lunedì, 30 giugno 2008

GAY PRIDE: PERCHE' SONO CONTRARIO

Sabato scorso, 28 Giugno, a Bologna, si è svolto il “gay pride” nazionale. Cosa sia è cosa nota, quindi penso non valga la pena dilungarsi troppo in spiegazioni e descrizioni varie. Penso, altresì, che sia invece utile fare qualche piccola riflessione sul significato della manifestazione.

 

Ora, la motivazione del corteo dovrebbe essere la rivendicazione dell’ “orgoglio gay”, questo significa “gay pride”, accompagnato dalla richiesta che vengano riconosciuti alcuni diritti civili alle coppie omosessuali, marginalmente si parla di porre fine alle discriminazioni sessuali contro i gay.

Bene, partiamo invece da quest’ultimo punto. Nella mia esperienza di vita, nessuno, né docenti o professori o datori di lavoro o forze dell’ordine, ecc, mi hanno mai chiesto con chi vado a letto. Dico ma!!! Anche perché penso che avrei risposto che sono fatti miei! Quindi, onestamente, non capisco come ci possano essere discriminazioni nei confronti degli omosessuali in sé. Semmai, il problema si manifesta nei confronti degli uomini eccessivamente effeminati o delle donne eccessivamente mascolini, ma lo stesso vale per i punk, gli skinheads, i dark, ecc….si pensa di organizzare una manifestazione nazionale per tutti quelli che subiscono “discriminazioni” in base al vestiario, al modo di parlare (balbuzienti, “r”moscia,ecc.), al modo di camminare, ecc???

Anzi, aggiungerei che basta accendere la tv, ascoltare la radio, leggere quotidiani o riviste che immancabilmente si sentono o si leggono opinioni di “gay dichiarati”. Dove sarebbero le discriminazioni verso i gay in Italia? Resto in attesa di riscontri!!!

 

Ma la mia domanda è un’altra: che senso ha essere “orgogliosi” della propria sessualità? Io sono eterosessuale, ma mica me ne vanto, sono semplicemente così! Sarebbe come organizzare il “blue eyes pride”, la sfilata dell’orgoglio di chi ha gli occhi azzurri!!!!

Non capisco come da un lato si possa chiedere di essere considerati “normali” e dall’altro sfilare manifestando l’orgoglio per una caratteristica naturale. Semmai questo atteggiamento manifesta il sentirsi “diversi” da parte degli stessi organizzatori. Siamo poi così sicuri che sfilare in abiti “ridicoli” e provocatori come si usa fare al “gay pride” rappresenti veramente la richiesta di essere “accettati” come “normali”? Io penso che ci siano decine, se non centinaia, di omosessuali che si sono costruiti personaggi e carriere puntando proprio sul sentimento di “diversità” che questo atteggiamento provoca nell’opinione comune. Penso ai vari Platinette, Vladimir Luxuria, Eva Robin’s, le drag queen, ecc. Come molti esponenti dell’ambiente trans e gay “storico”, penso che il “gay pride” altro non sia che una “carnevalata” per farsi pubblicità e che poco o nulla abbia a che fare con le lotte per i diritti degli omosessuali. Svuotata quindi di ogni valenza politica, resta da valutare se sia opportuno permettere la sfilata di queste “mascheroni” per le vie cittadine. Certo, nulla di trascendentale per carità, sono molto più offensive le facce dei vari politicanti che ci governano, ma è giusto permettere mettere in ridicolo degli stili di vita, quelli appunto omosessuali, per fare una “carnevalata”? Serve questa “pagliacciata” a far capire bene alla gente i problemi sul tavolo, o semmai crea solo altri ostacoli verso l’integrazione, peraltro come già detto a mio avviso già ampiamente realizzata? E’ legittimo consentire a migliaia di persone di manifestare i propri gusti sessuali? Verrebbe autorizzata una sfilata per l’ “orgoglio sadomaso” con persone in tutine di lattice che vengono frustate o portate in giro col collare, oppure si farebbe del “razzismo” a proibirne lo svolgimento?

 

Penso che il punto centrale sia la sessualità dei cittadini, e soprattutto l’atteggiamento che lo Stato deve avere nei suoi confronti. Onestamente, mi fa paura uno Stato che guarda nelle camere da letto e valuta chi vada a letto con chi, penso che quello rappresenti un limite invalicabile. Ma altresì, mi preoccupa lo sventolare al pubblico la propria sessualità, altrettanto penso che la privacy della camera da letto non debba essere svilita così facilmente. Insomma la propria sessualità è affare privato, e non deve interferire né agevolare nella vita pubblica della cittadinanza. Ora, le associazioni omosessuali avanzano pretese di considerare le coppie omosessuali come “famiglie”, sostenendo che l’amore è sempre amore. Pienamente d’accordo, ognuno ami chi vuole e/o vada a letto con chi gli aggrada, sempre che siano entrambi consenzienti ovviamente, ma il fatto che io vada a letto con qualcuno, ci trasforma automaticamente in una famiglia? Questo è il punto, cosa si intende per famiglia e come si pensa debba essere strutturata la società (presto dedicheremo ampio spazio al tema).

Io penso, anche in conformità alla tradizione ed al comune sentire della stragrande maggioranza dei cittadini italiani, che la famiglia rappresenti il nucleo della società, la cellula prima, l’alveo dove si formeranno le nuove generazioni. Non è esclusivamente un contratto, ma la “speranza del futuro” della società. Ora l’interrogativo è: una coppia omosessuale possiede questi requisiti? Direi che la risposta è no, non fosse altro che per l’impossibilità, cosa assai diversa dalla mancanza di volontà, di procreare! Quindi, nessuno deve discriminare una persona, o una coppia di persone, in base ai propri gusti sessuali, ma altro è considerare ogni coppia una famiglia!

La conclusione è che sia legittima la richiesta dei diritti individuali, se per caso, ma non vedo casi reali, qualcuno viene discriminato, su questo lo Stato ha il dovere di intervenire, ma nulla più. Non si può ragionevolmente pretendere i diritti dei coniugi e/o quelli di un nucleo famigliare, per il semplice motivo che in questo caso il nucleo famigliare non esiste.

