
Ah, organizzeremo una festa meravigliosa, nessun ospite vorrà andarsene prima delle due o delle tre! E saranno tutti in abito da sera!» (Yukio Mishima, Abito da sera)
Abito da sera è un romanzo di Yukio Mishima, è stato pubblicato a puntate sulla rivista femminile Madomoiselle, tra il 1966 e il 1967, e apparso in Italia inedito nel 2008. Rappresenta senza dubbio uno dei lavori più “leggeri” dell’autore nipponico; ma, non per questo non è un’opera di estremo interesse.
Nel romanzo viene narrata la storia d'amore, e che sfocerà nel matrimonio, di Inagaki Ayako,figlia della nuova classe mercantile giapponese post-bellica, e di Toshi, erede di una famiglia di ambasciatori. Sullo sfondo, Mishima tratteggia i cambiamenti radicali avvenuti nel costume e nello stile di vita del Giappone post-imperiale, che usciva sconfitto dalla II Guerra Mondiale, sotto l’occupazione militare statunitense, che oltre a scriverne la nuova Costituzione, imponeva- come successe a noi europei- il suo “way of life”.
Evidente il contrasto tra i due giovani, desiderosi di godersi una vita tranquilla e “sobria” lontani dalle luci della ribalta, e i più anziani, come la madre dello sposo, tutti presi dalle manie dei nuovi padroni, e che vedono il loro unico modo di realizzarsi, all'interno del Giappone “americanizzato” ( dove per la prima volta nella storia, veniva negata ufficialmente la discendenza divina del Re e al quale veniva impedito ricostituirsi un esercito indipendente), nell’organizzare normalissimi “party”, dove sono d’obbligo per l’appunto gli “abiti da sera”. Proprio l'abito da sera del titolo diventa il simbolo della maschera (tema caro all'autore, per il quale consiglio la lettura del capolavoro Le confessioni di una maschera), dietro alla quale viene nascosta l'anima vera del Giappone tradizionale.
Il grande pregio di questo libro consiste nella galleria di ritratti grotteschi che Mishima tratteggia, dall’anziana madre, che abbandona i tradizionali kimono per sfoggiare abiti “occidentali” all’ultima moda, fino alla coppia americana in ferie, che rispecchia lo stadio degenerativo della morale pubblica del popolo statunitense, in contrasto alla tradizione giapponese che, seguendo il Bushido, ne ha sempre fatto un aspetto centrale del vivere umano.
In conclusione, sebbene Abito da sera non sia una delle opere più “alte” di Mishima, è sicuramente un libro da leggere, sia per i conoscitori delle sue opere, per scoprirne un lato diverso, sia per chi voglia cominciare ad avvicinarsi al grande cantore della Tradizione del Sol Levante.
Manuel
In questi anni, tanto si è detto e scritto sulla vita e le opere di Ernesto “Che” Guevara, fino a trasformarlo in ciò che odiava maggiormente in vita: un feticcio del mondo capitalista. Finora, però, poco si è studiato e analizzato su uno degli aspetti fondamentali, e forse più rivoluzionari, della sua vicenda storica e politica: la sua politica economica. Va ricordato che Guevara non fu solo uno dei più grandi rivoluzionari e guerriglieri della storia, ma fu anche un uomo di governo, seppur per poco tempo; infatti, il 26 novembre 1959 venne nominato direttore del Banco Nacional cubano, e il 23 febbraio 1961 divenne Ministro dell'Industria.
L'aspetto che però vorrei accennare, e per quanto possibile analizzare, è il suo contributo nel campo della politica economica, che presenta aspetti assolutamente originali e di grande stimolo per un lettore contemporaneo. I primi studi economici del Che risalgono ai tempi della guerriglia rivoluzionaria a Cuba, concentrandosi principalmente sull'organizzazione monopolistica delle grandi aziende statunitensi di zucchero che agiscono sull'isola ai tempi di Batista. Questo aspetto iniziale caratterizzerà il pensiero futuro del Comandante; infatti, la sua analisi sarà sempre dettata da un profondo pragmatismo, che si contrapporrà al tipico “manualismo” di stampo sovietico, inoltre, l'impostazione delle aziende monopolistiche sarà presa a modello, seppur riveduta e corretta, per il socialismo da lui pensato.
Il sistema ideato dal Che è definito come Sistema Budgetario di Finanziamento, e si differenzia nettamente dal sistema del Calcolo Economico, attuato prima da Lenin, e poi riveduto e corretto da Stalin, in Unione Sovietica.
Una delle differenze fondamentali risiede nel ruolo che viene assegnato alle categorie del capitalismo - legge del valore, denaro, libertà d'impresa, ecc - durante la fase di transizione verso la società comunista. Per i sovietici era necessario attuare una specie di “capitalismo di Stato”, nel quale, seppur all'interno di una pianificazione centrale, le singole imprese godessero di ampia libertà, prevedendo concreti incentivi materiali, per aumentare il loro profitto. Il Che era invece convinto che alla lunga gli strumenti del capitalismo avrebbero finito col corrompere lo spirito rivoluzionario della popolazione; infatti, lungi dall'essere una semplice gestione della distribuzione della ricchezza, il socialismo ha come scopo finale la nascita di un uomo nuovo, l' hombre nuevo, che viva in perfetta sintonia con gli altri membri della società. Nel sistema guevariano, le imprese non vengono considerate come unità a sé stanti; bensì, come parti del “sistema nazione”, che viene considerata come un unico sistema produttivo; tanto che le singole aziende non possiedono neppure una personalità giuridica autonoma.
Così come accadeva nei monopoli, il centro deve riuscire a pianificare e controllare l'attività di ogni singola unità del sistema; pertanto, Guevara ritiene centrale il ruolo del budget.
Attraverso accurate analisi dei costi, degli inventari e degli strumenti finanziari, l'organismo centrale è in grado di assegnare le giuste risorse alle singole unità produttive, che dovranno utilizzarle per realizzare gli obiettivi prefissati. Il denaro non viene concepito come mezzo di pagamento; poiché le merci vengono scambiate tra un'unità e un'altra, senza diventare beni di consumo, finché non arrivano sul mercato finale. Le singole imprese non hanno fondi finanziari propri, attraverso i quali gestire le risorse economiche in autonomia; bensì, esiste un unico fondo centrale nazionale, che, in base al budget stimato, assegna le risorse necessarie allo svolgimento del lavoro. Uno dei vantaggi previsti da tale sistema è che le aziende in difficoltà, o improduttive, possono ugualmente trovare risorse, attingendo al fondo nazionale, rimpinguato dai guadagni di quelle più fiorenti, cosa impossibile con gli altri sistemi macroeconomici. Al vertice del sistema è posta la Junta Central de Planificacion (JUCEPLAN), la quale stabilisce le direttive generali, sulla cui applicazione veglieranno i livelli intermedi. In quest'ottica, grande importanza viene assegnata alla burocrazia, in particolar modo ai quadri, che, al contrario della dottrina sovietica, non sono figure “asettiche”; anzi, sono fortemente politicizzate e in grado di fare da tramite tra il centro e la popolazione, trasmettendo a quest'ultima le direttive di governo, e riferendo ai vertici i sentimenti del popolo.
