venerdì, 26 settembre 2008

ALITALIA ULTIMO ATTO: UNA VERGOGNA TUTTA ITALIANA

Mentre negli Stati Uniti d'America - sponda prima e indispensabile del libero mercato globale e della mondializzazione economica - si torna all’intervento pubblico, pur forzatamente e data la crisi in atto, per ovviare ai disastri del neoliberismo, della speculazione senza limiti e del culto del mercato, per ora in diretta relazione con il mondo della finanza speculativa, delle banche usuraie e delle rapaci company assicurative, in Italia si continua ad insistere - in modo patetico, strumentale e con probabili effetti suicidi - sulla "privatizzazione", sulle "liberalizzazioni", sulle virtù di un privato/mercato che, in realtà, altro non è se non un'accozzaglia di interessi privati spesso contrari a quello che dovrebbe essere l’interesse collettivo, grassi mercanti che praticano la crematistica, gonfi di profitti che hanno ottenuto, in molti casi, calpestando la dignità umana e commettendo crimini sociali ... perché, pur essendo i piloti di Alitalia strapagati e attaccati ai loro vergognosi privilegi – rigorosamente a carico di noi tutti, anche dell’operaio che non supera i mille e quattrocento euro mensili di reddito - come anche, del resto, assistenti di volo e altro personale dirigenziale ben pasciuto e lussuosamente mantenuto nei meandri della così detta compagnia di bandiera, non c’è dubbio che la Cai – sotto l’egida della confindustriale Marcegaglia, di Colaninno e altri squali dell’industria decotta – rappresenta nella realtà una delle peggiori bande presenti in questo disgraziato paese, i cui membri sono responsabili, in solido con politici, sindacati e “banchieri”, del suo degrado e della sua prolungata crisi.

Pensare che la cordata che ha cercato di acquisire un’Alitalia senza i debiti grazie al governo Berlusconi [come si sa, la bad company all’uopo da costruire sarebbe rimasta a carico dei lavoratori italiani, i quali  sono quasi gli unici a pagare le tasse …] è stata da qualche servo mediatico del sistema definita “il fior fiore dell’imprenditoria italiana” … se questo è il meglio, verrebbe da dire, figuriamoci cosa sarà il peggio!

Anche Lufthansa si chiama prudentemente fuori di questa brutta vicenda, indecorosa quanto lo sono i suoi protagonisti, dai vertici sindacali della triplice a Romano Prodi prima [il quale in accordo con gli interessi dei suoi veri padroni puntava sui francesi di Air France, per svendere compagnia, flotta aerea e hub vari] e Berlusconi poi, dai boriosi rappresentanti dei piloti – intenti a difendere i loro scandalosi privilegi e colpevoli, loro stessi, del default aziendale – alla “cordata” della peggiore industria decotta, la sola che rappresenta l’imprenditoria Italia e la sua situazione di degrado, quella di Marcegaglia e Colaninno.

La migliore soluzione sarebbe stata, dato il disastro in atto e la necessità di garantire al paese collegamenti aerei, non soltanto quella di mantenere la proprietà in mano pubblica – condicio sine qua non per salvare parti del pubblico patrimonio dal disastro liberista-globalista - ma una salutare e risolutrice militarizzazione, con qualche generale dell’Aeronautica Militare Italiana al vertice della malconcia compagnia di bandiera! 

 

Eugenio

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lunedì, 15 settembre 2008

CRISI BANCARIA AMERICANA: L'IMPERO STA CROLLANDO?

Come avevamo già segnalato tempo fa, la prima crisi legata ai mutui subprime dei mesi scorsi non era che l’inizio della “vera crisi”. In questi giorni la falla nel sistema bancario statunitense sta raggiungendo dimensioni drammatiche, ma ancora una volta ci stiamo solo avvicinando al centro del ciclone, non ne siamo ancora nel mezzo. Facciamo il punto della situazione.

 

Giusto per fare un quadro sommario, riporterei alcuni dati estremamente significativi: crollo del Dow Jones (l’indice borsistico di Wall Street) di oltre 30 punti; prezzo del petrolio in costante ascesa; grosse banche sull’orlo del fallimento; American Express che denuncia difficoltà ad incassare; Fedex segnala un netto rallentamento in ogni tipo di trasporto; United Airlines licenzia 950 piloti (il 15% degli effettivi); General Motors denuncia un grosso calo nelle vendite; crollo del valore degli immobili del 15,8% in un anno; nel solo 2007 sono state avviate 2,2 milioni di procedure di pignoramenti, segnando un aumento del 121% su base annua, ecc.

 

Il dato forse più importante è il collasso verso cui sta giungendo il sistema bancario statunitense. I primi segnali si sono avvertiti col quasi fallimento della Bear Stearns, “mangiata” dalla JP Morgan grazie ai soldi dei contribuenti, gentilmente offerti da Washington. Ma adesso la cosa si sta espandendo a macchia d’olio. Oggi, la Lehman Brothers, la quarta banca d’affari più importante degli Stati Uniti, ha annunciato di aver avviato le pratiche di fallimento, cosa che tra l’altro sta causando instabilità e perdite ingenti anche sui mercati europei.

 

Sorte simile è toccata al “gigante” Citigroup, il quale ha chiuso il secondo trimestre del 2008 con una perdita netta di 2,5 miliardi di dollari (contro l'utile di 6,2 miliardi segnato l'anno prima), dopo svalutazioni lorde per 7,2 miliardi. Tanto che i vertici hanno deciso di sbarazzarsi di diverse strutture ritenute non più strategiche ed attuare un piano di licenziamenti molto pesante. Il primo punto si è attuato decidendo di tagliare per diverse centinaia di miliardi di dollari gli investimenti nelle divisioni delle banche di investimento e di quelle retail. Un esempio concreto, è stata la cessione, al Credit Mutuel, della filiale tedesca, la quale ha 3,3 milioni di clienti, 340 agenzie e 6.700 dipendenti, ricoprendo il 7% del mercato tedesco del credito al consumo. Sul fronte occupazionale, invece, è stato varato un piano di ristrutturazione che prevede oltre 16.000 licenziamenti. Al momento, considerati i primi due trimestri del 2008, siamo già arrivati a quota 11.000.