 

In conclusione, penso che sia assolutamente condivisibile la posizione del Ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, che non fornirà finanziamenti pubblici al “gay pride”, anzi spero che toglierà anche i privilegi dati all’”Arcigay” finora (fondi e sedi sociali gratuite tanto per cominciare), in quanto non c’è l’interesse dello Stato in materia, e al contempo stigmatizzare ogni episodio discriminatorio sul singolo individuo. Penso che tali fondi sarebbero molto meglio investiti per aiutare le giovani coppie o le famiglie in difficoltà.

 

Manuel

 

 

postato da manuelluca88 alle ore 13:40 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: bologna, attualità


lunedì, 30 giugno 2008

NEWSLETTER N.8

POLITICA

 

-         GLI USA E IL FINANZIAMENTO DELLA STAMPA MONDIALE: Chi ci racconta la “verità”

-         EUROPA SENZA AUTONOMIA E DIGNITA’: L’Europa e il petrolio

-         BARACK E IL BILDEBERG: Ecco chi c’è dietro Barack Obama!

-         IRLANDA, LISBONA, EUROPA: No al Trattato di Lisbona - di Manuel

-         CRIMINE, ESCLUSIONE E MARGINALITA’: Il rapporto tra criminalità ed esclusione-  di Eugenio

-         ORDINE PUBBLICO E SICUREZZA: Chi li deve garantire? – di Eugenio

-         BERSELLI, VIZZINI E LA PRESCRIZIONE: Giusta o no la norma ferma-processi? – di Manuel

-         ALL’ORIGINE DEI MALI DELLA SOCIETA: La perdita dei valori comunitari – di Francesco

 

 

ATTUALITA’

 

-         CLASS ACTION: Partenza rinviata…grazie Confindustria! – di Manuel

-         SILENZIO, IL NEMICO TI ASCOLTA! – Siamo tutti intercettati!!! – di Manuel

-         NIMBY: Non nel mio giardino!!! – di Orso

-         FASCISMO E DEFINIZIONI: Riflessioni sugli incidenti al Pigneto – di Orso

-         GUERRA IN IRAQ E REPERTI STORICI: La storia torna in Mesopotamia

 

 

ECONOMIA

 

-         FINANZIARIA: Approvato il decreto – di Manuel

-         MUTUI SUBPRIME: Ora scattano le manette – di Manuel

 

 

ECOLOGIA

 

-         TRANSITION TOWN: La città del futuro – di Manuel

 

 

CIBO, ALIMENTAZIONE E SALUTE

 

-         ENDOMETRIOSI: Un termine conosciuto ma molto pericoloso – di Laura

 

 

CULTURA

 

-         LITTLE KILLER: Un racconto sulla tragedia dei bambini soldato – di Isher

-         RICORDI: Pensieri di un Legionario – di Isher

-         IL MITO ANDY CAPP: Una “eroe” tra birra e calcio

 

 

 

STORIA

 

-         SUCESSE OGGI: Le ricorrenze storiche del mese di Giugno – di Manuel

 

 

TRADIZIONE

 

-         JULIUS EVOLA: Il Barone della Tradizione – di Manuel

-         21 GIUGNO: Solstizio di Estate – di Manuel

 

 

SCUOLA E UNIVERSITA’

 

-         MAL CURATA LA RIFORMA DEI DEBITI FORMATIVI: Riflessioni sul tema – di Morita

 

 

BOLOGNA

 

-         ASSALTO AL CRASH E OKKUPAZIONI: Resa dei conti a Sinistra e speculazione a Destra – di Manuel

 

 

SPORT

 

-         IL VERO CALCIO E’ TORNATO: Si al Calcio Storico Fiorentino…No al calcio moderno – di Manuel

 

 

 

 

venerdì, 27 giugno 2008

IL VERO CALCIO E' TORNATO

Mentre si piagnucola per l’eliminazione dagli europei (lo scrivo minuscolo perché non capisco cosa c’entrino Israele e Turchia con una competizione Europea) dell’Italia di Donadoni (c’era da dubitarne?), vorrei invece segnalare il ritorno sul terreno di gioco del vero Calcio: il Calcio Storico Fiorentino!

 

Si tratta del progenitore (figli degeneri!!!) dell’attuale calcio. Arriva a Firenze da Roma, allora la città si chiamava “Florentia” ed era appunto una colonia romana, dove il gioco, chiamato “Harpastum” (“strappare a forza”), era probabilmente giunto grazie ai Greci, dove prima ancora veniva chiamata “Sferomachia”. Ben presto si radica nella colonia, tanto da diventare lo “sport” cittadino. Originariamente viene giocato su terreni e arene sabbiosi.

Presto  viene giocato quotidianamente da tutta la gioventù cittadina, sia per le strade che nelle piazze. Col trascorrere del tempo, diventerà gioco favorito dalla nobiltà cittadina, che organizzerà sontuose partite coi giocatori, che assumeranno il nome di “calcianti”, i quali indosseranno eleganti abiti, da qui il nome di “calcio in livrea”. Ora i campi di gioco saranno le piazze più importanti e significative di Firenze. Per capire l’importanza che il “calcio” aveva assunto, basti citare qualche giocatore poi diventato famoso: Giulio de' Medici (Papa Clemente VII), Alessandro de Medici(Papa Leone XI )Maffeo Barberini (Papa Urbano VIII).

Prevalentemente, si organizzavano durante il Carnevale, ma visto il grande successo, si finì col giocarlo ad ogni ricorrenza possibile.

Durante il ‘700 si interruppero le partite “ufficiali”; l’ultima venne disputata nel gennaio del 1739 in Piazza Santa Croce. Addirittura tra il XIX ed il XX Secolo, si tennero solo due partite, che però in realtà furono solo rievocazioni storiche, senza nessuna prospettiva di durare nel tempo.

Per assistere alla ripresa dell’attività sportiva vera e propria, bisognerà aspettare il 1930. Nel Maggio di quell’anno, in occasione del quarto centenario dell’assedio di Firenze da parte delle truppe di Carlo V e della morte di Francesco Ferrucci (capo dell’esercito repubblicano cittadino, eroicamente deceduto nella proibitiva difesa cittadina), si riprese ad organizzare le partite nelle piazze più importanti.

Da allora, ad eccezione del periodo bellico, le partite si sono svolte con costante regolarità.