Questo sistema fornisce anche uno strumento di riequilibratura tra i poteri ed il controllo popolare dell'intero sistema, attraverso un sentimento solidaristico diffuso e profondamente radicato, che porta a un forte coinvolgimento di massa nelle scelte fondamentali della politica. Come si vede bene, nell'ottica del Che, per costruire una futura società socialista, è fondamentale che nel periodo di transizione dal capitalismo, scompaia ogni relazione mercantile, che spezzerebbe l'intento finale della rivoluzione, la creazione dell'hombre nuevo appunto. Sempre per spingere in questa direzione, Guevara punta l'indice contro quello che individua come un grave difetto della dottrina sovietica. Lenin riteneva che per la situazione russa dell'epoca, che presentava il paese più arretrato d'Europa, fosse decisivo, per far trionfare la rivoluzione, ricucire lo strappo con la borghesia, fortemente contraria al regime bolscevico; quindi, puntò decisamente sugli incentivi materiali, oltre che sull'autogestione aziendale. Al contrario, Guevara, che pur riconosceva l'intuizione di Lenin, che prevedeva diverse vie al socialismo (tesi negata da Stalin e dal manualismo sovietico), considerava fondamentale spezzare la «psicologia individualista» , tipica del capitalismo. Per ottenere tale risultato, vuole promuovere nuovi rapporti sociali, oltre che lo sviluppo economico; quindi, pur non cancellando gli incentivi materiali, pone fortemente l'accento su quelli morali. Per insegnare alla popolazione l'abnegazione verso la nazione e lo spirito di sacrificio, prevede l'istituzione del lavoro volontario, da svolgere di propria spontanea volontà, gratuitamente e fuori dall'orario di ufficio. Come abbiamo visto, il pensiero economico del Che si distanzia molto da quello sovietico, e anche da quello diffuso nei paesi dell'Europa Orientale, finiti sotto il giogo dell'URSS, il secolo scorso. Quello che penso sia rilevante evidenziare, è che non si tratta di qualche piccola divergenza su come gestire la pianificazione centralizzata dell'economia - più leggera, quasi di mercato, per Lenin e i suoi discendenti; molto rigida per Guevara - bensì di una radicale diversità di vedute sull'impostazione della società socialista.
Questo è un aspetto a mio avviso estremamente significativo, anche per capire l'evolversi della biografia del Comandante e delle sorti della rivoluzione cubana. Come lo stesso Guevara affermò, «la rivoluzione russa si appoggiò ai soldati di ritorno dal fronte, e fu socialista fin dalle sue origini; quella cubana lo diventa solo dopo la vittoria e più per cause internazionali, che interne». Va infatti ricordato che a Cuba il Partito Comunista non era assolutamente in grado di portare avanti da solo la lotta rivoluzionaria, e che a capo di essa si mise il Movimiento 26 de Julio, che aveva al suo interno diverse anime. Fu solamente in seguito alla reazione statunitense, concretizzatasi prima nell'embargo e poi nel tentativo di contro-insurrezione alla Baia dei Porci, che Cuba si spinse in orbita sovietica. Questo però ci porta a considerare un altro aspetto particolarmente significativo. Come abbiamo più volte ricordato, il socialismo pensato dal Che era molto lontano da quello in vigore in URSS, cosa che indispettiva non poco il Cremlino, tanto più se si considera che Mosca, il 13 febbraio 1960, aveva aperto una linea di credito per il regime di Fidel Castro, pari a 100 milioni di dollari, che rimase aperta fino al 1965. Che sia stata una scelta dettata dalle pressioni del potente “alleato” o meno, sta di fatto che progressivamente Castro si allontana dalle posizioni del Che, spostandosi sempre più verso le idee sovietiche. E' anche sospetto che il Comandante decida di abbandonare, in concomitanza di tale tendenza del regime cubano, ogni incarico governativo, ed entrare, il 14 settembre 1965, in clandestinità e decidere il 3 novembre 1966 di andare in Bolivia, per intraprendere una vera e propria missione suicida, e dove poi troverà la morte il 9 ottobre 1967. Tante sono state le voci circa dissidi tra Castro e Guevara, e che in fin dei conti al regime cubano, la morte eroica del Comandante abbia fatto più comodo di una voce polemica e dissidente sull'isola.
Onestamente, non so se ciò sia vero o meno, quello che è storicamente certo è che Guevara decide di lasciare Cuba nel momento in cui il regime decide di abbandonare del tutto la sua “via al socialismo”, e che la Cuba che la storia ci ha consegnato è ben diversa da quella sognata dal Che. In conclusione, vorrei fare una piccola riflessione circa l' “attualità” di queste idee di Guevara, chiaramente appena accennate, e sulla loro importanza. Ritengo che alcuni spunti siano assolutamente illuminanti e denotino la grande intelligenza del loro autore. In tempi non sospetti, il Che capì che il socialismo imposto dall'alto, tipico del regime sovietico e dei suoi vassalli dell'Europa Orientale del secolo scorso, è destinato al fallimento di per sé. E' fondamentale concentrarsi sull' educazione e sul cambiamento dei legami sociali, poi si può pensare di arrivare alla società socialista, una volta creato l'hombre nuevo. Altra previsione assolutamente azzeccata è quella relativa alla possibilità di utilizzare strumenti capitalisti nella fase di transizione al socialismo. Come gli esempi del cosiddetto “socialismo reale”del '900 hanno dimostrato, la loro sopravvivenza finisce inevitabilmente col contaminare la rivoluzione, e presto o tardi ne determineranno la rovina- o per implosione interna (la rivolta dei nuovi ceti medi perfettamente analizzata dal Prof. Preve), come accaduto in Europa il secolo scorso, o per trionfo del capitalismo di Stato, accompagnato dalla dittatura borghese, come nella Cina attuale. Un ultimo pensiero vorrei esprimerlo circa la possibilità di attualizzare il pensiero del Che.
Penso che, con la contestualizzazione necessaria, tre siano gli spunti più interessanti a riguardo. Il primo, e più marginale, l'idea di creare un fondo unico nazionale che permetta alle attività in crisi, e come tutti sappiamo oggi non sono poche, di sopravvivere, spezzando la logica di concorrenza spietata da darwinismo sociale, tipica del capitalismo. Il secondo, il ruolo estremamente marginale che il denaro e le banche cosiddette commerciali giocano nel disegno guevariano; infatti, il credito non è più il motore dello sviluppo sociale, ma lo è il lavoro, cosa che lo porta ad affermare che non c'è spazio per i tecnici, quando c'è in gioco il destino dei popoli. Infine, aspetto più importante, è l'idea di comunità organica, che è posta alla base del disegno socialista di Guevara. Anticipando una corrente più recente di analisi marxista, il cui maggior esponente è a mio avviso il Prof. Preve, il sentimento solidale e comunitario tra i singoli è riconosciuto come la base per poter costruire una società nuova e migliore.
Manuel
Fonte: Opposta Direzione

Spesso i fruitori di droghe sono persone altolocate e benestanti che dovrebbero essere felici secondo il paradigma della nostra società consumistica ed edonistica, sembra che in realtà non lo siano affatto
Sul Corriere della Sera del 30 ottobre è uscito, con richiamo in prima pagina, un articolo tanto interessante quanto inquietante. L’autore Andrea Galli lo ha titolato così: «L’ingegnere e la mamma in coda per il metadone. Anestesisti, televenditori, coppie sposate, sono 90 i pazienti passati in 5 ore dalla struttura del SERT».
Nel pezzo si leggono stralci di colloqui con i fruitori del servizio: una neo-mamma che ha smesso di prendere cocaina parla della sua preoccupazione per la salute del figlio e racconta di come un’amica col suo stesso problema non sia riuscita a smettere neanche durante
Storie come queste sono certamente numerosissime, non solo nell’ambiente della "Milano bene" ma in tutta Italia. E certamente fanno riflettere. Non tanto per la drammaticità al limite della retorica di cui è inevitabilmente condito l’articolo – come se l’ingegnere o il personaggio televisivo che “pippano” fosse una notizia sensazionale –, quanto perché persone ricche e altolocate, che dovrebbero essere felici secondo il paradigma della nostra società consumistica ed edonistica, sembra che in realtà non lo siano affatto.
Ritengo interessante soffermarmi un attimo su questo fatto, ovvero sull’assunzione di droghe (hashish, cocaina, eroina) da parte dei benestanti, non perché i tossicodipendenti con una storia sociale e di vita problematica siano da trascurare, ci mancherebbe, ma perché quello del consumo di droga da parte di chi dovrebbe stare bene, in pace con sé stesso e col mondo, è un’apparente contraddizione che spiega in realtà molte cose.
Il discorso è semplice e lineare: nella società dell’apparenza, della fama e del possesso, la ricchezza materiale è tutto. La verità che ci viene contrabbandata dice chiaramente che chi è ricco, altolocato e affermato dal punto di vista professionale è felice, deve esserlo per forza poiché ha tutto ciò che si può comprare, che è poi ciò che conta. Così sono il manager, il parlamentare, il bell’attore o il calciatore famoso.
