi dove recuperare qualche migliaio di euro in cambio del  nulla; ecc.

Senza considerare che esistono corsi assolutamente risibili: “corso di lingua berbera” a cui partecipano ben 3 studenti; “corso di benessere del gatto”; corsi assolutamente identici, tanto per fare un esempio “diritto canonico” e “diritto ecclesiastico”; ecc. ecc.

Ancora, la ricerca non può continuare ad essere gestita come si è fatto finora, per due semplici ragioni: è costosa ed assolutamente inutile. Non esiste nessun controllo di merito sulla ricerca effettuata dai singoli atenei, piovono finanziamenti a pioggia gestiti dai soliti “baroni” che sfruttano i giovani ricercatori. Ha perfettamente ragione il Prof. Perotti, in “L’Università truccata”, il male dell’Università italiana sono i docenti e la totale mancanza di meritocrazia al suo interno. Il problema italiano torna ad essere quello evidenziato all’inizio: lo Stato deve assumere e mantenere gente anche se inutile, se non dannosa. Esistono atenei che andrebbero chiusi immediatamente. Ci sono docenti che andrebbero cacciati via dalle Università oggi stesso. E i soldi sperperati per mantenere queste sacche di clientelismo investiti sui docenti e sugli atenei virtuosi, che fanno buon insegnamento e buona ricerca. Ma siamo sicuri che in Italia ci sia veramente gente disposta ad accettare la meritocrazia? Credo che tra coloro che protestano oggi contro la riforma non ve ne siano poi molti.

Anche la polemica sulla presunta privatizzazione dell’Università attraverso le fondazioni mi fa un po’ ridere. Ci si lamenta sempre che in Italia non ci sono fondi a sufficienza per la ricerca e che i nostri “cervelli” sono costretti a scappare in America, “paradiso del ricercatore”. Scusate, ma in America la ricerca non è per nulla finanziata dallo Stato, ma semmai interamente da multinazionali private! Quindi, qua bisogna decidersi: o i privati restano fuori dagli atenei e ci si arrangia coi sempre meno soldi che lo Stato potrà offrire, oppure si deve trovare il modo di far entrare i privati, ovviamente con alcuni controlli statali. Va bene tutto, ma ognuno si assuma le responsabilità delle proprie scelte.

Ancor più fuori luogo trovo l’accusa di voler distruggere la scuola pubblica per tutelare quella privata e di voler minare il diritto allo studio per le classi deboli. Premesso che le scuole private vengono colpite molto più di quelle pubbliche, ma cosa c’entrano eventuali tagli al corpo docente o ai progetti di ricerca insensati con la possibilità di un figlio di operai di andare all’Università? Queste critiche le sento da almeno 15 anni, ma in contemporanea continuo a vedere sempre più figli di operai iscriversi all’Università, per fortuna! Senza considerare che ormai minimo un diploma l’hanno tutti. Forse non ci si rende conto che qua si parla di gente che da un esame ogni 3-4 anni o che ha 35/40 anni si spaccia per “leader degli studenti universitari”. Altro che diritto costituzionale negato!!!

 

Giusto per chiudere due parole sul presunto diritto all’occupazione. Sono da sempre un sostenitore delle occupazioni, ne ho fatte anche io qualcuna. Ma, per favore, non confondiamo le occupazioni di gente che non ha una casa dove vivere, di giovani che non hanno spazi di socializzazione nelle città, con le occupazioni dei licei e degli atenei. Ciclicamente, da almeno 20 anni, ogni Ottobre esiste un motivo per occupare le scuole fino ai primi di Dicembre, ovviamente prima che inizino le vacanze di Natale, e ogni volta sento che siamo vicini ad un nuovo ’68. Peccato che di fronte alla “settimana bianca” e ad aver magari consumato la “prima notte” insieme alla fidanzatina o alla “primina” di turno si torni a scuola regolarmente fino all’Ottobre successivo. Come diceva la Gelmini sul “Corriere”: “lo sciopero degli studenti è solo un rito”. Male ha fatto Berlusconi ad invocare l’intervento della polizia, ma non per l’esagerazione della misura, altrettanto legittima quanto l’occupazione, ma così si da un’importanza esagerata al solito “rito” dell’ “okkupazione di Ottobre”.