 

Sono quattro le squadre che si contendono la vittoria, a rappresentare i quattro Quartieri storici di Firenze: i Bianchi di Santo Spirito, gli Azzurri di Santa Croce, i Rossi di Santa Maria Novella e i Verdi di San Giovanni. Le partite si svolgono in Piazza Santa Croce. Si tengono nel mese di Giugno, in concomitanza con la festa del patrono della città, ricollegandosi idealmente a quella tenutasi nel 1530, proprio sotto l’assedio di cui parlavamo prima.

Prima dell’inizio dell’incontro, si tiene un corteo, detto anche “corteggio”, che parte dal convento domenicano di Santa Maria Novella, accompagnato da squilli di tromba e rullare di tamburi, e arriva al campo di gioco. E’ composto da circa 530 persone, vestiti con le livree dei calcianti e le uniformi dei fanti, con tanto di armi, armature e bandiere tipiche del Rinascimento. Una volta arrivati al campo, le squadre vi fanno ingresso al ritmo dei tamburi, ripercorrendo l’etichetta militare del XVI Secolo.

Dopodichè, l’”Araldo della Signoria” presenta le squadre e annuncia la partita, con la lettura della “Grida”. Una volta terminato il procedimenti, autorizza il “Maestro di Campo”, a dare il via all’incontro.

 

Il campo è rettangolare, ricoperto di rena, ma di misure non definite, in quanto si deve adattare alla piazza che lo ospita. Alle due estremità sono poste le “reti” sostenute da palizzate che si estendono per tutta la lunghezza del lato corto del campo, al loro centro sono poste le “tende del Capitano e dell’Alfiere”. La durata della partita è di 50 minuti e le squadre sono composte da 27 calcianti per una: 4 Datori Indietro assimilabili ai moderni portieri, 3 Datori Innanzi che sono i difensori, 5 Sconciatori ad agire a centrocampo e 15 Innanzi o Corridori che ricoprono il ruolo di veri e propri attaccanti.

L’incontro comincia col lancio del pallone da parte del “Pallaio” sulla linea centrale del campo. Lo scopo del gioco insaccare la palla nella rete avversaria, realizzando la “caccia”. Le regole sono poche, tanto che in realtà si tratta di uno sport estremamente violento (un mix tra calcio, rugby e pugilato), ma quella più curiosa è che col tentativo di segnare si rischia di dare punti agli avversari; infatti, se il tiro viene deviato da un avversario, anche fortuitamente, oppure termina sopra la rete avversaria, la squadra in difesa acquisisce mezza caccia. Ogni marcatura comporta il cambio di campo. La squadra vincitrice riceve dal “Maestro di Campo” una vitella di razza Chinina ed il Palio. In seguito alla consegna, così come sono entrate in campo, le due squadre e tutte le autorità del gioco escono dal terreno di gioco affiancati dai “Bandierai degli Uffizi”.

 

Come detto, dal 1930 il Calcio Storico Fiorentino si era sempre svolto tutti gli anni il 24 Giugno, giorno di San Giovanni patrono di Firenze, ma negli ultimi due anni, era stato proibito dalla Giunta Comunale. Infatti, l’edizione del 2006 fu caratterizzata da numerose zuffe, l’ultima delle quelle degenerò in una mega-rissa che impedì il terminare della partita d’esordio. Così la sensibile Giunta decise di annullare quell’edizione e di non consentire lo svolgimento neppure l’anno seguente, nonostante gli organizzatori avessero proposto di compilare squadre miste con giocatori estratti a sorteggio dalle varie formazioni. Fortunatamente, quest’anno il “torneo” si è svolto, seppur modificando il regolamento: adesso è vietato far giocare calcianti con più di 40 anni e/o che abbiano condanne penali gravi. I Verdi non hanno accettato queste regole, che secondo loro modificano lo spirito del gioco, e si sono rifiutati di partecipare alle partite.

Giusto per la cronaca, la finale è stata vinta dai Rossi, contro gli Azzurri, per 9 cacce e mezza a 4.

 

Sono particolarmente felice per il fatto che questo bellissimo sport abbia potuto riprendere, ma trovo incredibile che una Giunta comunale modifiche le regole di questa antichissima disciplina, quando nessuno si muove per sospendere per due anni il “calcio moderno”, dopo che un poliziotto ha deliberatamente ucciso un giovane tifoso che dormiva in macchina. Ma purtroppo si sa che Sky e gli sponsors muovono molti più soldi degli organizzatori del Calcio Storico Fiorentino, quindi va bene così….

Se mi si consente l’ultima affermazione, direi: viva il Calcio Storico Fiorentino…No al calcio moderno!!!

 

Manuel

 

 

postato da manuelluca88 alle ore 08:14 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: sport


giovedì, 26 giugno 2008

NIMBY E' RAZIONALITA'

L’acronimo Nimby significa “Non nel mio giardino”, in inglese  “Not In My Back Yard”, ed indica l’atteggiamento che spesso si manifesta nelle proteste contro le opere d’interesse pubblico che hanno o, per lo meno, si teme possano avere, degli effetti nocivi per il territorio in cui venissero costruite. Si parla di “sindrome Nimby” per denigrare tutti coloro si permettono di protestare contro progetti che riguardano gli impianti legati al ciclo di trattamento dei rifiuti e le reti viarie (ma anche, di recente, i campi nomadi): chiunque si opponga viene così definito retrogrado, tecnofobico, insomma un bifolco.

 

Alcuni sostengono, bontà loro, che la carenza d’informazione sia la vera causa delle opposizioni incontrate da un progetto, suggerendo che se i rapporti coi cittadini fossero impostati in maniera più trasparente molti problemi sarebbero evitati. Quindi non sarebbero tanto bifolchi i cittadini, quanto i politici e gli amministratori, il cui errore sarebbe però non la cattiva politica, ma la cattiva comunicazione. Quest’argomentazione non sembra del tutto convincente, innanzitutto perché ci potrebbero essere anche casi in cui le opere da costruire siano realmente dannose per il territorio e per i suoi abitanti, ma che i cittadini diano il loro benestare soltanto in quanto (ben) imbrogliati. Certo è che molto spesso i comitati di protesta rimproverano alle istituzioni d’aver tentato, per così dire, di fargliela sotto il naso: un comportamento quantomeno sospetto, chi ha intenzione di fare qualcosa di utile alla collettività, verrebbe da pensare, non dovrebbe aver alcun motivo di nasconderlo. Insomma politici ed amministratori potrebbero essere bifolchi, ma anche essere disonesti, che è peggio.

