giovedì, 31 luglio 2008

LA DISTRUZIONE DELL'AGRICOLTURA AFRICANA

La produzione dei biocarburanti è certamente una delle cause dell’attuale crisi alimentare a livello mondiale. Ma mentre la conversione di colture di grano per ottenere cibo in quelle per produrre bioetanolo sta incidendo sulla crescita del prezzo degli alimenti, la causa originaria della crisi va ricercata nella conversione di economie in larga parte di “autosufficienza alimentare” in sistemi a di cronica importazione di cibo. In questo caso la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (il WTO) sono i principali colpevoli.

In America Latina, in Asia e in Africa, la storia è stata sempre la stessa: la destabilizzazione del sistema contadino vigente, attraverso i programmi di riforma strutturale del Fondo Monetario e della Banca Mondiale che hanno portato ingenti investimenti nelle campagne (ai contadini che passavano alla coltivazione di bioetanolo, NdT), accompagnati da pesanti finanziamenti degli USA e della UE una volta che sono stati siglati gli accordi del WTO sull’apertura dei mercati agricoli.

Il caso dell’agricoltura africana è esemplare di come gli interessi delle multinazionali possano distruggere un enorme sistema di produzione alimentare.

 

DA ESPORTATORI AD IMPORTATORI

 

Ai tempi della decolonizzazione degli anni ’60 del secolo scorso, l’Africa, non solo era autosufficiente da un punto di vista alimentare, ma addirittura era un’esportatrice di cibo; le sue esportazioni raggiungevano circa 1,3 tonnellate di cibo all’anno, tra gli anni 1966 e 1970. Oggi, il continente importa il 25% del proprio fabbisogno alimentare;quasi ogni paese è diventato un importatore di cibo. Fame e carestia sono diventati fenomeni ricorrenti, tanto che solo negli ultimi tre anni sono emerse emergenze alimentari nel Corno d’Africa, nel Sahel, nell’Africa del Sud e in quella Centrale.

L’agricoltura sta vivendo un periodo di profonda crisi, e le cause sono molteplici, comprese le guerre civili ed il diffondersi dell’AIDS. Comunque, una parte molto importante nella sua spiegazione, la riveste il fatto che molti governi africani siano stati costretti ad aderire ai programmi di riforme strutturali, posti fuori dal loro controllo, promossi dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale, come condizione indispensabile per aver diritto ai finanziamenti per coprire i loro debiti esteri.

Invece di innescare una spirale positiva di crescite e prosperità, i piani strutturali hanno portato all’Africa scarsi investimenti, aumento della disoccupazione, riduzione delle spese sociali, riduzione dei consumi, e abbassamento della produzione. Il tutto ha creato un circolo vizioso di stagnazione e declino.

 

L’annullamento dei sistemi di accesso ai fertilizzanti, pur riducendo il credito agricolo, ha portato semplicemente alla diminuzione delle applicazioni, a una resa più bassa, ed infine a minori investimenti. Ci si sarebbe potuti aspettare questi risultati di scarsa convenienza economica, che invece fuoriescono dai paradigmi del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. Inoltre, la realtà dei fatti ha confutato la teoria secondo la quale tolto di mezzo lo Stato, si crea spazio affinché il mercato ed il settore privato rendano dinamica l’agricoltura. Invece, i privati hanno ritenuto che la diminuzione delle spese creasse troppi rischi, e non hanno più investito. Paese dopo paese, le previsioni della dottrina neo-liberale si sono rivelate opposte alla realtà: la scomparsa dell’intervento statale ha fatto crollare, invece che aumentare, gli investimenti privati.

 Di contro, nei casi in cui i privati sono subentrati agli Stati, un documento della Oxfam riferisce che: “talvolta lo hanno fatto in termini così sfavorevoli nei confronti dei contadini più poveri, da renderne insicuro l’approvvigionamento alimentare, e facendo carico sugli Stati di flussi imprevedibili di aiuti sociali”. L’ “Economist”, solitamente favorevole alle privatizzazioni, concorda, ammettendo che “molte delle imprese agricole che hanno sostituito le ricerche statali, in realtà sono a caccia solamente di posizioni monopolistiche”.

I governi sono stati supportati ,da fondi specifici della Banca Mondiale, all’esportazione dei prodotti agricoli, al fine di far entrare valuta estera per ripianare i debiti che avevano contratto col Fondo Monetario e con la Banca Mondiale stessa. Però, come è successo in Etiopia durante la carestia dei primi anni ’80, questo ha portato a utilizzare i terreni in modo esagerato per coltivare prodotti da esportazione, col risultato che i terreni sono diventati sempre meno fruttiferi, creando una forte insicurezza alimentare. Inoltre, la Banca Mondiale ha incoraggiato diversi Paesi a produrre gli stessi prodotti ed esportarli contemporaneamente, cosa che ha provocato un collasso dei prezzi sui mercati mondiali. E’ stato il caso, ad esempio, del successo del programma di espansione della esportazione di cacao, attuato dal Ghana, che ha causato un calo del prezzo del cacao nei mercati mondiali del 48% tra il 1986 ed il 1989, col risultato di aver reso tutta l’economia nazionale più vulnerabile per i capricci del mercato del cacao. Tra il 2002 ed il 2003, il collasso del prezzo del caffé ha contribuito a creare un’emergenza alimentare in Etiopia.

 

Così come in molte regioni, i piani strutturali hanno distrutto gli Stati. Ma ci sono delle differenze. Nell’America Latina ed in Asia, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario si sono limitati a funzioni macromanageriali o di controllori dello smantellamento dello stato economico. Hanno lasciato il lavoro sporco alle burocrazie nazionali. In Africa, dove hanno trovato governi più deboli, si sono occupate anche delle pratiche più spicciole: decidere la velocità con cui ritirare le sovvenzioni; quanti dipendenti pubblici licenziare; oppure, come nel caso del Malawi, quanto dell’intera riserva nazionale di grano andava venduta e a chi. In altre parole, i proconsoli africani della Banca Mondiale e del Fondo Monetario si sono sostituiti allo Stato nella gestione delle politiche agricole.

 

 

IL RUOLO DEL WTO

 

Un fattore che ha aggravato l’impatto dei programmi di riforme sono state le politiche commerciali imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Le liberalizzazioni commerciali hanno permesso alle carni bovine europee, caratterizzate da prezzi bassi e da sovvenzioni statali, di entrare in molti paesi dell’Africa Occidentale e Meridionale, portandoli alla rovina.

Grazie alle sovvenzioni legittimate dagli accordi del WTO sull’agricoltura, i produttori americani di cotone hanno potuto mettere sui mercati i loro prodotti a prezzi del 20-55% inferiori a quelli di produzione, portando alla bancarotta quelli dell’Africa Occidentale e Centrale.

 

Questi avvenimenti non sono stati casuali. Come ha affermato l’allora Segretario all’Agricoltura degli Stati Uniti, John Block, durante il meeting in Uruguay sugli accordi commerciali del 1986: “l’idea che i paesi in via di sviluppo siano autosufficienti da un punto di vista alimentare è un anacronismo figlio di un’epoca passata. Per loro è più conveniente garantirsi la sicurezza alimentare comprando i prodotti statunitensi, che hanno spesso un prezzo più basso”.

Quello che Block non disse era che i prodotti americani avevano prezzi più bassi grazie alle sovvenzioni statali, che arrivavano massicciamente ogni anno, nonostante il WTO dovesse eliminare ogni forma di finanziamento pubblico. Partendo dai 367 miliardi di dollari del 1995, il primo anno in cui il WTO era in vigore, il totale dei finanziamenti pubblici erogati dai paesi ricchi alle proprie agricolture è arrivato a 388 miliardi di dollari nel 2004. Attualmente i finanziamenti pubblici rappresentano il 40% del settore agricolo della UE ed il 25% di quello statunitense.