 

Poi abbiamo un altro esempio clamoroso: quello di “Fannie e Fred”. In un anno la “Fannie Mae” e la “Freddie Mac” hanno perso circa 15 miliardi di dollari, rimanendo quasi senza capitali, e deprezzando i loro titoli di quasi il 90 per cento. Inoltre, 4 milioni di famiglie, il 9 per cento dei mutuati, sono andate in bancarotta o sono in grave ritardo nei pagamenti rateali. Si tratta di banche, la Fannie Mae e la Freddie Mac, che svolgono una funzione primaria nel mercato dei mutui immobiliari. I due titoli, in un solo anno, avevano perso rispettivamente l’81% e l’87% del loro valore. La cosa è assolutamente preoccupante per i cittadini, tenendo conto i due istituti coprono circa la metà di tutti i mutui immobiliari statunitensi. A questo punto, il Governo ha deciso di prendere iniziative di sostegno in loro favore, per “evitare una catastrofe”, come ha detto il Ministro del Tesoro Paulson. In pratica, le due banche sono state nazionalizzate. Con una mossa che non si vedeva dai tempi di Eisenhower, la Casa Bianca ha deciso di finanziare le due banche con soldi pubblici, cioè con le tasse dei cittadini, oltre che aver riservato per la Fed un “ruolo consultivo” sulle strategie dei due istituti. Riporto alcuni dati, giusto per capire di quali cifre stiamo parlando: in caso di bancarotta “Fannie e Freddie” lascerebbero un buco di 5.000 miliardi di dollari, la metà del debito pubblico americano. “Fannie” deve rimborsare 216 miliardi di dollari entro un anno, “Freddie” un po’ di più, circa 291 miliardi. Il problema consiste nel fatto, che le due banche non hanno questi soldi, a causa del totale collasso del mercato immobiliare statunitense, dove le rate dei mutui non vengono più pagate, e nessuno acquista più immobili. Basti pensare che da, Gennaio 2008, le prime nove società del settore hanno perso 2,4 miliardi di euro, circa la metà della loro capitalizzazione.

 

Ma, secondo molti analisti, la crisi deve ancora scoppiare. Le banche a rischio fallimento negli USA sono circa 90, e tempi ancora più incerti si prospettano per quelle locali. Il caso più eclatante è stata la chiusura dell’istituto “IndyMac”, che ha rappresentato il terzo fallimento per importanza dal dopoguerra ad oggi, e che ha riportato d’attualità le immagini dei cittadini in fila davanti agli sportelli sperando di riavere i propri soldi, che ci eravamo abituati a vedere durante la crisi in Argentina. La “IndyMac” ha dovuto chiudere i battenti per mancanza di liquidità e la sua gestione è stata trasferita alla “Federal Deposit Insurance Corporation”. Secondo il Los Angeles Times, IndyMac ha almeno un miliardo di dollari di depositi non coperti dall'assicurazione FDIC, che riguardano circa 10 mila risparmiatori.

 

I danni causati dalla crisi statunitensi stanno arrivando anche in Europa. Il gruppo elvetico “Swiss Re”, numero uno mondiale della riassicurazione, ha un’esposizione totale di 9,6 miliardi di dollari (6 miliardi di euro) nei riguardi di Fannie e Freddie; nello specifico di 4,4 miliardi verso la prima e dei restanti 5,2 verso la seconda. Questa situazione ha fatto sì che il colosso svizzero abbia subito un crollo sui mercati borsistici, tanto da svalutare 2,2 miliardi di franchi svizzeri (1,37 miliardi di euro) dall’estate scorsa, diventando la società assicurativa più colpita dalla crisi. Ha pubblicato un risultato netto di 624 milioni di franchi, in calo del 53% rispetto alle stime degli analisti che lo stimavano in 870 milioni. Anche in Italia le banche stanno andando in sofferenza, dando i primi segnali di scarsa liquidità, ed irrigidendosi sull’approvazione dei mutui.

 

La crisi statunitense sta mettendo in allarme anche gli organi internazionali. Secondo quanto riportato da “Der Spiegel”, il Fondo Monetario Internazionale ha annunciato che effettuerà un “Financial Sector Assessment Program”, una procedura di verifica sul sistema finanziario USA, che si concluderà nel 2010. Cosa che fa un certo scalpore, visto che notoriamente il Fondo Montario obbedisce a Washington. Si tenga conto, infatti, che una tale procedura non è mai avvenuta nei confronti degli Stati Uniti.

 

Per chiudere l’analisi, una nota curiosa. Secondo quanto riportato da Carlo Gambescia, un anonimo speculatore ha acquistato 245 mila opzioni «put» sull'indice Eurostoxx 50 del Dow Jones. Queste opzioni hanno la scadenza fissata per il prossimo 21 Settembre, di conseguenza, se le azioni mondiali non precipiteranno, il compratore misterioso rischia di perdere un miliardo di dollari.
Ma se ha ragione lui, ne guadagnerà minimo 2 miliardi . Visto che sono cifre un po’ troppo alte, è difficile credere ad una scommessa al buio. I casi sono due: o sapeva del fallimento della Lehman Brothers e del conseguente tracollo finanziario mondiale, che quindi è appena all’inizio; oppure, nella peggiore delle ipotesi, questa settimana ci porterà qualche grosso guaio.

Gli analisti più pessimisti individuano due scenari per questa seconda soluzione. La prima riguarda gli investimenti effettuati in “yen”, la valuta giapponese. Gli speculatori hanno contratto debiti
a breve in yen (a tasso basso) ed hanno prestato a lungo termine in «investimenti» a tasso più alto. Ma ora che lo yen risale, il loro debito in yen sale e rischia di schiacciarli, provocando altri fallimenti. Gli indebitati in yen sono infatti obbligati a svendere i loro crediti a lungo termine, ammesso che riescano a trovare dei compratori, per comprare gli yen con cui estinguere i loro debiti giapponesi. Ciò, come minimo, forzerà verso l'alto i tassi d'interesse a lungo termine. Di conseguenza, anche il costo dei mutui variabili aumenterà, accrescendo il numero dei mutuatari insolventi, accelerando così il crack immobiliare USA e dunque precipitando la recessione americana.

Il secondo scenario ha attinenza con una data ormai diventata storica: l’11 Settembre. Ai primi di Settembre del 2001, cioè pochi giorni prima l’ “attentato” alle Torri Gemelle, alcuni anonimi speculatori avevano acquistato una quantità anomala di opzioni put su United Airlines ed American Airlines, scommettendo su un clamoroso ed improvviso ribasso delle due compagnie aeree. Come tutti sanno, i velivoli usati dagli “attentatori” appartenevano proprio a queste due compagnie, che videro precipitare il valore delle loro azioni da 30 dollari a 18 in poche ore, facendo guadagnare agli scommettitori una bella cifretta, anche se non la ritirarono per intero, per non destare troppi sospetti. Parte degli ordini «put» risultò partita da una banca d’affari, la AB-Brown, di cui era stato Presidente esecutivo A.B. «Buzzy» Krongard, uno dei capi della CIA alla data dell'attentato. Il guadagno di quella operazione fu di una decina di milioni di dollari, nulla in confronto ai 2 miliardi “previsti” dallo speculatore odierno. Che sappia qualcosa riguardo un attentato tremendamente più devastante di quello dell’11 Settembre? Chissà, la scadenza del 21 Settembre è vicina, vedremo cosa succederà.

 

Quello che si può dire è che potremmo essere vicini ad una svolta epocale. Il potere mondiale di Washington si è sempre basato su due aspetti: un sistema militare dominante ed uno finanziario capace, grazie alle banche, di indebitare tutti i paesi del mondo con la Federal Reserve, obbligandoli alla sudditanza politica.