 

Qui il problema principale è però capire quali opere sono davvero utili, se non indispensabili, e quali inutili o dannose: la realtà non ha bisogno di essere constatata, siamo noi ad aver bisogno di conoscerla.

Allora ha poco senso invocare la democrazia diretta: voler decidere, come è stato da alcuni proposto, attraverso una consultazione popolare tra gli abitanti della zona se costruire o meno un termovalorizzatore in un determinato sito, oltre ad avere un esito scontato (una ovvia, plebiscitaria vittoria dei “no”) non avrebbe alcun senso razionale. Se poi in qualche modo i “sì” riuscissero a prevalere non ostante una reale, ma non dimostrata o dimostrabile, dannosità della tecnologia in questione, la democrazia finirebbe per collimare una volta di più con la definizione, inelegante ma efficace, che ne dà Massimo Fini nel suo libro Sudditi. Manifesto contro la Democrazia: “un modo per metterlo nel culo alla gente con il suo consenso”. La democrazia diretta, d’altronde, prevede non solo che si decida tutti insieme, ma anche che ognuno abbia una conoscenza sufficientemente approfondita dei temi sui quali è chiamato a decidere e, fatalmente,  le conoscenze scientifiche necessarie per comprendere queste materie non sono alla portata di tutti.

 

Non è una soluzione soddisfacente, però, neppure quella tecnocratica, i cittadini sono anzi già stufi di assistere a trasmissioni televisive in cui degli esperti affermano di poter presentare dati scientifici che dimostrerebbero la sicurezza delle discariche “chiuse”, dei rigassificatori, dei termovalorizzatori, del nucleare, oppure la convenienza economica e lo scarso impatto ambientale del ponte di Messina o della TAV, e sono puntualmente contraddetti da altri esperti capaci di citare altrettanti studi scientifici con risultati esattamente opposti. Un simile spettacolo non stupisce certo chi conosca la storia della scienza e tra le sue letture annoveri Kuhn e Feyerabend, ma lascia basito il cittadino medio. La reazione più naturale è pensare “per evitare problemi, non facciamo niente”; si tratta dello schema di pensiero, per inciso alquanto razionale, che in ambito ecologista aveva trovato una sua ipostatizzazione nel cosiddetto principio di precauzione. Chi rischia di vedersi costruire una discarica o un termovalorizzatore vicino alla propria casa non s’accontenta di sentirsi dire che “non è dimostrato che aumenti il rischio d’ammalarsi di tumore”: vuole che gli sia assicurato il contrario. E che gli sia assicurato da qualcuno di cui si possa fidare, non dalle istituzioni né dai tecnici da esse indicati (e pagati).

 

 La verità è che il potere pubblico non ha autorevolezza, la gente non gli crede più. Allora l’unica soluzione sono le maniere forti: da qui la brillante idea di punire con il carcere chi tenti di ostacolare la costruzione o il funzionamento di discariche o termovalorizzatori, con la pena per i promotori delle proteste che potrebbe arrivare addirittura a 5 anni! E’ un bene che la democrazia italiana mostri il suo vero volto: uno stato di polizia, ma con un nome diverso.

Come scrive Massimo Fini nella sua già  precedentemente citata opera: “la democrazia accetta solo le idee che stanno all’interno dell’ideologia e dello schema mentale democratici. In questo non si differenzia sostanzialmente da altri regimi”.

 

Orso

 

postato da manuelluca88 alle ore 13:59 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: attualità


giovedì, 26 giugno 2008

FASCISMO E DEFINIZIONI

L’aggressione del Pigneto è stata immediatamente presentata dalla stampa come “fascista”, poi l’autore si è costituito, è diventato famoso, ha rilasciato interviste, è stato ospite anche da Mentana dove ha potuto orgogliosamente esibire il suo tatuaggio raffigurante Che Guevara. Lo spettacolo che ne è seguito è stato stucchevole: qualcuno da destra pretendeva delle scuse, mentre a sinistra si tirava fuori la solita tiritera per cui “la violenza è sempre fascista”. Luciano Canfora coglieva addirittura l’occasione per attaccare…il Che (sic!) ricordando lo sprezzante giudizio che ne dava Amendola, cosa che non deve sorprendere nessuno: a sinistra Guevara è sempre stato amato solamente dalla base.

 

Nella sua rubrica sul Corriere Pierluigi Battista, parafrasando le formule tanto di moda relative all’insicurezza e all’inflazione, parlava di “fascismo percepito”. Più che il giocoso calambour ciò che desta interesse è qui la definizione di fascismo proposta dall’autore, ovvero “sintesi comportamentale d’un modo d’essere violento a sopraffattorio”. Tale definizione ci sembra avere un grosso pregio: la si può considerare corrente, ovvero si può affermare che nella grande maggioranza dei casi in cui una persona la utilizza lo fa avendo in mente proprio questo significato. Primo problema: ha senso allora parlare di “aggressione fascista”? Si tratta d’un’inutile ridondanza, considerato che chiunque metta in atto un’aggressione è un fascista, appunto, per definizione. Secondo problema: che c’entra la politica? L’enunciato, facendo riferimento a caratteristiche individuali, ci sembra molto più adatto a un libro di psicologia che non a uno di scienza della politica. La parola fascismo però ha (per lo meno: dovrebbe avere) soltanto un significato politico e

sembra poco indicata per la fattispecie indicata da Battista, poiché fuorviante ed imprecisa; sarebbe meglio forse parlare di bullismo o prepotenza.

 

E’ molto difficile, se non impossibile, comprendersi per davvero quando gli interlocutori utilizzano lo stesso termine con significati differenti e, purtroppo, questo accade fatalmente nelle conversazioni per causa di differenze psicologiche, sociali, culturali. La parola fascismo, per sovrammercato, è particolarmente a rischio di fraintendimento per motivi storici e politici, basti pensare alla nettezza della distinzione di Renzo De Felice tra quei due fenomeni che egli chiamava “fascismo-regime” e “fascismo-movimento”. In quest’ottica l’uso estensivo della parola indicante non solo il movimento e il partito fondato da Benito Mussolini, la sua ideologia ed organizzazione, nonché il complesso dei suoi aderenti e sostenitori, ma anche ogni movimento politico o regime “di destra” è molto più che insoddisfacente. Se a tutto ciò si aggiunge il disinvolto utilizzo della parola per squalificare l’avversario politico, la confusione è totale, la parola fascismo diventa ormai irrimediabilmente polisemica, cioè ha tanti, troppi significati diversi tra loro e quindi è inservibile, andrebbe espunta dal vocabolario, come tante altre che presentano lo stesso difetto, prima tra tutte “democrazia” alla cui molteplicità di significati Giovanni Sartori ha addirittura dedicato l’opera Democrazia e definizioni.