 

Le conseguenze sociali dei programmi di riforma sul settore agricolo erano piuttosto prevedibili. Stando a quanto afferma la Oxfam, il numero di Africani che vive sotto la soglia di un dollaro al giorno è raddoppiato nel periodo tra il 1981 ed il 2001, arrivando alle 313 milioni di unità, ossia il 46% dei cittadini dell’intero continente. Il ruolo di questi progetti, nel creare povertà e nel minare le basi del sistema agricolo africano aumentandone la dipendenza dalle importazioni, è difficile da negare. Come ha ammesso lo stesso responsabile economico per l’Africa della Banca Mondiale: “non pensavamo che i costi umani dei nostri programmi sarebbero stati così drammatici, e che la crescita economica così lenta”.

Ma questo è stato solo un momento di innocenza. Infatti, quello che più sconcerta, è che, come ha fatto notare il Professore di economia politica all’Università di Oxford, Ngaire Woods, “l’apparente cecità nel portare avanti questi piani, persiste anche dopo che gli studi condotti dagli stessi Fondo Monetario e Banca Mondiale, dimostrano che non porteranno alcun risultato positivo”.

 

IL CASO MALAWI

 

Questa ostinazione ha portato alla tragedia del Malawi.

E’ stata una tragedia preceduta da un successo. Tra il 1998 e il 1999, il Governo ha iniziato un programmo volto a consegnare gratuitamente ad ogni famigli un “pacchetto per iniziare” di fertilizzanti e di sementi. Ciò avvenne dopo diversi anni di sperimentazione, in cui i “pacchetti” venivano consegnati solo alle famiglie più povere. Il risultato fu un surplus nella produzione di granturco. Quello che è successo dopo, però, passerà alla storia come uno dei 10 errori più clamorosi del neoliberismo.

 

La Banca Mondiale e gli altri finanziatori pubblici hanno fatto pressione affinché il programma di aiuti venisse abolito, in quanto distorceva il mercato. Senza la distribuzione dei “pacchetti”, la produzione alimentare è crollata. Allo stesso tempo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha insistito affinché il Governo vendesse una larga parte delle sue riserve strategiche di cereali per pareggiare il debito commerciale estero. Il Governo ha accettato. Quando, nel 2001-2002, la crisi alimentare è sfociata nella carestia, non c’erano più riserve alimentari da distribuire nelle campagne. Circa 1.500 persone morirono. Ma il FMI non si è impietosito, anzi ha sospeso i propri interventi economici, per concordare un intervento col Governo, sostenendo che “il settore parastatale continuerà a rappresentare una fonte di rischio per una positiva situazione del bilancio statale per gli anni 202-2003. Gli interventi del Governo nel settore agricolo e sui mercati in generale…causeranno un forte aumento della spesa pubblica”.

Quando una ancora peggiore crisi alimentare si è verificata nel 2005, il Governo ne ha avuto abbastanza della stupidità del FMI. Il nuovo Presidente ha reintrodotto il programma di aiuto per acquistare fertilizzanti, facendo sì che due milioni di famiglie potessero acquistarlo, insieme alle sementi, ad un terzo del prezzo di mercato. Risultato? Una clamorosa crescita per due anni consecutivi, un surplus di un milione di tonnellate di granturco, e il Paese che è diventato un esportatore di mais verso gli altri paesi dell’Africa Meridionale.

Ma la Banca Mondiale, così come la sua agenzia sorella, continua a difendere la sua teoria, rivelatasi errata alla prova dei fatti. Il Direttore della filiale nazionale della Banca ha dichiarato al “Toronto Globe and Mail” che: “tutte le famiglie di agricoltori che hanno pregato, preso in prestito o sono andate a rubare per poter comprare il fertilizzante, stanno ora avendo un ripensamento su quella decisione. Infatti, ora il prezzo del mais è molto basso, cosa utile per la sicurezza alimentare, ma ciò blocca lo sviluppo del mercato”.

 

IN FUGA DAL FALLIMENTO

 

La difesa da parte della Banca Mondiale sulla propria strategia in Malawi è stata un tentativo, tanto eroico quanto vano, di difendersi, ma ormai risale a una decina di anni fa. La situazione è differente oggi. In mancanza di anche un solo caso di successo, i programmi di riforma sono completamente screditati in Africa. Infatti, anche alcuni sostenitori pubblici, che li sostenevano,  hanno preso le distanze dalla Banca; il caso più eclatante è l’ente statale Britannico, il quale è stato co-fondatore dell’ultimo programma di finanziamento per il fertilizzante in Malawi. Forse il motivo di questo nuovo atteggiamento delle istituzioni occidentale, deriva dalla paura di perdere peso nel continente africano, venendo associate a programmi fallimentari. Contemporaneamente, sono preoccupate dal fatto che la Cina cominci a rappresentare una valida alternativa alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale e ai programmi di intervento varati dai governi occidentali.

 

Anche al di fuori dell’Africa, seppur tra gli ex sostenitori dei programmi, come il “Food Policy Research Institute” (IFPRI) di Washington, o il neoliberale “Economist”, in molti hanno riconosciuto come colpire la produttività agricola sia stato un errore. Per esempio, in un recente studio sull’aumento del prezzo del riso, il IFPRI ha rilevato che “gli investimenti nel settore agricolo sono crollati negli ultimi decenni” aggiungendo che “è ora che si incentivino i governi ad aumentarli nel medio-lungo termine, soprattutto nella ricerca agricola, nell’aumento delle infrastrutture e nel favorire l’accesso al mercato dei nuclei famigliari di contadini”. Nello stesso tempo, le dottrine del libero mercato promosse dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale hanno subito un attacco proveniente dal cuore stesso dell’establishment finanziario, un gruppo di luminari, guidati dal docente di Princeton Angus Deaton, ha accusato il dipartimento di ricerca della Banca Mondiale di essere fazioso riguardo le ricerche e l’esposizione dei risultati ottenuti. Come dice il proverbio, il successo ha migliaia di genitori, ma il fallimento è sempre un orfano.

 

A questo punto, impossibilitata a negare l’evidenza, la Banca Mondiale ha dovuto ammettere che l’intera struttura dei programmi di riforma strutturali è stata un errore, inserendo questa ammissione nel “2008 World Development Report”, forse nella speranza che così facendo non attirasse troppe attenzioni. Ad ogni modo, si tratta di una confessione schiacciante:

“Le riforme strutturali degli anni ’80 hanno smantellato il sistema di agenzie statali che aiutavano i contadini ad avere accesso alla terra e al credito, a garantire la produzione, e all’organizzazione cooperativa del lavoro. L’aspettativa era che togliendo l’intervento statale, liberando il posto per l’iniziativa privata e liberalizzando il mercato, si potessero ottenere gli stessi servizi ma riducendo i costi, aumentandone la qualità ed eliminando le sue distorsioni. Troppo spesso questo non è accaduto. In alcuni paesi, il ritiro dello stato è stato al massimo sostituito dai privati. In altre realtà, il settore privato si è sviluppato troppo poco e troppo lentamente, nella maggior parte dei casi agevolando i grandi contadini, ma abbandono i piccoli ai pericoli maggiori del libero mercato, gli alti costi di gestione, i rischi e la mancanza dei servizi prima garantiti. Mercati deficitari e servizi pubblici carenti hanno imposto costi altissimi per sostenere lo sviluppo e per le spese sociali per i piccoli coltivatori, nel tentativo di facilitare la loro competitività e , in molti casi, la loro sopravvivenza”.

 

CONCLUSIONE

 

In sintesi, i biocombustibili non hanno creato la crisi alimentare globale, ma l’hanno solo esacerbata. La crisi sta crescendo da anni, come risultato delle politiche del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, le quali hanno sistematicamente scoraggiato l’autosufficienza alimentare, per favorire le importazioni di cibo, distruggendo il sistema locale basato sui piccoli contadini. In tutta l’Africa, ed in generale in tutto il Sud del Mondo, queste politiche, e le istituzioni che le hanno portate avanti. sono totalmente screditate. Resta da vedere se si riuscirà a rimediare ai danni che hanno causato prima che lo scenario diventi catastrofico.