Le guerre in Afghanistan, in Iraq ed il caso “Georgia-Ossezia” dimostrano che Washington non possiede più una superiorità militare schiacciante come in passato, e certamente non è più in grado di fermare le potenze emergenti, Russia e Cina soprattutto. Se ora anche il sistema bancario e finanziario a “stelle e strisce” dovesse crollare, potremmo assistere ad un clamoroso vuoto di potere, dove le nazioni più intraprendenti e coraggiose potrebbero tornare ad essere padrone del proprio destino. Che strada sceglierà l’Europa? Sceglierà di liberarsi dal gioco americano, oppure subirà il tracollo dello Zio Sam?

 

Manuel



 

 

 

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domenica, 14 settembre 2008

FERDINAND TONNIES: COMUNITA' E SOCIETA'

Ferdinand Tonnies nacque Oldenswort, in Germania, nel 1855. Insegnò diversi anni all’università di Kiel e, nel 1909, fondò assieme ad altri colleghi la Società tedesca di sociologia, finalizzata alla ricerca ed alla divulgazione scientifica e sociologica.Morì a Kiel nel 1936.

Tonnies viene considerato da molti come il primo grande divulgatore del pensiero comunitarista in virtù della sua opera più importante, Gemeinschaft und Gesellschaft, pubblicata per la prima volta nel 1887.In questo testo il sociologo tedesco propone per la prima volta un’analisi approfondita della Comunità (Gemeinschaft) in contrapposizione con la Società (Gesellschaft).

Per definire la Comunità Tonnies usa parole specifiche ed estremamente significative: la descrive infatti come una convivenza durevole, intima ed esclusiva i cui protagonisti sono uniti da un rapporto realmente sentito basato sul consensus, sulla reciproca comprensione. Colui che appartiene alla comunità lo fa anzitutto per adesione volontaria e manifesta, anche se di adesione vera e propria non si può parlare poiché l’appartenenza si basa su presupposti la cui natura non appartiene alla sfera razionale, presupposti individuati da Tonnies ne "la medesima origine, gli stessi sentimenti e la stessa aspirazione fondamentale".

Da queste parole si può subito notare una prima distinzione con il concetto rivale di Società: vi è in Tonnies una profonda avversione per il razionalismo proprio del pensiero illuminismo ed il contrattualismo applicato alla vita di gruppo proposto dai pensatori figli della rivoluzione francese. Tale avversione è peraltro particolarmente caratterizzante per quello che riguarda l’intero filone comunitarista e gli autori che ad esso appartengono.

Riferendosi alla sfera temporale, il sociologo traccia altre distinzioni fra Comunità e Società: mentre la prima si basa su retaggi ancestrali, antichi, quasi archetipali, la seconda è più recente e frutto di una semplice esigenza e perciò dettata dall’utile, dalla necessità del momento. La Comunità è inoltre durevole, in virtù dei legami reali e condivisi e della comunità d’intento che ne costituiscono le fondamenta; al contrario la Società, che poggia su legami futili e di natura materialista, è destinata a morire nel momento in cui l’utilità della convivenza viene meno. Ad un livello macroscopico, d’insieme, la Comunità ha una natura olistica, da l’impressione di essere un organismo vivo e pulsante e non la semplice sommatoria di individualità. La Società al contrario si presenta fredda, meccanicistica, distaccata.

Il senso di questa contrapposizione è reso ottimamente dalle parole dello stesso Tonnies, che individua l’origine della Comunità nei "caldi impulsi del cuore" mentre la Società "procede dal freddo intelletto". Ancora una volta, salta immediatamente all’occhio la profonda avversione del pensiero comunitarista per i principi post-rivoluzionari ispiratori del contratto sociale, della volontà generale, dei diritti umani e di tutte le teorie socio-politiche alla base del regime democratico.

Tonnies individua forme primitive di Comunità da sempre presenti nella storia umana: il rapporto fra madre e bambino, il rapporto fra uomo e donna ed il rapporto fra fratelli. Tali legami hanno un carattere sia istintivo (prevalente nei primi due tipi di rapporto) sia umano (che caratterizza il rapporto fra fratelli).

Sulla traccia di questi modelli primitivi Tonnies propone di organizzare le comunità future. Egli in realtà parte dalla critica all’evoluzione della socialità umana cui si assiste oggi, improntata sui presupposti propri della Società: atomizzazione sociale, urbanizzazione incontrollata, contesti di vita quotidiana disgreganti ed alienanti; uno scenario che si sposa perfettamente con il carattere utilitaristico e meccanicistico della Gesellschaft.

In opposizione ad esso, viene proposto il ritorno ad una dimensione più umana della vita sociale, com’era una volta nei piccoli villaggi primitivi, fornendo non un indicazione di carattere tecnico-urbanistico che rifiuta a priori il contesto cittadino quanto piuttosto un paradigma valido per le modalità attraverso cui avvengono i rapporti sociali, che devono essere frutto di una reale volontà di comunicare, condividere esperienze, sentimenti e valori, far crescere lo spirito comunitario tanto dentro sé stessi quanto all’interno della Comunità tutta.

E’ evidente come le idee di Tonnies non solo siano attuali ma costituiscano addirittura un’indicazione di importanza capitale per cercare di arrestare e stravolgere l’avanzata della società materialista, globale e massificata che si sta palesando oggi. Si tratta quindi di rifiutare una concezione che ai tempi in cui scriveva il sociologo tedesco costituiva poco più che una teoria politica, un’idea di progresso, un terreno ideologico su cui poggiava l’economia capitalista che si stava perfezionando; insomma, caratterizzava più che altro le prospettive future verso le quali si stava evolvendo la società del tempo. Oggi queste prospettive si sono non solo concretizzate ma addirittura evolute in senso deteriore, rafforzate da progresso tecnologico, liberismo economico, annichilimento culturale ed un ritorno a un modello genuino, basato sul consensus che caratterizzava le comunità tradizionali, sta diventando un obiettivo sempre più difficile da raggiungere.

Francesco

 

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martedì, 09 settembre 2008

8 SETTEMBRE: DUE ROMANZI PER RIFLETTERE

Come tutti gli anni, ad ogni ricorrenza legata alla II Guerra Mondiale, al Fascismo o alla Guerra Civile Italiana, si riaccendono le polemiche sulla necessità di una “memoria condivisa” e su l’assegnazione di “patenti democratiche”. Sinceramente, penso che sia meglio evitare le strumentalizzazioni politiche, partitiche, di comodo, ecc., ed invece seguire un percorso più “originale”, per cercare di capire quei terribili anni: leggere due libri. Direte: sai che novità, migliaia di libri sono stati scritti a riguardo, e chi di noi non ne ha letti almeno un paio.

Quello che propongo io, però, è la lettura di due libri non storici, o almeno non due saggi, ma di due romanzi molto recenti.

L’utilità di tale lettura, a mio avviso, consiste nella leggerezza della loro forma, il romanzo appunto; nell’interesse dei temi trattati, gli autori citano molte fonti storiche; e nelle dichiarata faziosità dei loro autori, filo-partigiani gli uni e filo-fascista l’altro.