 

La possibile alternativa sarebbe mettersi d’accordo su significati davvero condivisi di siffatti termini, allora la parola fascismo potrebbe usarsi per indicare, seguendo un ragionamento rigorosamente cronologico, quello che gli storici definiscono diciannovismo o sansepolcrismo, tenendo bene in mente, però, che il termine assumerebbe un significato completamente diverso da quello corrente individuato da Battista, se non addirittura opposto.

Orso

 

 



 

postato da manuelluca88 alle ore 08:33 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: cultura, politica, attualità


mercoledì, 25 giugno 2008

GLI STATI UNITI E IL FINANZIAMENTO DELLA STAMPA MONDIALE- SECONDA PARTE

Ecco la seconda parte dell'articolo preso da www.eurasia-rivista.org.

USAID

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.


Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli (membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica).

postato da manuelluca88 alle ore 14:59 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: politica, attualità


mercoledì, 25 giugno 2008

GUERRA IN IRAQ E REPERTI STORICI

Pubblico un articolo tratto da www.peacereporter.net, riguardo i traffici di reperti archeologici dall'Iraq verso l'Occidente.

LA STORIA TORNA IN MESOPOTAMIA

Le autorità giordane restituiscono al governo iracheno oltre duemila manufatti archeologici, trafugati in seguito all'invasione del paese. Lo annuncia la ministro del Turismo di Amman, Maha Khatib, secondo cui “ora che la stabilità del Paese è stata ripristinata, la Giordania è pronta a rimandare quelle antichità nel luogo da cui provengono: l'Iraq, la culla della civilità”.

La consegna dei 2466 manufatti, che comprendono anche monere d'oro, gioielli e manoscritti antichissimi, è avvenuta nel corso di una cerimonia in presenza del ministro del Turismo iracheno, Mohammed Abbas al Oraibi. Si tratta di reperti di inestimabile valore storico ed economico: sumeri, assiri, babilonesi... alcuni risalenti a oltre 3mila anni prima di Cristo, che le autorità del regno hanno sottratto dalle mani dei contrabbandieri e da quelle dei ricettatori. Sostengono infatti di averli recuperati sventando 22 tentativi di piazzarli sul mercato nero, cosa che li avrebbe fatti sparire, forse per sempre, nelle collezioni private in Europa, Stati Uniti e nei paese del golfo. Tutte le persone implicate in questo tipo di traffici, garantiscono le autorità giordane, sono state arrestate.

I siti di valore archeologico in Iraq sono circa 12mila, ma dopo l'invasione del 2003, né le autorità locali, né le forze della coalizione, sono state in grado di difenderli. Anche lo stesso museo archeologico di Baghdad, un'autentica istituzione nel suo genere, è stato depredato quasi completamente. Da allora si stima che i reperti trafugati e portati fuori dall'Iraq siano stati 32mila, 15mila dei quali erano custoditi nel museo. Per recuperare i tesori perduti il governo iracheno ha sollecitato i singoli paesi dove quegli oggetti potevano trovare un mercato: tra cui anche Italia, Francia, Turchia e Spagna, chiedendo loro di cercarli e restituirli. Sono state fissate anche delle ricompense per la restituzione: tremila dollari per chiunque ne riportasse. Fino ad ora i reperti tornati in Mesopotamia sono stati 8500, parte dei quali recuperati dal governo siriano.

Al di là dell'ottimismo del ministro giordano, la situazione nel Paese è ancora lontana dalla pacificazione. Inoltre, mentre alcuni reperti tornano a casa, i danneggiamenti ai siti archeologici e i furti non cessano. La guerra in Iraq è stata dunque un affare anche per i contrabbandieri, non tanto i poveri tombaroli iracheni che si sono resi responsabili di furtarelli, quanto per i grandi collezionisti occidentali e del golfo, che non si sono fatti scrupoli ad approfittare del caos iracheno per appropriarsi di tesori che appartengono all'umanità tutta.
 

postato da manuelluca88 alle ore 08:32 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: storia, attualità


martedì, 24 giugno 2008

GLI STATI UNITI E IL FINANZIAMENTO DELLA STAMPA MONDIALE - 1a PARTE

Pubblico la prima parte di un articolo tratto da www.eurasia-rivista.org.

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali
di Jeremy Bigwood


Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].
Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli (membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica).

postato da manuelluca88 alle ore 15:55 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: politica, attualità


martedì, 24 giugno 2008

EUROPA SENZA AUTONOMIA E DIGNITA'

Pubblico un articolo di Tito Pulsinelli, tratto da www.carmillaonline.com, riguardo la situazione del caro-benzina e della pochezza politica dell'Europa.

EUROPA SENZA AUTONOMIA E DIGNITA'

Aumenta il prezzo del petrolio e dei cereali, sprofonda in cantina il dollaro. Di chi è la colpa? All’unisono, la megamacchina mediatica scandisce: è l’egoismo dei Paesi petroliferi che rifiutano di aprire i rubinetti di una risorsa in via di esaurimento. La dinamica è un’altra: crolla il dolaro e vanno alle stelle i prezzi del grano, mais e riso. Perchè?
Solo gli Stati Uniti possono emettere liberamente la quantità di dollari che ritengono preferibile. Al di fuori di ogni controllo, non c’è contropartita in oro, né il retroterra di un’economia ormai vedova di crescita ed espansione, sposa poligama dell’indebitamento interno ed estero.