 

Autore: Walden Bello

Fonte: www.globalresearch.ca

Traduzione: Manuel 

 

 

 

 

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mercoledì, 30 luglio 2008

LA CASTA E LA BRAVA GENTE

Sono fermamente convinto che la classe politica di un Paese esprima perfettamente la cosiddetta “società civile” che rappresenta. Anzi, per certi aspetti, né è la parte migliore. Ovviamente, fa comodo a tutti trovare nei politici “ladri” la causa dei propri mali. Molto meglio così che farsi un serio e profondo esame di coscienza. I fatti degli ultimi giorni dimostrano come tutte noi Italiani, politici o no, siamo diventati una manica di truffaldini pronti a fregare il prossimo per il nostro, spesso misero, tornaconto.

 

Partiamo dai politici. In campagna elettorale tutti gli schieramenti partitici sostenevano che la richiesta della gente era stata capita e che il nuovo Parlamento avrebbe smentito la convinzione che siano una “casta” slegata dal resto del Paese, che vive di privilegi e lussi.

Infatti, appena 2 giorni dopo l’insediamento delle Camere, l’Ansa riferiva che, in virtù della riduzione dei gruppi parlamentari al Senato, si sarebbero risparmiati 4 milioni di Euro, seppur sui 600 che ci costa questa inutile istituzione. Peccato che secondo il bilancio appena approvato, non solo questo calo non esiste, ma anzi è previsto un aumento di spesa di 750 mila Euro: dai  39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro (come si legge a Pag. 65 del documento medesimo)!!! Vengono infatti aumentate tutte le voci di spesa: pensioni per i Senatori, stipendi, ristorazione, facchinaggio, informatica, pulizie, ecc…tanto a loro che gli frega, paghiamo noi!

 

Ma i Deputati mica restano a guardare. Anzi, poverini, lamentano ingiustizie e forme di razzismo intollerabili. Infatti, durante la discussione per approvare il bilancio della Camera, l’On. Emerenzio Barbieri segnalava una vergognosa ingiustizia! I Senatori guadagnano dai 700 agli 800 Euro in più al mese! Come se non bastasse aggiungeva: “In occasione della trasferta per recarmi all’assemblea Nato, ho costatato - e in questa sede rendo testimonianza - un trattamento privilegiato riservato esclusivamente a quelli di Palazzo Madama…i Senatori sull’aereo si sono accomodati in business class e noi Deputati, invece, siamo stati confinati in economica»!!!! Eh no, non ci siamo, altro che Apartheid sudafricana, questa vergogna deve finire!

 

Beh, a questo punto griderete alla casta vergognosa che si ingrassa sulle spalle di noi lavoratori. Bene, il Ministro Brunetta ha reso noto dei dati che dovrebbero farci vergognare tutti, o se non proprio tutti almeno buona parte di noi. Come sapete tutti, il Ministro si è lanciato nella campagna contro i fannulloni. D’accordo che la pubblica amministrazione italiana fa schifo non tanto per colpa degli impiegati incapaci o poco volenterosi. Concordo sul fatto che un uomo politico che ha appena saltato il 48% delle sue giornate lavorative, in qualità di Europarlamentare, non abbia la dignità per fare la predica agli altri. Però, i dati sono sconcertanti. Nel Maggio di quest’anno le assenze per malattia nel pubblico impiego, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, sono calate del 10%; addirittura del 20% se si fa il confronto tra Luglio 2008 e Luglio 2007!!! I casi sono due: o la salute degli italiani è clamorosamente migliorata; oppure, che è poi la banale verità, noi italiani siamo una manica di furbastri, che cerchiamo di approfittare di tutto pur di fregare il prossimo, con l’aggravante di essere anche dei noti vigliacchi, tanto che è bastata la paura di controlli severi e la gente ha smesso di fingere malattie per non andare a lavorare. A questo punto, in un Paese serio, i sindacati e i lavoratori pubblici onesti dovrebbero chiedere scusa per quei delinquenti dei loro colleghi e pregare il Ministro di inasprire i controlli. Cosa succede in Italia? I sindacati organizzano manifestazioni di protesta!!!!

 

Anche qua si può muovere l’obiezione che il fatto riguarda una percentuale di lavoratori pubblici, mica tutto il popolo italiano. Ma in tutta onestà, chi di noi può giurare di non prendere scorciatoie, seppur meno gravi di quelle appena descritte, per un proprio tornaconto personale? Io no, ma penso neanche nessuno di voi. Quindi abbiamo almeno la decenza di non lamentarci più della casta dei politici.

 

Manuel

 

 

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mercoledì, 30 luglio 2008

EUROSCHIAVI - RECENSIONE

Bisogna rendersi conto dello scopo del denaro. Se pensate che è una trappola per acchiappare i gonzi, o un mezzo per sfruttare il pubblico, sarete ammiratori del sistema bancario operato dai Rothschild e dai banchieri di Wall Street. Se pensate che è un mezzo per estrarre profitti dal sudore del popolo, sarete ammiratori della borsa.

 

Questo sosteneva, molti anni fa, il più grande poeta americano del novecento – Ezra Loomis Pound – nei suoi celebri scritti economici, trattando dello scopo del denaro.

Pound, con semplici parole, ha ben descritto la nostra situazione e quella dei nostri padri, perché siamo noi i gonzi, invischiati nella subdola tela di ragno del sistema bancario, e siamo il popolo dal cui sudore si estraggono i profitti.

Di questo, però, la grande maggioranza è del tutto inconsapevole, o ne è consapevole soltanto parzialmente …

 

Marco Della Luna, serio e profondo studioso che spazia dall’economia alla psicologia, dalla storia al diritto, e il simpatico Antonio Miclavez, dalle buone doti comunicative, hanno fatto una grande e utilissima – pur se difficile – opera di contro-informazione, contribuendo a svegliarci dal sonno, popolato di illusioni e false certezze, in cui un potere bancario e finanziario obliquo, transnazionale e onnivoro, troppo a lungo ci ha sprofondati.

I due autori di Euroschiavi [Arianna Editrice], libro che è giunto alla terza edizione nel 2007, ci parlano dello strano e insidioso fenomeno del signoraggio, dalla parola seigneur che ha un vago sapore medioevale, inteso come un insieme di pratiche di non facile comprensione ma legalizzate, attraverso le quali il sistema bancario e finanziario si impossessano di quote sempre più rilevanti del prodotto sociale – ottenuto con il lavoro di noi tutti e riducendoci a schiavi che non sanno di essere tali – e come fonte di un dominio, sempre più stringente e oppressivo, sulle società umane.

Della Luna e Miclavez ci parlano di un’oligarchia spietata, per quanto insignificante da un punto di vista numerico, la cui origine del potere è nel concreto controllo della moneta e della dimensione finanziaria, la quale non assume il potere direttamente, mostrandosi in piena luce, ma si serve di camerieri politici ai vertici di organismi statuali svuotati di effettivi potere decisionali, di organismi sovra-nazionali e di accordi commerciali internazionali stabiliti ad arte, di banche centrali – qual è oggi, in effetti, la famigerata BCE, che ha l’esclusiva sull’euro – indipendenti dal formale potere politico, nonché si serve diffusamente dell’informazione e dell’informatizzazione, del diritto e della tecnoscienza, per consolidare ed estendere il suo dominio.

 

L’oligarchia che beneficia degli enormi profitti dovuti al signoraggio, per accrescerli ulteriormente ed estendere il controllo su di noi, ha inventato la moderna liberal-democrazia, dandoci l’illusione di essere liberi e di poter decidere del nostro futuro, il mercato che si auto-regolamenta e non vuole interferenze – fino alla sua ultima e più nociva versione, quella globale –, la funzionale ideologia neoliberista, affermatasi alla fine della “guerra fredda”, e ci costringe ad un lavoro sempre più forsennato, invasivo, angosciante, segnato da instabilità, concorrenza, precarietà, fiscalità insopportabile, estraendo dal nostro sudore e dalla nostra sofferenza i suoi guadagni usurai, basando il suo potere sulla manipolazione e sulla diffusa “ignoranza” di questi fenomeni, e non dandoci in cambio alcun vero e utile servizio, ma, anzi, ripagandoci con la distruzione progressiva dell’ambiente, l’infelicità, l’inflazione e l’impoverimento e, se funzionali ai suoi scopi, la distruttiva violenza della guerra o la repressione.