 

Manuel

 

 

 

 

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martedì, 28 ottobre 2008

SCUOLA PUBBLICA E GLOBALIZZAZIONE: UN PROBLEMA ITALIANO

La globalizzazione, con l’integrazione delle economie a livello mondiale, ha esteso a tutti i continenti le conseguenze del crack della finanza USA.

Luigi Tedeschi, Italicum, settembre – ottobre 2008

 

Chi pensava che la pubblica istruzione italiana, estesa a tutto il territorio nazionale con leggi, norme e regolamenti comuni, sarebbe potuta sopravvivere alle asprezze dei processi di mondializzazione economica e alla disputa per l’assegnazione di risorse in progressiva contrazione, si è sbagliato di grosso.

Se da un lato c’è chi vuole oggi liquidare il modello “egualitario” di scuola che si è affermato, negli ultimi decenni, a partire da ben altri contesti politici, economici e sociali, il quale ha bene o male il pregio di aver garantito il diritto all’istruzione a fasce sempre più ampie di popolazione, dando così un positivo contributo alla mobilità sociale e all’emancipazione delle così dette “classi subalterne”, dall’altro sappiamo che la vera e principale giustificazione delle riforme in atto nella pubblica istruzione – a partire dall’università, per arrivare fino alle scuole elementari – è rappresentata dalle impellenti esigenze del bilancio dello stato, attualmente gestito da Giulio Tremonti, che importano tagli draconiani in tutti i settori della vita collettiva.

Si vuole far dipendere interamente e rigidamente, in altre parole, la sopravvivenza della scuola pubblica così come noi la conosciamo dagli andamenti economici dello scassatissimo sistema paese italiano, in cui sta entrando in una crisi forse irreversibile anche la sua storica “spina dorsale”, che ancora si sostanzia in vaste aree della penisola nella piccola e media impresa, e misurati naturalmente dal solito “specchietto per le allodole” rappresentato dal tasso di crescita del prodotto interno lordo, un indicatore meramente quantitativo che per sua natura non tiene conto di fondamentali aspetti sociali e culturali, delle esternalità negative provocate dallo sviluppo, delle esigenze di garantire adeguata formazione alle nuove generazioni senza distinzioni di censo, e via discorrendo.

Si ha quindi l’impressione che siano ormai lontani, addirittura dimenticati, i tempi in cui l’istruzione pubblica ha rappresentato pur sempre un valore imprescindibile per la società tutta e per lo stesso potere politico nazionale, non subordinabile a pure esigenze contabili, e questo a partire dal regime fascista, che ha dato con le sue riforme un contribuito decisivo all’alfabetizzazione di una popolazione ancora prevalentemente rurale, a lungo costretta dalla vecchia Italia liberare in ampie sacche di ignoranza, fino ad arrivare al periodo sessantottesco e post-sessantottesco, in cui, lasciando perdere alcune storture e richieste balzane come quella del “voto politico” a tutti garantito, si è avuta la piena affermazione di quel modello “egualitario” di scuola che anche lo scrivente, ormai cinquantenne, ha conosciuto.

La parola “egualitario” è volutamente virgolettata perché non ha in tale contesto il significato di mero appiattimento verso il basso, di costrizione in una situazione in cui risultano annullate le differenze individuali, in termini di capacità intellettuali e di possibilità di affermazione sociale, ma vuole soltanto significare la garanzia di uguali opportunità offerte ai membri più giovani della comunità nazionale, a prescindere dalla condizione economica delle loro famiglie, e ciò a beneficio della comunità stessa e delle possibilità di un suo reale avanzamento.  