La speculazione dei “future” è il vero elemento di perversione e di esplosione dei prezzi. Perché? I regolamenti della “Commodity Future Trading Commission” del governo degli Stati Uniti permettono dei contratti sul Nymex anticipando solo il 6% di una fornitura petrolifera. Poi c’è l’indebitamento, si richiede un prestito, e con questo si paga il resto della fattura.
Con il barile a 128 dollari, lo speculatore deve disporre di soli 8 dollari per ogni barile, gli altri 120 li cerca in giro e i consumatori pagano i relativi, onerosi interessi.
Questo potere eccezionale di casta, detto del 16 per 1, fa schizzare inevitabilmente in alto i costi, e rappresenta circa il 60% del prezzo del barile, scaricato interamente sui consumatori.

Finora la Borsa di New York e quella di Londra erano padrone assolute della produzione mondiale degli idrocarburi, perchè pagavano con una moneta che era sganciata da tutto e che – attualmente - si svaluta al ritmo del 30% all’anno.
Il famoso shock petrolifero del 1972 fu provocato da una svalutazione del 40% del dollaro di fronte al marco tedesco. Una semplice influenza rispetto all’attuale infarto di una svalutazione simultanea rispetto a tutte le altre monete, nonché sull’oro, argento, materie prime e cereali.
Ora impera una terribile equazione: l’1% di svalutazione del dollaro determina automaticamente un aumento del barile di 4 dollari. Viceversa, se il dollaro si rivalutasse del 10%, il petrolio diminuirebbe di ben 40 dollari. Incredibile, ma vero.

Quanta benzina, nafta, olii, lubrificanti e altri derivati si ricavano da un barile di petrolio? Questo è un segreto molto protetto dalle multinazionali, su cui i politici fanno scena muta. C’è chi sostiene che si ottengono 135 litri di carburante, altri dicono che sarebbero 85, ma tutti concordano che la parte più succulenta starebbe negli utili che scaturiscono dagli innumerevoli derivati.
Infine, il capestro del 65% di tasse che la zona-euro applica ai consumatori di combustibili: una gabella riscossa dai benzinai, dove non si differenziano i redditi e lo status sociale dei consumatori.

Se due più due facessero quattro, i consumatori dovrebbero agire contro l’esagerata estorsione fiscale dell’Unione Europea e l’avidità smisurata delle compagnie petrolifere che – fino a prova contraria - sono quelle che stanno facendo affari d’oro con il caropetrolio.
La politica del compro oggi e vendo l’anno prossimo, è una scommessa a favore del rincaro continuo degli idrocarburi. L’Iran dice che la Exxon e Washington stanno accantonando ingenti risorse finanziarie per poter mettere mano al sottosuolo dell’Alaska, cioè iniziare perforazioni di grande complessità che richiedono volumi di capitali elevati.
Il tempo stringe, tra nove anni gli Stati Uniti non avranno nessuna produzione interna. Rimane l‘Alaska, l’annessione-appropriazione (o privatizzazione) dei giacimenti messicani nel Golfo del Messico, il petrolio africano da sottrarre alla Cina o la manu militari contro il Venezuela.

E’ chiaro che tutto questo si riflette in maggiori costi nel settore agricolo. Com’è possibile, però, spiegarsi i prezzi del riso quadruplicati negli Stati Uniti e la limitazione delle quantità acquistabili nei supermercati? Il costo dei concimi non si è moltiplicato per quattro. Inoltre, considerando la svalutazione galoppante, l’attuale prezzo del petrolio equivale al valore reale di circa 100 dollari del 2007.

Da tutte le parti è stato segnalato che gli agro-combustibili non sono altro che alimenti sottratti alle bocche e immessi nei motori. Brasile e Stati Uniti sorvolano su questo e aumentano le superfici fertili destinate all’etanolo. Bush e Unione Europea confermano le sovvenzioni all’agro-industria, anche quando non producono più alimenti per uso commestibile, ma si oppongono a ogni intervento a favore dei consumatori e al controllo dei prezzi.

Non merita molti commenti il cinismo di chi mette sotto accusa i nuovi “irresponsabili” consumi alimentari della Cina e dell’India. Che dovrebbero fare dei loro nuovi redditi? Comprare solo videogiochi e telefonini?

L’aumento iperbolico del cibo è la risposta selvaggia del sistema bancario e delle multinazionali “occidentali” al rialzo dei prezzi delle materie prime. Recuperano con i cereali quel che hanno perso con le nazionalizzazioni dei giacimenti in Iran, Russia, Venezuela, Bolivia, Ecuador, e con l’incompiuta depredazione dei pozzi iracheni.

La casta finanziaria del mondo industrializzato punta a neutralizzare il ritorno degli Stati in questioni vitali come la regolazione della offerta, il controllo dei prezzi, le limitazioni alle esportazioni per dare priorità al consumo interno dei paesi produttori.
Vogliono recuperare il terreno strategico perduto e accelerare l’accumulazione di eccedenti finanziari con una speculiazione senza limiti. E se c’è da sottoalimentare o affamare: no problem, il mercato è libero e sovrano, tutto il resto è volgare demagogia “populista”.

In questo sinistro panorama affiora un’unica evidenza: il dollaro non è più in grado di svolgere la funzione regolatrice degli scambi mondiali. E’ diventato un fattore moltiplicatore di volatilità e incertezza. Il buon senso imporrebbe che il primo passo sarebbe metterlo da parte, e rimpiazzarlo con un paniere di monete. Invece, l’Unione Europea sembra dimenticarsi che dispone di uno strumento denominato euro.
Dal maggio 2008, l’Iran iniziò a firmare contratti gasiferi e petroliferi con i prezzi fissati soltanto in euro. E’ comprensibile che la cosa non sia gradita a Washington, ma sgomenta la condotta masochistica della Commissione di Bruxelles. La Svizzera, invece, ha appena firmato un contratto con l’Iran, e un gasodotto convoglierà dirattemente i rifornimenti dei prossimi venti anni.

Sembra che la risposta alla dipendenza energetica - che è un fatto reale, visto che il buon dio ha piazzato le risorse energetiche nelle terre degli infedeli, dei “populisti” o dei “poco democratici” - sia quella di fiancheggiare gli oltranzisti d’oltreoceano, a riprendersi l’energia e i minerali con gli argomenti marziali della NATO.

L’Europa dei “cinque indicatori macroeconomici” come uniche tavole della legge, confinata dai banchieri centrali al ristretto perimetro di mercato e moneta, priva di una politica estera coerente e credibile, senza un progetto geopolitico autonomo e sovrano, è destinata alla subalternità.
E’ demograficamente vecchia, sovrappopolata, senza materie prime, senza fonti proprie di energia e abbastanza inquinata.