Esempio di lavoratore ben pagato con una posizione sociale e lavorativa prestigiosa che magari fa uso di droga
Su un piano leggermente inferiore si trova l’onesto lavoratore, che magari non è un importante dirigente d’azienda o un noto personaggio pubblico ma è comunque un lavoratore ben pagato, con un’adorabile famigliola, che si può tranquillamente permettere due cellulari, due macchine, qualche capo firmato e delle vacanze in Sardegna (magari non un’estate a Porto Cervo, ma una settimana a Santa Teresa di Gallura almeno, quella sì). C’è poi lo studente, giovane, spensierato e totalmente spesato dai genitori benestanti nelle sue gozzoviglie da adolescente (chi l’ha detto poi che i ragazzi di sedici anni devono per forza essere degli sconsiderati scapestrati?).
Tutta gente, questa, che certamente problemi non ne ha. E allora che ci fanno alle 8 di mattina, davanti a un presidio sanitario, a ritirare il metadone, dividendo la fila con tossici che fanno dentro e fuori dalla vicina casa circondariale? E perché li si vede aggirarsi furtivi per i parcheggi e le strade della periferia metropolitana, avvicinando loschi figuri, pusher e spacciatori, nel pieno della notte? Questi sono senza dubbio comportamenti più consoni a chi ha problemi seri, a chi è rifiutato dalla società, è solo, è disoccupato, squattrinato e magari anche perseguitato dalla legge.
Ecco, siamo giunti al momento in cui solitamente si fermano le riflessioni dei dotti sociologi e degli affermati giornalisti che affrontano questo tema. Quando arrivano qua lasciano dei puntini di sospensione, come se volessero dire qualcosa, trarre una conclusione che è in realtà quasi scontata, ma per qualche strano motivo non possano farlo. Quasi come quando – lo dico ad appannaggio degli appassionati di calcio – il telecronista commenta un fallaccio del difensore che sta marcando troppo stretto l’attaccante dicendo «Questo è il regolamento, queste sono le immagini, giudicate voi…». Cosa c’è da giudicare, s’è visto benissimo che l’ha steso!
La gente si rifugia nella droga, il canale per eccellenza di evasione e rifiuto della realtà, perché non è davvero felice
Qui siamo però in una delle (poche) fonti d’informazione libere e indipendenti rimaste, dove le cose vengono dette per quello che sono e le conclusioni vengono tratte fino in fondo. Ci penseremo quindi noi a riempire i puntini lasciati vuoti dai commentatori ufficiali.
La verità è semplice e cruda: la società del benessere non è realmente tale, al possesso dei beni materiali non corrisponde la felicità spirituale, il PIL non coincide col BIL. Questa verità oramai sta venendo a galla e sono molti i fattori che in qualche modo contribuiscono a far sì che questo processo avvenga e lo denunciano. In questi tempi di crisi, di economia in flessione e di ristrettezza, molte persone si sono sentite stranamente felici, quasi liberate da un peso, a volte addirittura realizzate.
Com’è possibile questo, come può la gente migliorare il proprio tenore di vita proprio quando vengono meno le risorse su cui esso si basa? La risposta è semplice: perché il tenore di vita, la sua qualità, non è direttamente proporzionale agli zeri del saldo di un conto in banca o alla cilindrata del motore di un’auto sportiva, ma è riferita a ben altri fattori: la serenità interiore, la sincerità dei legami che stringiamo con il prossimo e con la comunità, la capacità di apprezzare ciò che è veramente importante, il sentire comune che ci colloca in un posto e in un tempo – variabili, queste, oggi quasi cancellate dalla società globale –, la soddisfazione di saper fare qualcosa che non sia digitare numeri su una testiera o montare sempre lo stesso pezzo eseguendo sempre lo stesso movimento, ogni settimana, ogni mese, ogni anno, per tutta la vita.
Il PIL non coincide col BIL. Questa verità oramai sta venendo a galla e sono molti i fattori che in qualche modo contribuiscono a far sì che questo processo avvenga e lo denunciano
Ecco perché la gente si rifugia nella droga, il canale per eccellenza di evasione e rifiuto della realtà: perché non è davvero felice. Una banalità, direte voi. Sì, questa osservazione è di per sé banale, ma non è banale dire che l’infelicità diffusa è colpa proprio di ciò che oggi si crede fonte di benessere e appagamento.
Non è banale dire – e infatti non lo fa nessuno – che il possesso e la mercificazione di tutto, dai beni primari all’amicizia, dalla cultura alla salute, sono fonte di profonda infelicità e insoddisfazione e sono la causa primaria della morte di una comunità e dei suoi membri. Noi forse non siamo ancora morti, ma come società, come paese, come popolo, siamo già di certo con un piede nella fossa. Vi sembro catastrofista? Provate a farvi un giro al SERT di Milano di prima mattina e poi sappiatemi dire…
Francesco
Fonte: Terranauta

Intervista all economista francese Serge Latouche: segnali positivi dalla green economy di Obama
«La decrescita non è una teoria. Per essere corretti si dovrebbe dire a-crescita. È uno slogan che vuole contrapporsi a un altro slogan, quello di sviluppo sostenibile: un ossimoro. Per la prima volta nella storia siamo di fronte alla prospettiva imminente di una catastrofe globale. Era già stata anticipata dal Club di Roma nel 1972, ora ci siamo. Non si tratta di chiedersi se la decrescita è possibile, ma di comprendere che è necessaria. E ovviamente non si tratta di ritornare all'età della pietra. In questo senso non siamo né modernisti né antimodernisti, siamo atei: guardiamo alla realtà. Ogni italiano, per esempio, consuma 4,5 ettari di terra contro una media sostenibile di 1,8. Significa che se tutti vivessero come voi ci vorrebbero tre pianeti». Ora che il mondo sta rallentando di brutto, vale la pena fare quattro chiacchiere con il teorico della «decrescita», l'economista francese Serge Latouche.
Di chi è la colpa di tutto ciò?
Siamo tutti tossicodipendenti di consumo e lavoro. Si può dire che i trafficanti sono le multinazionali, il capitale, ma non va dimenticata la nostra responsabilità di tossici. La responsabilità e la libertà individuale sono l'unica possibilità per uscire dalla dittatura del pensiero unico.
Come? Un altro mondo è davvero possibile?
Cominciamo ad analizzare la parola «mondo». Il nostro mondo, questo mondo, è il mondo della crescita globale, il mondo occidentalizzato. Se preferite, il mondo del capitalismo e della società di mercato in cui la crescita all'infinito è di per sé un fine al di là dei bisogni reali. È dai tempi di Adam Smith che l'Occidente sogna e progetta questo tipo di mondo. Con la rivoluzione industriale si cominciò a distruggere piccoli contadini e artigiani e a puntare sull'industria meccanizzata. La povertà si trasformò in miseria. I poveri persero anche la possibilità di arrangiarsi, di ritagliarsi uno spazio al margine dei sistemi di potere, di produzione e di consumo di massa. Ma il vero balzo in avanti, la realizzazione del sogno, avvenne con l'enorme disponibilità di energia fornita dal petrolio. Ora pensiamo alla parola «uno». Non bisogna immaginare un altro mondo possibile ma tanti altri mondi possibili. La decrescita non rappresenta un'alternativa unica ma vuole essere una matrice di tante diverse alternative. Il mercato globale, la verità assoluta, un mondo unico anche se diverso, se dominato da un pensiero unico, è soggiogato da una forma di totalitarismo soft. Bisogna invece avere il coraggio di liberare e di diversificare tante culture, tante verità relative, funzionali, pragmatiche, etiche, piuttosto che dogmi teorici tipici, non solo delle forme di potere e produzione, ma anche della filosofia occidentale. Ci vuole biodiversità sia per le culture che per le colture. Sia su piccola che su grande scala. Pensiamo soltanto alle culture amerinde che stanno cambiando l'America del Sud, il culto della pachamama ha portato per la prima volta al riconoscimento della terra come soggetto di diritto.
Di quale teoria assoluta parla?