Oggi siamo giunti ad un momento storico di rottura, in cui nella XVI legislatura il IV governo Berlusconi sembra voler gestire a colpi di decreti – il 133 sull’università approvato questa estate e il 137, detto riforma Gelmini, soggetto al voto di fiducia e quindi senza coinvolgimento parlamentare – e attraverso i concreti tagli all’università e alla ricerca, il passaggio ad un nuovo modello complessivo di istruzione, che avrà riflessi sicuramente negativi fin dal prossimo futuro, con il progressivo ritiro del pubblico a vantaggio del privato e di una scuola “classista” a pagamento, non accessibile per tutte le tasche, nonché soggetto ad un’inevitabile “regionalizzazione” con l’avanzare di quel federalismo, fonte di iniquità, architettato ad uso e consumo leghista, il quale avrà come primo effetto quello di accentuare gli squilibri fra le diverse aree del paese, anche sul cruciale terreno della scuola e della formazione dei giovani.

In sostanza, per tagliare drasticamente le risorse pubbliche da impiegare a vantaggio della collettività, per far cassa, per ridurre significativamente “il peso” della pubblica amministrazione in accordo con gli interessi globalizzanti, oltre a privatizzare tutto il possibile, compresa l’acqua, si rinuncia a quella che sembrava una storica conquista: l’istruzione fino ai più alti gradi della scuola a tutti garantita.

Se negli ultimi anni, attraversati dalla crisi economica, sociale ed etica italiana, abbiamo sentito parlare i politici di sistema della destra e della sinistra, in termini retorici e generici, della necessità di sostenere l’università, la formazione dei giovani e l’ormai mitica ricerca, al fine di evitare massicce “fughe di cervelli” e un ulteriore, conseguente scadimento scientifico, tecnologico ed anche produttivo del paese, l’esito concreto è stato ben diverso, dato che i continui tagli di risorse alla pubblica istruzione – e l’inevitabile aggravio dei costi per studenti e famiglie – non nascono di certo con il IV governo Berlusconi, ma costituiscono una realtà e una prassi ormai ultra-decennali.

Si va verso una situazione disastrosa, grazie alla riforma Gelmini e ai ricordati tagli, con l’espulsione di decine di migliaia di precari – i quali ultimi sono fondamentali per il funzionamento delle università pubbliche – e il blocco delle nuove assunzioni, con la prospettiva della chiusura di alcune migliaia di scuole, forse quattromila, condannate dalla peggior logica economicista, con i problemi che nelle aree più povere del paese la stretta cagionerà alla realizzazione del tempo pieno e lo scadimento inevitabile di molte iniziative didattiche, legate non soltanto alla disponibilità di risorse, ma anche alla qualità degli insegnanti, alle loro possibilità di aggiornamento professionale e al loro numero.

E’ ovvio a tutti che questa riforma, realizzata a colpi di tagli e decreti ma ufficialmente ammantata di buone intenzioni, quasi da italietta di altri tempi, che ha come simboli decisamente ipocriti il ritorno del grembiulino e del deamicisiano maestro unico – o meglio “prevalente”, come ha recentemente ricordato lo stesso Berlusconi alla giovane ministra Mariastella Gelmini, la quale ha prestato il suo nome e la sua faccia per questa operazione – non nasce dalla volontà di razionalizzare il sistema scolastico e di aprire nuove prospettive ai giovani, ma bensì da una volontà privatizzatrice e dall’applicazione vincolante in un contesto globale, o quanto meno occidentale, del modello globalizzante in salsa americana dell’economia dei servizi, che ci ha regalato la deindustrializzazione e la perdita di know-how, le dure regole di Maastricht, l’euro e la BCE, la precarizzazione del lavoro e la ri-proletarizzazione dei ceti medi, e infine il crack finanziario statunitense, i cui effetti sono estesi a tutti i mercati e falcidieranno ancor di più il sociale in molti paesi, non ultimo il nostro.

Infatti, possiamo ben dire che questa riforma è imposta dall’esterno e dall’alto e passa sopra le teste di tutti, anche di quel Tremonti, attuale super ministro economico e personaggio chiave della maggioranza di governo, il quale a suo tempo ha scritto e pubblicato La paura e la speranza proprio per metterci in guardia contro i rischi della globalizzazione, e che i tagli al settore pubblico li predispone in prima persona.