Sacrificherà ingenti risorse alle teconologie militari, investite in un apparato bellico su di cui non eserciterà un effettivo controllo, visto che è posto sotto il comando reale degli Stati Uniti. Al servizio della sua politica internazionale, che può appena tollerare il blocco europeo come gigante economico, ma alla condizione definitiva di nano geopolitico senza trazione propria.
Non basta aver sacrificato lo storico e peculiare contratto sociale e l’assetto dello Stato del welfare, ora l’Europa della finanza ha scelto di irrigidire ancor più la sua struttura interna.

La criminalizzazione del soggiorno non autorizzato e l’innalzamento a 65 ore del tempo di lavoro esigibile dai salariati, sono un piccolo antipasto del nuovo menù della carestia. Spremere subito fino all’osso i braccianti stranieri, poi i salariati con regolare carta di identità, mentre gli infortuni sul lavoro sono tornati ai livelli del dopoguerra. A quando il ritorno al lavoro infantile e al cottimo?

L’impalpapibile “democrazia rappresentativa” sta lasciando la mano libera a governi che devono sopperire con l’autoritarismo al declinante consenso, alla crescita zero stabile, preambolo al crollo del modello di sviluppo seguito sinora e dei miti globalisti.

Nel nuovo scenario del multipolarismo, la rinuncia a un ruolo geopolitico autonomo, proporzionato alla gerarchia della sua economia, condanna l’Europa a permanere come terza sponda degli Stati Uniti, anche quando è francamente in luna calante. Mentre il centro di gravità si disloca tra il Pacifico e il sud, il G8 insiste ad auto-rappresentarsi con uno status fittizio. Ignorano il nuovo che è già emerso: la gerarchia reale dell’India, Cina, Brasile e Russia.
Non si tratta solo di boom, economie crescenti, sono a tutti gli effetti i nuovi attori globali attorno al tavolo del multipolarismo. Quello in cui l’UE rinuncia a sedere con una identità definita, e così non contribuisce al nuovo equilibrio internazionale, né ad allontanare lo spettro della guerra.

L’UE è ostaggio del permanente boicottaggio britannico e dell’ipernazionalismo della Polonia. Per l’atavico sogno di dominare dal Baltico fino al Mar Nero, Varsavia asseconda Washington come vassallo perfetto: militarizza, destabilizza, concede basi e si presta per erigere una barriera con l’Eurasia. Vale a dire l’orizzonte del nuovo asse di potere emergente.

C’è qualcuno che ricorda Jacques Delors? Perse la partita con gli adepti autoritari dei “cinque indicatori macroeconomici” come unica bussola. La sua proposta di Europa a “due velocità” ha ceduto il passo all’Europa-matrioska. Oggi è un contenitore che racchiude al suo interno varie cose: la NATO, poi i valvassini baltici che ambiscono a un ruolo di “NATO nella NATO”, e infine la fronda permanente guidata da Londra che minaccia una “sub-Unione europea nella UE”.

I fondamentalisti di Bush hanno fatto fiasco su tutto – all’interno e internazionalmente - ma l’unico bilancio positivo possono vantarlo con l’Europa, dove hanno dato continuità alle politiche di Kissinger e Brzezinski.
Dopo lo storico, fallimentare bilancio degli “Stati Uniti contro tutti”, del “o con me o contro di me”, assisteremo al rilancio di una sua versione corretta e riattualizzata in “NATO contro tutti”?

postato da manuelluca88 alle ore 09:38 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: politica, attualità


lunedì, 23 giugno 2008

CRIMINE, ESCLUSIONE E MARGINALITA'

Voglio prendere spunto dalla questione Rom, recentemente e in parte strumentalmente apertasi nel nostro paese, per trattare da non esperto quale sono un tema complesso e fondamentale, di drammatica attualità in una società profondamente in crisi come la nostra: il rapporto fra la criminalità diffusa, da un lato, e l’esclusione e la marginalità dall’altro.

Un crescendo di episodi di intolleranza, nei confronti degli zingari presenti in Italia, ha creato un nuovo caso mediatico, che si innesta furbescamente, per ragioni propagandistiche e di audience, su un problema effettivamente antico, e un’ulteriore strumentalizzazione di questioni sentite nel malconcio paese reale, quali i diritti alla sicurezza e alla buona vita della popolazione residente, da parte di quella politica che definisco senza mezzi termini ufficiale e "di sistema".

Il caso Rom non può non essere ricordato, perché emblematico di come la questione sicurezza è trattata e, assieme ad altri, numerosi casi generati dai recenti flussi migratori e di immigrazione (ad esempio i rumeni e i cinesi), è utilizzata dai poteri mediatico e politico a loro uso e consumo.

Certo che gli zingari, siano essi Rom o Sinti, costituiscono un facile bersaglio, non avendo uno stato di riferimento, con il quale possono sorgere contrasti a livello internazionale, non essendo una nazione omogenea, per lingua, dato che non tutti parlano il Romanì, per diversità di origine, essendo diversi i paesi di provenienza, dalla provincia serba del Kosovo alla Romania, e per religione, che può essere cristiana ortodossa, cattolica, musulmana, protestante e altro.

Certo che lo sgombero del campo di Ponticelli, a Napoli, avvenuto in fretta e furia a suon di molotov e attacchi con l’uso di spranghe da parte di alcuni napoletani, è prima di tutto funzionale alla "riqualificazione" dal punto di vista urbanistico di quella area, affare edilizio di molte decine di milioni di euro nel quale, possiamo ragionevolmente supporre, c’è di mezzo anche l’onnipresente camorra, oltre che il comune targato Jervolino e una certa quantità di finanziamenti pubblici.