I libri in questione sono “Tango e gli altri” di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini (si, proprio il cantautore), e “Le uova del drago” di Pietrangelo Buttafuoco.

 

Il primo è un romanzo giallo, scritto nel 2007 e ambientato sull’ Appennino tosco-emiliano durante la Guerra Civile. La storia racconta l’indagine del Commissario Santovito, che riprende in mano un caso di tanti anni prima. Durante la Guerra Civile, un gruppo di partigiani “rossi” processa e fucila un loro compagno accusato di avere sterminato una famiglia ricca del paese di fede fascista. Visto che molte cose non tornano, un’altra brigata partigiana lo aveva inviato ad indagare, ma visto l’evolversi della guerra, non gli è possibile. Nel 1960, diventato Carabiniere e rispedito in quel paese, riprende le indagini. Lo schieramento politico e la faziosità dei due autori appare evidente, sia nella trama (i partigiani che sono contrari ad ogni rappresaglia) che nel tratteggio dei personaggi. Non vi svelo il finale, ma è la riprova che pur travestito da romanzo, il libro nasce quasi unicamente con lo “scopo politico” di opporsi alle “rivisitazioni storiche” sulla Resistenza e sui Repubblichini.

 

Il secondo è anch’esso un libro del 2007, ma, pur rimanendo un romanzo, è più storico che non “giallo”, anche perché narra delle vicende realmente accadute. E’ la storia di Eughenia Lenbach, una spia della Germania Nazista che viene inviata in Sicilia, per ordine diretto di Hitler, allo scopo di organizzare la resistenza all’imminente sbarco degli Alleati. Il piano dei Tedeschi è quello di organizzare “cellule dormienti” (sullo stile di Al-Qaeda), che si riorganizzino sotto il nuovo invasore, per colpire operazioni di “terrorismo” e sabotaggio. La donna riesce a reclutare un folto numero di Fascisti “che non vogliono arrendersi”, e dopo una serie di scontri a fuoco vittoriosi e pronta a lanciare il piano. Ma….

Anche in questo caso, l’appartenenza politica e la faziosità sono piuttosto evidenti (“buoni” da una parte e “cattivi” dall’altra, la Mafia tutta schierata con gli Americani contro i Fascisti che l’avevano sconfitta), e oltre a voler raccontare una Sicilia non ha accolto a braccia aperte i “Liberatori”, ha sicuramente l’intento di presentare le cosiddette “ragioni dei vinti”.

 

Ritengo che siano due letture estremamente interessanti, oltre che per la qualità dei libri in sé, per capire che in una Guerra Civile, è difficile dire dove sta la ragione e dove il torto, e che in guerra, ancor più che nelle altre epoche della vita umana, difficilmente esistono solo il “bianco” ed il “nero”, ma prevalgono le sfumature. Proprio per questo, consiglio in questi giorno la lettura di entrambi i testi in successione, perché sono convinto che non si può costruire una “memoria condivisa”, senza capire le ragioni di tutti gli schieramenti in campo.

 

Manuel

 

 

 

 

 

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lunedì, 08 settembre 2008

PSICOFARMACI NELLE SCUOLE DI BOLOGNA

Pubblico un aritcolo dell'associazione "Giùlemanidaibambini", sul caso dei psicofarmaci dati ai bambini bolognesi. Grazie al lavoro dell'associazione, il PM Persico ha riaperto l'inchiesta penale, che aveva precedentemente archiviato.

ritalin

E’ di ieri la notizia che il PM Luigi Persico ha deciso di archiviare il dossier nei confronti dei presunti finti psicologi che in Emilia Romagna parevano consigliare a genitori ed insegnanti di somministrare psicofarmaci ai bambini distratti od agitati. Secondo Persico non si sono ravvisate particolari irregolarità, anche se lo stesso PM ha lanciato un chiaro monito alle istituzioni: qualora si organizzassero in futuro corsi informativi nelle scuole sui disturbi del comportamento dei minori, sarà essenziale la presenza di un medico della struttura pubblica. Ma oggi, una registrazione telefonica/ambientale inedita – della quale “Giù le Mani dai Bambini”, il più attivo comitato per la farmacovigilanza in Italia, ha pubblicato stamattina ampi stralci alla URL http://www.giulemanidaibambini.org/video/videoplayer.php?v=pavan.swf - pare rimettere in discussione i presupposti stessi della decisione del PM di Bologna. Luca Poma, giornalista e portavoce del Comitato, ha dichiarato: “Non sappiamo ancora se si tratta di una registrazione ambientale o telefonica, ma ciò che è certo è che è autentica, come conferma una prima perizia effettuata da un tecnico in queste ore. Ci è stata inviata anonimamente da un cittadino, probabilmente esasperato dal vedere aggirarsi per le scuole personale improvvisato, o forse sconcertato dalla richiesta di archiviazione del dossier di Bologna. Nel corso della registrazione, la sedicente esperta, che si fa chiamare ‘Dottore’ dall’interlocutore, discute dell’Ordine dei Medici - al quale peraltro non risulta iscritta - e dei ‘suoi colleghi’, parla di psicofarmaci con grande leggerezza e ne spiega gli effetti sul cervello dissertando di genetica e di diagnosi sui bimbi, di fatto invogliando il suo interlocutore ad adottarli come terapia in quanto ‘stracollaudati ed utilissimi’ ed ‘usati in passato – sostiene lei - anche da dentisti e pneumologi’. Oltre a questa accozzaglia di informazioni mediche del tutto parziali e rilasciate con grande leggerezza, la signora conferma sia di avere rapporti stretti con le scuole, dove spiega alle insegnanti ‘come trattare questi bambini difficili’ e dove avrebbe rintracciato ‘fino a 6 bambini malati per ogni classe’, ed anche di intercettare genitori a Bologna, Mantova, Ferrara, ect per ‘portarli a San Donà di Piave, dove si ottiene lo psicofarmaco’. L’ASL di San Donà di Piave è tirata in ballo  - rileva Poma - anche in relazione a quello che appare come un grave illecito: quando il metilfenidato, potente derivato dell’anfetamina, era vietato in Italia in quanto classificato alla stregua di cocaina ed eroina, questi improvvisati santoni della medicina, con la complicità di psichiatri di quell’ASL si recavano all’estero in Svizzera e contrabbandavano in Italia la molecola per somministrarla ai figli, certi degli effetti calmanti sul loro comportamento. Inoltre – continua Poma - la signora in questione attacca violentemente l’ASL di Bologna e la Neuropsichiatria regionale, accusata a suo dire ‘di non dare gli psicofarmaci ai bambini quando servono: non gliene frega niente a loro dei bambini, niente di niente – dice la signora nel corso del dialogo - per questo li mandiamo in Veneto, qui sul territorio non c’è niente, e poi non sono capaci’. Questa signora inoltre gestirebbe a suo dire un centro di assistenza dove i bambini con disturbi del comportamento possono essere portati durante la settimana ‘per monitoraggio’, quasi a sostituirsi all’ASL che secondo lei ‘non garantisce i risultati’, ma dell’autorizzazione e del convenzionamento di tale presunto centro non pare esserci traccia. Insomma, c’è n’è abbastanza per rimanere sgomenti – conclude Poma – anche perché come l’associazione rappresentata da questa signora in Italia ne esistono almeno altre tre, che usano metodi analoghi: si aggirano tra genitori ed insegnanti spacciando come sicurissime e più che utili terapie a base di psicofarmaci su bambini anche in tenera età. Rispettiamo la decisione della magistratura, ma - come risulta da documenti ancora ieri pubblicati su siti internet istituzionali, incluso il Comune di Bologna - questa signora si qualifica lei stessa come psicologa senza esserlo, e questo è grave. Apprezziamo anche il monito del PM Persico alle Istituzioni, ma lascia il tempo che trova l’invito alla presenza di un medico ai corsi, perché - come ben sappiamo e come si evince da questa registrazione - queste persone contano su di una piccola rete di medici compiacenti pronti a ricettare psicofarmaci senza alcuna difficoltà: dato che la comunità scientifica non è per nulla concorde circa la somministrazione di molecole psicoattive e metanfetamine a bimbi di 6 anni, il medico dovrebbe per lo meno essere equilibrato e non avere a priori un approccio ideologicamente pro-psicofarmaco a tutti i costi”. Emilia Costa, Professore Emerito di Psichiatria (1^ Cattedra di Psichiatria dell’Università di Roma ‘La Sapienza’ e Primario di Psicofarmacologia al Policlinico Umberto I° di Roma) ha commentato così la registrazione: “A parte le riflessioni di carattere giuridico sulla mancanza di abilitazione di questi soggetti che indirizzano di fatto i percorsi terapeutici dei genitori pur non essendo medici, la cosa che non comprendo è come possano criticare l’ASL di Bologna: il bambino va innanzitutto ascoltato, e poi preso in carico adeguatamente da esperti seri, ed i colleghi di Bologna lo sono, le professionalità non mancano certo in quella regione. Chi si permette di criticare uno psichiatra - senza averne le qualifiche - perché ‘prescrive pochi psicofarmaci’, secondo il mio parere o ha un comportamento disturbato o ha un comportamento criminale”.