L’ottica nella quale dobbiamo porci, dunque, per comprendere i veri motivi e il vero significato della così detta riforma Gelmini, è essenzialmente ed ostinatamente ancora quella neoliberista – nonostante il default della dimensione finanziaria e il fallimento del modello americanizzante dell’economia dei servizi – ed è per altro la stessa che ha informato ed informa le politiche monetarie e dei tassi della Banca Centrale Europea, volte essenzialmente a sostenere il dollaro, l’economia americana più che quella europea, e a contribuire, in questo momento difficile, al contenimento quantitativo del debito statunitense.

Il problema, naturalmente, non è un’esclusiva dell’Italia, se si pensa che in sede di Unione Europea la deroga alle bronzee regole comunitarie, per dare un po’ di ossigeno ai malconci sistemi economici di molti fra i paesi membri, è stata puramente simbolica – quasi una presa in giro ... – con l'ammissione a denti stretti di uno "sfondamento" di qualche decimale appena del limite del tre per cento, concesso per il deficit, e ciò non potrà non significare, in specie nei paesi più deboli e maggiormente in difficoltà, contrazione dei servizi pubblici e disoccupazione generalizzata.

A queste esigenze è stato costretto a sottomettersi, inevitabilmente, lo stesso Giulio Tremonti, non potendo andar contro gli interessi dei potentati che con tutta evidenza dirigono le danze e contraddicendo, in tal modo, l’atteggiamento vagamente “ribellista” e moderatamente anti-globalista che lo ha caratterizzato nell’ultima campagna elettorale.

Così e solo così si spiega il “pronto soccorso” immediatamente garantito al sistema bancario in difficoltà, con la promessa di impegnare allo scopo il denaro pubblico, ma senza procedere a stabili nazionalizzazioni di istituti di credito in difficoltà, così si spiegano gli interventi repressivi e talora vagamente grotteschi in ordine al pubblico impiego [pensiamo all’idea dei tornelli anti-fannulloni] del ministro per la funzione pubblica e l’innovazione Renato Brunetta, volti più alla riduzione del personale e dei costi della pubblica amministrazione che ad accrescerne efficienza e efficacia, con beneficio per tutta la collettività, e dentro questo quadro di dipendenza della politica dell’attuale governo italiano dai Signori della mondializzazione si può spiegare anche la brutta e discussa riforma Gelmini.

Per essere equanime si deve riconoscere che la tendenza alla progressiva dismissione del pubblico, a vantaggio del privato e del grande capitale finanziario, ha largamente interessato anche i precedenti governi, ma il violento attacco al modello di istruzione in essere, e quindi allo stesso diritto allo studio sancito dalla costituzione, è almeno per ora una spiacevole peculiarità italiana, indotta dall’azione di questo esecutivo.

Per concludere usando le parole del “tesoriere” Tremonti, vero ispiratore della riforma della pubblica istruzione in Italia, è ormai drammaticamente certo che il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro ...

Lo sarà anche per la scuola e la formazione dei giovani, date le premesse.

Eugenio

 

 

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lunedì, 27 ottobre 2008

CARRETTA, MASO E LA VENDETTA COLLETTIVA

In questi giorni c’è stata un’accesa polemica sull’uscita dal carcere di Carretta e di Maso, casi che hanno scatenato l’indignazione di buona parte della pubblica opinione.

Giusto pochi cenni per ricordare di chi stiamo parlando.

Ferdinando Carretta, nel 1989 uccise padre, madre e fratello, per incassare la cospicua eredità di famiglia. Dieci anni dopo, venne assolto perché incapace di intendere e di volere. Venne arrestato casualmente 10 anni dopo in Inghilterra. Dopodichè ha trascorso sette anni e mezzo in un ospedale psichiatrico giudiziario e un anno e mezzo in “licenza esperimento” presso una comunità nel forlivese. Adesso godrà del regime di libertà vigilata; cioè potrà lavorare all’esterno e rientrare in comunità solo per dormire.