La società di marketing, verità unica e globale. È basata su tre cardini nel tentativo impossibile di mascherare continue crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo inevitabili in un mondo globale e in un mercato unico e finito. Dunque incompatibile con una crescita infinita. La pubblicità droga la domanda rendendoci drogati del consumo e convincendoci ad acquistare in modo compulsivo ciò di cui non abbiamo bisogno. L'obsolescenza programmata, ovvero il sistema «usa e getta», per cui un prodotto è subito vecchio, fuori moda o rotto, droga l'offerta, depaupera le risorse del pianeta, produce rifiuti e guerre. Il terzo espediente è il credito infinito, altro modo per drogare la domanda: consumare diventa un dovere civico, anche a costo di indebitarsi. Da qui ha origine la crisi che stiamo vivendo, partita dai subprime americani e dagli istituti finanziari. Il guaio è che questo potere è sempre più impersonale, non basta fare la rivoluzione e decapitare il re come abbiamo fatto noi francesi. Non illudetevi che questa crisi possa finire. La crisi è un fattore strutturale del mondo della crescita. La pagano tutti. Il presidente del Senegal ha detto di avere compassione per i banchieri bianchi, ma che in Africa sono in crisi da sempre e non possono neanche aiutare i banchieri perché non ne hanno.
Se non basta decapitare il re, concretamente come si cambia?
La questione del potere e della rappresentanza è un tema cruciale. Qualche segnale positivo c'è. Oltre alle culture amerinde, pensiamo alla green economy di Obama o ai verdi di Cohn Bendit e Bové che in Francia sono al 16%. Ma di fatto assistiamo a un paradosso: quanto più è necessario un cambiamento radicale globale, tanto più sono scomparse le forze politiche e i pensieri politici che possono agire questo cambiamento. La morte del comunismo ha lasciato come pensiero assoluto il liberismo. Manca una terza via. La sinistra è caduta nella trappola produttivista del mito della torta sempre più grande. Ha pensato possibile un accordo con il capitale per produrre sempre di più e spartirsi le fette della torta gigante, che ingrossandosi si avvelena e ci rende tutti tossicodipendenti. Si tratta di una forma di servitù volontaria al potere del consumo e del lavoro.
La sinistra è produttivista anche perché figlia del movimento operaio, che fa del lavoro e della fabbrica un archetipo. Anche i movimenti degli anni '60 hanno lottato contro l'ingiustizia economica del sistema, ma forse è mancata la coscienza della imminente catastrofe biologica del pianeta. Eppure l'ambientalismo è nato a sinistra, e fa parte della storia del movimento operaio la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro. Come si esce da questa dicotomia?
La spartizione della torta ovviamente non è solo una questione economica ma anche di potere politico. La decrescita è anche un modo di non prestarsi al gioco della spartizione del potere. La democrazia è la forma politica del liberismo: c'è un legame stretto tra crescita infinita in economia e democrazia in politica. In questo senso la sinistra in occidente è caduta nel miraggio del potere: propone sempre più spesso solo un'alternanza di dirigenza al governo, ma non di sistema. Per questo non basta votare, delegare, bisogna essere attori, scegliere e inventare in prima persona la propria via alla decrescita.
Non mi dirà che spera in una regressione a forme di autarchia individuale.
L'uomo ha una dimensione collettiva, dunque politica. Ma la politica politicante e rappresentativa è incoerente e ipocrita. Ci vuole pratica ed etica politica, non dimenticate l'importanza della responsabilità individuale dei tossici del consumo e del lavoro.
Sì, ma c'è un altro paradosso. Stati e individui poveri vogliono diventare ricchi, non decrescere. Per molti la sua è una teoria snob: decresce chi se lo può permettere, roba da ricchi, insomma...
È vero, i paesi del sud del mondo vogliono diventare ricchi e occidentali, ma questa scelta li sta distruggendo. La scelta di muoversi in direzioni diverse è l'unica che li può e ci può salvare. E tutti la possiamo fare.
Giorgio Salvetti
Fonte: Il Manifesto
La sera di lunedì 12 ottobre 2009 il Cinema Ariston di Trieste ha ospitato la proiezione, per la prima volta in Italia, dell'opera cinematografica "Ritorno ad Haifa" (regia di Kassem Hawal, Palestina/Libano,1981).


Se questo è l´uomo nuovo che stiamo creando, si tratta della più grave di tutte le regressioni
Bisessuali erano le divinità egiziane e greche, perchè il dio rappresenta l´unità primordiale
Più o meno tutti sappiamo che nessuno è "per natura" relegato in un sesso. Oggi, sia la biologia sia la psicologia ci dicono che attività e passività sono iscritte nel corpo di ogni individuo e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda deve essere ridotta, perché altrimenti sfuggirebbe all´organizzazione genitale e all´ordine sociale. Tutto il lavoro della cultura ha cercato, dall´origine dei tempi, di dissolvere questa realtà irriducibile, per ricondurla alla grande distinzione del "maschile" e del "femminile", intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l´uno all´altro.
Bisessuali erano le divinità indiane Dyaus e Parusa, egiziane come il dio Bes, greche come Dioniso, Attis, Adone. A differenza dell´uomo, infatti, il dio rappresenta quell´unità primordiale di cui la bi-sessualità è un´espressione. L´unità degli opposti è il suo tratto distintivo che gli umani collocano nel "sacro" (che in sanscrito vuol dire "separato"), da cui gli uomini sono attratti e al tempo stesso si tengono distanti, perché la confusione dei codici non consente la creazione di una società ordinata.
Questa differenza è ben segnalata da Eraclito che in proposito scrive: «Il dio è giorno e notte, inverno e estate, sazietà e fame, guerra e pace, e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma». «L´uomo invece ritiene giusta una cosa e ingiusta un´altra e non si confonde con tutte le cose». L´indifferenziato è tratto divino da cui l´umano si separa instaurando le differenze che, sole, consentono un ordinato vivere sociale. Di questa evoluzione Platone ce ne dà in proposito una bellissima descrizione nel Simposio.
Da questo punto di vista non possiamo escludere che il transessuale con la sua con-fusione dei codici sessuali, possa costituire un richiamo archetipico a questa unità originaria segretamente custodita nel fondo della nostra natura, e opportunamente rimossa per costruire identità il più possibile definite in cui riconoscersi. Ma oggi abitiamo l´età della tecnica, dove la realtà tende sempre meno a ospitare l´antica differenza tra "natura" e "artificio", perché quando il mondo che abitiamo è il prodotto della nostra costruzione, solo un ritardo linguistico, può chiamare le scene del mondo che abitiamo "artificiali", tenendole distinte da quelle "naturali".
La "natura" e in particolare la "natura umana" hanno cessato da tempo di avere un contenuto preciso, e quindi di valere come referente e come limite. E il corpo del transessuale, prima di essere una deviazione dalla norma, è una conferma della caduta di questo referente. Ma là dove non c´è referente, dilaga la confusione dei codici, dove non è più ravvisabile un limite, una norma, un orizzonte, una misura, un´identità da salvaguardare, differenze da mantenere, per orientarsi in quell´universo di segni che l´immutabilità della natura rendeva possibili discernere e che l´avvento della tecnica, dal modo di nascere al modo di morire, dal modo di essere uomo o donna, persino dal modo di apparire giovani da vecchi, via via cancella, rendendo indiscernibili le differenze, le stagioni della vita umana, e quindi anche le identità sessuali.
Perché l´androginia di Madonna negli anni Ottanta e la più recente androginia di Michael Jackson hanno attratto così tanti fans? Solo per la loro musica o anche per l´oltrepassamento dell´identità sessuale che, a parere di Jean Baudrillard «accompagna l´oltrepassamento dell´identità politica, per cui è solo per una finzione che si continua a distinguere una destra o una sinistra, quando in verità lo specchio più fedele è la mutazione in atto che ha fatto del politico un transpolitico e del sessuale un transessuale?».
«L´uomo è un animale non ancora stabilizzato», diceva Nietzsche, e Pascal dal canto suo: «L´uomo supera infinitamente l´uomo». Nessuna obiezione quando il contesto era il mondo dello spirito, ma oggi tutto questo è diventato "corpo" e "carne". Per questo il transessuale ci inquieta, per questo lo teniamo ai margini e ai bordi. Ma la città è già assediata e attraversata da quella direzione e da quel senso che il transessuale indica con il suo stesso corpo: l´abolizione di ogni misura, di ogni limite, di ogni identità, e il progressivo avanzare dell´indifferenziato, da cui l´umanità, temendolo, si era distanziata, relegandolo nel mondo del sacro e del divino, a cui offriva sacrifici, non tanto per propiziarsi i favori degli dèi, quanto per tenerli lontani. Quando Dioniso entra nella città, ci racconta Euripide nelle Baccanti, tutto l´ordine viene sconvolto e ogni misura oltrepassata.