Per media relations: 337/415305 – portavoce@giulemanidaibambini.org

 

Luca Yuri Toselli - coordinatore operativo

 

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giovedì, 04 settembre 2008

ULTRAS: UN FENOMENO COMODO AL POTERE !

Ci risiamo, inizia il campionato di calcio, con esso i primi disordini, ed ecco che sapientoni e politici di ogni sorta si lanciano in analisi sul fenomeno “Ultras”. Stavolta, l'occasione è stata loro fornita dai danni provocati dai napoletani in partenza per Roma. In breve, giusto per chi non lo sapesse, ci sono stati scontri con la polizia alle stazioni di Napoli e Roma, ed è stato danneggiato un treno.

 

Penso che sia bene chiarire un aspetto. Il danneggiare un treno non ha nulla a che fare con gli “ultras”. Quasi sempre questo tipo di “disordini” accadono in quelle che vengono definite “trasferte a rischio”. Come mai? Molto semplice, a quel tipo di trasferte partecipano spesso gruppi di persone che non fanno parte del “tifo organizzato”. Perché? Semplice, è più facile creare incidenti e lasciarsi andare al vandalismo. Ecco svelato perché ogni volta che succedono, le Questure sostengono che dentro gli “ultras” si infiltra la delinquenza organizzata; infatti, molto spesso questi “estranei” hanno già precedenti penali, e ovviamente, in realtà dove la criminalità organizzata è diffusa è facile che questi giovani, e meno giovani, ne siano coinvolti. Altra doverosa precisazione è che il fenomeno “ultras” non ha nulla a che vedere con lo sport, ma vive di vita propria; ne siano prova i cori delle ormai disciolte “Brigate Gialloblu”, che erano più incentrati ad autoincensarsi che non a sostenere la propria squadra, l'Hellas Verona; oppure gemellaggi storici, come quello tra interisti e laziali, che reggono “sgarbi” sportivi incredibili e rivalità che sfociano in scontri tra ultras di squadre che si sono incontrate rarissime volte, come Cosenza e Siena.

 

Detto che bisogna distinguere tra ultras e violenti occasionali, forse qualche considerazione va fatta.

Intanto penso che non sia possibile considerare un fenomeno sociale che coinvolge milioni di persone in ogni angolo del mondo, senza differenze etniche, economiche, religiose, politiche,ecc,  come un fenomeno di ordine pubblico. In realtà, i gruppi ultras rappresentano una vera e propria “sottocultura”. Questo termine venne coniato negli anni '60-'70 per definire quei movimenti giovanili che proponevano uno stile di vita alternativo a quello maggiormente diffuso, propugnando valori diversi (per esempio il movimento beatnik ed il suo uso libero di droga e di sesso). Infatti, all'interno del gruppo esistono alcuni valori (amicizia, senso del pericolo, vivere avventurosamente) che hanno una forte valenza aggregativa, e che rappresentano una cultura altra rispetto a quella della  cosiddetta “società civile”.

 

Quand'è che una tale controcultura diventa criminale? Questo è forse l'aspetto più interessante della vicenda. Credo che lo Stato giochi un ruolo molto importante in questo sviluppo. Per capirlo meglio, consideriamo l'epoca in cui il fenomeno ultras diventa di massa. Se i primi gruppi ultras nascono negli anni '60, è con la fine degli anni '70 e per tutti gli anni '80, che il fenomeno si amplifica fino a diventare di massa. Cosa è successo in quel lasso di tempo? E' finita la stagione dell'impegno politico e della lotta armata. Possono sembrare due eventi distanti da loro, il terrorismo e gli ultras,  ma in realtà sono strettamente correlati. Dovrebbe essere noto a tutti che una componente di violenza giovanile all'interno di una società è ineliminabile; allora lo Stato decide di gestirla, visto che non la può eliminare. Con la stagione degli “anni di piombo”, lo Stato non accetta più che i giovani si ritrovino nelle piazze, troppo pericoloso! Così da il via alla repressione politica, a base di infiltrati, doppiogiochisti, servizi segreti deviati, retate in grande stile, uccisioni extra-giudiziare, e tutto quello che ormai è quasi storia. A quel punto per i “giovani violenti” la strada della lotta politica è diventata impercorribile; meglio cercare nuovi lidi. Ecco che la massa si sposta negli stadi. Ma in fondo anche allo Stato va bene: meglio che si sfoghino dentro uno stadio, dove sono più controllabili e meno pericolosi. E da allora il fenomeno ultras è progredito nel tempo.