Pietro Maso, nel Aprile del 1991, aveva massacrato i genitori, anch’egli per poter intascare l’eredità. Condannato, ha già scontato 17 anni e mezzo presso il supercarcere di Opera a Milano, ora gode della semilibertà, quindi potrà uscire per andare a lavorare in una fabbrica che lo ha assunto.

 

Sono indubbiamente persone che si sono macchiate di reati orribili, l’uccisione di famigliari per motivi di denaro. E non penso sia questo il luogo adatto ad analizzare motivazioni psicologiche dietro a questi reati. Chiaramente la gente rimane scossa da crimini come questi, lo stesso accadde con la Franzoni e con Erika e Omar, e vuole giustizia.

Ecco, su questo si dovrebbe riflettere, sul concetto di “giustizia” legato alla pena inflitta ad un criminale.

Sia ben chiaro che non intendo prendere le difese di questi delinquenti, ma penso che per troppo tempo in questo paese di giustizia ne abbia  parlato solo gente come Di Pietro, Beppe Grillo e Travaglio, sulla quale preparazione culturale mi permetto di avere grossissime riserve.

 

Da “Mani Pulite” ai giorni nostri, la “giustizia” è diventata un business. I magistrati ci hanno costruito le carriere (chi come magistrato di grido alla Woodcock, chi per entrare in politica, come Di Pietro e molti altri Senatori del PD), giornalisti o pseudo-tali hanno pubblicato best seller, opinionisti televisivi sono diventati dei paladini degli indifesi sparando sentenze nel più assoluto qualunquismo, showman (alla Vespa e alla Mentana) hanno campato anni speculando su omicidi atroci.

Si è diffusa una curiosità morbosa nella gente, che passa intere serate a discutere di indizi, prove, sopralluoghi, condanne, assoluzioni, ovviamente senza saperne e capirne nulla.

Ma in tutto questo si è completamente persa la riflessione sul senso della “giustizia” e della “pena carceraria”. Ovviamente, facendo eccezione per il breve tempo dopo il condono collettivo, per il semplice fatto che ai politici faceva comodo parlare di “atto umanitario”, come se questo avesse a che fare con la “giustizia”.

 

Per evitare di perdersi in un discorso troppo ampio, penso che sia meglio concentrarsi sul concetto di “pena giusta”. Ritengo che siano due i poli su cui orientare il ragionamento: da un lato una pena incentrata sulla “punizione”, dall’altro quella sul “recupero”.

Nel primo caso, lo Stato tenta di scoraggiare i criminali con pene il più severe possibili, al termine delle quali, poco importa se il condannato sia diventato o meno socialmente pericoloso.

Nel secondo, l’attenzione è posta sul cambiamento della personalità, vero o presunto, del condannato, in modo che una volta scontata la pena, non diventi “recidivo”.

Ovviamente, nel mezzo ci sono le zone grigie, ma penso che questi siano i binari su cui impostare il ragionamento.

 

Bene, che sistema vige in Italia? Cosa ne pensa la gente?

Come al solito, nel nostro Paese non si fa mai nulla con uno scopo, ma si assommano leggi e provvedimenti assolutamente senza logica, guidati dalla necessità di vincere le successive elezioni, o più semplicemente tutelare i propri privilegi.

Il sistema penale prevede che la pena abbia sia scopo deterrente che riabilitativo, per questo è previsto il carcere, addirittura a vita, ma al contempo benefici e sconti di pena, quasi automatici.

Fin qui tutto bene, il problema sta nell’applicazione pratica. Sull’effetto deterrente del sistema giudiziario italiano penso ci sia poco da dire: processi infiniti, certezza della pena quasi inesistente, errori giudiziari come se piovesse, ecc.