 

Per molti sarà stato stupefacente apprendere, leggendo Euroschiavi, che le banche centrali, cioè gli istituti che emettono la moneta, quella moneta che usiamo quotidianamente e che “non basta mai”, sono niente altro che organismi privati – come lo è la Banca d’Italia, partecipata dal ghota del sistema bancario e assicurativo nazionale, come lo è la Federal Riserve e la stessa BCE, i cui soci sono le banche centrali dei paesi europei – oppure che centinaia e centinaia di miliardi di euro [per la sola Italia circa la metà del prodotto del paese, come fanno notare Della Luna e Miclavez] se ne vanno nelle tasche di lor signori, con la scusa dell’emissione di moneta e della sua “cessione” agli Stati, i quali si indebitano automaticamente per acquistarla e pagare gli usurai delle banche centrali, e poi, afflitti da indebitamento crescente, ci opprimono con una fiscalità che tende sempre di più a diventare impossibile, sopprimendo progressivamente le garanzie dello stato sociale, liberalizzando e privatizzando tutto il possibile.

 

Dietro alla moneta non c’è più nulla, alcuna copertura effettiva in metalli preziosi, oro o argento che sia, ci fanno notare i due autori e quindi trattasi di puri pezzi di carta, nella forma delle banconote – pur se stampati ad arte e con sistemi che cercano di evitare le falsificazioni – i quali circolano soltanto sulla base della fiducia che noi, sprovveduti e tenuti volutamente all’oscuro dei sottostanti meccanismi, gli accordiamo.

Tale fiducia, frutto di disinformazione e condizionamento, nasconde le imponenti dimensioni della rapina detta, nel caso dell’emissione della moneta avente corso legale da parte delle banche centrali private, signoraggio primario – perché, come mettono bene in rilievo Della Luna e Miclavez nell’opera, ci sono trucchi contabili che consento di far sparire “il bottino” dai bilanci delle banche.

Sempre più spesso questo denaro neppure lo vediamo, essendo diffusa la forma elettronica che nasce dai click del computer.

Con le loro parole: Qui la questione è chi debba essere il proprietario del valore del denaro nel momento in cui viene emesso. Se questo proprietario è il popolo e per esso lo Stato, allora il popolo, lo Stato, non lo devono pagare, come invece lo stanno pagando.

E’, in sintesi, la cruciale questione della sovranità monetaria, della quale interi popoli e nazioni sono stati espropriati.

E pensare che quando il signore antico faceva battere moneta, oltretutto con il valore incorporato dovuto ai metalli preziosi, tratteneva per sé, a titolo di signoraggio, anche per coprire i costi di emissione e di estrazione dei minerali, un dieci per cento circa del valore, che costituiva una misura ragionevole …

 

Esiste un’altra gigantesca truffa, perpetrata dal sistema bancario a nostro danno, chiamata signoraggio secondario, che consiste nella creazione di moneta dal nulla – la così detta moneta contabile, o scritturale – nel momento in cui le banche concedono credito, avendo in precedenza incamerato qualche deposito.

Anche qui la garanzia è poca cosa, quasi inesistente, poiché attraverso la manovra delle “riserve obbligatorie” – ridotte al due per cento, o anche meno, della massa dei depositi – si consente alle banche di concedere crediti, lautamente compensati da interessi, pari a quasi cinquanta volte l’entità dei depositi gestiti.

Gli autori di Euroschiavi ci avvertono che la quantità di moneta contabile circolante nel mondo, legata alla concessione del credito da parte del sistema bancario, è circa dieci volte superiore a quella della moneta legale, oggetto del signoraggio primario.

Il mondo è quindi nelle mani del peggior “cravattaro” …

Instancabili, nella loro denuncia delle malefatte delle banche e delle potenti oligarchie che le possiedono, Della Luna e Miclavez trattano, nel libro, anche del caso italiano, delle piacevolezze di Antonio Fazio che era ai vertici di Bankitalia, del silenzio dei “comunisti” nostrani che davanti a questo flagello hanno taciuto e tacciono, del movimento No Euro sorto per reazione a questo stato di cose, nonché delle guerre fomentate delle banche per generare ulteriore indebitamento nei loro confronti e di molto altro ancora.

 

Il libro va assolutamente letto, essendo un’opera pregevole e sufficientemente completa – sicuramente la più completa e incisiva, in Italia, su questo spinoso tema – e va ben meditato, perché all’origine delle nostre sciagure e delle sciagure di un mondo ormai globalizzato, per volontà degli oligarchi-banchieri detentori del potere effettivo, c’è proprio il signoraggio, un diabolico meccanismo di rapina e di controllo che si auto-alimenta, spingendoci tutti verso il baratro della schiavitù.

 

Chiudiamo con le illuminanti parole dei nostri: Il debito pubblico che soffoca l’Italia e altri paesi si è formato perché lo Stato, anno dopo anno, per coprire il proprio disavanzo di bilancio […] anziché stamparsi il denaro da sé al costo industriale, lo comperava a debito dalla Banca d’Italia – restando indebitato per capitale e interesse. Ovviamente i governanti non fanno questa cosa tanto assurda per errore – la fanno perché questa frode è il business stesso dello Stato, anzi degli Stati. Essi fanno gli interessi dei banchieri, non quelli della collettività. Trasferiscono ricchezza dalla collettività che la produce ai banchieri privati che hanno il monopolio dell’emissione della valuta legale.

 

Eugenio

 

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martedì, 29 luglio 2008

L'ULTIMO TRENO DELLA NOTTE

Di ritorno da una piccola riunione informale a Modena, giunto alla stazione centrale di Bologna la sera del 19 luglio, ho atteso l’euronight diretto a Vienna via Mestre passeggiando sul lungo marciapiede, immerso in una folla anonima di viaggiatori, ho fatto scorrere il tempo dell’attesa sostando per un poco nelle sale d’aspetto e percorrendo un paio di volte, a lenti passi, il sottopassaggio, con l’attenzione a tratti concentrata su ciò che vedevo e la mente temporaneamente sgombra dai soliti, personalissimi pensieri e dalle elucubrazioni suscitate dalle discussioni piuttosto accese e dai dibattiti del pomeriggio.

 

La molteplicità delle razze, la diversità degli aspetti fisici e la varietà delle parlate mi hanno colpito, e un po’ stupito, come se non fosse ormai realtà l’affermarsi progressivo della “società aperta” anche in Italia, la presenza di qualche milione di immigrati provenienti da ogni angolo del mondo, come se nello spazio angusto del presente si muovessero, quasi senza una precisa destinazione, frammenti di popolazioni, di comunità e di culture che l’impersonale frullatore della globalizzazione ha mescolato, senza però amalgamarli completamente, in un assurdo frappè umano, funzionale a chissà quali oscuri disegni …

 

Avendo salutato da poco di fronte alla stazione Manuel e Federico, non avevo molta voglia di parlare e volevo starmene un po’ in relax, addirittura in un benefico otium, pur fra i numerosi rivoli di persone, sciamanti ovunque con valigie alla mano o variopinti zainetti sulle spalle, bottiglie d’acqua per conforto, data la temperatura, e i soliti telefonini accesi.

La molteplicità di colori, l’eterogeneità e la casualità dell’abbigliamento che rifletteva l’assenza di gusto dell’epoca, le diversità di lingua e di pronuncia, se ci si fermava alla superficie, lasciavano intravedere un mondo in cui la varietà prevaleva decisamente sull’uniformità, caratterizzato da una mélange di razze e culture che però mantengono le loro differenze, quelle specificità che le resero e le rendono uniche e irripetibili, nello scorrere del tempo e della storia.