 

Va anche rilevato però, che è anche posto a controlli dello Stato, affinché non si rischi di ricadere nelle manipolazioni politiche. Chi oggi sostiene che le curve sono infiltrate da movimenti politici, forse scorda come negli anni '80 e '90, simboli neofasciti facevano bella mostra in vari stadi d'Italia (Milano, Roma, Verona, Palermo), così come erano numerosi gli stadi con le “bandiere rosse” e quelle del Che (Livorno, Empoli, Bergamo, Salerno, Pisa). Quando il rischio divenne troppo alto lo Stato intervenne, e i simboli politici sparirono dagli stadi. Vogliamo forse credere che lo Stato cancellò movimenti come le BR, Prima Linea, Ordine Nuovo, i NAR, nel giro di qualche anno, e non riesce a debellare i violenti allo stadio in oltre trenta anni?

 

Cosa dimostra questo? Che lo Stato non solo accetta il fenomeno ultras, ma lo gestisce e lo manipola a suo piacimento. I leaders degli ultras non sono personaggi anonimi che vivono in clandestinità, anzi hanno bisogno della massima pubblicità per acquisire peso. Il capo di quelli dell'Inter, Caravita, ha partecipato ai festeggiamenti per il centenario della società insieme a Moratti; gli Irriducibili della Lazio gestivano svariati negozi a nome del gruppo, il “Barone” del Milan è stato intervistato da Sky. Si badi bene, che tutti questi personaggi hanno carichi pendenti alle spalle, quindi la Polizia sa benissimo chi sono e cosa fanno, ma non ha alcun interesse ad intervenire. E' inutile che Maroni invii i commissari a Napoli, costringendo Prefetto e Questore ad inventarsi fantomatici disegni criminali dietro agli scontri alla stazione: la Camorra avrebbe voluto creare incidenti nascondendosi dietro alla bandiera del calcio! Suvvia, tutti noi sappiamo come ragiona la polizia in Italia: contenere i danni. E' stato meglio sacrificare un treno che cercare di ricacciare migliaia di persone a casa con la forza! Che poi questo significa perdità della legalità, poco importa!

 

Altra cosa curiosa, è il “peso” che viene dato alle violenze legate al mondo del calcio rispetto ad altre situazioni criminali presenti nella società.

Molto spesso sentiamo di risse in discoteca, non mi pare che vengano emesse diffideper 3 anni a frequentare locali notturni. Ancora, la conta dei morti sulle strade ogni week-end, o festività varia, sembra quella di una guerra, oppure non si parla di proibire vacanze o spostamenti di una certa lunghezza o in certi giorni a chicchesia!

Un sociologo americano scrisse che “ il carattere deviante di un atto risiede nel modo in cui questo è definito dalla mentalità pubblica” ( Becker, “Criminologia sotto accusa”, 1971). Un responsabile di “Trenitalia” chiedeva pene severissime per quei delinquenti che avevano provocato qualche migliaio di danni ad un treno e a due stazioni. Il Ministro Maroni invoca il pugno di ferro, l'opposizione chiede il carcere a vita, ecc. La cosa curiosa è che all' ex amministratore di Alitalia è stata pagata una buonauscita di svariati milioni di Euro, pur avendo creato danni per miliardi di Euro che noi cittadini pagheremo, e non ho sentito nessuno chiedere l'ergastolo. I politici? Ma se hanno votato il condono per reati come lo stupro, l'omicidio, ecc, come fanno ora a chiedere pene esemplari per chi ha rotto un finestrino di un treno? La gente si lamenta per quello che ci costa la polizia a presidiare la domenica gli stadi? Ma lo stesso discorso si può fare per i costi per le polizie municipali; basterebbe rispettare il codice della strada e sarebbe superfluo spendere milioni di Euro per pattuglie, autovelox, ecc. Non parliamo della ridicola proposta di accusare gli ultras di “associazione criminale” (ma c'è stato di peggio, quando proposero di accusare gli ultras di terrorismo). Non sarebbe più serio accusare di associazione a delinquere un gruppo che annovera tra le sue fila, compreso il suo capo, decine e decine di criminali, che si arricchiscono alle spalle della gente, creando danni per milioni di miliardi allo Stato? A chi mi riferisco? A qualche terribile gruppo ultras? No, al Parlamento Italiano!

 

La realtà è che gli ultras fanno comodo così, da un lato tengono “occupati” le migliaia di giovani che potrebbero tornare in piazza a sfogare la loro violenza, e dall'altra sono rassicuranti per tutti, in fondo serve sempre qualcuno che ci fa sentire “buoni e bravi”.

 

Manuel

 

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mercoledì, 03 settembre 2008

THAILANDIA: TRA COLPI DI STATO ED INTEGRALISMO ISLAMICO

Da qualche giorno a questa parte, si sentono e si leggono articoli sulla crisi politica che sta colpendo la Thailandia. Ovviamente, lo show-business dell’informazione non ha tempo di approfondire le tematiche che coinvolgono il Paese del Sud-Est Asiatico, così è molto difficile capire bene cosa sta succedendo. Per fare un’analisi, seppur parziale, dell’attuale situazione del Paese, è necessario analizzare quello che è accaduto negli anni passati.

 

La Thailandia è una monarchia costituzionale. Ufficialmente il Re, Sua Maestà Bumiphol Aduladhey, a capo del Regno più longevo al mondo (oltre 60 anni) non ha poteri legislativi o politici, ma essendo la figura più amata dal popolo, non esiste movimento politico o religioso che non ne richieda l’appoggio, così come ogni manifestazione, civile o politiche, vede le persone indossare abiti di colore giallo, colore della bandiera dalla Casa Reale (da qui l’errore di alcuni media occidentali che definiscono gli attuali manifestanti “lealisti”). Va, infatti, detto che la religione buddhista, praticata da oltre il 95% della popolazione, non prevede una struttura gerarchica, e che l’interesse per la vita politica del Paese coinvolge una piccola parte della popolazione, quindi, di fatto, la figura del Re ed un acceso nazionalismo sono i veri collanti del popolo thailandese.

Storicamente, l’istituzione più potente del Paese, è l’esercito. Il motivo di tale potere è stato determinato dalla situazione geopolitica del Paese. La Thailandia è l’unico paese a regime liberal-democratico e laico, dell’intera Asia Sud-Orientale. Infatti, si trova circondato da Paesi Comunisti (Laos, Cambogia, Myanmar e Vietnam) e da un Paese Islamico (la Malesia), senza considerare che la Cina dista solo 40 Km. dai suoi confini settentrionali, divisa solo dal Laos. Questo ha spinto i vari governi di Bangkok ad appoggiarsi agli Stati Uniti, per evitare di essere schiacciata dagli ingombranti vicini; a sua volta Washington gradisce la possibilità di avere basi di appoggio, soprattutto navali, in una zona strategica, basti pensare alle basi usate durante la guerra del Vietnam e che la flotta che compie missione nel Golfo Persico, è di stanza a Pattaya, località costiera a Sud-Est della capitale thailandese. Il potere delle forze armate si è manifestato in ripetuti colpi di Stato: 18 negli ultimi 70 anni!