Moltiplicando i segni sessuali, il transessuale moltiplica i giochi, smantella il sesso come primo segno di identità per offrirlo come eccedenza di possibilità, e così configura quella nuova nozione di "individuo", tipico del nostro tempo, che si riconosce solo nella libertà illimitata, senza argini, senza confini, per poi finire col naufragare in quell´indifferenziato che gli uomini hanno immaginato all´origine del mondo, e da cui si sono distanziati per costruire il loro mondo, fatto di volti riconoscibili, per non implodere nella confusione dei codici e dei segni. Se questo è lo scenario, se questo è l´uomo nuovo che stiamo creando, la regressione implicita in questa creazione è la più grave di tutte le regressioni.
Umberto Galimberti
Fonte: La Repubblica

Il conduttore dell’edizione del mattino, Steve Inskeep, ha intervistato il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nel suo hotel di New York, il 24 Settembre 2009. Le risposte di Ahmadinejad sono state date tramite interprete.
STEVE INSKEEP: Dall’ultima volta che ci siamo parlati, l’anno scorso, ho avuto la possibilità di visitare il suo paese. Mi è stato permesso di parlare a molte persone in un certo numero di luoghi e ho appreso molte cose sull’Iran, su questioni che vanno dalla situazione politica alla cultura iraniana e al vostro grande poeta, Ferdowsi. Da allora, all’inizio di quest’anno, un certo numero di persone con cui avevo parlato e che difendevano l’Iran – persone che difendevano l’Iran e che avevano preso posizione in favore dell’Iran e del suo futuro – sono state arrestate e messe in prigione dal suo governo. Vorrei sapere perché nei mesi scorsi sono state messe in carcere per cose che sembrano essere dei disaccordi politici nei suoi confronti.
PRESIDENTE MAHMOUD AHMADINEJAD: [Ahmadinejad esordisce recitando una preghiera in arabo] Vorrei estendere i miei saluti al suo pubblico e augurare salute e buona fortuna a tutti, da parte di Dio onnipotente.
Io davvero non so chi sono le persone di cui lei parla e dove siano in questo momento. Personalmente sono contrario al fatto che qualcuno venga messo in prigione o venga arrestato per questo motivo. Spero che tutti i prigionieri vengano rilasciati. Ma per chiunque va in prigione, naturalmente, è necessario sapere il perché. Nessuno va in prigione senza motivo. E in Iran, nessuno sta in prigione per essere un oppositore di Ahmadinejad. Quello che intendo dire è che, quotidianamente, vi sono decine di giornali nel paese che scrivono articoli contro di me e nessuno viene arrestato. Ma sarei lieto di fare delle verifiche se lei mi desse i nomi delle persone di cui sta parlando.
INSKEEP: Le darò un nome come esempio. Bijan Khajepour è un rispettato intellettuale e uomo d’affari iraniano. Non è chiaro se egli abbia avuto un ruolo nelle proteste contro di lei, e tuttavia è una delle 100 persone che l’estate scorsa sono state processate collettivamente. Molti di questi 100 hanno confessato, ma secondo il vostro ex Presidente Mohammad Khatami, le confessioni sono state ottenute con quelle che lui chiama “condizioni straordinarie”. Altri hanno parlato di tortura.
AHMADINEJAD: In Iran, c’è libertà e le persone possono dire quello che pensano. Quella di M. Khatami è la sua opinione. Ma l’autorità giudiziaria è un corpo indipendente e loro, ne sono sicuro, hanno risposte convincenti da offrire per le misure che prendono. Se le cose andassero nel modo descritto dal signor Khatami, allora anche lui sarebbe stato messo in prigione, ma allora perché non sta in prigione?
Così, questo significa che nel nostro paese non è un atto di mera opposizione che manda in prigione. Io certamente non posso essere giudice di atti individuali; non sono un giudice in nessun caso. Questi giudici, in Iran, devono poter agire e operare in modo indipendente. E la legge prevede le azioni necessarie che devono essere prese contro coloro che
Negli Stati Uniti
INSKEEP: Lei ha detto che non desidera che la gente vada in prigione e ha anche detto che in Iran c’è la libertà di parola. Lei chiederà, pubblicamente e specificamente, il rilascio dei 100 che sono stati condannati en masse al processo dei mesi scorsi? E chiederà, pubblicamente e specificamente, la riapertura dei giornali di opposizione che sono stati chiusi e i siti web che sono stati oscurati in Iran nei mesi scorsi?
AHMADINEJAD: Non ho cariche giudiziarie in Iran. L’autorità giudiziaria in Iran è un corpo indipendente, e segue le leggi, e deve operare secondo
Ma in Iran c’è una legge che regola le cose, fondamentalmente. Non voglio dire che i provvedimenti dei giudici siano sempre corretti al 100%, ma perchè vi sia ordine nella società dobbiamo accettare il verdetto dei giudici. Altrimenti, non vi sarebbe sicurezza. E i giudici operano in modo indipendente. C’è una legge in base alla quale decidono.
INSKEEP: Lei crede ancora, come ha detto in passato, che sono gli stranieri a essere responsabili delle proteste contro di lei in Iran, come pure dei maltrattamenti e delle torture dei prigionieri detenuti in Iran?
AHMADINEJAD: Nessuno ha detto cose del genere. In realtà, è il comportamento e gli approcci politici adottati dagli occidentali che sono stati contestati. Essi hanno approvato alcune azioni illegali all’interno del [nostro] paese.
E naturalmente, quando dico questo, dico che vi sono state anche delle azioni intraprese all’interno del [nostro] paese che erano premeditate. In realtà, ci siamo lamentati per l’approccio adottato dal governo inglese. Essi hanno fatto delle cose che violavano le nostre leggi e andavano contro gli interessi della nostra nazione. E a tempo debito, ci siamo occupati di quello che hanno fatto.
INSKEEP: Perché i prigionieri sono stati maltrattati, torturati e persino uccisi nelle prigioni iraniane, qualcosa che persino i funzionari iraniani di rango più elevato hanno riconosciuto?
AHMADINEJAD: Purtroppo, queste cose sono avvenute e tutto ciò è davvero increscioso. C’è una forte convinzione che questi fatti facessero parte di uno scenario mirato a vanificare i risultati delle elezioni. Ma ho chiesto alle autorità giudiziarie di riservare un’attenzione particolare a questi casi e a che chiunque abbia violato la legge debba risponderne – chiunque.
INSKEEP: Lei sta dicendo di aver completamente perso il controllo delle forze di sicurezza del proprio governo, persino all’interno delle prigioni, che persino nelle prigioni sono i suoi nemici ad avere il controllo, e non lei?
AHMADINEJAD: No, non è quello che sto dicendo. Mi dica, quante persone perdono qui la propria vita nelle prigioni degli Stati Uniti, quotidianamente? Se questo dovesse accadere, ciò significa che il governo degli Stati Uniti ha perso il controllo delle proprie forze? Mi faccia dare un altro esempio. In una città come New York possono esserci, diciamo, 10 milioni di veicoli sulle strade. Se, diciamo, 100 di loro violano il codice della strada, ciò implica necessariamente che la polizia ha perso il controllo della situazione?
O supponiamo che due poliziotti non vadano a lavoro, o che decidano di violare il regolamento. Quello che voglio dire è che anche l’Iran è un grande paese – un paese davvero grande. E qui e là vi può essere qualche funzionario che viola
INSKEEP: In passato lei è stato citato per aver detto che le forze di sicurezza sono, cito, “immuni da questi atti vergognosi”. Lei ora sta riconoscendo che in realtà vi sono dei membri delle forze di sicurezza coinvolti?
AHMADINEJAD: Quello che ho detto, ed è questo che lei ha citato, parla delle capacità intrinseche di cui faccio fede alle nostre forze di sicurezza, poiché esse devono svolgere il compito che è stato loro assegnato, e che devono compiere in base alle leggi del nostro paese. E, secondo me, se qualcuno le viola, non deve assolutamente far parte delle nostre forze di sicurezza. E in tal caso sarà trattato secondo la legge, e potrà perdere il proprio lavoro per sempre.