Da un lato si innescano vere e proprie guerre tra poveri, non del tutto spontanee, in cui italiani sempre più depauperati e angosciati dal futuro credono di poter difendere i loro miseri averi e i diritti residuali attaccando altri poveri provenienti dalle più diverse parti del mondo, in fuga dalla miseria e talora dalla guerra, mentre dall’altro questo conflitto, ormai intestino e radicato nella nostra società, è utilizzato da un potere politico che ha i suoi referenti nei grandi interessi economici e finanziari, in buona parte internazionalizzati, per dividere ed imperare, magari sulle macerie etiche e materiali del paese, per limitare ulteriormente i diritti del popolo italiano e per distogliere l’attenzione da altri problemi, drammatici e concreti, quali sono la sovranità territoriale e quella monetaria, la distruzione progressiva dello stato sociale e l’esigenza di una ripartizione più equa del prodotto nazionale, la stessa sovranità alimentare, minacciata dagli accordi commerciali internazionali, dalla produzione di bio-carburanti e dalla speculazione sui mercati dei prodotti agricoli.

Il fatto che le due principali parti politiche del sistema, il Pd da un lato e il PdL dall’altro, pur con qualche differenza significativa o anch’essa strumentale che sia, manifestino concordia all’interno di questa logica, ci rivela che l’amplificazione artificiosamente data ai temi della sicurezza, della lotta al crimine e, come se fosse la stessa cosa, del contrasto duro all’immigrazione clandestina, sono altrettanti sintomi della costituzione, nel nostro paese, di un vero e proprio "blocco istituzionale", che proseguirà imperterrito sulla strada del consenso ai processi di mondializzazione economica – che pur hanno rivelato ampiamente la loro perniciosità – della conseguente espropriazione della sovranità popolare e nazionale, della difesa degli interessi dei grandi cartelli, quali quello bancario e assicurativo, e del mantenimento degli assurdi privilegi di una burocrazia politica sciagurata e autoreferenziale.

Come ulteriore prova dell’omologazione della così detta classe politica e del fatto che questa ultima utilizzi per i suoi più inconfessabili scopi il problema della lotta al crimine, spesso furbescamente identificato con la migrazione e l’immigrazione (in particolare clandestina), riporto un illuminante passaggio, tratto dal settimanale Carta [Anno X n. 19, del maggio 2008, pag. 33]: All’assenza di conflitto nelle istituzioni corrisponde l’imbarbarimento sociale, quello della guerra orizzontale, che scarica sui deboli, sui rom, sui migranti, le tensioni e le paure generate dal crollo che non riguarda solo la politica.

La ricerca di un nemico sul quale scaricare le proprie frustrazioni e la propria paura del futuro – generata nella realtà dagli assetti economici, politici e sociali ai quali la popolazione soggiace – è una tragedia antica, che si ripete in periodi di crisi e decadenza, proprio come l’attuale.

E’ chiaro che il rapporto fra criminalità diffusa, flussi migratori e immigrazione deve essere completamento ripensato, poiché le cause dell’insicurezza generale e del proliferare degli atti criminosi – anche se le "statistiche" ufficiali, per alcuni reati, segnano una diminuzione e si parla ipocritamente di insicurezza percepita - vanno ricercate in primo luogo non in una relazione diretta e aprioristica fra crimine, migrazioni e immigrazione, ma nel modello di sistema politico e sociale al quale siamo stati costretti a sottostare, nonché nel modello di "sviluppo" economico diffuso a livello mondiale, attraverso gli accordi commerciali predisposti ad arte, i "prestiti" internazionali concessi ai paesi poveri a condizioni capestro, il nomadismo dei capitali finanziari per lo sfruttamento delle risorse in ogni angolo del pianeta, con conseguente impoverimento delle comunità umane, e talora non disdegnando, per allargare il mercato e diffondere la democrazia, l’uso della forza militare con tutte le conseguenze distruttive del caso.

Democrazia rappresentativa di matrice liberale e libero mercato globale sono dunque i concetti chiave, per comprendere in profondità il nesso che esiste fra criminalità, esclusione e marginalità.

Quando si parla di esportazione della democrazia si intende, in realtà, ulteriore allargamento del mercato in senso neo-coloniale, nonché omologazione dal punto di vista culturale, che ogni particolarismo e ogni identità tende a distruggere, e quando si parla delle (fumose) opportunità offerte dalla globalizzazione, si intende nient’altro che l’aumento di profitti e dividendi per i gruppi finanziari e industriali di controllo, ottenuti a scapito delle economie e delle collettività nazionali e locali sia dei paesi che si "aprono" al mercato, sia dei paesi di più antica industrializzazione.

Le fiumane di persone che sono entrate e cercano ancora di entrare nel nostro paese – nonostante gli annunciati irrigidimenti legislativi in materia, fino alla creazione del reato di immigrazione clandestina – sono vittime, dirette o indirette, dei predetti meccanismi.

Coloro i quali, in Italia, "percepiscono" il pericolo come direttamente legato alla presenza di Rom e degli appartenenti a tutti gli altri gruppi, sono anch’essi sempre più marginali o esclusi dai benefici della globalizzazione, anzi, ne sentono esclusivamente gli effetti negativi, in termini di riduzione dei servizi sociali offerti, di danni ambientali, di assenza o di precarietà del lavoro, di insufficienza crescente di reddito.

Ambedue i gruppi di poveri sono le vittime predestinate di un capitalismo deterritorializzato e di rapina e di una visione del mondo ridotto ad un vasto mercato, popolato da consumatori sottomessi all’ordine marciante [cito liberamente Alain de Benoist, in L’altro mondo, Comunità e Decrescita, Arianna Editrice, I edizione del 2006], per essere ancor più chiari: sottomessi al Nuovo Ordine Mondiale teorizzato dai Neocon ebreo-americani e agli appetiti pantagruelici dei bilderbergers e di Goldman Sachs.

Le due forze apparentemente contrapposte sul campo di battaglia di un'Italia in crisi, non soltanto economica, sono in realtà accomunate, pur in forme e in gradazioni diverse, dalla marginalità e dall’esclusione: i migranti e gli immigranti – in primo luogo i Rom – costituiscono un comodo capro espiatorio, per scaricare le forti tensioni sociali e impedire la riflessione sulle vere cause del nostro attuale degrado, mentre gli italiani sviati dalla falsa informazione e impoveriti, che ne "percepiscono" il pericolo legandolo direttamente alla diffusione della criminalità, costituiscono una comoda massa di manovra per un potere politico, democratico e liberale, sicuramente prono davanti alle ragioni della mondializzazione economica, che tende semplicemente a perpetuare se stesso.

Eugenio

postato da manuelluca88 alle ore 15:01 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: politica, attualitÃ