Ho scoperto, con stupore, come se fossi appena tornato da un viaggio fuori della biosfera, che il panorama italiano, non soltanto quello umano fatto di carne e di sangue, di odori, di aspetti anche “animali” dell’esistere, oltre che culturali, sta radicalmente cambiando ed è già significativamente mutato, in un misero pugno d’anni.

 

Il tempo è trascorso troppo velocemente, o si è rapidamente imposto un modello di società – non necessariamente migliore del precedente – che trasfigura i molti paesaggi di questo paese, rendendoli sempre più irriconoscibili rispetto a ciò che era, o almeno a ciò che appariva ai nostri occhi, tornando indietro di appena uno o due decenni nel passato?

Quando ho staccato il piede dal marciapiede del binario numero nove per salire sull’euronight, ho gettato un ultimo sguardo sulla varia umanità che mi circondava, conscio che apparteneva ad una nuova Italia dal destino incerto, forse indecifrabile, un paese profondamente diverso da quello che era negli anni novanta, che nessuno fra noi può affermare di conoscere veramente e fino in fondo.

Alcuni cinesi si spostavano velocemente sul marciapiede per raggiungere un treno su un altro binario, due o tre indo-pakistani parlavano fra loro con un idioma incomprensibile, davanti ai distributori automatici di bevande, una ragazza dalla pelle scura e dall’indubitabile bellezza chiedeva indicazioni a qualcun altro, in uno strano mix di vecchio italiano e di spagnolo, mentre alcuni giovanissimi, forse emiliani, se ne stavano sprofondati, ridendo e scherzando, fra montagne di zaini e sacchi a pelo.

 

Nel viaggio di andata, il giorno prima, avevo seguito dal finestrino del treno lo scorrere monotono della campagna, nel ferrarese, apparentemente immutata rispetto a vent’anni prima, ma immersa – ne ebbi vago sentore, per un istante – in un nuovo respiro del tempo, un respiro forse affannoso, in cui è inesorabilmente mutato il paesaggio umano che la popola ed anche il mio “paesaggio” interiore.

Salito su una carrozza, in piedi nel corridoio del vagone strapieno, ho riflettuto un po’, partendo dalle semplici sensazioni di poco prima, o dai brevi flash avuti il giorno precedente.

Intorno a me, mentre fuori dominava la notte, giovani arabi vestiti decisamente all’occidentale, indossando magliette di cattivo gusto decorate da disegni casuali e parole inglesi, con berretti firmati e lattine di birra alla mano, discutevano ad alta voce nel loro idioma, intercalando ai suoni agglutinati della lingua madre parole italiane, una ragazza orientale, forse filippina, se ne stava in disparte, elegantemente vestita, lisciando con la mano i capelli tinti, color del miele, e sorridendo, con lo sguardo rivolto al finestrino, un cinese non più giovane, seduto su una valigia e con tanto di occhiali da vista sulla punta del naso, leggeva un quotidiano stampato con caratteri ideogrammatici e interloquiva con i vicini, di tanto in tanto, in una koinè decisamente sino-italiana. Qualcuno usava, per cercare di comunicare nelle profondità del vagone, la lingua franca dell’epoca – l’inglese – storpiando i vocaboli e ostentando una personalissima pronuncia.

 

Così, ho avuto una sorta di folgorazione: non si trattava di un’allegra Babele, spontaneamente sorta dalle rovine invisibili del ventesimo secolo, né poteva essere un vero spazio di tranquilla e volontaria convivenza, in cui ciascuno mantiene le proprie tradizioni, la propria lingua ed è libero di scegliere … non era e non è l’immagine della periferia di un mondo in via di pacificazione, o la realizzazione concreta, tangibile, di un nuovo paradigma.

Tutte quelle persone riflettevano e riflettono, in realtà, l’ingannevole luce della costrizione, del bisogno che spinge alla coabitazione forzata, che obbliga a ricostruire la propria vita ad altre latitudini, generando quei flussi migratori in cui speranza e sradicamento, aspettative di miglioramento e paura, fuga e nostalgia si confondono.

Prigionieri della necessità, a tutti imposta, dai meccanismi del sistema che ci imprigiona e che diffonde ovunque la sua legge e il suo pensiero, riducendo i paesi a contenitori dei residui di culture e tradizioni, le loro diversità, come le loro peculiarità, erano e sono soltanto apparenti, superficiali, destinate a ridursi progressivamente fino alla piatta uniformità.

 

Ho compreso, grazie alla folgorazione, che la perdita d’identità colpiva e colpisce tutti, dai giovani arabi che bevevano birra dimentichi di ogni precetto religioso, vestiti con abiti da discoteca e accessori nike, alla ragazza orientale con i capelli tinti, color del miele, con atteggiamenti da velina del piccolo schermo, ai giovanissimi emiliani che ascoltavano un orrendo frastuono spacciato per musica, fra gli zaini e i sacchi a pelo.

Tutti vivevano e si muovevano nello stesso tempo, uniforme e piatto, stretti dalle stesse necessità, mescolati gli uni agli altri in un bizzarro cocktail umano in cui i colori inesorabilmente si confondono, immersi nell’unico tempo concesso, senza profondità, della banalizzazione dell’eccezionale e dell’esaltazione del banale.

 

Cosa sarà dunque l’Italia in un prossimo futuro, se non un serbatoio di varia umanità sulla via dell’omologazione, disponibile per essere forza lavoro negli stessi processi produttivi, e nel contempo condannata agli stessi consumi forzati, una società definitivamente aperta, immemore del proprio passato e della propria storia, una vasta periferia della città illimitata, percorsa fino in fondo dalle raffiche dall’unico vento dell’epoca, quello della mondializzazione.

 

Eugenio

    

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lunedì, 28 luglio 2008

ITALIANI? NO GRAZIE!

Pubblico un articolo tratto da www.byebyeunclesam.wordpress.com.

Come li definiresti voi: alleati o invasori???

 

All’inizio dell’anno, sul settimanale della base USAF di Aviano - il “Compass” - è apparso un annuncio, nello spazio dedicato alle offerte di lavoro, per la ricerca di personale addetto a diverse funzioni: cuochi, camerieri, cassieri etc., per coprire i posti messi a disposizione dal reparto che si occupa della gestione dei tanti servizi (mense, alberghi, foresterie, palestre, piscine e persino un golf club) presenti all’interno di questo angolo di Stati Uniti nel Nord-est. Fin qui nulla di strano, se non che nell’annuncio si precisava che “i posti sono riservati a personale civile americano ed a cittadini dei Paesi membri della NATO, esclusi quelli del Paese ospite, l’Italia”.
Un tale provvedimento nasceva molto probabilmente dalla volontà di abbattere i costi, in quanto i contratti italiani sono mediamente più onerosi (ed in euro) di quelli previsti per il personale statunitense e di molti altri Paesi europei (in dollari). Le organizzazioni sindacali operanti nella base hanno sottolineato che si tratta di posizioni tradizionalmente ricoperte da personale italiano, ma che da qualche tempo vengono affidate a civili statunitensi, in numero di 150 fino ad oggi. Esse hanno denunciato questa pratica irregolare e contraria agli accordi ed alla normativa italiana, che prevede lavoratori civili statunitensi solo per i ruoli di supporto ed al seguito dei militari, assunti nel Paese di origine e soltanto in missione in Italia. Il principio che sta a monte di tali norme è quello della compensazione dei disagi che derivano dalla presenza di servitù militari così estese come quelle di Aviano. I posti di lavoro riservati di diritto ai lavoratori italiani costituirebbero proprio una compensazione dei disagi e dei costi che la comunità locale paga in termini di impatto, non solo ambientale, di una grande base militare.
Immediato il dietrofront dei vertici militari statunitensi, che hanno ammesso l’errore porgendo le scuse del caso e promettendo di apportare adeguate misure correttive all’annuncio. Le spiegazioni della base non hanno però del tutto convinto l’allora presidente della Regione, Riccardo Illy, che – nonostante i suoi ottimi rapporti con l’USAF testimoniati dai gradi di comandante onorario assegnatigli e dal volo di prova da lui compiuto su un F-16 (vedi foto) – ha deciso di chiedere spiegazioni per iscritto direttamente all’Ambasciata statunitense.
Pare che in futuro una commissione interna di nuova nomina si occuperà di redigere i bandi per le assunzioni di personale all’interno della base, questa l’assicurazione fornita al sindaco di Aviano. Il quale, comunque, ha anche accennato alla necessità di assumere personale statunitense per non penalizzare i familiari dei militari che arrivano in Italia e che qui non possono – non si sa bene per quale ragione – lavorare.
Insomma, oltre il danno anche la beffa.