INSKEEP: Lei ha fatto ogni sforzo per esaminare le accuse di uno dei candidati sconfitti nei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali, Mehdi Karroubi, che ha fatto delle affermazioni molto precise e puntuali – ad esempio che i prigionieri venivano spogliati e fatti sedere faccia-a-faccia, insultati e abbandonati, con gli occhi bendati, nel deserto? Non vi può essere descrizione più attendibile di questa.
AHMADINEJAD: Sì, ho sentito parlare di tutte queste cose. La nostra autorità giudiziaria ha incaricato una unità operativa di esaminare e verificare queste affermazioni. E l’unità operativa ha avuto un incontro il signor Karroubi. E’ stato chiesto a Karroubi di fornire le prove e la documentazione di queste affermazioni. E, in base al rapporto che ho ricevuto dall’autorità giudiziaria, il signor Karroubi ha detto in realtà – come risposta – che era indignato dalla richiesta di fornire una documentazione. Ma alla fine, la nostra autorità giudiziaria prende le cose sul serio quando si tratta di accertare quello che è avvenuto.
INSKEEP: Io credo che la sua dichiarazione sia stata che aveva capito che non ci doveva essere un’indagine seria.
AHMADINEJAD: Bene, queste cose sono state dette dopo. In realtà, non importa. Se sono state compiute delle violazioni, l’autorità giudiziaria è responsabile del loro accertamento. E chiunque violi la legge, a qualunque livello, deve essere punito. Chiunque. Nessuno può approvare dei reati in Iran.
INSKEEP: Signor Presidente, vorrei chiederle del Quds Day che, dobbiamo spiegare al pubblico americano, è in Iran un evento annuale a sostegno del popolo palestinese.
Nelle cerimonie avvenute quel giorno, lei ha tenuto un discorso in cui lei ha descritto l’Olocausto come, cito, “una diceria inattendibile, un mito”. All’esterno [dell’edificio in cui si teneva la cerimonia] c’erano dei contestatori che reggevano dei cartelli, secondo le fotografie inviate dall’Iran. I contestatori reggevano dei cartelli che dicevano “Lascia perdere la Palestina, pensa a noi che stiamo qui”. Lei sta usando, come suggeriscono i contestatori, parole forti sull’Olocausto per distrarre [la gente] dai vostri problemi politici?
AHMADINEJAD: In Iran, c’è libertà. Centinaia di migliaia di persone, in realtà, stavano in strada a dimostrare in vario modo durante il Quds Day, ognuno con le sue opinioni. Questi ultimi erano un paio di migliaia, acnh’essi con la loro opinione, come ho detto.
Quello che voglio dire è che lei può essere d’accordo con me che la democrazia, alla fine, significa il governo della maggioranza, ed è la maggioranza che sta al potere nel nostro paese. E chi è minoranza, e ha le sue idee, può esprimerle fondamentalmente in libertà, anche quando non è d’accordo con il Presidente. E nessuno lo disturba.
INSKEEP: Lei sta cercando di distrarre la gente dai vostri problemi politici?
AHMADINEJAD: Bene, quello che lei sta dicendo si può applicare a qualunque situazione di potere. Qualunque cosa uno dica, potrebbe essere usata per distrarre gli altri. Lei davvero non può provare una cosa del genere, voglio dire che è difficile.
Quando viaggio, mi si potrebbe dire: stai viaggiando perché vuoi distrarre [la gente] da qualcosa? O quando cerco di combattere la corruzione: hai deciso di combattere la corruzione perché hai bisogno di un diversivo? Quello che voglio dire è che si tratta di illazioni infondate, di affermazioni senza fondamento ma, nondimeno, si possono sempre fare.
Noi siamo davvero onesti con il nostro popolo, e qualunque cosa diciamo,
Non mi considero differente dal popolo o separato da esso, ma come parte di esso. Quello che il popolo dice, lo dico anch’io. E quello che dico, lo dice anche il popolo.
INSKEEP: Prima di venire qui da lei, ho parlato con Elie Wiesel, un Premio Nobel, un sopravvissuto dell’Olocausto, e autore di un libro che le consiglio chiamato Notte, che è una descrizione dell’omicidio della sua famiglia e del suo essere stato egli stesso sfiorato dalla morte durante l’Olocausto.
Il signor Wiesel dice che lei è il numero uno dei negazionisti dell’Olocausto nel mondo. Lei è orgoglioso di questa fama?
AHMADINEJAD: Non ho opinioni su quello che la gente o altri pensano di me. Non conta. Ma vorrebbe sentire le mie opinioni sull’Olocausto? Vuole?
INSKEEP: In una precedente intervista abbiamo discusso del come, secondo lei, viene usato in modo ingiusto per legittimare Israele, così non dobbiamo parlarne di nuovo. Ma se le piacerebbe dirmi quello che lei crede sia davvero accaduto tra il 1942 e il 1945, ne sarei interessato.
AHMADINEJAD: Ma allora dal 1942 al 1945 riguarda ancora l’Olocausto, giusto? Voglio sollevare un paio di domande sull’Olocausto, lei è un esponente dei media, e io credo che lei debba davvero dire alla gente di che domande si tratta, e cercare di ricevere risposte anche da loro.
La prima domanda è: l’Olocausto è un evento storico oppure no? E’ un evento storico. E, detto questo, gli eventi storici sono tanti. Così la domanda successiva è: come mai questo evento specifico è diventato così importante?
Di solito, la gente comune e gli storici prestano attenzione agli eventi storici. Perché i politici prestano così tanta attenzione a questo particolare evento? Perché sono così faziosi al riguardo? Questo evento ha delle conseguenze su quello che accade oggi, che sta accadendo ora?
Quello che dico è che il genocidio è il risultato della discriminazione razziale. Qualche volta guardiamo alla storia per imparare le sue lezioni.
INSKEEP: Lei sta ammettendo che milioni di persone furono uccise? In particolare, che milioni di ebrei vennero uccisi durante la seconda guerra mondiale?
AHMADINEJAD: Se lei ha la pazienza di farmi completare il ragionamento, avrà la sua risposta. Sto facendo un certo numero di domande serie. E non sto rivolgendo tali domande a lei, ma a un pubblico più vasto – a tutti – a chiunque abbia a cuore il destino dell’umanità, a cui importi degli esseri umani e dei diritti delle persone. Queste sono domande serie. Se esaminiamo la storia con lo scopo di imparare – di trarne delle lezioni, allora quello che ci viene indicato è che in futuro dovremmo cercare di non compiere gli stessi errori fatti in passato.
Personalmente, 60 anni fa non c’ero, è adesso che sono vivo e osservo che il genocidio sta avvenendo ora con il pretesto di un evento accaduto 60 anni fa.
Così, la domanda fondamentale che pongo qui è la seguente: se quest’evento è accaduto, dov’è che è accaduto? Da chi è stato approvato? Perché dovrebbe pagarne il prezzo il popolo palestinese?
INSKEEP: Lei ha solo fatto marcia indietro: se questo evento è accaduto. Se mi perdona, perché il tempo è poco, vorrei andare avanti, ma lei riconosce che è avvenuto? Lei ora pensa che sia una tesi credibile?
AHMADINEJAD: Non sono uno storico. Di sicuro ho letto molti libri su questo argomento, ed ecco perché pongo delle domande. Le mie domande sono molto chiare. Noi dobbiamo permettere ai ricercatori di esaminare ogni tipo di questioni perché è chiaro che quando procedono in tal sesno, raggiungono conclusioni differenti.
Per quale motivo abbiamo stroncato tutte le ricerche imparziali sull’argomento dell’Olocausto? Sembra che se uno storico raggiunge un risultato diverso da quello che è stato detto, diciamo, dagli storici europei, può persino finire in prigione per questo. In realtà, un paio di accademici europei sono stati perseguiti per questo. Si tratta di storici famosi che hanno condotto delle ricerche e sono arrivati a conclusioni diverse da quello che è stato detto dagli storici ufficiali e, lei lo sa, dai dogmi ufficiali.