 

Lo scenario politico degli ultimi anni è stato, e lo è ancora, dominato da una sola persona: Thaksin Shinawat (inspiegabilmente tradotto in Shinawatra dai media occidentali!). Thaksin è l’uomo più ricco della Thailandia e  uno dei più ricchi al mondo, avendo fatto fortuna ai tempi delle primi “Tigri Asiatiche” con aziende di telefonia e televisive. Sul finire del 2000 fonda un partito politico, il “Thai rak Thai” (i Thailandesi amano i Tailandesi, tradotto letteralmente), tanto da essere definito dai media italiani, il “Berlusconi d’Asia” (ovviamente nessun mass media thailandese adotta questa definizione!).La sua “discesa in campo”, coincide con le elezioni politiche del 2001. Il programma politico dei Thaksin rappresenta un caso che sfugge alla classificazione del pensiero occidentale “destra-sinistra”. Da un lato propugnav temi cari alla “destra occidentale”, come la lotta alla criminalità ed il rilancio dell’industria, crollata a seguito della speculazione internazionale sul “Bath”, la moneta nazionale”, che causò sul finire degli anni ’90, il crollo delle “Tigri asiatiche”. Ma sul piano sociale, propone idee estremamente di sinistra, come l’assistenza medica gratuita e prestiti ai piccoli contadini delle zone rurali del Paese.

Proprio come in Italia, l’opposizione al suo progetto era, ed è, rappresentata principalmente dalle classi “intellettuali” e borghesi del Paese, soprattutto nei grandi centri; mentre i grandi industriali e, soprattutto, le classi più povere della nazione, abbracciano fin da subito il programma del “Thai rak Thai”. Le elezioni si risolvono in un’acclamazione per Thaksin, che ottiene una maggioranza schiacciante.

 

Sono due i fronti caldi su cui si muove il primo governo di Thaksin: la lotta al narcotraffico e quella al terrorismo islamico. I confini Nord-Occidentali della Thailandia, formano, insieme al Laos e alla Cambogia, il famoso “Triangolo d’oro” della coltivazione di oppio. Dai primi mesi della sua presidenza, Thaksin scatena una vera e propria offensiva militare contro i coltivatori di droga, militarizzando l’intera regione nordoccidentale del Paese. I risultati non tarderanno ad arrivare. Nel giro di un anno oltre 2.000 narcotrafficanti vengono giustiziati, più o meno sommariamente, e la produzione di droga sul territorio nazionale crolla, arrivando quasi a scomparire (per rendersene conto basterebbe paragonare i tre lati del “triangolo”). Ovviamente, questo non elimina la presenza della droga in Thailandia, alimentata soprattutto dal mercato turistico occidentale.

Anche da un punto di vista economico i risultati non tardarono ad arrivare. Da un lato viene rilanciata l’economia, tanto che il PIL nazionale è uno tra quelli col tasso di crescita più alto al mondo, dall’altro, la Thailandia è probabilmente l’unico paese della storia che è riuscito a saldare il debito contratto col Fondo Monetario Internazionale.

 

Ben più complesso è il problema del terrorismo islamico. La Thailandia è un Paese assolutamente laico, tanto che i mussulmani, pur rappresentando una piccolissima minoranza, sono da sempre ampiamente tutelati (esistono moschee in tutte le grosse città, vi sono scuole interamente mussulmane, ricoprono alti incarichi burocratici, ecc.) e da sempre il forte sentimento nazionalista ha prevalso su divisioni religiose ed etniche. Il problema è maggiormente sentito nelle regioni meridionali del Paese, soprattutto dalla minoranza etnica dei Malay, gruppi di pescatori mussulmani. Costoro vengono fomentati dagli estremisti malesi da un lato, è certa la presenza da tempo di agitatori all’interno dei villaggi di pescatori nel Sud, e da uomini di “Al Qaeda” dall’altro, tanto che il leader qaedista del Sud-Est Asiatico è stato arrestato ad Ayuttaya, l’antica capitale del Regno del Siam. I Malay pretenderebbero di costituire uno stato separatista, per costituire una federazione mussulmana con la Malesia. Anche in questo caso Thaksin risponde con l’esercito. In risposta ai continui eccidi di cittadini, politici ed insegnanti buddhisti, ad opera di integralisti islamici, l’esercito compie diverse incursioni nei villaggi a maggioranza mussulmana. Ad inizio 2004, truppe speciali assaltano un’importante moschea nella provincia meridionale di Pattany, trasformata in centro d’addestramento per i terroristi e in loro deposito di armi, uccidendo 32 sospetti al suo interno, e oltre 100 negli scontri che ne seguirono. Nell’Ottobre dello stesso anno, una manifestazione di mussulmani nella provincia di Narathiwat, degenera in scontri con la polizia, che apre il fuoco sulla folla, uccidendo diverse centinaia di manifestanti e arrestandone diverse migliaia, che vengono caricati a forza su pochi mezzi dell’esercito. Durante il tragitto verso la prigione ne moriranno 78 schiacciati o soffocati. Il governo si rifiuta di aprire un’indagine, come richiesto anche dagli organismi internazionali, accusando i ribelli per gli scontri.

In quest’epoca, iniziano i primi dissidi con le alte cariche dell’esercito, guidato dal Generale Sonthi Boonyaratkalin, il primo mussulmano a ricoprire tale incarico in Thailandia, contrario al pugno di ferro contro i terroristi.

Pochi mesi dopo, lo tsunami colpisce anche la Thailandia, seppur molto parzialmente. Nel giro di qualche settimana tutti i danni vengono riparati. Anzi, Bangkok rifiuta gli aiuti umanitari stanziati dai paesi occidentali, chiedendo che vadano ai paesi più poveri e maggiormente in difficoltà nel riparare i danni subiti.

 

Nel Febbraio 2005, si svolgono le elezioni per il rinnovo del Parlamento. L’opposizione attacca gridando al conflitto d’interessi e alla corruzione. Andrebbe detto, per inciso, che il sistema radiotelevisivo tailandese è un po’ particolare, dato che ogni organo istituzionale possiede un canale proprio, esiste quello del Re, quello dell’Esercito, quello del Governo, oltre che ai canali privati, uno dei quali era di proprietà di Thaksin. Detto questo, le classi intellettuali e borghesi si dicono certe di una loro vittoria. Peccato che la vittoria del “Thai rak Thai” sarà ancora più schiacciante di quella ottenuta nella tornata precedente. Nelle zone rurali e nei quartieri più poveri delle città, la vittoria è totale, ma anche a Bangkok, dove risiede la maggior parte della burocrazia e del ceto medio thailandese, la stragrande maggioranza dei seggi viene assegnata al governo uscente. Forte di un più ampio consenso elettorale, Thaksin lancia per la prima volta nella storia del Paese, e forse caso unico in tutta l’Asia, un programma di “welfare”. Due sono le misure più incisive: l’inizio di un’assistenza sanitaria gratuita per tutti e apertura di “microcrediti di villaggio” per i contadini delle zone più depresse.