 

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domenica, 27 luglio 2008

INDIA AL BIVIO

La democrazia indiana è giunta a un bivio storico. I nodi accumulatisi in sessant’anni di indipendenza sono arrivati al pettine. Da come verranno sciolti dipende il destino della terza potenza economica mondiale, e forse anche qualcosa di più.
 
Mayawati KumariNasce un’alternativa popolare. La decisione del premier Manmohan Singh di stringere un’alleanza strategica con gli Stati Uniti in materia nucleare e militare ha posto fine alla tradizionale politica di non-allineamento di Delhi, facendo dell’India rispetto a Washington quello che la Cina e rispetto a Mosca: un alleato strategico nell’ambito di una contrapposizione tra potenze.
Questa svolta non è andata giù ai partiti comunisti indiani del Left Front, che giorni scorsi hanno deciso di ritirare il proprio sostegno al governo Singh e di dare vita a un fronte di opposizione assieme al Bahujan Samaj Party (Bsp), il partito dei dalit, gli ‘intoccabili’, guidato dalla nuova stella della politica indiana: Mayawati Kumari, detta la ‘regina dei dalit’, oggi a capo del governo statale dell’Uttar Pradesh. Idolatrata da 160 milioni di paria fuoricasta, che attorno a lei stanno costruendo un vero e proprio culto della personalità, e odiata dai potenti delle caste superiori, che contro di lei hanno scatenato una violenta campagna diffamatoria, ‘Maya’ aspira a guidare l’India fuori dal sistema delle caste, da lei denunciato come incompatibile con la moderna democrazia.
Ma per ora, la nuova alleanza tra Left Front e Bsp dichiara di volersi concentrare sui problemi dell’inflazione e dei contadini, oltre che sull’opposizione all’accordo nucleare con gli Usa.
 
Guerriglieri maoisti naxalitiDilaga la ribellione maoista. Ma a sinistra di questa nuova forza di opposizione c’è un'altra realtà, sempre più forte, che persegue cambiamenti ben più radicali: la guerriglia maoista dei Naxaliti. Secondo rapporti d’intelligence resi pubblici la scorsa settimana dal ministero degli Interni di Delhi, l’insurrezione naxalita, originariamente radicata nelle regioni orientali, si è ormai estesa a ventidue dei ventotto stati indiani, arrivando ad essere attiva anche nell’ovest, comprese la regione di Delhi, il Punjab, il Guajarat, l’Uttarakhand e perfino Goa. Secondo i servizi segreti indiani, i guerriglieri maoisti – forti di oltre 100mila uomini, principalmente contadini poveri e senza terra – si sono posti l’obiettivo di “liberare” e prendere il controllo di un terzo del territorio indiano entro la fine del 2009. Già da tempo il premier Singh, temendo il contagio del trionfo militare e politico dei ribelli maoisti nel vicino Nepal, va ripetendo che i Naxaliti “rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza nazionale”. Se lo sviluppo economico del gigante indiano continuerà a calpestare le masse contadine e a emarginare i senza casta, è facile prevedere che la ribellione continuerà a estendersi.
In molti, già vedono nell’alleanza Left Front e Bsp i possibili artefici di un nuovo corso politico potrebbe disinnescare la bomba sociale indiana. Ma, a giudicare dalle spietate politiche anti-contadine attuate dal Left Front negli stati dove sono al potere, l’alternativa rischia di essere assai simile al modello autoritario cinese. A meno che la ‘regina dei dalit’ non ci metta del suo.
Fonte:www.peacereporter.net
Autore: Enrico Piovesana
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venerdì, 25 luglio 2008

FARI ACCESI DI GIORNO: LA FARSA CONTINUA

Vi siete mai chiesti perché dovete accendere i fari dell’automobile (se o quando guidate) anche di giorno, quando magari c’è un sole accecante?
Certo, perché sennò si rischia di prendere una multa.
Ma perchè si prende la multa quando non si accendono i fari, anche se non ce n’è assolutamente bisogno?
Per motivi di sicurezza? Quali, se appunto col sole non servono (e quasi non si nota la differenza fra accesi e non)?
Per “uniformarci” agli altri paesi europei (altra favola in circolazione)? Beh, sono stato nell’arco degli ultimi due anni in Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna, Svizzera e Belgio, e ancora non ho trovato in nessuno di questi paesi questo obbligo assurdo, che, al massimo, può avere (ed ha) un senso nei paesi scandinavi dell’estremo nord, nei quali è vero che si registrano in media meno incidenti che da noi, ma perché guidano in maniera più disciplinata, non perché hanno le luci accese. Lì poi ci sono notoriamente condizioni atmosferiche ben diverse da quelle mediterranee, e mesi invernali in cui è praticamente buio a mezzogiorno.


E allora perché io, italiano, devo accendere i fari della mia auto anche se ciò non fa alcuna differenza né per la mia sicurezza, né per quella degli altri? Se ci sono pioggia battente, nebbia o condizioni di visibilità ridotta va bene, ma col sole…
Il famoso consiglio “luci accese anche di giorno, casco ben allacciato e prudenza, sempre” ha decisamente senso per un motociclista, che generalmente sa che il principale pericolo che corre sulle strade è quello di non essere “visto” (o spesso, non considerato) dagli altri mezzi in circolazione. Ma un’auto, o meglio ancora un autocarro, perché mai dovrebbe tenere questi benedetti fari accesi in condizioni di totale visibilità?


Qui c’è ancora una volta aria di presa in giro e, per la risposta, tiriamo fuori un paio di cifre da un libro, appunto, illuminante: “Un futuro senza luce?” di M. Pallante. Nel libro sono descritti semplicemente i vari passaggi che permettono di calcolare (approssimando tutto per difetto) che con i fari accesi anche di giorno, il consumo annuo di carburante in più è di 41 litri per ogni veicolo (con un incremento percentuale che oscilla fra il 2,7 e il 4,1). Ciò è dovuto in sostanza all’aumento dell’energia necessaria all’alternatore per permettere alle luci di funzionare nelle ore diurne.
Se si considera che gli automezzi in circolazione a fine 2002 (!) erano circa 37,5 milioni (e trattando qui gli autocarri alla stregua di automobili, anche se i primi sono ovviamente più pesanti, hanno distanze medie di percorrenza ben più lunghe e molte più luci di posizione da accendere), l’incremento complessivo dei consumi oscilla intorno a 1 miliardo e 500 milioni di carburante.
Ciò comporta anche un aumento delle emissioni di diossido di carbonio di circa tre milioni di tonnellate.


Ma perché tutto ciò?
Perché se, sempre approssimando per difetto, si calcola quanto le tasse incidano su questi enormi consumi di carburante in più, salta fuori che l’erario con questa astuta quanto subdola mossa ha incrementato annualmente i suoi incassi di circa 1 miliardo di euro.
Che dire, quindi? Che non stupisce se i governi che si sono avvicendati negli ultimi anni non hanno abrogato questo non-senso. E che, davvero, mentre l’ambiente piange il governo ride, alla faccia dei protocolli di Kyoto e, soprattutto, della nostra salute e delle nostre tasche.
Ma se devo dirla tutta, rido anche io, nel vedere come gli italiani siano diventati all’improvviso così rispettosi delle regole, tutti ben disciplinati con le loro belle luci accese. Peccato se in molti, moltissimi casi, questi stessi timorosi delle multe viaggino sempre e comunque a velocità ben superiori ai limiti consentiti.