INSKEEP: Non si tratta di canali ufficiali. Si tratta di migliaia di sopravvissuti che hanno vissuto la morte delle loro famiglie.
AHMADINEJAD: Si tratta di dicerie. Lei si aspetta che approvi queste dicerie in modo unilaterale? Non voglio emettere una sentenza, sto solo dicendo che dobbiamo permettere agli storici di condurre le loro ricerche sull’argomento. Perché tutti dovrebbero essere costretti ad accettare solo l’opinione di pochi su un evento storico? Voglio dire: tutto ciò viola la libertà di opinione.
INSKEEP: Spero che abbiamo il tempo di affrontare un altro paio di argomenti. Passiamo ad altro. Vorrei chiederle, se posso, perché il tempo è limitato il suo tempo è limitato, degli incontri previsti per Ottobre tra l’Iran, gli Stati Uniti e altre potenze.
Lei ha già fatto delle dichiarazioni, qui a New York, su quello che l’Iran può offrire, in termini di incontri negoziali con gli scienziati e chiedendo che gli Stati Uniti vendano all’Iran uranio arricchito per scopi medici. Lei ha proseguito dicendo, in un’intervista, che “l’Iran, in cambio, offrirà delle soluzioni per i cambiamenti che vengono richiesti”. Quali sono le soluzioni di cui parla?
AHMADINEJAD: Tutto quello che ha detto è corretto tranne quest’ultima parte. Quando ho detto – quali cambiamenti, a che proposito? Noi vogliamo l’uranio, e siamo disposti a comprarlo. Questo è un buon modo per avere dei cambiamenti.
INSKEEP: Il Washington Post l’ha citata mentre dice, cito, “L’Iran, in cambio, offrirà soluzioni ai cambiamenti che vengono richiesti”.
AHMADINEJAD: No, io ho detto che sarebbe un buon inizio. La nostra questione non è – i nostri problemi non sono problemi nucleari. Abbiamo profonde riserve sul modo in cui alcuni politici occidentali guardano al nostro paese – le stesse cose di cui Obama stava parlando ieri. In realtà, egli ha approvato quello che il popolo iraniano dice da 30 anni e quello che io dico alle Nazioni Unite da 5 anni.
Indendo dire che vi sono delle potenze che si considerano superiori ad altre, che non rispettano altri popoli e non riconoscono i diritti di altri popoli, che non guardano alla cooperazione multilaterale e che si intromettono negli affari di altri popoli. Sono cose che dico da anni e che ieri sono state dette anche da Obama.
Ieri, egli ha detto che le precedenti amministrazioni degli Stati Uniti hanno agito in modo unilaterale, che sono intervenute negli affari di altri paesi, che hanno voluto imporre la loro volontà ad altri, e quindi stiamo dicendo la stessa cosa. Egli ha detto che il sistema delle Nazioni Unite non è equo e deve cambiare: io sto dicendo la stessa cosa. E noi collaboreremo in modo che questi cambiamenti avvengano.
INSKEEP: Vorrei farle un’ultima domanda che trae spunto dalla mia visita nel suo paese avvenuta in precedenza nel corso di quest’anno. A me personalmente è stato dato il benvenuto, come americano, ma naturalmente lo slogan, o la frase “morte all’America” rimane molto comune nei raduni politici – nei raduni politici conservatori – nelle preghiere del Venerdì e sui tabelloni pubblicitari e sulle insegne che si possono vedere a Teheran e in altre parti dell’Iran.
Quello che sinceramente vorrei sapere da lei, mentre l’Iran prevede colloqui e forse nuove relazioni con gli Stati Uniti, è: lei crede che il governo rivoluzionario dell’Iran possa rimanere al potere senza avere gli Stati Uniti come proprio nemico costante?
AHMADINEJAD: Bene, il primo slogan della nostra rivoluzione è: “amicizia con le altre nazioni”. Noi crediamo che l’amicizia e l’amore durino più dell’inimicizia. E dobbiamo tutti cercare di sostituire queste ostilità con l’amicizia e
Il fatto che abbiamo detto che siamo sempre disponibili ai negoziati e ai colloqui dimostra che preferiamo sempre il dialogo. Ora, se lei vede questi slogan in Iran e a Teheran, deve chiedersi quale politica le amministrazioni americane hanno portato avanti da provocare questi slogan – il genere di politica e di comportamenti che il signor Obama ha affrontato ieri dicendo che anche lui vuole un cambiamento.
MI permetta di darle un piccolo esempio. Mi permetta di chiederle: se il governo dell’Iran avesse rifornito un governo come quello di Saddam Hussein con la tecnologia più avanzata, in modo da permettergli di bersagliare gli Stati Uniti con i missili, con le armi chimiche, e avesse sostenuto Saddam a prescindere da quante leggi internazionali aveva violato, quali sentimenti avrebbe ora il popolo americano nei confronti degli iraniani? Sono gli stessi sentimenti che ha il nostro popolo. E questo era solo un esempio: ne abbiamo decine. Così speriamo che tutto ciò possa davvero cambiare.
INSKEEP: Ammesso quello che lei dice – ammesse le affermazioni che lei fa e la storia che lei cita, può il suo governo sopravvivere senza un nemico costante contro cui mobilitare il popolo?
AHAMDINEJAD: No, non abbiamo questo – condivido quest’opinione con lei perché credo che sia davvero una posizione fondata. La ragione del perché possiamo sostenere tutto ciò è dovuta a cause culturali e al nostro sistema di valori – gli stessi fattori che hanno fondamentalmente permesso al popolo iraniano di sostenere ogni genere di sfida per secoli – per migliaia di anni, in realtà.
E gli stessi, gli stessi fattori sono presenti oggi. E questi sono gli stessi fattori che hanno provocato
INSKEEP: Signor Presidente, grazie per aver risposto alle nostre domande.
AHMADINEJAD: Mi permette di terminare con una frase?
INSKEEP: Prego.
AHMADINEJAD: Lei è un conduttore molto bravo e il suo programma radiofonico è molto buono. E lei ha un vasto pubblico. Così aiutiamoci l’un l’altro a risolvere i problemi principali del mondo. E uno di questi è, alla fin fine, la questione palestinese. Così la prego di condividere le domande che ho posto con il suo pubblico.
Permettete loro di darvi delle risposte su quello che pensano. E forse, troveremo una soluzione al problema. Esattamente le stesse domande che ho sollevato in precedenza. Spero che lei, il suo pubblico e tutte le nazioni stiate bene e abbiate sempre successo. Io le auguro ogni successo.
INSKEEP: Grazie.
Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=113175352

Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. E così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: «Ai greci non si torna». E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’«estraneità» che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in Filosofi sovrumani (Adelphi, 2009).
Alla Grecia dobbiamo l’invenzione della filosofia. Spesso tradita dal pensiero romano, che la traduce senza riferirsi all’esperienza originale, la parola greca è anzitutto filosofica. Modo d’esistere, innanzitutto, la filosofia s’oppone alla religione, perché, anziché accontentarsi delle risposte immediate del culto o della tradizione, s’interroga sulle questioni ultime. I greci inventano la filosofia insieme alla fenomenologia. Per i greci, dimostrare i fenomeni è metterli alla prova, esponendoli di colpo alla luce dell’Essere. Precisione dello sguardo greco...
La Grecia oppone al concetto di storia messianica e lineare, centrata su salvezza e «progresso», un tempo ciclico, la cui osservazione porta alla saggezza, al senso del tragico, all’idea di destino e all’amor fati. Nulla è più estraneo alla Grecia che la concezione volontaristica della storia, che pretende di costruire l’avvenire senza il passato: perfino il demiurgo crea a partire da qualcosa, ordinando il caos, che non è sinonimo del nulla.