Le misure scatenano la reazione dei ceti medi e borghesi. Il governo viene accusato di populismo, in quanto la sanità copre solo una piccola parte delle spese mediche ( ignorando volutamente che la creazione dal nulla di uno stato sociale richiede decenni, non pochi mesi) e viene chiesto ai contadini di restituire i soldi loro prestati (il microcredito è ben altra cosa dall’assistenzialismo o dalle regalie; il problema semmai è che al popolo thailandese non è mai stato insegnato il risparmio, col risultato che i soldi avuti in prestito per “modernizzare” l’attività agricole venivano sperperati in vizi di ogni sorta, ovviamente non essendo più in grado di restituirli). Così, comincia a chiederne le dimissioni per corruzione e conflitto d’interesse, ovviamente in sfregio alla volontà popolare.

 La situazione si aggrava nel Gennaio 2006, a seguito della cessione del gruppo “Shin Corp.”, di proprietà della famiglia Shinawat, ad un’impresa di Singapore. Per capire meglio il “casus belli”, va detto che in Thailandia vige un regime economico protezionista, che prevede l’obbligatorietà di quote di maggioranza locale per molte attività. Tre giorni prima della cessione del pacchetto azionario, il governo aveva varato una norma che aumentava la possibilità per aziende estere di acquistare fino al 49% delle azioni nel settore delle telecomunicazioni, settore in cui opera la “Shin Corp.”. L’affare ha fruttato a Thaksin Shinawat la cifra di 1,9 miliardi di dollari, su cui, grazie ad una triangolazione, il Primo Ministro non avrebbe pagato le tasse.

 

Da quel momento, la borghesia di Bangkok, finanziata da un altro magnate delle telecomunicazioni, concorrente della “Shin Corp.”, Sondhi Limthongkul, organizza, tramite il partito di opposizione “Partito Democratico”, una serie di manifestazioni di piazza, chiedendo le dimissioni del governo e l’indizione di nuove elezioni. Cosa che Thaksin accetta, ma alla nuova tornata elettorale (2 Aprile 2006), l’opposizione si rifiuta di partecipare. Di fronte alla rielezione a Primo Ministro, l’opposizione torna in piazza chiedendo nuovamente le dimissioni. In seguito ad un accordo col Re, la Corte Costituzionale stabilisce che nel giro di pochi mesi il governo avrebbe fissato nuove consultazioni. Cosa che regolarmente avviene, tanto che vengono stabilite per il 15 Ottobre. La campagna elettorale è scossa da reciproche accuse di corruzione e violenza (sicuramente vere, come di consuetudine in Thailandia).

 

Il contrasto sociale gioca a favore dell’esercito, che è stanco della linea dura di Thaksin contro narcotrafficanti (spesso soci d’affari dei militari) e terroristi mussulmani (correligionari della nuova guida delle forze armate). Così, dopo un tentativo sventato di uccidere il Primo Ministro con un’autobomba, organizzano l’ennesimo golpe nell’estate del 2006, approfittando di una missione all’ONU di Thaksin. Fortunatamente, questa volta si rivelerà incruento, anche grazie all’intervento del Re, che lo giustifica in nome della pace sociale (in seguito si dirà che alcuni membri del suo staff avevano contribuito ad organizzarlo a sua insaputa). Il partito di maggioranza, il “Thai rak Thai” di Thaksin, viene posto fuori legge e vengono spiccati mandati di cattura per i suoi dirigenti. L’ex Primo Ministro si salverà dall’arresto rifugiandosi in Gran Bretagna, dove acquisterà la squadra di calcio del Manchester City.

 

La nuova giunta militare, guidata dal Generale mussulmano Sonthi Boonyaratkalin promette che la situazione è temporanea, e che durerà il tempo di ritornare alla concordia sociale e poter svolgere regolari elezioni democratiche, cosa che avverrà nel giro di qualche mese. In realtà, le successive libere elezioni, si terranno solamente nel Dicembre 2007. Alle urne i principali contendenti sono il “Partito Democratico” e il “Partito del Potere Popolare” (PPP), formato da ex membri del partito di Thaksin sfuggiti all’arresto e suoi alleati. Anche stavolta, è la formazione “amica” di Thaksin a vincere le consultazioni, e viene nominato Primo Ministro Samak Sundaravej.

 

Quello che è successo in seguito è cronaca. Nuovamente sconfitto dalle urne, il “Partito Democratico” torna in piazza, stavolta in modo violento, assaltando il palazzo della televisione, occupando aeroporti (è bene ricordare che il turismo è una delle principali fonti economiche del Paese) e circondando la sede del Governo. Oltre a chiedere nuovamente di invalidare le elezioni denunciando brogli.

Quasi certamente, dietro le quinte agisce l’esercito, che come abbiamo visto non gradisce affatto la politica nazional-popolare di Thaksin. La prova di tale affermazione sta nel fatto che i manifestanti hanno trovato pochissima resistenza di fronte alla violenza e alla illegalità da loro messa in atto, e comunque solo da parte della polizia, a differenza del golpe orchestrato la volta precedente. Inoltre, mentre il Governo indiceva lo stato d’emergenza, la leadership delle forze armate si rifiutava di obbedire.

Due notti fa, una contromanifestazione a favore del governo, degenerava in una carica contro il presidio delle opposizioni, con scontri a base di sassi, bastoni e machetes, che provocavano un morto e oltre 40 feriti. E’ di oggi la notizia che la Commissione Elettorale ha invalidato le ultime elezioni, chiesto lo scioglimento del PPP, e avanzato la richiesta di una nuova tornata elettorale. La decisione è stata presa in rispetto di una legge varata dalla Giunta Militare, che prevede l’invalidamento del voto popolare e lo scioglimento di un partito politico, se anche solo un suo membro viene condannato per brogli, come è successo ad un vicesegretario del partito di maggioranza. Se la richiesta verrà confermata, il Primo Ministro e altri 33 membri del PPP dovranno dimettersi e non potranno ricoprire incarichi pubblici per i prossimi 5 anni.

 

A questo punto, penso che il pallino sia nelle mani dell’esercito, che dovrà decidere se ascoltare il buon senso e far esercitare il potere ad uno schieramento che ha vinto tutte le consultazioni elettorali degli ultimi 7 anni; oppure dar retta ai vari “poteri forti”, e probabilmente effettuare un nuovo golpe. Se devo sbilanciarmi, sono propenso a credere che i militari non si faranno scappare l’occasione di tornare al potere e sbarazzarsi di così forti nemici. Sull’esito di tale crisi giocherà molto la posizione del Re e la conseguente reazione delle fasce deboli del Paese.

La considerazione storica e geopolitica necessaria, in conclusione, è che la ricchezza della Thailandia, certamente il paese più ricco dell’intera regione, è stata determinata dalla pacificazione civile interna, cosa che non può dirsi per il Vietnam, la Cambogia o il Myanmar (ex Birmania). Non mi pare che queste continue manifestazioni di piazza e delegittimazioni politiche tendano a far proseguire il Paese su questa strada, con inevitabili ricadute economiche sulla popolazione, in particolar modo sulle fasce più deboli.

 

Manuel

 

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