Sarà perché, a differenza del faro, la velocità “non si vede”? O forse le luci accese servono a farsi notare meglio quando anche a basse velocità si occupa la corsia centrale in autostrada, invece di quella più libera a destra (motivo per il quale si dovrebbero perdere, mi pare, quattro punti della patente, ma che non “spaventa” come i fari spenti)?
Forse faremmo meglio a spegnere i “riflettori” e far calare il sipario su questa farsa, se non altro per i prezzi raggiunti dai carburanti con il rincaro petrolio, di cui tutti ci stiamo lamentando di recente.

 

Autore: Andrea Bertaglio

Fonte: www.decrescitafelice.it

 

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giovedì, 24 luglio 2008

SENATORI CONTRO L'ABUSO DI PSICOFARMACI SUI BAMBINI

ritalinVentuno Senatori della maggioranza presentano un’interrogazione urgente al Ministro Fitto: chiedono il ritiro immediato del ricorso del Governo contro le leggi regionali su psicofarmaci e bambini. Sen. Carrara (PdL): “queste leggi regionali sono moralmente giuste ed appropriate nel merito, perché gli psicofarmaci devono essere l’extrema-ratio. Come ci confermano i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il ricorso in Corte Costituzionale è superficiale e basato su dati non genuini: il Ministro Fitto deve intervenire per revocarlo, le Regioni hanno tutto il diritto di legiferare per tutelare le famiglie ed i bambini”.

 

Avviata oggi alla Camera in Commissione Affari Sociali la discussione del PdL nazionale contro l’abuso nella somministrazione di psicofarmaci ai minori. On. Bocciardo: “accoglienza molto positiva, commenti favorevoli, entro fine anno il testo in aula”.

 

Roma – A pochi mesi dall’approvazione delle prime leggi sul tema della disinvolta somministrazione di psicofarmaci ai bambini (Piemonte e Trentino) e dopo il ricorso presentato dal Governo contro queste due iniziative legislative, prende la parola stamattina il Senato della Repubblica, con un’interrogazione urgente al Ministro per il Rapporti con il Parlamento Raffaele Fitto. Si tratta di un’atto “collegiale”, firmato da ben ventuno Senatori coordinati dal Sen. Valerio Carrara (PdL), che ha dichiarato: “il Governo ha promosso un ricorso sulla base di informazioni non genuine. Contestano che le Regioni non possono stabilire l’obbligo del consenso informato da far firmare ai genitori prima di somministrare psicofarmaci ai bambini, perché tale obbligo non è previsto sul piano nazionale e si creerebbe una difformità. Peccato che l’obbligo di consenso informato esista eccome in Italia, da oltre un anno, quindi il ricorso perde totalmente di significato. Le Regioni devono poter deliberare: sia perché tecnicamente le leggi sono corrette, e sia perché è un sacrosanto diritto dei genitori scegliere le terapie più opportune per i propri figli ed essere completamenti informati dal medico dei benefici ma soprattutto dei rischi di queste discusse ‘terapie’. Anzi, non solo lodiamo queste prime regioni coraggiose, ma invitiamo anche le altre a seguirne l’esempio”. Luca Poma – giornalista e portavoce nazionale del comitato di farmacovigilanza pediatrica “Giù le Mani dai Bambini” (www.giulemanidaibambini.org) ha dichiarato: “il Sen. Carrara ha guidato una protesta civile ma ferma nei contenuti: l’Istituto Superiore di Sanità ci ha confermato che - cito testualmente da una dichiarazione scritta inviataci dal dott. Pietro Panei – ‘esistono due livelli di consenso entrambi obbligatori: il primo relativo al trattamento dei dati, il secondo, in caso di necessità di somministrazione dello psicofarmaco, è relativo al trattamento farmacologico ed ai potenziali rischi ad esso connessi’. Anche le altre motivazioni secondarie alla base del ricorso sono del tutto pretestuose, e siamo pronti a dimostrarlo dati alla mano: facciamo quindi appello al Ministro Fitto, che ha certamente a cuore la salute dei bambini, perché intervenga sul Governo per ritirare al più presto i due ricorsi”.

Nel frattempo, stamattina in Commissione Affari Sociali alla Camera dei Deputati si è avviata la discussione sul Progetto di Legge nazionale a firma di Mariella Bocciardo (PdL) ed altri, per normare sul piano nazionale questa delicata materia. L’Onorevole Bocciardo ha dichiarato: “sono soddisfatta, perché il PdL ha avuto un’accoglienza favorevolissima, ci sono tutti i presupposti per un buon lavoro bipartisan, penso di poter prendere impegno a che la Legge sia in discussione in aula non oltre la fine dell’anno, è mio vivo desiderio arrivare quanto prima all’approvazione”. Poma ha concluso: “il PdL Bocciardo non vieta nulla, regola solo una materia ‘calda’ sotto il profilo etico, non vedo quindi chi possa opporsi, sarebbe strumentale: è un occasione unica per evitare in Italia i pesanti abusi registrati i molti altri paesi del mondo, e su questi temi non esistono bandiere, bene fa l’On. Bocciardo a rilanciare il nostro invito di pochi giorni fa ad una collaborazione ‘bipartisan’ nell’interesse dei minori del nostro paese”.

 

Fonte: www.giulemanidaibambini.org

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giovedì, 24 luglio 2008

RADOVAN KARADZIC: UN FILM GIA' VISTO!!!

“Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro”

 

 

E’ proprio vero che la storia è ciclica, quindi destinata a ripetersi. Ci risiamo, una guerra è stata combattuta, dei morti sono rimasti sul terreno, altre persone porteranno ferite, esterne o ancor peggio interne, per sempre, mentre altri individui seduti al sicuro su seggi multimilionari si permettono di giudicare le loro azioni. Ma, e qua sta il punto, non di tutti i contendenti, ma solo di chi ha perso.

 

Abbiamo già visto tutto…tutto è iniziato a Norimberga, dove coloro che avevano sferrato il primo e unico attacco nucleare della storia, a causa del quale il Giappone rimarrà deturpato per decenni e migliaia e migliaia di vittime innocenti pagheranno un terribile tributo per generazioni, hanno deciso che gli altri, gli sconfitti, erano i “mostri”, evidentemente perché gli ebrei erano vittime di “serie A”, mentre i Giapponesi erano di “serie B”.

Nello stesso periodo stessa cosa accadeva in Italia, con i martiri delle foibe e del “triangolo della morte emiliano”, considerate “morti giuste”, mentre i caduti dei “vincitori” venivano esaltati come “eroi della causa”. Con le relative conseguenze: “uccidere un fascista non è un reato”, “onore imperituro agli eroi della Resistenza”.

 

Poi, è stata la volta dell’Iraq. Catturati  Saddam Hussein, Tareq Aziz e gli altri “mostri” irakeni. Impiccato dopo un processo farsa il primo, attualmente sotto identica farsa processuale il secondo. Intanto, i “liberatori” si sbirrazivano ad Abu-Grahib. Evidentemente, ancora una volta non tutte le vittime di guerra sono uguali!

 

Oggi, ci risiamo, ma stavolta a casa nostra, in Europa. La storia è più o meno nota. La tragedia della guerra nella ex-Jugoslavia dovremmo saperla tutti. Non nascondo che inizialmente l’avventura di liberazione del popolo croato, a sua volta popolo sconfitto dell’ultimo conflitto mondiale, ha catturato la mia simpatia, ma alla fine era diventata una guerra di “tutti contro tutti”, con vicini di casa cresciuti assieme che si sterminavano a vicenda. Chi, a quel punto, aveva ragione? Penso nessuno. Abbiamo assistito alla più assurda vicenda politico-militare degli ultimi decenni, ma per fortuna è finita. I popoli sono tornati, più o meno, a vivere in pace, seppur separati. Sarebbe ora di metterci una pietra sopra, tutti hanno avuto le loro colpe e si sono macchiati di infamia, è ora che ognuno pianga i propri morti e che si ricominci a vivere.