Inoltre la Grecia fonda la libertà non come oggetto del pensiero o «libero arbitrio», ma come attributo dell’azione. La libertà greca è fondamentalmente politica. Dal VII secolo prima della nostra era, gli ateniesi s’organizzano in comunità politica. Con la democrazia, la Grecia inventa una forma politica, che contesta il re divino, perché con essa il potere, «posto al centro» per la formula consacrata, diviene cosa comune. Offendendo Agamennone, Achille illustra già in Omero l’egual diritto alla parola. Diviene allora possibile la riflessione politica; anche la filosofia politica. Dalle origini, la polis si definisce come regime filosofico. Partecipando alle delibere pubbliche, i cittadini non decidono solo sugli affari comuni, ma anche sullo statuto e sul senso della legge. Il demos è filosofia in atto. L’architettura ne è il riflesso: al centro della città greca, la piazza pubblica prevale su ogni altro spazio, quello dove si esercita
La Grecia è la parte giusta e la misura delle cose. Rifiuta la dismisura titanica, prometeica, la devastazione della Terra a opera del calcolo meccanicista e demoniaco del «sempre più». E anche la tentazione permanente di prendere più della propria parte. Nei poemi omerici, l’eroe è l’uomo libero che gareggia con i suoi simili, per dimostrare di valere e conquistare «gloria immortale» con le sue gesta. L’eroismo è dunque via all’immortalità, ma a rischio di hybris, che mette in luce il tema del «peccato del guerriero». Il valore guerriero non è sovrano. Val meno della saggezza. La vita meditativa e riflessiva prevale sulla vita activa. Nella democrazia greca resta il principio agonistico, ereditato dall’età eroica, ma diretto a esorcizzare il pericolo della guerra civile.
Il pensiero greco è stato un pensiero aurorale, mattutino, iniziale, quindi connesso al destino. È stato un inizio del pensiero e alimenta un pensiero dell’inizio. Per Heidegger «oggi tocca al pensiero pensare in modo ancora più greco quel che grecamente s’è pensato». Questo il dovere del pensiero: il rispetto dei greci è avvenire del pensiero. Ricorso, non ritorno ai greci. Heidegger dice anche: «L’inizio va ricominciato più originariamente». Perché l’inizio «è davanti, non dietro a noi». Oggi si è greci disponendosi a un nuovo inizio.
Alain de Benoist
Fonte: Les Amies d’Alain de Benoist
Traduzione: Maurizio Cabona

“Ho più cose in comune con questi musi gialli, che con quei depravati della mia famiglia”
- Clint Eastwood, “Gran Torino”
Capisco che il titolo di questo articolo possa spiazzare coloro che abbiano la cortesia di leggerlo; ma, fa riferimento all’ultima, forse per sempre (sic!), fatica di Clint Eastwood, il film “Gran Torino”, un capolavoro assoluto.
Il merito del film, oltre che nella splendida prova di Eastwood, risiede nella sceneggiatura di Nick Schenk, la quale offre due piani di lettura: uno, superficiale, racconta la storia di un veterano della Guerra in Corea, che supera le sue convinzioni razziste e, attraverso un processo di redenzione spirituale, fa pace col mondo e con se stesso; e un altro, più profondo e quasi da “iniziati”, in cui vengono illustrati i principi fondanti del comunitarismo, in particolar modo, contrapponendolo alla “società” americana.
Lo strumento utilizzato dall’autore è quello del confronto tra la famiglia “naturale” di Eastwood, che simboleggia la “nuova America” globalizzata, e la sua famiglia “acquisita”, la comunità di Hmong immigrati negli States dopo la Guerra del Vietnam, i quali ormai hanno “occupato” il quartiere periferico, in cui si svolge la trama del film. Veramente numerosi sono gli spunti interessanti posti dalla pellicola; di seguito cercherò di evidenziarne alcuni.
Quello che risalta maggiormente è la differenza di valori, tra
Da questa prima caratteristica, discende un forte senso del Sacro presente nella comunità, che è ben altra cosa del vuoto ritualismo rappresentato dalla “religione” societaria; un sacro che trae origine dalla Tradizione, e che è calato nella vita comunitaria, senza per questo costituire una struttura sociale e di potere temporale (contrasto sciamano/ prete). Dal rispetto per gli anziani e le persone che hanno ottenuto alcuni meriti particolari, deriva l’importanza del dono, che rappresenta il gesto, totalmente volontario, dei membri della comunità, per rendere onore alle loro guide; gesto assolutamente incomprensibile nella società mercantilistica occidentale, e che si pone come alternativa ai rapporti economicisti oggi imperanti, figli del contrattualismo e del materialismo.
Questi primi approcci “comunitari”, spingono il protagonista ad abbandonare la “società”, per gettarsi nella vita “comunitaria”, superando le iniziali perplessità. A differenza del disagio, dato dal rifiuto che la società oppone alla presenza dell’ “anziano”, provocato dai finti aiuti proposti dai suoi famigliari, per dirla con Pietro Barcellona affidati alla tecnica e al mercato delle case di riposo, il protagonista si trova coinvolto nell’atteggiamento conviviale, che vige all’interno della comunità, dove ciò che è di uno viene condiviso col resto della comunità, e gli anziani rappresentano una guida da far conoscere ai giovani.
Particolarmente significativo è il modo con cui si educano le nuove generazioni, e così facendo si tramandano i sapere tra anziani e giovani, all’interno della comunità. Riprendendo, non so quanto consapevolmente, la polemica di Ivan Illich sull’apparato scolastico, volto a creare utenti conformi, invece che cittadini conviviali, e che genera la corruzione del linguaggio- “voglio un titolo di studio” contro “voglio apprendere”-, finendo col creare un sapere artificiale, adatto alla società globalizzata, viene mostrato un modo “altro” di comunicare il sapere. Il sapere viene tramandato oralmente e con l’esempio, idea già diffusa dagli Stoici, dalle generazioni più anziane a quelle più giovani, e riguarda prevalentemente l’apprendimento di attività manuali, marginalizzate dalla società consumistica, che necessita di utenti incapaci di saper soddisfare autonomamente alle proprie necessità primarie. Tale impostazione dell’istruzione, viene oggi portata avanti con grande successo dai “Movimenti per la Transizione”, maggiormente attivi in Gran Bretagna, e che iniziano oggi timidamente a radicarsi anche in Italia, nel comune bolognese di Bazzano in primis.
Ulteriore aspetto interessante è la maniera “informale” con cui vengono risolti i conflitti in ambito comunitario. In un’organizzazione basata sull’onore, il sistema giudiziario e carcerario si rivela inutile, se non dannoso; infatti, come viene raccomandato anche dalla tradizione buddhista, non ha alcune utilità rinchiudere in carcere il colpevole di qualche reato, specialmente se di lieve entità; anzi, considerando che i costi del suo mantenimento in prigionia ricadono anche sulle spalle delle vittime e dei loro famigliari, rischia di diventare dannoso. Come aveva giustamente capito Durkheim, il modo più efficace per capire le basi sociologiche di un agglomerato umano, è dato dal prevalere delle norme penali su quelle civili: una “società” vedrà una maggioranza del primo tipo, con una forte presenza di popolazione carceraria, con tutti i problemi ad essa collegati; nel caso di una “comunità”, prevarranno le sanzioni amministrative, con una prevalenza di pene risarcitorie e non carcerarie. Gli effetti di tale sistema sono ben visibili nella pellicola di Eastwood.
Anche il finale, che non svelerò per non incappare nelle maledizioni dei lettori, rivela l’aspetto sacrale e Tradizionale della vita comunitaria. A fronte di un attacco violento, il protagonista non cede al finto perdono di matrice cristiana, né alla violenza cieca tipica delle società “moderne”; adotta, invece, un atteggiamento ispirato alla pietas greco-romana; riversa sui nemici la giusta punizione, mantenendo per sé stesso, al contempo, una purezza d’animo e uno stile morale, che non vanno a incidere negativamente sul proprio essere. Particolare curioso della pellicola, il rituale pre-azione finale, assolutamente identico a quello dei martiri islamici che si sacrificano in azioni suicide.
Particolare importanza vorrei porla sul rapporto tra le varie comunità e sul tema della immigrazione. Ciò che è bene tenere a mente, come sottolinea Veneziani, il nemico di una comunità non è un’altra comunità, ma colei che vuole annientare in assoluto lo spirito comunitario, cioè
In definitiva, ciò che emerge dalla pellicola di Eastwood è che la Comunità è l’unico vero antidoto alla società capitalista e mercanitilista dei nostri giorni, e che le accuse di razzismo, che spesso accompagnano tale soluzione sono del tutto ridicole; anzi, sono esattamente i tratti caratteristici della “società” degli “esportatori di democrazia”.
Manuel
Fonte: Italicum