E l’aspetto riabilitativo? Penso che qui le cose vadano anche peggio. Il nostro sistema carcerario è obsoleto e privo di logica. Non ha alcuna funzione riabilitativa, in quanto i supporti sociali sono praticamente inesistenti e le condizioni di vita carceraria piuttosto discutibili. Ma nemmeno le norme che hanno introdotto benefici e sconti di pena raggiungono lo scopo. Soggetti come Carretta e Maso potranno mai reinserirsi in un “normale” contesto sociale? La risposta penso che possa essere solo una: No! Questo soprattutto perché la gente non vive la condanna come riabilitativa, giusta, ma chiede solo vendetta (ovviamente sempre e solo per reati che non commette lei, per i quali invece chiede amnistia e condoni a ciclo continuo). La pena carceraria non sarà mai abbastanza lunga, i certificati degli specialisti mai troppo corretti, ecc.

 

A questo punto mi chiedo: non sarà arrivato il momento di pensare ad un sistema giudiziario che non prevede il carcere, o almeno che non ne prevede una funzione rieducativa.

Forse è il caso che vengano aumentate notevolmente le pene restitutorie e risarcitorie (lavori socialmente utili, pagamento dei danni alle vittime, ecc.). Ma soprattutto, impostare un discorso sociale ad ampio raggio, per convincere la gente che la “giustizia” non va confusa con una sorta di “vendetta collettiva”.

 

Manuel

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lunedì, 27 ottobre 2008

IL CAPITALISMO FALLIMENTARE

Mentre Berlusconi si da fin troppo da fare, saltando come un grillo dal consiglio dei ministri al Bagaglino, per tranquillizzare con parole semplici il solito popolo bue – in buona parte preoccupato ma plaudente – in merito ai possibili sviluppi della crisi finanziaria e alla difesa dei risparmi custoditi dalle banche, l’articolista ed economista Francesco Giavazzi, camerierino dei grandi interessi economico-finanziari transnazionali che “ispirano” i suoi scritti liberisti, chiaramente apologetici del peggior capitalismo internazionalizzato e finanziarizzato, interviene dopo Ostellino sulla prima pagine del Corriere della Sera di oggi, 9 ottobre 2008, con “Il fantasma delle regole”, continuando la strenua difesa liberal-liberista – per conto terzi, cioè per conto di chi paga profumatamente simili propagandisti tardo “goebbelsiani” – del mercato onnivoro il quale rischia, sull’onda emozionale provocata dalla bufera finanziaria mondiale, di essere imbrigliato e soffocato dalle regole.

Il vincitore del premio “E’ giornalismo” nel 2007 ci avverte che è una mera illusione invocare regole, lacci e laccioli per imbrigliare la finanza impazzita, per cercare di riportare ordine nel sistema bancario, per garantire la liquidità necessaria al sistema economico, costituito dalle famiglie e dalle imprese, perché, tanto, le crisi sono “intrinseche al capitalismo” almeno quanto lo è il rischio [rischio d’impresa] affrontato sui mercati anche dai valorosi banchieri-imprenditori. E’ quindi una sciocchezza, secondo il raffinato economista che periodicamente ci illumina dalle pagine del Corriere, pensare di poter eliminare il rischio introducendo regole – che poi si dovrebbe anche far rispettare – mettendo così morsi e briglie al cavallo in corsa sfrenata.

Peccato che il rischio vero, in realtà, lo corriamo noi – e non lor signori, banchieri, manager e imprenditori che siano – perché sappiamo che quando le cose vanno bene, nei periodi di crescita economica, sono loro ed esclusivamente loro a intascare profitti crescenti, stock options da mille e una notte e grassi dividendi, mentre quando il tempo volge al brutto, come accade ora, c’è sempre lo scorrere di un fiume di denaro pubblico, proveniente dalle nostre tasche, sottratto alle famiglie e prodotto dal lavoro delle “classi subalterne” a tirarli fuori dei guai.