Invece no, pochi giorni fa è stato arrestato e verrà processato Radovan Karadzic, l’ex Presidente dei Serbi di Bosnia, accusato per “crimini di guerra”. Stessa cosa che successe a Milosevic, e vedrete presto toccherà a Mladic. Sono criminali di guerra? Probabile, molto probabile, ma lo sono solo loro? Sappiamo tutti chi guida il neonato, e inventato, governo del Kossovo. Abbiamo già scritto chi sono i membri dell’UCK, ma loro sono dalla parte dei vincitori, quindi “onore e gloria” a loro.!

L’allora ministro D’Alema, il quale autorizzò l’aiuto nei bombardamenti sulla Serbia che causarono migliaia di morti tra i civili innocenti, non è forse altrettanto un “criminale contro l’umanità”? Clinton, che quei massacri li ordinò, non andrebbe arrestato e “sucidato” come successe a Milosevic?

Ma potremmo andare avanti all’infinito (basti pensare a tutti i primi ministri britannici colpevoli delle atrocità in Irlanda). Questo è il punto: “la guerra è guerra”, non esiste, mai è esistito e mai esisterà un conflitto bellico senza atrocità. La favola delle bombe intelligenti è finita già durante la “prima guerra del golfo”. La guerra è combattuta da uomini, che inevitabilmente si abbruttiscono durante gli scontri. O si processano tutti o nessuno. La giustizia non è quella esercitata da chi ha vinto, ma dovrebbe essere neutra. Così non può essere, allora ecco che ciclicamente tornano fuori vittime di “serie A” e altre di “Serie B”. Soprattutto se ai vinti si vuole imporre un progetto politico, “nuovo ordine mondiale” per il Giappone sconfitto con le bombe atomiche, ingresso nell’Unione Europea per la Serbia umiliata.

 

Aldilà di valutazioni politiche sull’Occidente, la Serbia, il Kossovo, ecc., l’unica verità è che la “storia la scrive chi vince”, e chi perde è destinato a pagare per tutti. Sarebbe questa la giustizia globale dei paladini del “mondo libero”?

 

Manuel

 

 

 

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mercoledì, 23 luglio 2008

BAMBINI E PSICOFARMACI: L'INTERVENTO DI FRANCOIS ANSERMET

ritalinIl Prof. Francois Ansermet, psicanalista e psichiatra dell’età evolutiva, nonché Docente presso l’Università di Losanna, ha rilasciato di recente un’intervista a “Il Manifesto”, sul problema del trattamento psicanalitico rivolto ai bambini, con particolare riferimento all’uso sempre più frequente degli psicofarmaci. Ne riporto, in sintesi, alcuni passaggi che mi sembrano molto interessanti. Soprattutto perché lo studioso ci offre un’affascinante interpretazione dei trattamenti psicanalitici attualmente in voga in relazione alla mentalità consumistica della società odierna.

 

L’analisi di Ansermet parte dalla considerazione che la mentalità contemporanea si basa sul bisogno indotto dagli “oggetti”, i quali si suppone possano soddisfare tutti i desideri, in modo utilitario e immediato. Allo stesso modo ci si relaziona con gli psicofarmaci. La tendenza è quella di considerare i sintomi di veri o presunti disturbi del bambino, come elementi che infastidiscono la vita dei genitori, nel dorato mondo del mercato globale, nonché il sistema tutto (dai vicini alla scuola ai terapeuti), quindi la soluzione è quella di isolare il disturbo, accordarsi su come definirlo, e trovare la sostanza che “serve” per neutralizzare il “problema”. Ovviamente, tutto questo accade senza tenere minimamente in considerazione la storia e l’unicità del bambino: chi è, cosa c’è dietro quel sintomo, la sua disperazione e le sue speranze. In fondo, nel mondo della mercificazione dell’individuo, tutto va catalogato ed omologato, così da trovare la soluzione il più velocemente possibile!

 

Questo atteggiamento viene definito come “normalizzazione” dei disturbi. Già Focault aveva evidenziato la finalità “repressivo-disciplinare” di questa tendenza. Ansermet condivide questo giudizio; infatti, a suo modo di vedere, è impossibile “normalizzare” un individuo in generale, e un bambino nello specifico, perché possiede un’individualità irriducibile ad uno schema prefissato. Quindi, se si utilizza una terapia che non tenga conto di questa soggettività è evidente che si vuole ottenere unicamente uno scopo repressivo di atteggiamenti considerati come “devianti” rispetto allo standard considerato valido per tutti. Questo tipo di impostazione deriverebbe da quello che viene definito il “declino della clinica”, cioè quella disposizione terapeutica basata sull’esperienza della singolarità dell’individuo, che si oppone al metodo “cognitivo-comportamentale”, che al contrario si basa su modelli e schemi universali, che finiscono col considerare il singolo come un elemento da far rientrare in parametri predefiniti.

 

Il risultato di questo atteggiamento terapeutico ha portato il consumo degli psicofarmaci a livelli “di guardia”, diventando quasi patologico, quasi una nuova forma di tossicomania. Interessante, a riguardo, è la riflessione di Lacan sul “discorso del capitalista”. Secondo Lacan, si sta affermando un nuovo tipo di legame sociale che “pretenderebbe di escludere la dimensione della mancanza e del desiderio in nome di un consumo compulsivo di oggetti, indotto costantemente dalla produzione di pseudomancanze, che gli oggetti dovrebbero colmare”.  In pratica, l’ideologia dominante fornisce l’idea che sul mercato globale sia sempre possibile trovare oggetti (merci) in grado di soddisfare il desiderio dell’individuo. Il tutto sostenuto da una maniacale e costante offerta di oggetti nuovi che dovrebbero soddisfare, seconda la formula “tutto e subito”,  le esigenze create dal sistema stesso attraverso i media (i problemi inutilmente risolti profetizzati da Caraco). Così facendo, il soggetto si trova a creare un sistema che lo “aliena”, spesso senza nemmeno rendersene conto. Esempio tipico sono gli psicofarmaci, o la droga per i tossicomani; infatti il “drogato” è convinto di controllare la sostanza di cui abusa e con essa di soddisfare il suo bisogno. In realtà, più la consuma più si ingenera insoddisfazione, quindi aumenta il “bisogno” di trovare nuova sostanza, aumentando così la necessità di consumarla e con essa la sua insoddisfazione.

 La psicanalisi dovrebbe proprio fornire la via per uscire da questo circolo vizioso, insegnando che l’oggetto del proprio desiderio, e probabilmente la soddisfazione di tutti i desideri umani, non è raggiungibile, al contrario dell’illusione creata dal mercato e dai suoi padroni.

 

Oggi, le famiglie si trovano spesso traumatizzate di fronte alle esigenze dei bambini, maggiormente nei casi di bambini “difficili” (iperattivi, con deficit dell’attenzione, con disturbi del sonno, ecc.). Molte di queste difficoltà sono proprio dovute al “discorso del capitalista”, che illude i genitori di poter trovare sul mercato qualche sostanza in grado di risolvere questo tipo di problema senza troppi impicci, così si ricorre troppo facilmente allo psicofarmaco. Ma, come dice Ansermet, bisogna che si indaghi sulla radice del disturbo manifestato dal bambino, dalla sua storia e da quella della sua famiglia, per cercare di renderlo protagonista della sua vita, al di fuori di schemi prestabiliti ed omogenei in cui “neutralizzarlo”.

 

In conclusione, a commento di questo interessantissimo intervento, vorrei sottolineare, come la logica della massificazione sta sempre più coinvolgendo noi tutti, colpendo spesso le persone più indifese, malati e bambini in primis.

 Bisogna adoperarsi perché questo non accada. E’ fondamentale difendere l’individualità e l’irripetibilità di ognuno di noi, seppur all’interno della “comunità”. Altrettanto fondamentale è combattere il “discorso del capitalista”, per usare le parole di Lacan, affinché il mercato e le lobbies che lo governano non si impossessino delle nostre vite.

 

Manuel

 

 

 

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