Il tanto vituperato intervento pubblico, perturbatore dei mercati e dell’ordine liberista, osteggiato dai grandi interessi transnazionali con tutte le armi a disposizione, compresi gli articoli su quotidiani compiacenti, è però gradito anche ai Giavazzi di turno quando inietta risorse – spesso a “fondo perduto” – nel circuito finanziario, a favore delle banche e delle imprese, ma è assolutamente sgradito quando impone regole di comportamento agli “operatori” che si muovono sul mercato o, ancor peggio, quando destina il pubblico denaro a sostegno dei ceti più deboli, della sanità e della scuola pubblica, delle pensioni e dei redditi più bassi.

Per quanto riguarda l’eroico imprenditore che affronta il rischio d’impresa, sappiamo bene che i “banchieri”-usurai non rischiano, non hanno mai avuto alcuna propensione in tal senso, avendo ampiamente dimostrato nella storia di essere soltanto dei vili grassatori, e se le cose vanno male riducono drasticamente gli affidamenti, a partire da quelli concessi ai clienti più piccoli e più deboli – come ad esempio gli artigiani e la piccola impresa – cosa che sta accadendo in queste ore anche in Italia, nel “ricco” Veneto ed altrove.

Continuando nella sua ben compensata opera di disinformazione e non pago del recentissimo intervento del IV governo Berlusconi [in concordia con Mario “Goldman Sachs” Draghi] che si impegna a rilevare, con i soldi della collettività nazionale, quote di pacchetti azionari di banche in difficoltà rifiutati dal mercato, ma soltanto temporaneamente, non avendo alcuna intenzione – sarebbe un’eresia per dei liberisti! – di procedere stabilmente alla loro ri-nazionalizzazione, l’economista del MIT Giavazzi ci rivela che negli Stati Uniti d’America, epicentro della crisi, è la politica all’origine del dissesto, avendo sottratto alla FED [la banca centrale in mani private, non dimentichiamolo] competenze sulla vigilanza delle banche d’investimento, che la perturbazione in un modo o nell’altro si sarebbe verificata ugualmente, magari a causa degli hedge funds, tristemente noti per avere nella realtà una “mission” puramente speculativa, predatoria, e che comunque non ci si può lamentare, in quanto le “economie aperte” crescono di più – il solito discorso “totemico” del P.I.L. che ci porge l’unica crescita possibile per l’umanità contemporanea – innovano e creano nuovi posti di lavoro a nostra disposizione [sempre più spesso, però, precari, sottopagati e fonte di nuove schiavitù, come abbiamo modo di osservare ogni giorno che passa]

Il messaggio che il nostro ci lancia, in soldoni, sembra essere il seguente: Altro che regole, sciagurati! Non vorrete mica che si torni all’unica regolamentazione efficace, che poi era quella sovietica, la quale vietava la libera impresa?

Nella pelosa arringa giavazziana, in difesa del Libero Mercato Selvaggio e senza regole, non poteva mancare – e infatti non manca – il riferimento alla crisi del 1929, con il monito che politiche economiche sbagliate possono portare la temuta depressione, che tocca direttamente l’economia reale e il nostro quotidiano, e trascinare nel baratro in certi paesi – oltre al sistema economico – anche la tanto preziosa democrazia …

In conclusione, anche Giavazzi oggi come Ostellino ieri, pur in modo più subdolo e indiretto di questo ultimo, partendo furbescamente dal discorso dell’efficacia regole imposte al mercato, paventa il rischio di un “ritorno” dell’autoritarismo anti-democratico e dell’intromissione dello stato nell’economia – leggi nei grandi interessi privati che sempre riscuotono i dividendi e mai pagano i loro errori – rivelando in tal modo che è in corso sui giornali, a partire dal Corriere della Sera, una vera e propria campagna propagandistica, orchestrata dai “datori di lavoro” dei vari Giavazzi e Ostellino, a difesa del libero mercato, del liberismo, della liberaldemocrazia ma, soprattutto, del loro potere, dei loro profitti e delle loro enormi fortune.          

 

Eugenio

 

Fonte: www.ariannaeditrice.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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categoria: politica, economia, dossier